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Cinema

Il regista, il fotografo e alcune signore brune

all'interno della "Epoca de Oro" del cinema messicano

L’antefatto

Il 5 dicembre 1930 giungevano a Città del Messico, provenienti dalla California, tre cittadini sovietici.
La trasferta ferroviaria era piuttosto lunga e scomoda in quegli anni, e quando finalmente arrivarono al loro albergo, ebbero la sgradita sorpresa di venire accolti dalla polizia della capitale, che, come benvenuto, li trattenne in guardina per ventiquattrore.
Si parlò di un banale equivoco, ma il vero motivo rimase sempre oscuro. I loro nomi erano: Sergej Eisenstein, regista cinematografico, Edvard Tissé, fotografo, e Grigor Alexandrov, aiuto-regista e segretario. Nei giorni successivi, il Señor Presidente del Messico, Pascuál Ortiz Rubio, ebbe modo di scusarsi e di offrire un ricevimento in loro onore.

L’avventura messicana del regista sovietico e dei suoi due collaboratori è nota. Eisenstein aveva già firmato in patria alcuni capolavori: “Sciopero” nel 1924; “La corazzata Potëmkin” (1925); “La linea generale” (1926); “Ottobre” (l927). Nel ‘28 e nel ‘29 aveva viaggiato in Russia, Francia, Inghilterra, e nel maggio del 1930 era arrivato in USA con un programma ben preciso: fare un ciclo di conferenze sopra il cinema sovietico, e imparare a Hollywood le tecniche del sonoro, che da un paio d’anni era letteralmente esploso negli studios californiani, determinandovi il sovvertimento che ben sappiamo.
Era indispensabile che Eisenstein potesse tornare in Russia recando molto materiale filmato, e fu proprio in quei giorni che decise di realizzare in Messico il suo primo esperimento sonoro. A Hollywood era stato accolto con simpatia dall’ establishment locale, e molti lo incoraggiarono nel suo progetto, fra i primi anche Charlie Chaplin. Lo scrittore Upton Sinclair e la sua ricca moglie, con altri amici, avrebbero provveduto al finanziamento.

Eisenstein e i suoi collaboratori realizzarono in Messico diecine di migliaia di metri di pellicola. Volevano la scoperta e la valorizzazione di un mondo ancora primitivo, rispetto alla ricca nazione d’oltre confine (malgrado fossero proprio gli anni della grave depressione economica): un mondo pieno di un fascino sconvolgente, ignoto a gran parte degli americani che, del grande paese south on the border conoscevano soltanto il folclore, le rivoluzioni, i violenti caballeros e le sinuose senoritas, che il cinema sonoro aveva subito catturato in forma di spettacolo, con films come “Rio Rita”, “Beyond the Rio Grande”, “Rose of the Rio” e molti altri “Rios” musicali che tra il ‘29 e il ‘32’ avrebbero contribuito a etichettare un Messico da cartolina, fra il turismo e una specie di operetta “latina”.
Le cose non andarono bene: insufficiente il finanziamento americano, poco controllabile l’immenso materiale girato. Si doveva via via spedire la pellicola in America, non essendo idonei i locali laboratori di sviluppo. E le spese si andavano dilatando oltre misura. Si dovette sospendere il lavoro.
In America il frutto delle loro fatiche venne rielaborato, montato e smontato varie volte. I singoli spezzoni vennero sovente presentati in visione come unici, e con titoli diversi (“Thunder over Mexico”, “Time in the Sun”, “Sinfonia Messicana”…).
Nel marzo 1932 i tre cineasti devono rientrare in USA, non senza qualche altro intoppo poliziesco a Laredo, sul confine.
Eisenstein rientra poco dopo a Mosca, e non rivedrà mai più il Messico. Potrà visionare i residui del suo immenso lavoro solamente nel 1946.

Immagine articolo Fucine Mute

Da molti anni ormai possiamo tutti vedere, su pellicola o in video, “Que viva Mexico!”, con il titolo voluto dal suo autore, grazie all’accurato lavoro di ricupero e di montaggio dello stesso Aleksandrov: possiamo ammirare almeno una parte del capolavoro di Eisenstein, con la raffinata fotografia di Edvard Tissé, e avere la netta sensazione del suo valore di grande film incompiuto.
Per il cinema messicano, il fatto che un regista ed un fotografo di grande prestigio internazionale si fossero interessati del loro paese, ai paesaggi, agli indios, alle cerimonie, alle feste, fu un grande motivo di sprone e di entusiasmo. Forse non è esagerate l’affermazione che il cinema messicano sia veramente nato dall’intuizione di quei tre stranieri affascinati dal mondo-rivelazione in cui avevano lavorato. Parecchi intellettuali messicani avevano mostrato un grande interesse per la presenza del grande regista nel loro paese. Nella rivista “El Ilustrado”, del luglio 1931 si racconta di una specie di continuo pellegrinaggio di giornalisti, pittori, scrittori, fotografi, curiosi, verso gli studi dove operavano i tre russi, con la loro troupe.

