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Cinema

Il poeta al cinema

Guido Gozzano nella Torino del primo Novecento

Torino, marzo-aprile del 1907. In città, due piccoli eventi, del tutto indipendenti tra loro.
Il primo riguarda il giovane ventiquattrenne Guido Gustavo Gozzano: dopo molte esitazioni e ripensamenti egli ha inviato, con la decisa mediazione della madre, una raccolta di versi (un volumetto di 84 pagine) alla nota casa editrice Streglio, e le poesie piacciono molto all’incaricato della verifica di novità letterarie, Diego Angeli.
Il giovane Gozzano è uno sconosciuto o quasi, ma la raccolta ottiene un grande successo a Torino e nel resto d’Italia, già nel giro di pochi mesi, con il valido sostegno di critici e letterati (Francesco Pastonchi, fra i molti). Il titolo del piccolo volume è La via del rifugio.
Il secondo avvenimento non è di natura letteraria. Si tratta di un atto notarile, redatto a Torino il 16 aprile 1907, ed è la costituzione di una società per azioni, la Anonima Ambrosio, che ha per oggetto la fabbricazione e lo smercio di film e materiali ottici.
La nascita di una casa cinematografica non è una novità nell’Italia di questi primi anni del secolo. A Roma è già attiva la Cines di Filoteo Alberini, a Milano la Comerio Film di Luca Comerio, e altre ancora sono in funzione a Venezia e a Napoli. Lo stesso Arturo Ambrosio, appassionato di fotografia, già proprietario d’un negozio di articoli ottici e d’un laboratorio di sviluppo e stampa, si era associato a Roberto Omegna, un geniale personaggio, diventato in poco tempo, da semplice interessato al cinema, un provetto operatore e studioso di riprese scientifiche.

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La collaborazione di Roberto Omegna con la casa Ambrosio ebbe come primo risultato, già nel l904, due documentari: il primo sulla gara automobilistica Susa-Moncenisio, il secondo sulle manovre degli Alpini in montagna.
Il buon esito di queste due pellicole aveva aperto la via alla Ambrosio e alla sua costituzione in società. Il cinema di Torino iniziava così la strada verso un primato, prima nazionale e poi mondiale.
Una breve nota storica: la famosa proiezione parigina dei Lumière del 28 dicembre 1895 aveva destato molto interesse a Torino: già nel corso del ’96 Vittorio Calcina, rappresentante della casa Lumière in Italia, era in grado di organizzare spettacoli con pellicole importate dalla Francia o addirittura girate da noi, per la maggior parte documentari di attualità.

Immagine articolo Fucine MuteEra inevitabile che il gusto del nuovo pubblico si rivolgesse ben presto ai film a soggetto, magari da affiancare al documentario. Da ciò la creazione di teatri di posa. Il primo della Ambrosio Film era in fondo al lungo rettilineo di via Nizza, poi ne sorse un altro più in periferia, lungo il corso della Dora, e in altre sedi ancora. Si giravano soggetti comici, drammatici. storici, ed emergevano i primi “divi” locali.
Roberto Omegna dirige in Africa degli ottimi documentari esotici, mentre un altro abile fotografo, Giovanni Vitrotti, si occupa di attualità in Italia e all’estero, in Russia e altrove. Lo sceneggiatore è Arrigo Frusta (pseudonimo di Augusto Ferraris): le trame spaziano dai grandi romanzi dell’800 alle avventure, alle comiche, ai drammi d’amore. Il successo è crescente, e Ambrosio apre ancora un vasto stabilimento con le migliori attrezzature.
Altre case vedranno la luce in Torino: la Aquila film, la Itala film, la “Pasquali e C.,tutte avviate alla fama.
Della nuova industria si occupa largamente la stampa quotidiana con le prime rubriche di cinema, ed è del 1910 la nascita di “La critica cinematografica”, prima rivista specializzata.
Non passa molto tempo: nel 1914 Torino ha il suo grande film, che è Cabiria, in prima visione al teatro Vittorio Emanuele, ed è il trionfo. La casa produttrice è la Itala film, il regista è Giovanni Pastrone, che assume il nome di Piero Fosco, la musica per l’orchestra è di Ildebrando Pizzetti, le didascalie di Gabriele D’Annunzio. Di Cabiria è noto ogni particolare, dal soggetto alle didascalie dannunziane che convalidano l’equivoco di una paternità del Vate (opportunamente accettata dai produttori) ben visibile su tutti i suggestivi manifesti. Il successo è veramente mondiale, tanto più che due anni prima é uscito l’altro kolossal romano, il Quo vadis? ricavato dal famoso romanzo del Premio Nobel Henryk Sienkiewicz.

