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Cinema

Gatta nera, gatto bianco

e il caos nel mondo

Immagine articolo Fucine MuteLa 55° edizione della Mostra del cinema di Venezia, svoltasi nel mese di settembre, si è conclusa tra una marea di interminabili polemiche. Vi spiccano quelle relative alle voci di una telefonata dell’allora Vice-presidente del Consiglio Veltroni al presidente della giuria Ettore Scola, il quale sarebbe stato ‘invitato’ ad “assegnare un premio importante ad uno dei film italiani in concorso”. La diceria è stata raccolta al Lido da alcuni inviati di Radio Popolare Milano, diffusa dall’emittente e seguita da smentite, indignazione, interrogazioni parlamentari. Ci sono state poi le “irrevocabili” dimissioni del curatore della manifestazione Laudadio, le critiche al film italiano vincente, le interrogazioni parlamentari sulla legittimità dell’ingente finanziamento che dallo stato l’opera ha ricevuto e altro rumore ancora.(1).
Il Leone d’oro è stato conferito, da una giuria divisa e in evidente difficoltà, all’italiano Gianni Amelio per il suo lungometraggio Così ridevano. Che non è certo un capolavoro, a detta dello stesso Scola, maggior sostenitore dell’opera. È pur vero che il vincitore stesso, modesto, ha detto di “non essere certo più bravo di Kusturica e Rohmer”, onestà intellettuale che la critica dimostra di aver assai apprezzato.

Gatta nera, gatto bianco di Emir Kusturica ha ricevuto il Leone d’argento. Il regista torna così a fare cinema dopo aver giurato in seguito alle accuse politiche suscitate da Underground che avrebbe per sempre abbandonato la settima arte. Questa volta non ci sono state polemiche, ma un grosso consenso di critica e l’enorme simpatia del pubblico.
Tullio Kezich su Il Corriere della Sera afferma che Kusturica “si è scrollato di dosso la storia e la politica e ha scelto la libertà. Impossibile trovare la minima eco della guerra civile in questa rapsodia zingaresca, che racconta una pasticciata vicenda di amori e interessi sulle rive del Danubio, con personaggi a tutto tondo, vividi e scatenati. A questo proposito è logico pensare alla letteratura picaresca, ad un romanzo come ‘Pian della Tortilla’. La trama… conta poco: quello che importa è il ritmo indiavolato dello spettacolo, come se una fanfara schiamazzante stesse alle calcagna dei personaggi, rincorrendoli per due ore senza un momento di respiro.” (2) Per Irene Bignardi di Repubblica “la vitalistica, smodata, estrema allegria di un film coloratissimo, rumoroso, picaresco, agitato, grottesco, qualche volta persino poetico, è l’altra faccia di un dualismo per cui nella ex-Jugoslavia tutti hanno la pistola facile come nel West ai bei tempi, il denaro è la molla di ogni gesto e i clan sono prepotenti e l’un contro l’altro armati… ‘Gatta nera, gatto bianco’…è uno spaccio di divertimento in offerta speciale.”(3) Natalia Aspesi, in un’intervista con il regista, scrive: “Nel caos del film, nella costante allegria, gioia di vivere, nell’intreccio di imbrogli, pigrizie, sopraffazioni, pare di sentire una violenza fortissima che può scoppiare da un momento all’altro, che potrebbe trasformarsi nelle efferatezze che hanno insanguinato l’ex Jugoslavia”. Le risponde Kusturica: “Io ci sento invece dell’erotismo. Ma comunque il più allegro e violento personaggio del film è un serbo il cui titolo d’onore è quello di essere un criminale di guerra” (miei i corsivi).(4) Ha qualche riserva Andrea Crozzoli de Il Piccolo: “Tutto è sovrabbondante, potremmo definirlo il Marquez del cinema, tanto è carico il suo cinema”; oppure: “Film talmente ricco da sembrare barocco, ridondante, pieno di citazioni e autocitazioni (…). C’è il rischio della ripetitività, molti dicono che avevano già visto tutto nel suo precedente Underground (…) si aspettavano qualcos’altro dalla sua esuberante fantasia.”(5)

Immagine articolo Fucine MuteL’ispirazione per quest’opera venne a Kusturica mentre girava un documentario su una band musicale di zingari. Gli capitò di assistere a un matrimonio gitano svoltosi nonostante la morte del nonno. Complice la noia si scordò della sua vecchia promessa e chiese a Gordan Mihic’ di scrivere una sceneggiatura basata sulle suggestioni suscitategli da quelle nozze. Nacque un film in cui i protagonisti sono zingari e l’evento principale è un matrimonio, con tanto di nonno morto. Emir ama il popolo Rom, il popolo dei vagabondi: il solo “che non cambia mai, che sfiora quella che noi chiamiamo civiltà senza lasciarsene contaminare…Sono eterni e indistruttibili come le comunità di insetti che seguono il disegno arcano e geometricamente perfetto della loro specie. Sono l’ultimo popolo capace di vivere immersi nei colori e nell’eccesso del kitsch”.(6) Formò il cast selezionando tra 3500 zingari; scelse quelli che avevano connotati fortemente caratterizzanti, tali da somigliare ai personaggi dei fumetti.