Tornato in Russia, Eisenstein vi attraversa alcuni anni di assestamento professionale e psicologico, in parallelo con gli avvenimenti politici del paese. E finalmente (siamo ormai nel 1938) gira il suo “Aleksandr Nevskij”. Ci piace immaginare che il regista, mentre le splendide geometrie bianco-nere del suo fedele Tissé esaltavano la famosa battaglia sul lago gelato, avesse pensato per un momento alle piante di maguey sotto il sole e ai cieli sconfinati del Messico, al suo splendido sogno interrotto…


La storia di Emilio, “El Indio”

Emilio Fernández era nato nel 1903 a Hondo, nella regione di Coahuila, uno degli Stati della federazione messicana confinanti con gli USA. Suo padre era puro mexicano, sua madre era una vera india. Ragazzo ribelle, giovane inquieto, coinvolto nel 1923 nella rivoluzione di Pancho Villa che lo aveva reso orfano di padre e nella quale avevano combattuto i suoi fratelli, fugge fortunosamente oltre confine, e arriva a Los Angeles, dove esercita mestieri di ogni genere. Di questo suo periodo giovanile in America avrebbe poi fornito dei dati spesso poco controllabili, o addirittura contraddittori: comunque, entra in contatto con il mondo di Hollywood in grande espansione e, analogamente ad altri coetanei immigrati dal Messico, si adegua al lavoro di comparsa in molti films nei quali fosse richiesta la prestanza fisica di un giovane indio. E il soprannome di “El Indio” gli resterà addosso per tutta la vita, con suo grande orgoglio.
Hollywood era giovane come questo intraprendente latino in cerca di fortuna e di nuove esperienze. Si vantò, in seguito, di aver vissuto un poco verosimile idillio con Greta Garbo, giovane stella nascente d’importazione europea, e di aver fatto amicizia con Rodolfo Valentino.
L’attrice messicana Margo, protagonista del mitico “Orizzonte perduto” di Frank Capra, ricordava di averlo ospitato a casa sua, sempre a Hollywood, piuttosto affamato, con altri suoi giovani compatrioti, tutti pronti a sfondare le notevoli barriere del cinema verso gli stranieri poveri.
Nel 1932 Emilio ha l’occasione di assistere ad una proiezione privata e non autorizzata di una pellicola, o meglio di segmenti di pellicola di tale “Senor Sergio Eisenstein”. Ne rimane, a suo dire, folgorato. “Non sapevo che il cinema potesse essere così bello e grandioso, e per di più ci vidi il mio Messico! E fu così che presi la mia decisione: avrei fatto anche io del cinema, e cinema messicano”.
Tuttavia la sola visione di brani di pellicola del grande regista non sarebbe forse bastata a fare di lui un uomo di cinema. è molto più probabile che l’influenza di Eisenstein si facesse sentire alcuni anni dopo, quando una serie di circostanze fece maturare nel giovane avventuroso un nuovo concetto della sua patria.

Immagine articolo Fucine MuteNel 1934 é di ritorno in Messico, e appare come attore in alcuni ruoli secondari. L’anno seguente é il protagonista di “Janitzio”, un film drammatico del regista Carlos Navarro, nella parte di un indio nativo d’una piccola isola sul lago di Pátzcuaro (attuale meta turistica molto nota), che vive una storia d’amore e morte. Nel 1936 è nel cast di “Allá en el Rancho Grande” del regista Fernando De Fuentes, un’opera famosa con un Messico ancora folcloristico e musicale e un successo enorme anche all’ estero, ma che lascia Emilio insoddisfatto, sia per il ruolo che gli viene affidato, sia perché lontano dal cinema “vero” verso il quale si andava fortemente orientando.
Per parecchi anni è molto attivo e molto richiesto, in ruoli spesso secondari di indio o anche di charro (qualcosa come un elegante cow-boy di classe). Assume il ruolo di regista in un paio di film di scarso impegno, ma ecco giungere finalmente il 1943, che è il “suo” anno. Un produttore illuminato, Agustin Fink, offre a Fernandez la direzione di un film di migliore impegno e qualità, conforme con i suoi ideali giovanili, accesi da Eisenstein e mai sopiti in tutto quel tempo.
Ne risulta un film che ha per titolo “Flor Silvestre”. Emilio ha alla cinepresa Gabriel Figueroa, un nome che si accompagnerà col suo in un indimenticabile sodalizio d’arte. Figueroa è già attivo in Messico da dieci anni, e famoso quanto basta per entusiasmare Emilio. Lo sceneggiatore è Mauricio Magdaleno, e i tre hanno quasi la stessa età: per alcuni anni si viene a formare un terzetto che ci ricorda in qualche modo i tre russi dei primi anni ‘30.