Poesie, prose, amori, e “Le Films”

Immagine articolo Fucine MuteAbbiamo lasciato il giovane poeta nel 1907, entusiasta e sorpreso dal successo della sua “Via del rifugio”. Gozzano era nato a Torino nel 1883 da una famiglia borghese: padre ingegnere, madre giovane con tendenze artistiche, soprattutto teatrali. Possedevano una casa con giardino ad Agliè, piccolo paese del Canavese a una trentina di chilometri dalla città, noto per il suo bel Castello.
Guido Gustavo era un ragazzo vivace e sportivamente legato al pattinaggio e alla bicicletta, anche se piuttosto esile, molto socievole, attaccatissimo alla madre Diodata rimasta vedova troppo presto, al fratello Renato e alla sorella Erina.
Della sua prima giovinezza rimane una gustosa testimonianza nelle lettere al coetaneo Ettore Colla, compagno di gite e di birichinate, illustrate con buffi e maliziosi disegni.

La signora Diodata organizzava al Meleto, nome della casa, dovuto ai filari di meli sul viale d’ingresso, delle festicciole estive fra amici, animandole con ottime recite teatrali, da cui il benevolo titolo affettivo di “piccola Duse del Canavese”.
Sicuramente questo “teatro in casa” avrebbe poi lasciato in Guido bambino una costante simpatia per il mondo dello spettacolo. Del resto anch’egli intratteneva i suoi amici con un suo fantasioso teatro di burattini.
In proporzione alla sua breve vita di soli trentatre anni, Guido Gustavo (che avrebbe poi eliminato il secondo nome Gustavo, a lui molto caro) ha scritto moltissimo. E nella sua vasta produzione letteraria affiorano tanti aspetti che richiamano, talvolta a sua insaputa, altre volte direttamente, allo “spettacolo” in generale.
Immagine articolo Fucine MutePrima del memorabile 1907 aveva fatto il Liceo con esiti piuttosto alterni e vari cambi di istituti. Specialmente a Savigliano, in provincia di Cuneo, aveva condotto una vita studentesca piuttosto dissipata, non confacente alla sua salute.
Negli anni successivi è a Torino, iscritto alla facoltà di giurisprudenza, e dedica invece tutto il suo tempo a quella di lettere, frequentando le lezioni dell’illustre critico Arturo Graf e le sue discussioni accademiche del sabato, le “sabatine”, frequentate da un pubblico intellettuale e mondano e da molte signore “dal cappello pieno di piume” (parole sue): il suo humor affiorerà sempre e ovunque.
Altra sede è la società di Cultura a Palazzo Madama. gai-1.jpg (6892 byte)Qui conosce la giovane poetessa Amalia Guglielminetti, bella e raffinata autrice di versi abbastanza liberi per l’epoca. Il loro rapporto amoroso durerà per tutta la vita di Guido, con un vasto scambio epistolare nei periodi di lontananza, e si muterà poi in tenera amicizia negli ultimi anni.
Sempre nel 1907 si rende clinicamente palese, nel giovane studente, una tubercolosi polmonare. Questa malattia sarà il motivo di tanti soggiorni sulla Riviera ligure e di pochi altri in montagna, oltre al viaggio in India del 1912 che, secondo le vaghe cognizioni climatico-terapeutiche di quel momento, avrebbe dovuto giovargli e invece contribuì ad un aggravamento della malattia.
Nel 1910 escono i suoi Colloqui, una raccolta poetica più vasta della precedente. Un altro grande successo, al quale fanno seguito le Poesie Sparse, le Rime per bimbi e Le Farfalle, un poemetto scaturito dalla sua grande passione per l’entomologia.
Anche più vasta è la produzione in prosa: notissime le Lettere dall’India, uscite col titolo definitivo di “Verso la cuna del mondo” sulla Stampa di Torino. E sono di grande interesse, oltre che spesso di piacevole lettura, le molte novelle, i racconti per l’infanzia (collaborò anche al Corriere dei Piccoli) e gli epistolari. Da ultimo, una vera sceneggiatura cinematografica sulla vita di San Francesco, di cui ci occupiamo largamente più avanti, pubblicata poco tempo prima della sua morte, avvenuta per una grave emorragia polmonare nell’agosto del 1916.

