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Arte

David Byrne

Musica, Cinema, Fotografia

Marco Ligas Tosi (MLT): Perché questa passione per la fotografia?

David Byrne (DB): Ho iniziato a scattare polaroid quando andavo alla scuola d’arte. Una strana mania che mi costringeva a documentare tutto ciò che vedevo. Ho poi fatto dei collage, ma la tecnica non mi ha mai veramente interessato, come nella musica,e non ho neanche grande familiarità con i computer. Fotografavo senza pensare, come se fossi in uno stato di trance, come un sonnambulo. L’obiettivo guidava la mia mano e il mio occhio. Finita la scuola ho semplicemente coltivato questa passione continuando a fare fotografie di oggetti religiosi, di libri, di armi e di camere da bagno di vari hotel.

MLT: Credi che il mezzo (la macchina fotografica) possa ancora dare un effettivo messaggio?

DB: In una fotografia le immagini fermano e ‘raffreddano’ la realtà, realizzando una dimensione più reale della realtà stessa. Le mie stesse foto catturano gli aspetti più banali di questa realtà, cercando di innalzare questa banalità a un livello quasi sacrale. Tutte le mie influenze artistiche sono date dall’arte concettuale, dalla fotografia, dalla pubblicità e dalle immagini religiose. Di solito mi si chiede di dare una spiegazione razionale a quella che per me è un’attività completamente irrazionale.

MLT: Lavori sempre e solo con il colore, perché?

DB: Si, e la cosa strana è che di solito la foto a colori viene associata alla pubblicità, ai giornali, all’uso commerciale, e solo raramente all’arte.
È un fatto d’amore. L’amore più grande è quello più stupido. Il sublime è lo stesso banale. Il colore riesce a rendere più fruibile la stessa fotografia, come se fosse un film con sequenze. Di solito scelgo di pubblicare venti o trenta foto alla volta. Tra loro devono essere molto simili, con sfumature e colori molto forti e vitali. Acquistano un effettivo significato solo quando vengono montate con una sequenza. Non credo infatti nella forma espressiva di una singola foto. Preferisco realizzare un montaggio, mettendo quasi sempre insieme materiale omogeneo, in cui i soggetti si collegano l’uno all’altro.

MLT: In un certo senso per te fotografare è come fare del cinema?

DB: Si, è sicuramente simile al modo in cui una cinepresa traduce la realtà e vive qualcosa di diverso che il nostro occhio percepisce. Le mie fotografie documentano e catturano la vera realtà di questo fine millennio, che casualmente coincide con la fine della nostra età della ragione, della razionalità, della sicura modernità, della vera ideologia e della vera obiettività. La staticità degli oggetti riflettono e rappresentano la vera riflessione di questa nostra attuale realtà.

MLT: Alcune delle tue fotografie riconducono l’uomo ad una forma di neo-tribalismo…

DB: È indubbio che in un’epoca legata e fortemente influenzata dalle ultime scoperte e dagli ultimi passi dell’elettronica e dell’informatica noi abbiamo chiuso con il vecchio, con tutto ciò che è recentemente passato. Ma cerchiamo ancora un espediente per poterci ritornare. Io cerco con la fotografia di far riflettere sul passaggio di queste due realtà. Nella mostra romana “Strane Rituals” le icone religiose — come si può notare — sono ridotte a beni di consumo. La creazione del mondo moderno fatta di spazi come gli aeroporti, gli alberghi e le stazioni, possono essere considerati spazi simili alle chiese in cui avvengono i rituali. Trovo bellissimi gli oggetti sacri della cultura latina. E trovo stranissimo vederli nelle vetrine contemporanee come oggetti qualsiasi.

MLT: Il tuo lavoro e’ concentrato sulla psicosi del quotidiano…

DB: Si, credo di si. Ho appena letto Psicopatologia della vita quotidiana di Freud ed è interessante notare le patologie della quotidianità: come dimenticare un nome, usare i termini sbagliati, avere lapsus… Forse quello che fai è mettere uno specchio davanti a te e a volte riesci a riflettere molte altre persone. Così riesco a catturare il ‘respiro del mondo attraverso la fotografia’… Sembra che tu stia guardando fuori verso il mondo ma, in fondo, stai guardando dentro te stesso.