Con “Flor Silvestre” ha inizio un periodo felice del cinema messicano. Martini e Vidal, nell’introduzione al loro volume “Le età d’oro del cinema messicano” considerano il decennio 1940-50 come uno dei più originali e creativi.
Il binomio Fernàndez-Figueroa ne è la solida base, con il supporto di attori eccellenti come Dolores Del Rio, Maria Felix, Columba Dominguez, Pedro Armendáriz.
El Indio ha trovato la sua strada. è anche ben visto dai politici di questo Messico in progresso sotto la presidenza di Lázaro Cárdenas e del suo successore Avila Camacho.
Il Messico é alleato, unico stato dell’America Latina, con gli USA in guerra. Non manda truppe, ma ben trecentomila messicani andranno in quegli anni a lavorare oltre il “difficile” confine nord, per sostituire gli uomini in guerra in Europa.
Intanto, al di qua del confine, il cinema è al meglio della produzione, in testa a tutte le altre cinematografie di lingua spagnola. Questa è un’epoca “d’oro” sia per gli schermi messicani, che per gli ottimi incassi.
I film di Fernández, dopo “Flor Silvestre” si susseguono a breve distanza: “Maria Candelaria” nello stesso 1943, poi “Las Abandonadas” e “Bugambilia” nel ‘44, poi “La Perla” nel ‘45, “Enamorada” nel ‘46, “Rio escondido” nel ‘47, “Maclovia” nel ’48, “Pueblerina” e “La Malquerida” nel ‘49, e “Salon México” nel 1950. Ne seguono ancora altri, ma questi sono i titoli più importanti, anche per merito dei loro protagonisti e soprattutto delle protagoniste. Ognuna di queste pellicole porterà qualcosa di nuovo e di fondamentale per il cinema messicano. E questo qualcosa non ci sarebbe stato, senza il contributo dell’obiettivo del fotografo Gabriel Figueroa.


Gabriel, l’obiettivo indispensabile

Durante la troppo breve vicenda messicana, il regista Eisenstein aveva avuto come direttore della fotografia Edvard Tissé, russo di lontana origine francese, che all’inizio di quegli anni trenta era già considerato un maestro.
Proprio in quel periodo si stava orientando verso il cinema un messicano, Gabriel Figueroa, appassionato di fotografia, che riconobbe in Tissé un modello cui ispirarsi. Era nato a Città del Messico nel 1907, e nella capitale si guadagnava da vivere facendo il ritrattista per le stelle del cinema locale. Ma nel 1933 iniziava un intenso lavoro di fotografo di scena in parecchie pellicole, e nel ‘35 otteneva una borsa di studio per recarsi a Hollywood con lo scopo di perfezionarsi.
In America si guadagna la stima e l’amicizia di Gregg Toland, un altro “grande” della cinepresa, che sarebbe poi scomparso a soli quarantaquattro anni, lasciando una preziosa eredità di innovazioni tecniche ed artistiche ( basta citare “Citizen Kane” e l’uso del deep focus da parte di Toland).
Nel 1936 Figueroa é di ritorno in Messico. Dirige la fotografia di “Allá en el Rancho Grande” di Fernando De Fuentes, un film di successo, nel quale c’é come attore anche Emilio Fernández, come abbiamo già visto.
Per quasi un decennio Figueroa svolge un enorme lavoro: trentasei film con vari registi, fra cui l’attivissimo De Fuentes ed altri.

Il “grande incontro” con Fernández é del 1943 e il film é proprio “Flor Silvestre”. Questa prima opera della loro collaborazione é ambientata ai tempi della Rivoluzione, una storia d’amore e di contrasti fra tradizione e modernità, dove il lavoro di Figueroa si rivela essenziale nel rendere luci ed ombre della vicenda e del paesaggio.
Abbiamo già visto la fitta successione di titoli con il marchio del regista e del fotografo, e ne parleremo ancora. Ma qual’era il segreto di Figueroa, di quest’uomo magro, dai lineamenti marcati, sempre al fianco dei suoi registi, raramente in contrasto con loro, instancabile ed entusiasta del suo lavoro?
Da un articolo del giornalista Albert Ruiz Sánchez del l988: “Figueroa fu un artista ed un inventore di strumenti quali lenti e filtri, illuminazioni, processi di laboratorio. Molte delle sue scoperte furono usate da altri fotografi in tutto il mondo (ed é un aspetto poco noto della sua grande carriera), come pure le sue formule di composizione della scena e i mezzi di natura estetica che furono poi riprodotti da altri.”
Ma, a parte la classe del suo obiettivo, va sottolineato il suo lavoro sui personaggi, sul paesaggio, sugli interni, in perfetta armonia con lo spirito dei suoi registi. È evidente la sua ispirazione ai muralisti messicani della sua epoca: Orozco, Siqueiros e soprattutto Diego Rivera. E non si può ignorare anche la sua istanza sociale, che lo animò per tutta la vita, in un paese dove i poveri erano “veramente poveri”, e i ricchi non sempre buoni e generosi. Vanno infine ricordate le stampe popolari del grande incisore José Guadalupe Posada, nelle quali sembra di vedere qualcuno dei poveri di Buñuel, l’altro grande regista per il quale Gabriel avrebbe lavorato in seguito.
La collaborazione con Fernández si prolunga fino a metà degli anni 50, periodo in cui, salvo poche eccezioni, Emilio comincia a risentire della sua vita privata piuttosto intensa ed irregolare. El Indio non vuole assolutamente staccarsi dal cinema e per molti anni ancora alterna la regia a prestazioni come attore, fino alla sua morte, nel 1986.