Gozzano ha amato teneramente la sua città natale. La poesia Torino, del 1911 e una delle tante dolcissime testimonianze di questo suo sentimento: la città moderna con le sue “dritte vie corrusche di rotaie” un tramonto nel quale “da Palazzo Madama al Valentino ardono l’Alpi tra le nubi accese”, e il suo mondo d’altri tempi, con la gustosa intromissione dialettale d’un “savio Gianduia ridarello” con il rimpianto di epoche più semplici e felici.
La Torino di Guido era la Torino del cinema.
Era bambino quando i fratelli Lumière mandavano per il mondo la loro magica scoperta, ed era un giovane poeta innamorato quando in città si moltiplicavano i cinematografi e le case di produzione, nasceva il primo divismo, e le film (strettamente al femminile) riscuotevano clamorosi successi di pubblico. Era ovvio che egli, aperto alla società, ai circoli culturali, alla vita cittadina si interessasse a questo fenomeno dilagante. E così fu.
Del resto la magia dello spettacolo lo aveva coinvolto fin dall’infanzia, con le recite della madre ad Agliè. E un certo ritmo, quasi “di scena” si coglie in tante sue poesie, che contengono intere sequenze visive e dialogate: pensiamo a “le due strade” con i tre personaggi: il poeta, la splendida fanciulla Graziella con la sua bicicletta, e l’Amica “già bella or non più bella”.
E pensiamo ai noiosi dialoghi dei borghesi salotteri di Torino, oppure alle romantiche confidenze fra le due giovanette della Amica di Nonna Speranza.

O ancora la visita medica di alle soglie, coi dottori che lo “picchiano in vario lor metro spiando non so quali segni”, e i colloqui sussurrati con Felicita nella vecchia casa campestre, o la bella pattinatrice di Invernale che gli protende “la mano breve sibilàndo: vile!” vedendolo timoroso di una rottura del ghiaccio.
Gli esempi non hanno un limite, sono moltissimi.
Sempre nelle poesie, certe descrizioni d’interni, di mobili, di stampe incorniciate (le famose “buone cose..”) sembrano predisporre lo spazio per le atmosfere, i personaggi e le vicende che vi si raccontano. Molto felice l’annotazione di Alberto De Marchi, curatore delle migliori raccolte di prose e poesie: “Il suo mondo e’ vario, complesso, disteso fra il dialogo e il paesaggio, animato da figure vive…”

