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Musica

Rabbia e poesia in Ivan Della Mea (I)

Sulla canzone politica negli anni Settanta

zan-16.jpg (6422 byte)Nella canzone cosiddetta militante italiana — alla quale appartengono Giovanna Marini, Gualtiero Bertelli, Fausto Amodei, Giorgio Gaslini, Alfredo Bandelli, Pino Masi, Giovanna Daffini e alcuni altri, che formarono il primo gruppo del Canzoniere Popolare Italiano — Ivan Della Mea ha un suo posto e una sua funzione, ben specifici, che trovano origine dagli avvenimenti degli ultimi anni ’50. Il suo impegno sorge dalla volontà e difficoltà di continuare a crescere — come compagno, e come compagno che canta da compagno per i compagni — in seno al P.C.I., quando, alle esigenze peculiari della lotta di classe cominciano ad affiancarsi anche i cosiddetti problemi “privati”, o comunque “personalistici”. È in un simile contesto situazionale — non bisogna dimenticare, d’altra parte, che Della Mea aveva allora meno più di vent’anni — che nasce quel sostanzioso frutto, forse tra le pietre miliari della nostra canzone politico-militante, che risponde al titolo di Io so che un giorno. Motivo ripreso in alcuni punti, non certo casualmente, nel suo lavoro successivo Sudadio giudabestia, presentato al salone Pier Lombardo di Milano verso la fine del 1979, che però uscì, come disco, soltanto nel ’64. Ma ancora prima, fra il ’57 e il ’60, vengono alla luce le “ballate” de La grande e la piccola violenza. È questo il momento in cui Della Mea (il cui vero nome, anziché Ivan, è Luigi, ma tale è rimasto “per frenesia pansovietistica”, come lui stesso ha dichiarato, fin dal periodo “vissuto al Convitto Rinascita di Milano”), scandagliando con impietoso impeto tra ricordi ed immagini scolpitegli addosso dall’irrompere feroce dell’infanzia e dell’adolescenza, fustigate dalla furia bellica e dalle ferite post-belliche, dà un’impronta precisa al proprio impegno politico ed artistico.

Immagine articolo Fucine MuteAttraverso le vicende familiari (“la piccola violenza”) — dove il padre, brigadiere fascista, rivive nei suoi momenti d’esultanza e in quelli di sconfitta (“Del gran Fascismo/ mio padre fu vero credente,/ ché sotto le sue nere ali/ lui si sentìa potente!…”; “Con uno sguardo vuoto e il volto esaltato/ parlò lungamente, ma in sostanza disse/ che in tutta la sua vita, in fede, egli visse/ per un ideale che era destinato/ a diventare il credo di tutto il creato”), fino alla morte — egli riesce a costruire un magistrale affresco che raccoglie per intero il clima, insieme tragico ed effervescente, del periodo dittatoriale e quello post-resistenziale della restaurazione. Nella figura del padre, fatto appunto rivivere, insieme con un arco di storia nazionale, il giorno successivo alla sua morte (“Picchiarono per terra/ lacrime grosse, dure:/ mio fratello piangeva,/ mia sorella pure./ E là nel cimitero,/ calato sottoterra,/ pensai ‘Povero babbo/ hai perso la tua guerra'”), si ritrovano, indubbiamente, molte altre figure di padri: gerarchi o semplici passionali della dittatura, frustati ed impotenti nel loro fanatismo, non esitano a scaricare il loro odio e la loro “violenza” sugli inermi e sui più deboli, incarnando quel “credo” che fu l’esaltazione e la barbarie del “gran Fascismo”. Pur entrando quasi sempre nei temi dell’autobiografismo — o meglio, facendone coincidere gli aspetti con la fenomenologia dell’odio classista collettivo — Della Mea trasforma i suoi personaggi in emblemi o, piuttosto, in prototipi di una o più generazioni e, in ogni caso, caratteristici di un preciso momento storico-politico.
Nello scorrere delle “ballate”, di riscontro, emergono le figure della madre impotente — nella quale non è difficile scorgere altre madri — , della sorella e, in particolare, quella del fratello Luciano — uno fra i temperamenti più significativi per il suo impegno politico e da annoverarsi fra i maggiori scrittori contemporanei, ovviamente meno noti, se non per una cerchia di compagni. Il suo capolavoro è e rimane il poderoso romanzo I senzastoria, pubblicato da Bertani nel ’74, capolavoro “rivoluzionario” in tutti i sensi e che, cosa alquanto scontata, la critica ufficiale ha ignorato ed ignora (volutamente). Un altro suo gioiello è la raccolta di venticinque racconti, dal titolo Il fossile ignoto (Ed. Bertani, Verona 1974), scritti fra il ’51 e il ’74; non meno degno di rilievo è il saggio Lettera di un impaziente (Ed. Mazzotta, Milano 1978), scritto nel corso del suo calvario da una clinica psichiatrica all’altra, in risposta alle affermazioni/pubblicazioni “anti-psichiatriche” di David Cooper.