Immagine articolo Fucine MuteNon si può parlare di Figueroa senza ricordare il suo lavoro con Luis Buñuel al tempo del fecondo periodo messicano del regista spagnolo. Il risultato si identifica con alcuni capolavori come “Los olvidados”, “Nazarin”, “El angel exterminador”, “Simon del desierto”, e alcuni altri. Buñuel aveva molta simpatia per Figueroa, e ci raccontano alcuni spiritosi episodi in proposito. Gabriel apprezza la forte personalità del regista, e lo asseconda splendidamente nel rendere le sue atmosfere ora surreali, ora realiste o intriganti.
La firma di Figueroa è presente anche in alcune opere di famosi registi americani, come John Ford (The Fugitive, l947) e John Huston (The night of the Iguana, 1963). E proprio il suo secondo film con Huston (Under the Volcano, 1983), da Gabriel poco apprezzato perché a colori, è anche l’ultimo della sua lunga vita. Muore a Città del Messico, novantenne, nel 1997. Il suo nome resta compreso tra quelli dei più grandi fotografi, Edward Tissé e Gregg Toland, il suo ispiratore e il suo primo maestro.
Nello scorso agosto 1998 viene presentata a Pordenone una mostra dal titolo “Gabriel Figueroa, gli occhi del cinema messicano” che in giugno- luglio era stata inaugurata a Bologna. In queste due uniche sedi italiane, si sono potuti ammirare una serie di 85 fotogrammi tratti dai suoi film con Fernández e Buñuel.
Anche in queste immagini senza movimento, tutta la grande capacità del mago. della. cinepresa è emersa, sorprendente.


Le attrici di Emilio

Il regista e il fotografo hanno lavorato bene, nella loro “Temporada de oro” cinematografica. Ma per noi spettatori il giudizio deve comprendere anche alcune figure femminili.
Se Fernández fu la mente e Figueroa gli occhi, le loro attrici furono il volto bellissimo dei loro film più famosi. E questi film hanno quasi sempre per titolo un nome o un aggettivo femminile: Maria Candelaria, Enamorada, Maclovia, Pueblerina, La malquerida… I nomi da ricordare sono almeno tre: Dolores Del Rio, Maria Félix, Columba Dominguez.

Dolores, o il grande ritorno

I meno giovani tra il pubblico ricorderanno senz’altro una figura mai dimenticata: sorriso luminoso, forse un po triste, zigomi sporgenti sul volto delicato, occhi nerissimi, corpo slanciato, dall’andatura morbida e leggera. Perfettamente a suo agio nei ruoli di giovane india o di sofisticata lady esotica. Era coetanea o quasi di Fernández, nata nel 1905 a Durango, una città piuttosto lontana dalla capitale, col nome di Dolores López Negrete, da famiglia benestante. Ottima l’educazione borghese, trascorsa serena, col nome affettuoso di Lolita, e piuttosto precoce il matrimonio a soli diciassette anni, con Jaime Del Rio, di cui assume il cognome che resterà suo per sempre. Luna di miele in Europa, inclusa ovviamente Venezia, e ritorno alla bella casa a Città del Messico, e al “rancho” campestre d’obbligo. Discreta la noia per gli impegni socio-mondani del ricco marito, con recite e pantomime fra gli amici perbene.
La novità arriva nel 1925, nella persona dell’americano Edwin Carewe, in viaggio con la moglie in Messico, produttore cinematografico indipendente ed ex-regista, più anziano di vent’anni della bella Lolita Del Rio, e interessato a realizzare qualche film messicano, o meglio alla maniera messicana, secondo la solita mentalità di produttore alla moda. Dolores non sapeva una parola d’inglese, ma non le mancavano le doti per interessare Mister Carewe. Si esibì ad un ricevimento, in qualche numero di danza, (era una sua passione coltivata fin da piccola), e Carewe le propose dì venire in California a fare l’attrice. Il marito di Dolores andò personalmente a Hollywood per il contratto e per controllare la serietà della proposta.

Aurelio de los Reyes, studioso del cinema messicano e biografo della Del Rio, scrive, da un’intervista: “Io fui realmente la prima messicana che spezzò le catene, e che da dama di società passò ad attrice. E, cosa inusitata, con l’appoggio di mio marito!”.
Ci piace ricordare che il materiale fotografico per il suo nuovo lavoro le venne preparato da Tina Modotti, già famosa in Messico, e sua buona amica: due “signore brune” con destini tanto diversi, ma tanto uguali nel loro indiscutibile fascino, la messicana borghese e una grande fotografa, in passato povera emigrata friulana. Non ebbero più occasione di incontrarsi.
A Hollywood, dal 1925 al ’31, Dolores è impegnata in alcuni film muti, e il primo è diretto dallo stesso Carewe, con il titolo “Joanna”, un ottimo successo. E già l’anno dopo, l’affermazione completa con “What price Glory” di Raoul Walsh, con Victor Mac Laglen, un film di guerra che abbiamo visto nello scorso ottobre alle “Giornate” di Pordenone, con la musica di Erno Rapee aggiunta al film dopo la sua uscita con il sistema Movietone.
La felice combinazione Walsh-Mac Laglen-Del Rio, sempre nel 1926, si ripete con “The Loves of Carmen”, una parte su misura per l’attrice messicana. In questo film Dolores lavora a fianco di una compatriota già affermata in America, Lupe Vélez, un’attrice dalla vita tormentata, finita poi in un suicidio.
Seguono ancora, sull’onda del successo, altri film, diretti spesso da ottimi registi, come Clarence Brown e George Fitzmaurice, che avrebbero avuto anche la Garbo fra le loro attrici. Dobbiamo ricordare almeno “Ramona”, del 1928, con la canzone dallo stesso nome, che si cantò nel mondo per decenni.

