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Fumetto

Subway

transmetropolitan letters page #1

Immagine articolo Fucine MuteBuck JackBarron, il personaggio di Norman Spinrad, dice: “Attraversare la quattordicesima strada è come attraversare la linea che divide le vignette di fumetti di stile diverso” e io lo adoro per questo.
E se ogni strada fosse così? E se ci si potesse ritrovare in otto, ottanta, ottocento differenti culture, differenti velocità, differenti luci, correndo a rotta di collo attraverso la città?
“Blade Runner” dice che la città è morta: palle! Non ha guardato attentamente. Se fosse veramente morta tu non potresti innamorarti nel mercato di Convent Garden, comprando sculture keniote e reliquie religiose tibetane mentre stai ascoltando un complesso pechinese, né potresti assaggiare cinquanta differenti birre nel raggio di cinquanta yards a Greenwich Village, mentre l’odore del fumo e del curry tailandese si espande tra i viottoli. Non può essere morta se un esplosione di fiori dai mille colori accende George Square a Glasgow.
Se vuoi suonare un Blues per la città fallo pure (se proprio devi, almeno suonami “I’m movin’ to the outskirts of town” di Big Bill Bronzy), ma io non ti ascolterò. Non è questo il suono della mia città.
La mia città non è ammalata della struggente malinconia del soul perché quella è la musica della gente uccisa dalla città, è musica debole.
Nella mia città si sentono i suoni dei tamburi Kodo, le sliding guitars di “My Bloody Valentine”, le urla di Diamanda Galas che canta in un vicolo, le preghiere di un gruppo di preti buddisti raccolti in una piazza.

Se ascolti puoi sentire il tintinnare stridulo delle campane giavanesi, i ritmi alieni dei Prodigy e persino il banjo mutante di “Swamp thing” dei Grid o Nick Cave e PJ Harvey che si sussurrano cose terribili, oppure Lou Reed i Portishead ed i Throat-Singers esquimesi,
e forse anche John Lee Hooker qui è ancora vivo.
Amo le città. Le ho sempre amate. Sono nato in campagna, giù nel South Essex, dove la mia infanzia pigra odorava di stoppia di grano bruciato e di merda di cavallo. Lunghe giornate passate all’aria aperta staccando la coda alle lucertole, pisciando nelle tane delle volpi o picchiando i miei amici in vecchi ed abbandonati rifugi antiaereo; o tendendo imboscate nella foresta ai bambini delle città vicine.
Ci sono modi peggiori di crescere. Ma tutto scompariva non appena arrivavo a Londra. I grandi campi lentamente venivano infettati dai mattoni, le strade diventavano più grandi e nere, l’autostrada diventava un canyon mentre alte torri di granito e vetro sporco crescevano sopra la mia testa.
La città mi reclamava, mi circondava e infine mi prendeva.
È una malattia questa che mi prende: sentire Manhattan sotto i miei piedi alle tre del mattino, oppure osservare l’alba nel cuore di Londra. In un paesino io continuerò a cercare cemento e cavi elettrici. Gettami in campagna e vi troverò una strada dove poter respirare un po’ di smog.
Le città nella fantascienza sono state bistrattate. Oggi la sola frase “città nella fantascienza” fa pensare a Ridley Scott ed alla sua piovosa ed infernale L.A. con i suoi sette milioni di sbandati.
Quest’ idea immediatamente ci suggerisce un crogiolo urbano.

Immagine articolo Fucine MuteTutti si fermano a questa visione, io credo sia troppo riduttiva. Perché le città resistono, le città crescono, e più culture diverse inglobano più diventano vive.
Shane Mc Gowan dice “Bruceremo questa città nel pieno dell’estate” e Spider Jerusalem è la miccia di questo incendio. Sono sempre stato innamorato del giornalismo, sebbene sia uno sporco lavoro. È un lavoro per alcolizzati, tagliagole e pervertiti, gente ossessionata dal linguaggio dalla scoperta e da un odio indescrivibile.
In Spider puoi trovare certamente molto di Hunter Thompson ma non solo.
In lui c’è qualcosa di quel vizioso sacco di merda di Mencken, di Tom Wolfe, il tocco della magia maledetta di un oscuro giornalista musicale inglese chiamato Chris Roberts, la malvagia sete di sangue di Bob Woodward, lo sguardo di ghiaccio di EDIE, i brutali scherzosi documentari di Nick Broomfield e dozzine di altre influenze.
Questi uomini trattano qualcosa che si è svalutato, un concetto relativizzato fuori dalla nostra esistenza: la VERITÀ.
Cercano la verità in ogni situazione e applicano i loro spietati intelletti in questa ricerca. Ma noi li ignoriamo come se potessimo realmente vivere senza la verità.
Certo possiamo sopravvivere senza la città ma non vivere.
Darick Robertson non è come gli altri, gli piacciono le stesse cose che piacciono a me. Gatti con due teste e cani incastonati nella scocca di motociclette. Lui è mio amico. Noi ridiamo un sacco, lunghe terribili risate che disturbano le nostre ragazze e spingono i nostri vicini alla disperazione e al suicidio. Lui disegna un posto e questo prende vita, un’affascinante abilità che ogni sana società dovrebbe bandire. Darick è l’artista perfetto per Transmetropolitan e sono contentissimo di averlo con me. Io ho immaginato la città ma solo lui la fa vivere ed è per questo che nei credits è indicato come co-creatore (vedendola da un’altra prospettiva, lui si prende la metà delle critiche). Lui vive a
S. Francisco io a sud est di Londra ma abitiamo nella stessa città. La linea telefonica transoceanica è diventata bollente a causa nostra, non importa, se si dovesse rompere faremo crescere nelle nostre interiora degli organi per comunicare telepaticamente e continueremmo a sentirci, siamo dei professionisti dopo tutto.
Questa è la nostra città, non ha confini, non ha nome e nessuno dei protagonisti sa nemmeno che anno sia. Queste prime ventiquattro pagine non ne hanno nemmeno svelato la superficie: ritornate il mese prossimo abbiamo una metropoli intera da svelarvi.

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