Certo non a caso, Della Mea ha voluto poi ripubblicare quelle “ballate” accostandovi, nell’altra facciata del disco, La piccola ragione di allegria (1978), dove ritroviamo la figura dilacerata del fratello Luciano nella disperata, ma altrettanto lucidamente sofferta vicenda che l’autore esprime, con toni ora straziati, ora trascinanti per la vivida certezza che sgorga specie nei momenti più intensi e drammatici. Certezza di una “piccola ragione d’allegria” che, anche nell’esplodere incessante delle più laceranti contraddizioni, è “un attimo vitale” per “un maggio da inventare”, proprio nel mezzo degli affanni, dei tormenti, del “tempo del dolore e della rabbia”. Un affascinante, struggente dialogo-monologo “schizofrenico”, come l’autore lo definisce, in cui si avverte il segno più rabbioso — determinato da un’impotenza sociale che tenta di sconvolgere anche la più salda delle coscienze e delle ragioni — del travaglio vissuto da Della Mea nei tempi più recenti, sconvolti e travolti, oltre che dalla putrescenza del clima politico, anche dall’intersecarsi delle vicende private “private”. Vicende che sono egualmente “pubbliche”, in quanto, come ha scritto lo stesso autore, “il politico è storia di tutti e non solo mia: a ognuno raccontarla coi propri strumenti e la mongolfiera sempre ricca delle proprie contraddizioni. Il tutto vola e forse fa anche trip, come oggi si dice, o sballo o quel che si vuole. A me importa la voglia di raccontare che c’è in tanti”.

Immagine articolo Fucine MuteNon è impresa ardua, indubbiamente, rintracciare in questo suo lavoro la conseguenza inevitabile dei temi toccati con Fiaba grande (La nave dei folli), del ’75, e col lungo, articolato racconto contenuto nello stesso disco, Compagno ti conosco. Vi sono, qui, momenti in cui la lucidità della correlativa condizione storico-politica è offerta, con toni vibranti e raccapriccianti, come in un mosaico dalle vaste dimensioni prospettiche e, sebbene vi s’intreccino, come di consueto, motivi di tipo soggettivistico, l’oggettività del reale è il costante punto di riferimento e di approdo che ne sorregge e solidifica la strutturazione, il robusto ed organico panorama del racconto socio-individuale. V’è da ricordare, al riguardo, e considerato che non si sta porgendo un’analisi discograficamente cronologica, che fin dal ’69, anno in cui uscì un’altra pietra miliare della canzone politico-militante, Il rosso è diventato giallo, seguito a breve distanza di tempo da La balorda (’73), Della Mea si era staccato dal P.C.I. ed aveva intrapreso una sua strada, peraltro assai rischiosa, in cui personale e politico diventano complementari l’uno all’altro, se non addirittura inscindibili.
Volendo ora riprendere un discorso più cronologico è necessario tornare un po’ indietro, ovvero là dove si era lasciato il nostro “cantautore” fra le sue “ballate”. Esauritane, in sostanza, l’indagine, ci si può soffermare perciò su Io so che un giorno. Punto focale di una dinamica evolutiva, di rabbia e d’impeto poetico, Io so che un giorno ricorda, per il ritmo, alcune delle “ballate” tipicamente dylaniane, allora alle prime fasi della loro escalation. La canzone, come tutte le altre raccolte nell’omonimo Lp, si muove interamente a livello di lotta classista, con riferimenti espliciti e provocatori che, anche a distanza di anni, non mancano di segnare vergogne, disillusioni, tradimenti cui la classe operaia ha dovuto sottomettersi. “La libertà/ — dirò — è un fatto,/ voi mi legate/ ma essa resiste”…”Io riderò/ IL MONDO È BELLO/ TUTTO HA UN PREZZO/ ANCHE IL CERVELLO/ Vendilo, amico,/ con la tua libertà”: sono, questi, alcuni dei passaggi più emblematici del testo-canzone che dà il titolo al disco. In essi, così ben cuciti come sono con i precedenti ed i successivi, si trova un basilare vigore polemico nei confronti del nascente consumismo e, di conseguenza, un audace ma oggettivo presagio degli amari frutti che esso darà negli anni susseguenti.