E ancora: le gustose lettere di Guido adolescente all’amico Colla con i disegni di piccole avventure campestri, o il famoso disegno, geometricamente inquadrato per la prima poesia della Via del Rifugio con i tre cavalieri della filastrocca infantile e Madama Colombina con tre colombe in testa, dove viene quasi il desiderio che si mettano in movimento, in una specie di precocissimo cartoon impossibile, in bianco e nero.
Gozzano ebbe sicuramente rapporti e frequentazioni con il mondo del cinema: ne parlano molti scrittori e articolisti suoi contemporanei o successivi. Frequentava volentieri gli studi della Ambrosio Film: Mario Gromo, della Stampa, traccia un profilo delImmagine articolo Fucine Mute poeta e della sua progressiva dimestichezza per il mondo un po’ surreale dei capannoni lungo la Dora e della lavorazione delle pellicole, di questa “industria artistica”, come lui amava definirla.

Attrici e attricette, direttori di scena, costumi, guerrieri e signori in frac formavano un rumoroso miscuglio, ben poco “muto”… Gli veniva sovente chiesto qualche consiglio, che lui dava volentieri, ma con molta riservatezza, su foglietti scritti a matita, e infatti rimasero poi poche tracce concrete di questo suo periodo.
A un certo momento pensa di realizzare un suo vecchio progetto: illustrare sul nastro fotogrammatico, come lui chiamava la pellicola, la vita di una delle sue amate farfalle, la “Parnassus Apollo”. La proposta é ben accetta, e gli viene concesso come collaboratore quel geniale Roberto Omegna che abbiamo già visto occupato alla Ambrosio come documentarista scientifico. Si dà anche il caso che Omegna e Gozzano siano cugini. Si recano a Champoluc, in Valle d’Aosta, e in due mesi completano il documentario che riproduce, con didascalie di Guido, tutte le fasi delicate e misteriose di una di quelle creature.

Nel 1911, alla Esposizione Internazionale al Parco del Valentino, La vita delle farfalle ottiene il premio del Ministero per il migliore lavoro scientifico, e poco tempo dopo Guido, durante un breve viaggio in Costa Azzurra, riceve le congratulazioni di Fabre, il grande naturalista ed entomologo francese.
Questa Esposizione torinese del 1911 e’ importante nella storia della città subalpina: la Torino indistriale, artistica e letteraria si conferma definitivamente anche capitale del cinematografo, come ci ricorda Maria Adriana Prolo, l’indimenticabile creatrice del Museo del Cinema torinese, ora prossimo ad una attesa riapertura in una sede più adatta, alle soglie del 2000, dopo anni di oscurità e segregazione. A questa “Torino 1911”, Gozzano dedica uno di suoi migliori racconti: Un vergiliato sotto la neve, in cui descrive la città innevata e piena di suggestione, con una lunga passeggiata per il Valentino a fianco d’una sua giovane amica, fino ai padiglioni in riva al Po. Il termine “vergiliato”, di derivazione dannunziana, si riferisce appunto ad un itinerario “a due”, come Dante e Virgilio, viandanti dell’Aldilà. Ci manca solo un traveling che segua i due visitatori invernali nel loro itinerario, con una macchina da presa.

Immagine articolo Fucine MuteSempre in quella Esposizione, il secondo premio per il settore artistico viene assegnato a “San Francesco, il poverello di Assisi” della Cines romana. Vedremo come ciò fosse poi uno degli stimoli alla realizzazione, da parte di Guido, di un suo analogo progetto: purtroppo l’ultimo.
Abbiamo già visto come molto lavoro di Gozzano alla Ambrosio film rimanesse pressoché anonimo, data la sua reticenza a renderlo palese (i suoi consigli su foglietti volanti!), tanto che lo sceneggiatore Arrigo Frusta negò una sua sistematica collaborazione. Del resto, non accettava volentieri neppure molte collaborazioni ai giornali, parlando delle “lusinghe pecuniarie dei grandi quotidiani”. Tuttavia parecchie cose interessanti sono reperibili nel suo epistolario, per esempio in una lettera a Salvator Gotta del 1911: “Sono a Torino per mettere in scena…” , come pure nelle conversazioni, pubblicate solo dopo la sua scomparsa, con l’amico Carlo Casella. Un altro validissimo testimone postumo è suo fratello Renato, di dieci anni più giovane, che nel 1939 scrive, sulla rivista Film: “Ebbe Guido la ventura di trovare in Arturo Ambrosio un uomo di larghe vedute che lo comprese e non lo sacrificò, pur inserendolo nell’azienda, senza imporgli un orario o degli obblighi di rendimento…”.
Un’altra sicura testimonianza del suo impegno è reperibile nel vasto elenco dei film prodotti dalla Ambrosio nel 1911: la pellicola ha per titolo Solo al mondo, soggettista Guido Gozzano, operatore Giovanni Vitrotti. È l’adattamento di una poesia delle Rime per bambini, dal titolo La canzone di Piccolino, una dolce nenia musicale tratta da una leggenda bretone.