La storia è estremamente intricata: Matko vive in miseria e vuole fare un colpo che gli cambi la vita. Per questo ha bisogno di soldi e si indebita con un ricchissimo vecchio zingaro e il ras dei gangster locali; quest’ultimo gli tesse un inganno e il malcapitato perde soldi e colpo. Il ras rivuole il proprio denaro, a costo di porre in atto le sue terribili minacce. Alla fine concede a Matko una possibilità: il disperato dovrà costringere suo figlio a sposare la brutta e bassa sorella del gangster. Le nozze si celebrano nonostante la morte del nonno dello sposo, il cui cadavere è nascosto in soffitta. La sposa, infelice quanto il consorte, fugge dal convito. Braccata dal fratello , nel bosco si imbatte nel gigantesco nipote del primo creditore di Matko; ed è amore a prima vista. Si vogliono celebrare nuove nozze ma altri imprevisti, tra cui l’improvvisa morte del creditore, sconvolgono tutto. Alla fine comunque la situazione in parte si riassesta: il ras precipita nella fogna; i due nonni tornano in vita; tra la confusione generale il figlio di Matko e una bella zingara, la ragazza che veramente ama, fuggono in barca lungo il Danubio, trascinandosi dietro il funzionario del comune che dovrà sposarli. Entrano ora attivamente nella storia i due gatti, nero e bianco, già comparsi in diverse inquadrature sullo sfondo degli eventi rappresentati: faranno da testimoni.

Immagine articolo Fucine MuteGatta nera, gatto bianco è un ottimo film e ha ricevuto la stima e l’approvazione che merita. Tuttavia non ne sono forse state comprese del tutto la complessità e profondità. Come è naturale che accada, a caldo la critica ha sottolineato i tratti stilistici più vistosi e ne ha colto i messaggi ideologici più evidenti. Ma attraverso immagini di straordinaria potenza espressiva ed evocativa e di eccezionale forza plastica, dense di colori sgargianti, rimandi sapienziali e significati simbolici , il regista abbraccia un mondo estremamente vasto di valori e tematiche, affronta problemi di attuale interesse culturale e supera le circostanze storiche per sfiorare questioni di carattere universale.
In questo breve quadro tratterò gli aspetti di stile e contenuto che mi sono parsi più importanti:

a) tematiche di carattere sociologico sono presenti e hanno un posto importante nell’opera. La politica è stata abbandonata, di certo nella sua accezione pratica . Ma ciò non impedisce al regista di muovere in forma allegorica una critica mordace e amara alla propria società. Si pensi al ras e alle sue manie: la cocaina che porta nel crocifisso (la religione è molto sentita nei Balcani, in una forma o nell’altra), le continue raffiche di mitra che spara, l’ostentazione della propria ricchezza, le belle donne che gli sculettano intorno, le macchine di lusso, la musica da discoteca assordante. È un insieme di miti culturali molto forti nei Balcani, terra sconvolta dalla guerra e dal brusco passaggio all’economia capitalistica. In questo personaggio tali miti vengono concentrati e presentati con uno stile barocco che ha certo una componente parodica. Ci sarebbero altri esempi, e numerosi; importante però è non insistere, oltre le dovute misure , su questa interpretazione: la realtà sociale serba è presente, ma in un’opera che per profondità la trascende.

Immagine articolo Fucine Muteb) il timbro stilistico del film è forte e sicuro. È in parte corretto parlare di sovrabbondanza e ridondanza. È di certo sbagliato considerarle fini a se stesse. Lo stile è effettivamente barocco. Però è un barocco funzionale: a una denuncia parodistica, nel caso più semplice.
Ma pensiamo alla sequenza della fuga della sposa: qui il ritmo del montaggio si fa serrato, si susseguono brevi inquadrature con eventi inverosimili, sature di colore, piene di rimandi culturali e allusioni simboliche; tutto è talmente denso di significato che questo trabocca, esplode insieme allo schiamazzo della musica e al vorticare dei colori: è il caos. La forzatura espressionistica della realtà ne rivela la natura caotica e assurda. In questa e altre simili sequenze il rumore, la fanfara, gli animali, gli uomini più bizzarri, le situazioni più esilaranti, tutto è presentato con sentimento d’amarezza, così come sentiamo terribilmente amara l’opera stessa nel suo complesso. Quel mondo di zingari e allegria che molta stampa ha esaltato (come vedremo non erroneamente, ma forse con troppa fretta) quale modello alternativo di vita acquista connotati ambigui: vi intravediamo i nostri vizi giungere alle estreme conseguenze, e con questi il disordine, la mancanza di punti di riferimento l’assurdo del nostro mondo. Avvertiamo l’equivoco tragico che è base della nostra civiltà. La sua natura malata. La disarmonia del suo intimo. Percepiamo il morbo che inesorabile, in silenzio, ci corrode. In quelle sequenze la volontà umana sembra dissolversi e il caso decide la stramba evoluzione degli eventi. Noi vi ritroviamo la nostra caducità, l’essere in balia di un destino sconosciuto e ingovernabile.