Ecco perché d’altro canto, al fianco di tale canzone-prologo, prendono vita, accendendosi in timbri di incandescente furore, che passano peraltro da note intimistiche alle realtà socio-politiche, le caratteristiche “ballate del Giuan” (Gianni Bosio, figura di rilievo nell’evoluzione artistico-politica di Della Mea, amico del fratello Luciano e militante attento e sensibile, curatore di vari scritti di Marx e di Engels e fondatore/collaboratore di numerose riviste, clandestine e non, in linea con la prassi marxista-leninista). Tramite queste “ballate”, che hanno sempre quale interlocutore il “Giuan”, vengono esposte — in dialetto milanese — le realtà di quel momento e riepilogati i fatti cruciali della nostra storia. De Gasperi, Saragat, i dirigenti politici, la ricostruzione, il ’48, Togliatti, la legge-truffa sono i bersagli e i moventi di cui Della Mea si fa pubblico interprete-accusatore. Scrivono, in proposito, Simone Dessì e Giame Pintor in La chitarra e il potere (Savelli, 1975): si può dire che queste ballate sono tra i più riusciti tentativi, nella cultura italiana contemporanea, di fare storia di classe ed espressività popolare insieme, di proporre una pedagogia proletaria utilizzando un linguaggio, quello del dialetto milanese, che non ha ridotto la comunicabilità del discorso, ma ne ha — al contrario — rafforzato l’aderenza e la coerenza”.
Nel ’69, come già si era voluto accennare, staccatosi dal P.C.I. e ancora fresco delle speranze del Maggio francese (“Venne maggio e fu speranza e fu bandiera/ bella e nuova e dritta sulla barricata/ io pensai che la lotta va vissuta/ che la lotta va vissuta e non cantata”) e, ad un tempo, della sterilità dei cosiddetti “moti del ’68 italiano” (“e mi sono ritrovato appeso al vetro/ del P.C.I. del P.C.F. e son crollato/ il mio amico è rimasto nel Partito/ ma io non sapevo più che cosa fare”), con Il rosso è diventato giallo, Della Mea si muove in un’area assai diversa dalla precedente, benché ne conservi i cardini, o meglio, ne riporti e ribadisca i punti fondamentali. Anche qui la figura del Giuan diviene elemento coordinatore dei vari motivi che vengono sviluppati, con coerenza e audacia ineccepibili, all’interno degli altri testi. “Il silenzio conta un anno/ di pensieri per capire/ note dolci non parole/ è bambino questo sole/ e la luce che ci dà/ nostro amor/ la crescerà”: “Sperare è idiota, forse, non importa/ già oggi siamo in tanti, una lega/ Angela io, due, che ci frega/ forza Giuan l’idea non è morta”. L’idea è l’anello di congiunzione che spinge il cantautore ad esporre in pubblico anche i suoi problemi personali, i suoi tormenti, le lacerazioni, i dubbi (“beh, compagni, ero proprio nella malta/ viva la contraddizione ho anche urlato/ come un cervello gauche disidratato/ buono ormai per fare della solidarietà”).