MLT: È più difficile preparare un film o una mostra personale ?

DB: Il film è indubbiamente più difficoltoso perché richiede almeno un anno di lavoro. C’è meno controllo che nella fotografia, molte cose possono andare male. Quando ho girato True Stories ad esempio, c’è stato un tornado.

MLT: L’ultima testimonianza dei Talking Heads trova posto nella colonna sonora del film di Wim Wenders ‘Fino alla fine del mondo ‘, é la tessera conclusiva del puzzle. …In effetti lo scioglimento risale a qualche anno prima. …Come mai è stato reso ufficiale solo dopo un po’?

Immagine articolo Fucine MuteDB: In tutta sincerità avevo capito che, all’interno del gruppo, era successo l’inevitabile, ma i miei compagni mi chiesero di non divulgare la notizia per ragioni loro, così mi attenni a questa direttiva. In realtà sono otto anni che i Talking Heads hanno cessato di esistere come unità artistica, precisamente dalla session di NAKED nel 1988. Il coinvolgimento nella colonna sonora del film di Wenders è avvenuto tramite una telefonata dello stesso regista. Stava scrivendo la sceneggiatura del film, e mi chiese se avevo qualche brano pronto per inserirlo nel soundtrack. In quel momento avevo composto solo la musica di un pezzo, riservandomi di scrivere le parole più avanti. Il fatto è che non mi decidevo sul tema da trattare, di cosa parlare. Allora gli chiesi di leggermi la sceneggiatura e sentendo scorrere quelle pagine ricche di parole arrivò l’idea giusta per comporre il pezzo.

MLT: Quali sono i registi che ami per l’occhio con il quale guardano il mondo ?

DB: Sicuramente Wim Wenders e Antonioni, che sono anche fotografi. Ultimamente ho amato molto anche Dead Man di Jim Jarmusch, e poi mi affascinano i registi di Hong Kong. Sanno cambiare genere, mescolare i filoni. Ci sono autori della ‘new wave’ che oggi girano un film d’autore, domani un film hard. È molto interessante anche l’ultima generazione di registi giapponesi.

MLT: A proposito, che fine ha fatto il tuo video ‘He Aiye: The House Of Life’ girato nell’89?

DB: Era un film girato in Brasile sulle religioni del luogo e sto cercando di venderlo alla televisione, visto che la sua durata (un’ ora) non mi permette di distribuirlo nelle sale cinematografiche. È stato l’unico lavoro — insieme a quello della fotografia — che ho sviluppato da solo. È una attività solitaria questa. È come scrivere un libro. Assomiglia all’eremita che va alla montagna, riceve la visione e torna con il lavoro fatto.

MLT: Perché quelle ‘body pictures’ di Jean Baptiste Mondino, contenute nel libretto del compact disc David Byrne?

DB: Volevo rivelarmi, fare pubblicità a me stesso. Ma senza ‘glamour’, poichè queste immagini fotografiche sono astratte rispetto alla consistenza del mio corpo. Il mio, se vuoi, è un esibizionismo interiore che si rifletteva dentro le dodici canzoni di quel mio ultimo album. Scritte con il cuore esaminando il passato, scandagliando i sentimenti.

MLT: Se provi a immedesimarti in colui che ascolta la tua musica, cosa provi e cosa cerchi?

DB: Sicuramente la realtà, ciò che riesce a smuovermi, ciò che condiziona la mia esistenza, che mi racconta in che mondo vivo. Proprio per questo compongo i miei album. Ogni lavoro -per me- è come un disco di debutto, nato senza seguire la solita routine dell’artista che compone i pezzi e poi va in studio a registrarli. Io invece abbozzo semplicemente delle canzoni, contatto di solito nuovi musicisti e li porto con me a suonare in piccoli locali, o in altri posti insoliti (magazzini, ambienti post-industriali,etc.).