Vitrotti lavorò moltissimo nella sua grande carriera, inviando dei suggestivi documentari dall’estero. E Le giornate del cinema muto di Pordenone gli hanno dedicato, anni fa, una retrospettiva.
Solo al mondo doveva far parte d’una serie di “films delicatamente poetiche” secondo Guido: ogni episodio sarebbe stato introdotto da pochi versi concisi, di sua creazione. Purtroppo le sue condizioni di salute non permisero che questo bel progetto, come tanti altri, avesse un seguito.
Merita ancora ricordare, nella vasta produzione in prosa di Gozzano, due novelle nelle quali il cinema e al centro del racconto, con quei dettagli ironici che spesso ne rendono veramente piacevole la lettura. Il primo, Pamela Film narra di un’anziana zitella di provincia, molto perbene, che eredita da un fratello viveur addirittura una casa cinematografica, per lei poco meno che il regno di Satana. Il secondo ha per titolo Il riflesso delle cesoie e ha per protagonista una diva del cinema (ovviamente muto), il cui sogno giovanile era il teatro, abbandonato tristemente dopo poche esperienze, a causa della sua voce sgraziata “come quella di un moribondo o d’un beone”.
Viene subito alla mente il plot del famoso Cantando sotto la pioggia, ma alla rovescia, poiché il “parlato” sarebbe comparso vent’anni dopo.
In questo racconto, la figura della “diva” ricalcata sulle Borelli o sulle Menichelli dell’epoca, è veramente irresistibile. Niente male, per un “malinconico” poeta crepuscolare…

Il viaggio in India, San Francesco e la fine

Gozzano non fu mai un viaggiatore. Si mosse poco in Italia, e tanto meno all’estero. Buona parte dei suoi spostamenti erano legati al suo stato di salute: i luoghi che descrive sono quasi tutti sulla riviera ligure, poco lontani da Genova, come Cornigliano, Bogliasco, Sturla.
E in qualcuna di queste località ambientò delle poesie, come la deliziosa Cocotte, in cui un bambino parla, dal suo cancello di casa, con una signora di piccola virtù, come ad un’amica. Pochi i viaggi in montagna, per lo più in Val d’Aosta.