Può perfino sorgere la “voglia borghese” dell'”uomo stanco” che lascia “la guerra/ per fare all’amore col grillo parlante”, può sorgere anche “il dubbio di Dio/ che mi prende in cuore guardando la sera/ paura di stelle paura di terra”; e la “casa sul monte/ che ride alla valle tra lecci e castagni”, “il pane rotondo”, “il sorso di vino”, possono diventare un sogno: un desiderio. Ma “l’importante”, afferma Della Mea, “è sapere/ a questo punto il prezzo qual è”. E non esita ad urlare, come immediato contrappunto: “Per ogni stanco il prezzo è Guevara/ è Inti Peredo Vietnam Marighella/ Ceccanti e Avola e Battipaglia…”. Lucidità. Chiarezza. Certo, ne Il rosso è diventato giallo si ritrovano, oltre a quella del Giuan, le figure della moglie Angela, della figlia e di Franco Solinas, il compagno di lotta che gli ispira una tra le più avvincenti e convincenti canzoni del Lp (Forza Giuan l’idea non è morta). Il che potrebbe anche essere indice di cedimento, di una retromarcia nel privato per il privato, come qualcuno ha voluto osservare (cfr. La chitarra e il potere, op. cit., pag.28). In realtà, come in ogni testo di Della Mea — e questa sarà la linea che ne impronterà tutta la successiva produzione -, tutte le figure ed i personaggi che compaiono assumono il precipuo significato simbolico, e nello stesso tempo concreto, della realtà vissuta sulla propria pelle, e perciò non disgiunta, anche per dinamica socio-psicologica, da quella collettiva della classe, formata dai singoli e da essi articolata secondo lo svolgersi indifferenziato delle vicende socio-politiche. Non può pertanto sorprendere, in un simile affresco-mosaico, quell’intrinseco, peculiare aspetto che ha, per il “cantautore”, la parola ed il concetto dell’amore e della speranza che vi è connaturale.

zan-19.jpg (4878 byte)Esemplare fra tutti, in questo senso specifico, il testo Domani amore andremo, tutto in crescendo e condotto con timbri che spesso rasentano l’acme della rabbia e di quell’amore che, per Della Mea, oltre ad essere speranza, è anche soprattutto quel “solo rispetto che è comunista” (Lettera a Michele, nel Lp Se qualcuno ti fa morto, del ’72). Slanci straziati e insieme folgoranti, per la loro cruda, violenta secchezza connotativa, contraddistinguono questo gioiello dellameano che, fra l’altro, permette a quella sua voce singolare, anche difettosa (difficoltà di pronuncia della s e della r), di allungarsi oltremisura come in un urlo viscerale ed infrenabile in cui trova collocazione quel senso a cui egli fa costante richiamo. Ragione di lotta e di vita nell’estrinsecazione stessa della scelta e dell’impegno, nella fusione dell’una e dell’altra con le necessità esistenziali e le necessità proprie del divenire storico. Rabbia e poesia impregnano questa canzone (canzone?) fino al midollo, se così si può dire, senza lasciare scampo ad equivoci, né ad abbandoni di tipo soggettivistico. Forse, tra le composizioni di questo “cantautore”, Domani amore andremo merita un posto particolare per il suo impeto e per la profondità delle sue diramazioni, che comunque convergono in un’univocità sbalorditiva e per freschezza, e per la visione globale che abbraccia nel suo graduale esplicarsi. Versi come “Andremo per la mano/ tra Golgota di case/ tra luci allupate/ della mia città/ e questo un senso suo ce l’ha”, oppure come “Volere l’uomo nuovo/ amore è neo-fatica/ tra il cancro-ferro-urlo/ di questa mia città…/ Volere l’uomo nuovo/ bambino sole Mao/ sarà fatica rossa/ per noi della città/ e questo/ un senso suo ce l’ha”, possono sembrare, scissi dal loro contesto musicale, piuttosto banali o perlomeno elementari. Visti e considerati nella loro sede specifica, con quell’andamento ritmico che procede quasi a singulti, fino ad esplodere nella rabbiosità più totale, che in ogni caso sottende e lascia evaporare qualcosa come la carezza di un amore irremovibile, diventano invece carichi e pregnanti di una forza che trascina ed affascina. Forza che non lascia possibilità all’indifferenza qualunquistica di stendersi nella sola voluttuosità musicale, in sé ardita ed efficace al punto da poter fornire l’esatta misura della potenza sia di Della Mea come “cantautore”, che come interprete-compagno, che parla direttamente ai compagni con le più semplici e vibranti parole della stessa classe operaia da lui personificata, e che si riassume, incisivamente, in uno dei tanti versi, là dove afferma che l’importante è “faà parlàa la classe”.