Immagine articolo Fucine MuteIntanto la vita matrimoniale di Dolores si fa movimentata. Divorzia da Jaime Del Rio, che morirà in seguito per una grave setticemia, e si congeda anche dal suo Pigmalione Carewe per contrasti finanziari.
L’affermazione del cinema sonoro non la trova impreparata, e prosegue la sua carriera a ritmo quasi frenetico. Nel 1930 sposa Cedric Gibbons, l’art director della Metro il cui nome ricorre continuamente nei titoli di testa della Casa di produzione. Questo matrimonio si rivela molto opportuno per lei, attrice eccellente, ma sempre bisognosa di appoggiarsi a qualche personaggio importante per la sua carriera.
In alcuni film musicali di quel tempo la presenza della splendida messicana è un elemento quasi indispensabile: “Flying down to Rio”, “In Caliente”, “Ali Baba”, “Wonder Bar”. Nel primo di questo elenco nasce la coppia Astaire-Rogers, altri suoi partners sono Al Jolson e Eddie Cantor nei successivi.
In “Flying down to Rio”, che è del 1933, un cliente del cabaret carioca in cui si svolge una scena, si volta verso la macchina da presa esclamando “Carioca, why not Carioca?” per richiedere all’orchestra il famoso motivo. Il cliente è Emilio Fernández.
Nel 1940 Dolores si separa anche da Gibbons e, appena ventoquattrenne, ha una relazione con Orson Welles che, trentaquattrenne, si dichiara follemente innamorato di lei. Il 1941 è l’anno di “Citizen Kane”. Cedric Gibbons, l’ex marito che le è rimasto amico, la protegge contro l’impopolarità che potrebbe derivarle dal suo rapporto con Welles, il giovane nemico del magnate della stampa Randolph Hearst, cui il “Kane” si ispirava in modo molto trasparente.
Nel ’42 la Del Rio interpreta “Terrore sul Mar Nero”, il film “maledetto” di Welles, che per contrasti con la casa RKO abbandona il set a metà del film, completato dal regista Norman Foster. Nello stesso anno si susseguono rapidamente alcuni avvenimenti importanti per Dolores: Welles non fa più mistero per la sua attrazione verso la giovane Rita Hayworth, e Dolores è veramente stanca della sua vita travagliata ed affannosa a Hollywood. Per di più suo padre, al quale, da figlia unica, è sempre stata molto legata, è morto di recente. Decide di tornare in Messico, presso la madre che vive sola. L’accompagna nel viaggio 0rson Welles, poi si lasciano per sempre, sembra “da buoni amici”.

Lolita Del Rio ha trentotto anni, ed una carriera maturata completamente in USA. Torna in patria senza alcuna offerta di lavoro, ed è Diego Rivera, famoso pittore e muralista, suo amico da tempo, a consigliarle una grande svolta, dedicandosi ad un cinema veramente “mexicanista”, del tutto diverso dagli schemi hollywodiani.
E così ha inizio la seconda carriera di questa donna infaticabile. Sarà veramente un grande ritorno a casa.
In Messico, in quegli anni si fa molto cinema: 73 film nel solo l943, dato che la guerra ha anche avuto una sensibile caduta delle importazioni da Hollywood.
Emilio Fernández ha già iniziato il suo lavoro di regista con due film di discreto successo. Gli presentano la diva che si era trovata brevemente accanto quando era un povero “extra” a Hollywood, e lui le offre la parte di protagonista in “Flor Silvestre”, che sta per cominciare a girare. Dolores rimane colpita dalla figura e dalla personalità dell’Indio, ignorando del tutto di averlo già visto prima, e accetta. Si tratta di una vicenda con una povera figlia di “peones” che sposa un ricco latifondista negli anni della Rivoluzione, con uno sfondo di eventi drammatici. Un autentico grande successo, la protagonista è per i messicani la loro Lolita, che non si è americanizzata come le altre dive latinas, e che torna fra la sua gente. Fernández ha ora con sè una diva che rinasce ed un fotografo che si sta affermando in modo eccezionale.

Ma questo è un film benedetto, perché c’è ancora una rivelazione nel protagonista Pedro Armendáriz, un attore trentenne che si rivelerà insostituibile nei personaggi diretti da Emilio: una figura statuaria e virile, quasi un alter ego del suo regista. Avrà una carriera intensa non solo in Messico, ma anche in USA e in Europa, con registi come Huston, Ford, Buñuel, e il nostro De Santis. Purtroppo morirà giovane, ancora in piena attività.
Nel l944 esce “Maria Candelaria”. Ancora i quattro nomi del film precedente, per una vicenda di amori contrastati, povertà e superstizione. La coppia di protagonisti consolida il proprio successo, Figueroa rende quasi magica l’atmosfera della palude di Xochimilco presso la capitale, e Dolores appare più bella e più giovane di prima.
“Maria Candelaria” é distribuito in tutto il mondo: nel ’46 ha due premi al Festival di Cannes, e nel ’47 tre a Locarno. Mentre l’Europa si sta rimettendo faticosamente dalla guerra, il pubblico scopre sorpreso i film di questi artisti d’oltre oceano, si parla addirittura di una “scuola messicana”. La Del Rio interpreta sei film per Fernández e dei circa ottanta della sua lunga carriera sono questi i più famosi, e di certo i più cari per lei.
Vi fu certamente fra lei e Fernández un rapporto sentimentale, mantenuto ad un livello di assoluta discrezione. Emilio, sempre facile a vantarsi delle sue numerose conquiste, non vi accennò quasi mai. In un’intervista a una rivista francese, nell’82, dice: “Nel primo film in cui lavorai da comparsa in America, la stella era Dolores del Rio, che in seguito sarebbe stata la mia compagna”. Non altro.

