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Cinema

Just Another Film

Nel panorama del cinema anglosassone, che dopo la sua rinascita appare oggi tra i più vitali della nuova Europa, Ken Loach continua a restare una figura di riferimento. Presentando My name is Joe al Festival di Cannes 1998, il regista ha cercato di minimizzare, insieme al ruolo che ormai la storia del cinema gli assegna, anche il rilievo di questo suo più recente lavoro: It’s just another film.
L’affermazione autoriduttiva di Loach nasconde una grande verità spesso dimenticata, soprattutto dalla visione totalizzante dei cinefili totalmente presi dal loro esclusivo amore: di fronte alla vita reale, comunque lo si consideri, anche questo è solo un film. Ma il giudizio con cui Loach si schermisce ne cela anche una più piccola, tutta endocinematografica, con la quale siamo chiamati a misurarci nell’esercizio della critica. Il suo nuovo film è pur sempre un altro. Diverso. E chi pensa il cinema non può sottrarsi al compito di vederne le differenze e le analogie, cogliendo il tratto discreto sullo sfondo del continuo.
My name is Joe è innanzitutto un ritorno a casa dopo due viaggi, uno a ritroso nel tempo a raccontare il lato oscuro della guerra civile spagnola (Land and Freedom), l’altro nello spazio di una terra lontana e martoriata, per avvicinarla, comprenderla, abbracciarla in uno slancio di solidarietà internazionale verso gli offesi: quella del Nicaragua vista attraverso gli occhi ignari e spaesati di George, autista d’autobus a Glasgow. Lo aveva portato lì lo sceneggiatore Paul Laverty ed è lui ora che qui, dov’era ambientata la prima parte di un film lacerato come Carla’s song, lo riconduce per raccontare una realtà che purtroppo sembra essere comune a tutte le grandi città del Regno Unito: la triste condizione di miseria ed emarginazione cui la disoccupazione condanna molti sottoproletari della working class, vere risorse umane inutilizzate e sprecate. Spreco di umanità: ecco il grande sacrilegio del neoliberismo, ormai religione planetaria.

Immagine articolo Fucine MuteLa desolata esistenza di queste persone era stata raccontata da Loach con lucidità non offuscata dalla passione in quella sorta di trittico composto da Riff raff, Raining stones, Ladybyrd Ladybyrd. Nonostante la diversità del racconto, My name is Joe segna per molti aspetti una ripresa del discorso svolto da quei film ai quali ci riporta la stessa tipologia del protagonista. Joe è un ex alcolizzato che sopravvive col sussidio di disoccupazione e tenta di rifarsi una vita. Straripante di solidarietà e calore umano, allena una squinternata e maldestra squadretta di calcio eternamente perdente nella quale raccoglie alcuni dei relitti umani che l’assetto sociale respinge ai suoi margini come scarto di lavorazione. Svolge dunque la stessa funzione di Sarah, assistente sociale con la quale intesse una relazione allegra e intensa. Con lei potrebbe ricostruire anche la sua vita affettiva lasciandosi definitivamente alle spalle le macerie di una precedente relazione che flash back dello sguardo narrante associa alla sua decisione di uscire dalla dipendenza alcolica. Purtroppo la storia d’amore che My name is Joe racconta viene sospesa e interrotta,turbata e infranta da una svolta narrativa nella quale entra in scena il boss locale del traffico di droga, figura speculare allo strozzino di Raining stones. Da quel momento il film ruota intorno alla contrapposizione tra il generoso altruismo di Joe e lo spietato cinismo del boss.

È una svolta anche nel discorso di Ken Loach. In molti dei suoi film precedenti perfino l’amore e in generale gli affetti erano impediti e negati da un ordine sociale che, non permettendo la loro libera manifestazione, finiva per soffocarli. Il centro narrativo del racconto era costituito dal conflitto tra il proletario e l’assetto sociale, responsabile di tutto il disagio e la fatica di vivere. Spesso il discorso politico trovava un limite estetico quando si esplicitava e concretizzava in qualche figura vicaria dello sguardo narrante. L’ultimo era stato Bradley, l’ex agente dei servizi segreti USA che in Carla’s song svela allo spettatore, tramite George, i crimini politici compiuti dal suo paese. La grande forza dei film della cosiddetta trilogia era costituita proprio dall’assenza di questa figura che poteva risultare a volte didascalica. L’assunto politico era tutto sciolto nel racconto, incarnato in esso, affidato alla forza delle cose e degli eventi. È un aspetto che in My name is Joe si ripropone come un risultato ormai acquisito.
Ma il tratto inedito del film attiene alla struttura del racconto e alla sua forma. L’antagonista del sottoproletario, fonte dei suoi problemi e mali, non è più rappresentato dall’ordine economico, dalle istituzioni e da chi le governa. È un individuo che lo stato, colpevolmente assente come in Raining stones, ha l’indiretta responsabilità di lasciar spadroneggiare. Joe lotta da solo contro il boss. È un conflitto che appare tutto individuale, tra la forza buona e la fonte del male. Scompare dall’orizzonte ogni riferimento politico e sociale.

deg-2.jpg (4609 byte)La lotta solitaria di Joe produce inoltre un lacerante contrasto interno al protagonista, diviso tra solidarietà per Liam e amore di Sarah, tra dovere e passione. Ma scegliere è impossibile: every fuckin’ choice stinks. Dalla morsa si esce solo col sacrificio estremo di qualcuno. La vittima designata sarà Liam, l’anello (agnello) debole che invano Joe ha tentato di salvare. Il film assume i colori emotivamente forti del melodramma mentre la scansione narrativa ha i connotati del thriller. L’andamento teso e serrato, dettato da una sorta di deadline, subordina a sè ogni immagine. La tensione prevale sull’analisi. Il meccanismo perfetto del racconto prevarica su ogni altro elemento togliendo respiro a temi e problemi.
È certamente un progresso estetico l’assenza di figure enuncianti il punto di vista ideologico. Hanno sempre fatto rischiare al testo la riduzione della sua complessità significante a una tesi incapace di accoglierla. Eppure questa prevalenza della narratività fa correre al film il rischio opposto: quello di riassorbire nell’emozione di una intensa vicenda tutta al singolare gli umori aspri di uno sguardo al contesto sociale che la prima parte del film prefigurava come determinanti.
Resta stupefacente il modo in cui Loach fa recitare i suoi interpreti. Come in ogni suo film si rinnova anche qui il miracolo della finzione che ha i toni dell’accadimento reale.

È il prodigio della transustanziazione compiuto da un metodo di lavoro con gli attori — liberi anche di improvvisare deragliando dal dialogo tracciato in sceneggiatura — che ricrea nella fiction la verità di un dramma. Il metodo, utilizzato con notevoli risultati anche da Mike Leigh, ha prodotto questa volta l’eccellente interpretazione di Peter Mullan contagiandolo a tal punto che lo ha subito adottato per il suo esordio nella regia con Orphans. L’estetica della trasparenza nella versione di Ken Loach si rivela dunque una feconda risorsa.

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