Se qualcuno ti fa morto, successivo a Il rosso è diventato giallo, è il frutto più delicato e vigoroso che, nel ’72, Della Mea pubblica ispirandosi alla morte del Giuan. “Io il Gianni Bosio — scrive il cantautore — l’ho conosciuto quand’ero piccino. Veniva con amici in casa di mio fratello Luciano, a Milano, in via Console Marcello 25. Era una gran rottura di balle. (…) Poi, tempo dopo, mi diede in cura la bozza degli Scritti italiani di Marx ed Engels. Quando gliele riconsegnai, malfatte e incomplete, ero un bel po’ fuori scadenza e fuori tutto. Il libro era già uscito e Gianni l’aveva fatto correggere da qualcuno più onesto di me. Il Bosio allora mi bollò duro, non perché avevo mancato nei suoi confronti, ma perché avevo mancato nei confronti di qualcosa che era utile e importante fare…”. A leggere questi suoi ricordi, a riflettere sulle “divergenze” e le contraddizioni che essi volutamente lasciano intendere (“Io con lui sono cresciuto. Non sto a dire se bene o male. Sono cresciuto. Gli ho voluto bene e gliene voglio ancora: non alla memoria, perché ce l’ho dentro, vivo. L’ho difeso anche quando non ne aveva bisogno. L’ho anche idolatrato, credo. Ci ho litigato, l’ho insultato e ho rotto”), sembra di poter scoprire un risvolto insolito, quasi inconcepibile, in un temperamento così forte, così sicuro e robusto, pur nel pieno effluvio dei suoi sgomenti e dei suoi mai sopiti dubbi. Invece è soltanto un’impressione. Si ascoltano le canzoni del Lp e si ritrova il solito Della Mea, feroce, spietato, dolce, pieno d’amore e caratterizzato dalla certezza di un domani diverso e umano.
A partire da Saran vint’ann nianca, il motivo che apre la prima facciata, si ha di fronte un Giuan, fatto rivivere attraverso la memoria nel giorno della sua morte, per il quale ciò che conta è quanto si è fatto e si lascia agli altri, al di là di qualsiasi questione puramente personale: “E oggi Giuan è morto/ e noi siamo sempre qui/ e quello che lui diceva/ e quello che lui scriveva/ non è morto, è vivo/ per chi vuole capire” (questi versi sono la diretta traduzione del testo, che è ovviamente in dialetto milanese). E non è certo soltanto la vecchia idea dellameana, nella canzone successiva, E duman ghe fan la festa, a far rivolgere il “cantautore” al Giuan con le parole di ripudio per ciò che i “socialisti” e i “compagni come l’Aniasi/ e il Boccalini”, con le loro “tre parole di circostanza”, riusciranno a fare di lui e del suo “lavorare” (“Perché questa brava gente/ che sono zanzare/ del tuo lavorare, Giuan, hanno paura/ e la tua idea di fare/ parlare la classe/ per gli Aniasi suona così:/ no alla cultura”). è la vecchia idea ereditata dallo stesso Giuan, è il suo insegnamento, a far parlare Della Mea con tanto disprezzo e dolore e lucidità insieme. Insegnamento che ritorna nella canzone che segue, A Costabona (“Se qualcuno ti fa morto un motivo c’è/ monumenti e lacrime due parole e poi/ un ricordo un sorriso/ la medaglia niente più/ costa poco piangere/ capir costa di più…”), e che viene ripreso e ampliato, in termini meno diretti, nella seconda facciata del disco, con Lettera a Chaim: se il cielo fosse bianco di carta (già incisa su disco da Giovanna Marini in Ho letto sul giornale), Lettera a Michele (composta, questa, con il fratello Luciano nel febbraio del ’72).