c) Al troppo, al sovrabbondante degenerato in assurdo, si oppone l’essenza, il principio: la gatta nera e il gatto bianco, “bianco e nero come gli estremi della vita, le sue superstizioni, la sua non razionalità, legata alla mistica dello sguardo dei gatti”(7). Il film potrebbe essere letto come una continua tensione tra l’eccesso precipitato in caos e gli opposti distinti. Ma sarebbe una brutale semplificazione; i gatti hanno caratteri inquietanti, il loro sguardo ci sfugge. In un’inquadratura essi si accoppiano: gli opposti rinunciano alla loro forte peculiarità, si confondono, si uniscono e nel loro unirsi generano la vita. Di loro non fanno a meno i due innamorati che alla fine fuggono dal loro mondo disordinato soli su una barca, col funzionario del comune e i due gatti per testimoni. Fuggono verso un mondo nuovo dove ci sarà nuova vita.

Immagine articolo Fucine MuteL’opera è una riflessione sugli eterni dubbi dell’esistenza. Un’esplorazione della vita che acquista un fascino erotico osservandone i tortuosi meandri, e non teme di affrontare quel cupo fondo di violenza che è parte di noi e che noi stessi inconsapevolmente, accecati dalla nostra demenza, abbiamo generato, ma che preferiamo ignorare, perché temiamo che la sua vista potrebbe agghiacciarci e travolgerci.
L’opera (e l’autore) si rifiutano di ignorare questo fondo, e tutto ciò che della vita sentiamo oscuro e tremendo: ma vi risponde con l’arma del riso demistificatorio, con l’immersione nella varietà del mondo nella ricchezza dei colori e delle cose, la quale permette di eludere quella diretta e scioccante percezione che soffocherebbe. Così si evita lo spavento che paralizza; e nella quiete interiore, offerta dalla contemplazione della bellezza, la voce della volontà si fa più limpida, l’uomo può adoperarla con efficacia lucidità, equilibrio e maggiore speranza nella ricerca di possibili soluzioni e vie di salvezza. Eppure questo rimane un vitalismo sofferto, minacciato dalle torbide ombre che l’abisso comunque proietta, rappresentato efficacemente da quel mondo di zingari dove una parossistica allegria tende a degenerare in caos. Prima di concludere, un’ultima osservazione. Quel mondo variopinto di zingari è barocco: con ciò credo si suggerisca che barocca è l’unica bellezza concessa all’uomo nel caos, nella cloaca in cui egli stesso ha trascinato se stesso e il mondo. L’uomo si è autocorrotto: ma nella sua anima resiste ancora con l’ostinazione di ogni valore eterno la bellezza. Il fare dell’uomo è strambo, ogni sua azione lo riporta al punto di partenza, lo fiacca senza alcun risultato positivo: ma anche in un mondo di caos e coazione, nell’umano annaspare si esprime la bellezza, sia pure nel modo fronzoloso e un po’ kitsch del barocco di Kusturica. Sembrerebbe quindi che il popolo gitano immerso nell’eccesso del bello sia ritenuto l’ultimo bene e l’unica alternativa rimasti all’uomo.(8)

In conclusione, Gatta nera, gatto bianco è un film complesso di indubbio valore. Il regista vi ha profuso tutta la propria straordinaria e passionale personalità. Con uno stile sicuro di forti tinte espressionistiche e sequenze dense di allusioni simboliche e rimandi sapienziali, ha affrontato consapevolmente le inquietanti problematiche del nostro tempo. Le ha trascese in un’interrogazione sui profondi problemi dell’esistenza. Ne ha affrontati gli aspetti oscuri ed inquietanti con la forza del riso e l’amore per la vita.

Kusturica mette da parte l’oggi, la storia recente e quella passata. Molti si aspettavano un film politico o una storia vicina alla situazione balcanica di oggi.  Interrompe il sodalizio con collaboratori abituali come il direttore della fotgrafia Vilco Filac, il musicista Goran Bregovic e si affida alla penna di Gordon Mihic, grande sceneggiatore del cinema jugoslavo e già collaboratore ne “Il Tempo dei Gitani”.

Evitato con cura qualsiasi riferimento alla Jugoslavia del dopoguerra, Kusturica ci regala una favola surreale che è un omaggio al cinema, un inno alla vita e all’amicizia che ha per protagonisti un gruppo di zingari e la loro musica travolgente.

Per Kusturica, “Gatto Bianco, Gatto Nero”, rappresenta “l’inizio di un nuovo ciclo. Dopo Underground e le polemiche che il film ha sollevato ero deciso a smettere” ha raccontato il regista. “Fare questo film è stato come affrontare la prima regia, io ci ho messo lo stesso entusiasmo e la stessa energia del mio primo film.”

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