Intanto Dolores é molto richiesta, nel ’46 è la protagonista femminile di “Il fuggitivo” di John Ford, girato in Messico. “La Malquerida” (La non amata) del ’47 conclude la collaborazione con Emilio: i protagonisti sono ancora lei e Armendáriz, il soggetto un conflitto sentimentale tra madre e figlia. Accanto ai due c’è un’attrice molto giovane, che si chiama Columba Dominguez.
Di lei parleremo ancora.
La Del Rio ha superato i quarant’anni: e Fernández ha dato l’ultimo tocco alla sua maturità di attrice. La richiedono altri registi messicani: Gavaldón, De Fuentes, Galindo. Ha anche una parentesi teatrale, avendo sposato negli USA, dov’é tornata, l’impresario Lewis A. Riley. La sua attività é ancora notevole, anche senza toccare i ritmi di prima, e si concede anche dei discreti periodi di riposo. Nel 1967 è in Italia, nel cast di “C’era una volta” di Rosi, con la Loren e Omar Sharif.
La sua ultima presenza sullo schermo è del 1977, nel film americano “I figli di Sánchez” di Hall Bartlett. Muore in California nel 1983, e nello stesso anno le viene dedicato il festival cinematografico di Huelva, in Spagna. La sua bella immagine figura, dal ’91, in un “Mural” sull’Hollywood Boulevard.

“Maria Bonita”: il carattere

Immagine articolo Fucine MuteMaria Félix nasce ad Alámos, nello stato messicano di Sonora, “un otto aprile d’un anno che molte persone vorrebbero sapere, ma che io non ho voglia di citare”. Con questa frase di introduzione si delinea subito il carattere della seconda diva di Emilio Fernández, più giovane della Del Rio e tanto diversa da lei. L’anno è il 1915, comunque. E lei è una dei ben dodici figli di Bernardo Félix, un funzionario statale di provincia.
Maria cresce a Guadalajara, la seconda grande città del Messico, dove non mancano delle prospettive per una giovane molto bella e molto ambiziosa. Arriva presto al matrimonio, che sarà il primo dei molti, e ha il suo unico figlio. Dopo pochi anni è già divorziata, affida il bambino ai suoi genitori costernati e va a Città del Messico, alla ricerca della sua grande occasione. Conosce Fernando Palacios, un cineasta in carriera che la istruisce, le corregge la dizione e la mette sulla giusta via per il cinema.
A ventiquattro anni fa i suoi primi due film, ma sarà il terzo quello importante, che la trasformerà in una vera stella. Il film é “Doña Barbara” con un regista già notQ come Fernando De Fuentes,ed è un ottimo successo. D’ora in poi, Maria sarà per il suo pubblico “La Doña”, la Signora. Realizza anche il sogno di poter tenere con sé il suo bambino.

“Doña Barbara” èdel 1943, lo stesso anno “magico” di Dolores Del Rio con “Flor Silvestre”.
La contabilità esatta dei suoi matrimoni non è delle più facili. La sua straordinaria bellezza, il suo carattere forte e impulsivo, la sua personalità di attrice scrupolosa, si associano con una vita sentimentale piuttosto complessa. Sicura di sé e del proprio fascino, diventa in patria e all’estero il simbolo del “glamour” prepotente della donna latina. Uno dei suoi successivi mariti è il famoso compositore Agustín Lara, quasi un Irving Berlin messicano, autore di infinite canzoni. A lei dedica la forse più famosa, che fa cosi:

“Acuerdate de Acapulco, de aquellas noches, Maria Bonita, Maria del alma…”

Maria vuole per sé una carriera tutta messicana. Non le interessano le molte proposte da Hollywood, e non ha nemmeno bisogno di qualche consigliere cui appoggiarsi, come era invece per Dolores.
Nel 1946 le viene proposto il ruolo di protagonista in un film “del migliore regista messicano”, che è, naturalmente Emilio Fernández. Maria risponde che non le interessa il miglior regista messicano, ma la migliore paga messicana. Il ruolo è suo.
Si incontrano così due personalità simili e forti, e qualcuno definisce Maria Félix “El indio en falda”, el Indio in gonnella.

La lavorazione del nuovo film procede bene, e nel l946 è ultimata. Maria ha con sé come interprete l’insostituibile Armendáriz, in una parte su misura per lui. La protagonista è una ricca ereditiera che respinge con sdegno un severo generale della Rivoluzione, per poi innamorarsene e seguirlo in guerra, proprio “Enamorada”, come vuole il titolo del film, che rievoca le leggendarie “soldaderas”, le soldatesse che si accompagnavano agli insorti sui campi di battaglia.
Nello stesso anno ’46, come abbiamo visto, la Del Rio è al lavoro, sempre in Messico, con John Ford e Figueroa nel “Fuggitivo” tratto da un romanzo di Graham Greene.
Il successo di “Enamorada” è clamoroso. Per molti critici é probabilmente il miglior film di Emilio Fernández, perché accosta ai toni drammatici consueti nel genere, degli spunti di commedia, sul contrasto amoroso dei due, con Figueroa che sottolinea nei suoi inimitabili giuochi di luce non solo il paesaggio, ma pure le architetture barocche dei saloni e delle chiese, oltre alle scene di battaglia.
Nel ’49 viene girato a Hollywood un remake dello stesso film, ancora diretto da Emilio, col titolo di “Beloved”, protagonisti Armendáriz e la brava Paulette Goddard, qui completamente fuori parte. Nei film del suo Messico, Maria è insostituibile.
Altri due film di Fernández con la Félix si susseguono puntualmente: “Rio Escondido” nel ’47 e “Maclovia” nel ’48. Nel primo, Maria è una maestra di scuola che insegue un sogno di libertà in un paesetto oppresso da ignoranza e miseria. In “Maclovia” abbiamo invece una specie di summa, persino eccessiva, delle raffinatezze estetiche che l’ambientazione può offrire allo spettatore. Vi emergono le bellezze scultoree della Félix e di Columba Dominguez.