Immagine articolo Fucine MuteA questo proposito lo stesso Luciano Della Mea ha scritto: “Michele è un operaio dell’autunno caldo. Ma potrebbe anche essere un bracciante, un disoccupato, uno studente. Egli ribellandosi alle proprie condizioni di vita ha detto no all’Italia politica ufficiale e alle sue logoranti formule e combinazioni. Nella lotta ha capito la necessità dell’organizzazione e quella dell’avanguardia, che si presentava ai cancelli in modo diretto e diverso, carica di rispetto comunista verso i compagni operai, le loro azioni, i loro bisogni, le loro idee. Ma poi l’avanguardia si è istituzionalizzata e le idee hanno cominciato ad essere non quelle sue e dei suoi compagni, ma quelle dell’avanguardia che, a sua volta, ha perduto o non ha conquistato al proprio interno il rispetto comunista: quindi pensa e comanda chi, per privilegio borghese, ha più sapienza e scienza. Di qui la delusione e la ribellione di Michele, uno dei tanti che per credere nella rivoluzione ha bisogno di toccare con mano che fra i rivoluzionari, nell’avanguardia e nelle masse, si comincia subito da oggi e non dopo la presa del potere a vivere da eguali, da comunisti”.
Il medesimo impegno e la medesima linea costituiscono il cardine de La balorda (1973), nel quale vengono messi a nudo, in maniera grottesca, gli atti di personaggi come Andreotti, Rauti, la CIA, Calabresi, Merlino, Freda, Ventura, Almirante, Birindelli, Occorsio e, in tale operazione, il riferimento a Pinelli ed a Feltrinelli è inequivocabile. Della stessa forza d’urto è Caporetto ’17, dove il tradimento del generale Badoglio è espresso con tinte tragicomiche, nella frenesia di un colloquio fra un semplice soldato (Tonio) morto in trincea e San Pietro, portiere del regno dei cieli. Ballata per Ciriaco Saldutto, la canzone d’apertura della seconda facciata del disco, si riferisce ad un quindicenne meridionale, immigrato dalle Puglie a Torino, città che lo isola e lo annienta, fino ad indurlo ad impiccarsi, con il “delitto della repressione”. Crepa!, nella sua incandescente dolcezza, torna a ribadire uno dei punti basilari in Della Mea: la necessità di essere “bambino” per poter “credere”, “sperare” e “volere un mondo nuovo”. La…, esplicito riferimento alla “cacca”, è una gradevole quanto provocatoria riabilitazione dello stesso termine in questione, usato in pratica a sproposito e in maniera del tutto inadeguata: “Allo sbirro che ci attacca/ ai padroni e agli imperialisti/ è sbagliato accostare la cacca/ è più giusto dir loro fascisti”. L’ultima canzone, Scarpe rotte, che riprende un vecchio motivo popolare, è un ennesimo e molto riuscito enunciato, tipico della tematica dellameana, tutto proteso verso “il rosso sole/ dell’avvenire”. Ci sembra opportuno riportare il testo con il quale il “cantautore” presenta questo suo lavoro, proprio perché nella sintesi di queste sue righe è rintracciabile il motivo dominante della sua operazione artistico-politica: “Cari compagni, come presentare questo disco proprio non lo so. So solo che di dentro ho una voglia rabbiosa di ridere e di stare in allegria… E allora ho pensato a dieci minuti di gioia, con la rabbia dentro, ma sempre gioia. Dobbiamo imparare a ridere. Io per primo… poi magari anche insieme. E così, sempre per allegria, ho riscoperto la satira ghignevole, lo sberleffo insultevole eccetera. Un po’ come succede delle volte, di sabato, ma forse anche di martedì domenicalunedìgioeccetera.

Un po’ come succede quando ci si trova insieme e si canta così, tra amici, tra compagni. A ruota libera… o quasi. In balorda. E il discorso politico? Il Messaggio? Il Verbo? Una volta tanto non ho mica voglia di mandare messaggi, di dire “verbi”, di fare discorsi politici più o meno compendiosi e importanti. Ho solo un “discorso” da fare e non mi importa di stabilire se è grande o piccolo o importante. è soltanto il discorso che mi sta a cuore, quello che mi ha determinato a riprendere la chitarra e a ricominciare a cantare nelle piazze, davanti ai cancelli delle fabbriche, ai festival dell’Unità, nei posti dove la gente vive. E questo “discorso” è quello che mi impegna nella ricerca dei momenti unificanti della classe, per poterli riproporre, con tutti i limiti che può avere una canzone, affinché possano avere un minimo di generalizzazione. Quel minimo di generalizzazione che il mezzo della canzone così come la faccio, così come mi viene, può riuscire ad ottenere. I trionfalismi mi stanno sulle balle, la rivoluzione ha i tempi lunghi, il comunismo ancora più lunghi epperò io credo che bisogna essere comunisti da subito per proporre il comunismo da domani. Per fare questo secondo me ci vuole il fiato lungo, lunga modestia, e tantissimo rispetto per il compagno che ti sta davanti, di dietro e di fianco. Infine ci vuole anche amore”.
(fine prima parte)

Le immagini a corredo del presente scritto sono tratte dal libro fotografico “Un paese vent’anni dopo”, Einaudi, Torino 1976. Di Cesare Zavattini e Gianni Berengo Gardin.

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