MLT: Un argomento imprescindibile dal Byrne di oggi è la passione per la musica sudamericana…

Immagine articolo Fucine MuteDB: Per trovare la molla che mi ha spinto dal rock a questi ritmi, è necessario andare alla fine degli anni Settanta e ai primi Ottanta quando per trovare un buon club in cui ballare, dovevi necessariamente recarti in un locale dove si faceva musica latino-americana. Inoltre, va sottolineato, come i musicisti, allora come oggi, tendessero ad un tipo di musica sempre uguale, monotona; gli unici a dire veramente una parola nuova erano i sudamericani. Fu allora giocoforza spostare il tiro. Anche oggi, comunque le migliori band locali specializzate in questo genere si trovano a pochi passi da casa mia, a New York. Non ho neanche bisogno di andare a Cuba o in Brasile, sebbene mi sia recato in questi paesi svariate volte alla caccia di musicisti e sonorità interessanti.

MLT: Un tempo però le tue preferenze andavano alla musica africana ed orientale. Erano i giorni della feconda collaborazione con Brian Eno…

DB: Trovo che New York sia una città che dà molta ispirazione, può essere crudele, complicata e rumorosa. Ma indispensabile. Suppongo che se avessi continuato a vivere a Parigi le cose non sarebbero mutate, invece a New York le influenze sudamericane — come dicevo prima — sono fortissime. È anche per questo che è nata l’etichetta LUAKA BOP. Poiché lo scopo primario è di divulgare qualsiasi genere purché valido. Nei prossimi giorni verrà pubblicata RED HOT & RIO, una raccolta di brani brasiliani da me curata e interpretata da musicisti come Sting e Sakamoto. Tutto ciò fa parte di un progetto a favore della lotta contro l’AIDS. Io canterò un brano con MARISA MONTE –Aqua de marco. Abbiamo anche prodotto un disco con brani del portoghese PAULO BRAGANCA, uno dei KING CHANGO, che è una band americana di latin ska, infine la colonna sonora del film Blue In The Face.

MLT: Il tuo prossimo progetto discografico da solista invece…

Immagine articolo Fucine MuteDB: Da solo ho per il momento inciso una canzone con i CAFÈ TACUBA, un gruppo messicano. Mentre, vorrei fare un disco con alcuni giovani gruppi. Sto già collaborando con due band: MORCHEEBA, inglesi, e NEW KINGDOM, giovani rapper americani di Brooklyn, questi ultmimi realizzano un rap che si può paragonare ad un notiziario radiotelevisivo, che mi ha molto interessato. L’album dovrebbe essere finito tra poco e sarà disponibile entro il prossimo anno. Sarà una sorta di concept musicale molto metropolitano. Utilizzerò spesso — per i miei testi — le parole amore e odio, che sono le uniche due parole ad essere praticamente presenti in tutte le cose della nostra attuale società. Sarà importante in quel contesto di lavorazione avere dei musicisti giusti per ogni pezzo. Sarà un lavoro nuovo, molto più professionale, incentrato sicuramente più sulle canzoni, cercando di avere il meglio sia dal punto di vista strumentale che da quello della produzione.

MLT: Ho saputo che lavorerai anche al progetto di un film sulla favola di Biancaneve in chiave moderna.

Immagine articolo Fucine MuteDB: Ho sempre pensato che questa non fosse soltanto una favola per bambini. La reputo una favola condita di cattiveria, che contiene quella violenza e quei caratteri che contraddistinguono tutte le storie per bambini, come anche una storia per adulti. Vorrei girarla nel New Jersey e sulle montagne del Colorado o del Montana, ma non sarà una storia sull’America come invece era True Stories. L’idea della sceneggiatura e della scenografia mi è venuta in mente mentre ascoltavo una cassetta dove c’erano il brusio della folla, stridìi di macchine e il rombo di un elicottero. Questi suoni della natura e della vita mescolati in musica mi hanno portato a disegnare e scrivere le parti salienti di questo probabile ambiente, dove adattare la favola di Biancaneve.

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