Immagine articolo Fucine MuteDolores Del Rio e Maria Félix non ebbero mai molte occasioni d’incontrarsi. Vi sono tuttavia, nelle loro carriere, due film: uno è “Reportaje” di Fernández, che appartiene già alla fase del declino dell’Indio, e l’altro è “La Cucaracha” diretto da Ismael Rodriguez, con Maria protagonista e Dolores in un ruolo minore.
Il primo film è del 1953, il secondo del ’58. “Il mio ricordo migliore è che noi due facemmo amicizia”, dirà la Del Rio successivamente. Diverso il loro carattere, diversi i loro impegni, e le cronache non ebbero mai da riportare alcun contrasto fra le due attrici, in un rapporto, almeno ufficialmente, di reciproca stima e simpatia.
Nel 1955 Maria conclude il suo lavoro in Messico, salvo poche eccezioni. Non ha fatto moltissimi film con Fernández, ma la sua presenza li ha talmente segnati, che sembra di ricordarne molti di più. Sempre meno interessata a spostarsi a Hollywood, va invece volentieri in Europa. Ricordiamo una “Messalina” italiana, di Carmine Gallone (la sua fama giustifica il ruolo). Poi, in Francia, “French Cancan” di Renoir e “Gli eroi sono stanchi” di Yves Ciampi. Nel 1959 é la protagonista di “L’isola che scotta” di Luis Buñuel, con Figueroa alla cinepresa.
La permanenza in Europa le diede l’occasione di conoscere molti personaggi della cultura e dell’arte, come Picasso, Sartre, e Cocteau, che la definì “quella donna così bella da far male”. Dal “catalogo” dei suoi mariti, si può ricordare almeno Jorge Negrete, famoso attore-cantante messicano.
Maria ha oggi più di ottant’anni. Nel ’97, a Madrid, riesce ancora ad animare un ricevimento in suo onore litigando vivacemente con i giornalisti. Scrive Juan Ignacio Francia: “La Doña è il grande personaggio del cinema messicano, e con il fuoco del suo sguardo riesce ad incenerire anche le pietre”.

Columba, l’ultima. E le altre.

In “Rio Escondido”, secondo film di Fernández con la Félix, appare nel cast un nome sconosciuto: Columba Dominguez. Nel film successivo questa attrice si affianca alla protagonista in modo quasi sorprendente: “Spiccano le presenze di Maria e di Columba come forze impressionanti, piene di sicurezza e sobrietà. Sono due esseri che si staccano dal “pueblo” che serve loro da ambiente, per venire a dirci che tutto é finzione, salvo la loro bellezza”. Sono parole di Juan Ignacio Francia, studioso del cinema di Emilio, ma avrebbe potuto dirle lui stesso.
Si sa poco della giovanissima Columba prima del suo film-rivelazione. Nel 1948 c’é “Pueblerina” (Ragazza di paese), un film girato in economia da Emilio, perché i produttori temono l’insuccesso di una ulteriore pellicola “indigena”. Columba si trova protagonista quasi senza volerlo, e conferma, questa volta da sola, la sua personalità di attrice. Fernández se ne innamora, pare, follemente: non è una delle sue abituali avventure, questa sarà la donna della sua vita, quella, che con alterne vicende, gli sarà vicina fino alla fine. Nel successivo “La Malquerida”, Emilio le mette accanto i suoi “grandi”, Dolores Del Rio e Pedro Armendáriz. La vicinanza dei due attori di rilievo, come in precedenza era accaduto con Maria Félix, anziché offuscarla, le giova molto.

Immagine articolo Fucine Mute“La Malquerida” è, come dice Emilio, “un drama para tres grandes figuras”, e Columba è la splendida “tercera”.
La giovane Dominguez è intelligente, seria, impegnata. Nel decennio 1950-60 è l’interprete di altri cinque pellicole dell’Indio, di varia importanza, ma tutte segnate dalla presenza magnetica di lei.
Purtroppo in questo periodo accadono per il regista alcuni fatti negativi. dal 1956 Figueroa non è più il suo fotografo inseparabile: lo reclamano altri validi registi, uno dei quali, come abbiamo già detto, è Luis Buñuel. Nello stesso tempo Emilio, che vive con Columba in una suntuosa villa della capitale, è in fase di declino. Troppe volte i suoi film si succedono velocemente, a scapito della loro qualità, tornando su precedenti soggetti male elaborati, e lui accetta spesso dai suoi colleghi registi dei ruoli di attore, anche secondario.
Gli anni passano. Nel 1976 un grave fatto di cronaca lo trova coinvolto in un omicidio per una rissa, e sconta due anni di carcere. Nel frattempo Columba ha lasciato il cinema e si è ritirata a vita privata, accanto alla figlia avuta da Emilio. In varie produzioni del tempo figura il suo nome come soggettista.