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Purtroppo non gli fu mai proposto un sanatorio, come Davos o altri, dove avrebbe potuto curarsi meglio, e con medici specializzati.
I frequenti soggiorni al mare, addirittura, d’estate, con bagni e sole, gli potevano certo giovare al morale, non alla salute.
Nella primavera del 1912 compie la sua unica esperienza di turista, quel viaggio in India documentato in molte sue lettere e nel resoconto per Stampa: Verso la cuna del mondo, un titolo poco gradito da lui. Alcuni di questi suoi articoli, molto brillanti, sono anche sostenuti da una buona condizione morale, poiché Guido vedeva in questo viaggio la soluzione di tutti i suoi problemi di salute. Potrebbero veramente venire utilizzati come sceneggiature per qualche documentario, tanta è la loro immediatezza. Non mancano neppure gli episodi galanti: ne scrisse, ma poi volle che tutto fosse distrutto, salvo quello intitolato Ketty, l’unico componimento in versi di tutto il viaggio, dedicato ad un fugace flirt con una graziosa americana.
Il viaggio esaltò anche il suo spirito romantico: pensando ad un suo precedente progetto d’un viaggio alle isole Canarie, compose in seguito la poesia La più bella, un’isola senza nome, con le caravelle di Vasco de Gama che approdano dall’oceano: splendido materiale, forse, per un nastro “fotogrammatico”.
Il suo maggiore impegno verso il cinema si colloca nella fase estrema della sua vita. Abbiamo visto come la pellicola della Cines romana Il poverello d’Assisi presentata all’Esposizione del 1911 avesse (non certo per emulazione, non era nel suo carattere) destato in lui il progetto di un soggetto cinematografico sullo stesso argomento. Intanto, nel 1914, era esploso il conflitto mondiale, e l’anno seguente era entrata in guerra l’Italia.
Guido è scosso da questi terribili avvenimenti e dalle notizie che giungono dal fronte, dove sono caduti parecchi amici, fra i quali Nino Oxilia, autore, con Sandro Camasio (anche lui scomparso per una grave malattia), dell’indimenticabile operetta goliardica Addio giovinezza, della quale Guido era stato un grande ammiratore, e, forse in parte ispiratore. La guerra sta cancellando brutalmente la giovinezza dal loro mondo felice.
La sua salute non aveva ottenuto col viaggio in India i benefici sperati, né giovò al suo morale il fatto di dover assistere da appartato spettatore agli eventi della guerra.

A poco a poco il suo carattere va evolvendo verso una maggiore spiritualità, e il progetto su San Francesco prende forma tra il 1915 e il 1916. Rispetto al film della Cines del 1911, la sceneggiatura di Gozzano è molto più ricca e complessa, derivata direttamente dai “Fioretti” e divisa in cinque parti. Sono volutamente evitati gli aspetti più pittoreschi della vita del Santo, che potevano invece apparire naturali per un film: al contrario sono sottolineati gli aspetti della sua vita mistica, coraggiosa, e piena di grandi rinuncie.
Guido chiese la consulenza di padre Aleyson, uno specialista di cose francescane. Nel maggio 1916 il soggetto era terminato.
Il lavoro è contenuto in una quarantina di cartelle dattiloscritte che hanno per titolo San Francesco d’Assisi, prima orditura fotogrammatica di Guido Gozzano. Le didascalie, di impostazione mistica, sono tutte rigorosamente sue.
Siamo di fronte ad un’autentica sceneggiatura cinematografica. Abbondano i suggerimenti tecnici, le dettagliate descrizioni sugli ambienti, i termini specifici del cinema, come “primo piano, dissolvenza, fuori campo”. E non manca l’indicazione di effetti d’imbibizione cromatica sulla pellicola, i lampi “da graffiatura” o altri accorgimenti ottici. Evidentemente la sua dimestichezza con i teatri di posa della Ambrosio e anche le sue esperienze di spettatore attento, avevano lasciato il loro segno.
Va ricordata a questo punto, per dovere di cronaca, una singolare intervista resa da Guido al periodico La Donna, che in quei giorni stava svolgendo un’inchiesta-questionario fra la gente del cinema. Il titolo della sua nota è: Il nastro di celluloide e i serpi di Laocoonte, riferendosi ad un montaggio fotografico pubblicitario nel quale, al posto dei serpenti, il povero Laocoonte era avvolto coi figli da un tortuoso nastro di pellicola.
Immagine articolo Fucine MuteEmergono dall’intervista dei punti in apparente contraddizione: sembra negata la dignità artistica del cinema, eppure: “…il cinema non è arte, ma raggiunge talvolta un attimo di fugace bellezza”. E ancora: “…se è vero che ogni paesaggio è uno stato d’animo, la film fa della psicologia meravigliosa…” E aggiunge: “Il cinematografo si nutre dell’arte, non si nutre che di quella…”. E così via.
Sembra veramente che Gozzano, pur sempre affascinato dal cinema e in procinto di affidargli il suo maggiore impegno, non voglia sembrare eccessivamente legato ai suoi elementi più superficiali, al divismo, alle finte suggestioni di un mondo al quale sente ormai dì nonpoter più appartenere e che pure gli è ancora molto caro.
Gli esterni del suo film avrebbero dovuto girarsi ad Assisi, e Guido desiderava andare in Umbria personalmente. Si prospettava anche la possibilità che il protagonista fosse il grande Ruggeri.
Le sue condizioni di salute sembrano stazionarie. Nel luglio 1916 è a Sturla (ancora al mare!) e ha una improvvisa e grave emorragia polmonare. Viene subito ricoverato a Genova, nell’unico ospedale che abbia un posto disponibile, tanto sono numerosi i feriti di guerra, e poco dopo chiede di essere trasferito a Torino, nel suo appartamento di via Cibrario, dove lo raggiungono il fratello e la sorella.
Si spegne il 9 agosto del 1916, mentre per le strade di Torino si festeggia l’entrata dei soldati italiani in Gorizia, con manifestazioni, cortei e suono di campane.
Viene sepolto nel piccolo cimitero della sua diletta Agliè.
La sua Orditura fotogrammatica sul Santo viene pubblicata solamente nel 1937, nel quinto volume delle sue Opere complete.
L’americano Michael Curtiz, e i nostri registi Rossellini, Cavani e Zeffirelli sono fra quelli che girarono film su San Francesco. Escludendo ovviamente Curtiz, non sappiamo se ebbero mai l’occasione di leggere quelle trentotto cartelle dattiloscritte del poeta piemontese.

Che Guido Gozzano, nella sua Torino “capitale del cinema”, abbia avuto a che fare con il cinema stesso, è cosa sicura e confermata dalla maggior parte dei suoi biografi. Tuttavia, le prove concrete di questa sua partecipazione non sono poi tantissime.
Da cio’ qualche opinione quanto meno dubitativa sulla quantità e qualità di questi contributi, tanto più che la sua opera cinematografica più valida, pur completata con scrupolo, non trovò applicazione sullo schermo causa la morte di Guido.
Ho cercato di raccogliere quanto mi e stato possibile di documenti e testimonianze su questo argomento che mi ha sempre appassionato, ma soprattutto ho cercato di vedere se nella vasta opera in prosa e poesia di Gozzano vi fossero degli elementi che, pur non direttamente cinematografici, richiamassero a quel mondo del “nastro vorticoso”, come egli chiamava la pellicola.
E questa ricerca, probabilmente incompleta, mi ha dato qualche soddisfazione.
Agli amici lettori l’invito a fare meglio di me. (I.G.)

BIBLIOGRAFIA ED ICONOGRAFIA
(i titoli contrassegnati con il simbolo contengono anche fonti iconografiche.

OPERE DI GUIDO GOZZANO:

“Opere”, a cura di Calcaterra e De Marchi, Edizioni Garzanti, Milano 1948
“Poesie e prose”, a cura di Alberto De Marchi, Edizioni Garzanti, 1978
“Tutte le poesie”, a cura di A. Rocca, Edizioni i Meridiani, 1980
“La moneta seminata e altri scritti”, Edizioni All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1948
“I sandali della diva: tutte le novelle”,Edizioni Serra e Riva, Milano 1983
“Fiabe e novelline”, Editrice Sellerio, Palermo, 1983
“Lettere dell’adolescenza a Ettore Colla”, Edizioni. Dell’ Orso, Aless. 1993
“Lettere d’amore di Guido Gozzano e Amalia Guglielminetti”, Edizioni Garzanti, 1951