La decadenza di Fernández è ormai inarrestabile. Columba, dalla quale si era separato, ritorna da lui, per assisterlo fino alla fine, nel 1986.
E questa è la storia dell’ultima donna dell’Indio, entrata forse troppo tardi nella sua vita, portandogli il dono della sua bellezza, ancora oggi viva e affascinante nelle sue pellicole.
Un breve accenno, per concludere, ad altre due signore brune nel cinema di Fernández.

Nel 1945, un film di grande successo: “La Perla”, da un racconto di John Steinbeck, con Maria Elena Marqués e Pedro Armendáriz, girato in riva al Pacifico, non lontano da Acapulco. è la storia di un povero pescatore che trova in mare un’ostrica con una perla enorme. Il fatto, apparentemente felice, si porta dietro per lui, la moglie e il loro bambino una serie di disgrazie; e finiscono per gettare in mare la perla maledetta.
La storia é piuttosto semplice, ma il film offre due osservazioni importanti: Gabriel Figueroa impegnato in un insieme di esperimenti estetici di particolare suggestione, davanti alle sponde tropicali e alle lunghe onde dell’oceano, e l’interpretazione della Marqués, anche lei giovane ventenne, già notata in un ruolo secondario con Maria Félix, in “Doña Barbara”.
Maria Elena Marqués e Figueroa hanno ciascuno un riconoscimento al festival di Venezia. Per lei é il secondo e ultimo film con Fernández.
Le due figure della giovane sposa india e del pescatore, profilate sul mare, diventeranno un logo per il cinema di Emilio.

Silvia Pinal, classe 1930, è una delle attrici più amate del cinema messicano. Ha lavorato con i più noti registi del paese, e il vertice della sua lunga carriera è nei tre film che ha interpretato per Luis Buñuel in Messico: nel 1961 “Viridiana”; “El Angel Exterminador” nel ’62, e “Simón del desierto” nel ’64.
Per Fernández e Pigueroa è stata la protagonista di un solo film nel 1957: “Una cita de amor” (Un appuntamento d’amore) un successo, del quale la critica ebbe a dire che sembrava di assistere, anche per merito dell’attrice, a una rinascita dell’Indioq già piuttosto in ribasso a quel tempo. Ma purtroppo non fu così.
Una nota di colore, (di capelli, nel nostro caso): Silvia Pinal appare bionda in quasi tutti i suoi film, compresi tre di Buñuel, ma è chiaramente bruna nel film di Fernández e in qualcun altro. Il colore “moreno” dei suoi occhi e capelli è verosimilmente quello naturale.
Questa bella signora è stata in Italia pochi anni fa, per le giornate cinematografiche di Sorrento, dove hanno presentato il suo ultimo film (ma sarà poi l’ultimo?) “Modelo Antiguo”, di Rául Araiza, che è del 1991.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

Paco Ignacio Taibo: El Indio Fernández. Coleccion Ei Espejo de México, Editorial Planeta, 1991

Emilio Garcia Riera: México visto por el cine extranjero. Ediciones ERA, Universidad de GuadaLajara, México, l987

idem: El cine de Sivia Pinal. Universidad de Guadalajara, Instituto méxicano de cinematografia, 1996.

Aurelio de los Reyes: Medio siglo del cine méxicano (l896-l947) Editorial Trillas, 1988.

Idem: Dolores Del Rio. Centro de estudios de Historia de México, 1996.

Idem: A cien años del cine en México. Ed. Museo Nacional de Historia, 1996.

Cinema Zero e Cineteca del Comune di Bologna: Gli occhi del cinema messicano, Gabriel Figueroa. Mostra fotografica, 7-31 agosto 1998. Pordenone.

FONTI BIBLIOGRAFICHE E ICONOGRAFICHE

Roberto Berdecio and Stanley Appelbaum: Posada’s popular mexican prints: 273 cuts by José Guadalupe Posada. Dover Publications, 1972.

Francisco Sanchez: Cronica antisolemne del cine mexicano. Universidad veracruzana, México, 1989

Andrea Martini e Nuria Vidal (a cura di): Le età d’oro del cinema messicano. Ediz. Lindau, Torino 1997.

Paulo Antonio Paranaguá (sous la direction de) Le cinema mexicain. Centre Georges Pompidou, Paris 1992.

Commenti

Un commento a “Il regista, il fotografo e alcune signore brune”

  1. Sono molto affascinata da questo grandissimo attore Mexicano, nonchè regista- produttore..sia x il suo lavoro…ma sopratutto per la sua personalità, il suo estro, nonchè il suo carattere, e la sua bellezza..sarebbe stato un grande onore x me averlo potuto conoscere… anche se era avanti con l’età, non mi stanco mai di leggere la sua autobiografia, mi affascina, mi incanta, mi intriga, ha vissuto una vita molto intensa…e devo dire che in me personalmente ha lasciato di se, un gran bel ricordo. E’ come se l’avessi conosciuto.

    Di gabriella amore | 26 luglio 2011, 19:48

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