OPERE SU GUIDO GOZZANO:

Henriette Martin: “Guido Gozzano”, Edizioni Mursia, Milano, 1971
Edoardo Sanguineti: “Guido Gozzano, indagini e letture”, Edizioni Einaudi, 1966
Walter Vaccari: “La vita e i pallidi amori di G.G”. Editrice Omnia, Milano, 1958
Edvige Gatti: “Guido Gozzano nei miei ricordi”, Edizioni Ruata, Torino, 1963

OPERE SUL CINEMA AI TEMPI DI GOZZANO:

Aldo Bernardini: “Cinema muto italiano”, Edizioni Laterza, 1980
Gianni Rondolino: “Torino come Hollywood”, Quaderni piemontesi, Cappelli, 1980
Massimo Cardillo: “Tra le quinte del cinematografo”, Edizioni Dedalo, 1976
Maria Adriana Prolo: “Storia del cinema muto italiano”, Edizioni .Poligono, Milano, 1951
G. Piero Brunetta: “Cento anni di cinema italiano”, Edizioni Laterza, 1991
Jean Gili: “Le cinèma muet italien, Les cahiers de la Cinèmatheque”, 1979
Paolo Cherchi Usai: “G. Pastrone, gli anni d’oro del cinema a Torino”, UTET, 1986

ARTICOLI SU RIVISTE E PERIODICI:

Maria Adriana Prolo: “G. Gozzano e la cinematografia”, Bianco e Nero, ottobre 1938
Fidenzio Pertile: “Ancora su G. Gozzano”, Bianco e Nero, gennaio 1939
Sicor: “Cinematografo e Guido Gozzano”, Agorà n° 2 e 3, 1947
Rolando Jotti: “Il primo Novecento di Camasio e Oxilia”, Cinema. Nuovo, 1958, 132
Renato Gozzano: “G. Gozzano e il cinematografo nei ricordi del fratello Renato”, su “Film” Roma, Marzo 1939
Arrigo Frusta: “Ricordi di uno della pellicola”, Bianco e Nero n° 7-8, 1952
Griffithiana: “Sulle giornate del cinema muto di Pordenone” 1986: autori vari su Giovanni Vitrotti
Domenico De Gregorio: “Nascita e morte dell’Ambrosio Film”, Bianco e Nero, n° 1-2, 1963

ARTICOLI SU RIVISTE E PERIODICI:

Guido Di Pino: “Una sceneggiatura cinematografica di G.G”, Bianco e Nero, n° 7-8, 1966
Virgilio Tosi: “Il pioniere Roberto Omegna”, Bianco e Nero, n° 3, 1979
Paolo Cherchi Usai: “Giovanni Pastrone”, Castoro Cinema n° 119, 1985
Assessorato alla cultura, Torino: “Cabiria, Cretinetti, e C, il cinema muto a Torino nell’età di Pastrone”, 1986

ARTICOLI SU QUOTIDIANI:

Alberto Arbasino: “Lo spazio di Gozzano”, Corriere della Sera, 30/08/1973
Giorgio De Rienzo: “Gozzano come Garrone sui banchi di “CUORE”, Corriere della Sera, 20/07/1993
Giorgio Calcagno: “Gozzano ladro di notti”, Corriere della sera, 22/12/93
Mario Gromo: “Guido Gozzano cineasta”, La Stampa, 24/05/1932
Emilio Zanzi: “Guido Gozzano poeta del film”, La Gazzetta del Popolo, Torino, 26/04/1927
Giorgio De Rienzo: “Gozzano, un fioretto per il cinema”, Corriere della Sera, 12/04/1998
Bruno Quaranta: “Gozzano, le signorine Felicità”, La Stampa, 30/04/1998

Commenti

Un commento a “Il poeta al cinema”

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    Di Kinofilm stream | 11 Gennaio 2015, 03:14

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