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Scrittura

Roberto Roversi

Dentro la società senza perdere nessun battito

Roberto Zizzi (RZ): Da qualche mese lei ha ripreso la pubblicazione della rivista letteraria “Rendiconti” dopo un’interruzione di diciassette anni. Gli scrittori oggi, considerando la ricchissima produzione di carta stampata, di che cosa si devono occupare oltre che della creazione?

Roberto Roversi (RR): I giovani che scrivono, per lo più identificano la distribuzione delle proprie comunicazioni nei canali ufficiali; cioè un libro di poesie viene spedito a Mondadori, a Einaudi, al critico Luzi, a Zanzotto. Quando decidono in modo susseguente alle prime delusioni, secondo il mio parere, di pubblicare in proprio, loro pensano di mandare per posta a questo o a quello il loro libretto o indirizzandolo in alcuni luoghi deputati, di avere esaurito il loro impegno. Hanno una sostanziale disapplicazione teorica in riferimento al problema della comunicazione in quanto tale. Non sanno quale enorme tempesta di carta stampata ci giri sopra la testa in questo momento. Questa quantità di materiale (scritto) si agita e si muove in una situazione culturale che è ottocentesca. Non depreco il fatto che ci sia tanta scrittura in alto sopra le nostre teste, ma che in basso, cioè nella nostra società, non ci sia un’organizzazione aggiornata a recepire e a distribuire queste quantità di comunicazione, e per questo è destinata a bloccarsi.

Teresio Zaninetti (TZ): Perché succede tutto questo?

RR: Posso dare dal mio punto di vista una risposta poco sociologica e un pochettino sentimentale-culturale. La nostra società letteraria è ancora attestata su parametri che definirei petrarcheschi. Ritiene la letteratura una comunicazione privilegiata che riguarda solamente i grandi, coloro che primeggiano, mentre nello stesso tempo irride l’altro tipo di poesia e di scrittura che non riesce ad affermarsi a quel livello. Perciò, anche nella nostra storia letteraria, vediamo ad esempio che i satirici, gli ironici, gli umoristi sono tutti relegati ai margini, fuori dai circuiti editoriali e dei riconoscimenti ufficiali dei nostri critici. Di tanti importantissimi poeti del ‘500 e del ‘600 non ci sono edizioni disponibili, bisogna reperirle in vecchie edizioni dell’Ottocento, in biblioteca o in alcune antologie scolastiche ben fatte, che alle volte riproducono un sonetto oppure un componimento. Quindi, viene riconosciuto il diritto di esistere solamente ai grandi, e i poveracci, cosiddetti minori, vengono tenuti ai margini o addirittura scartati; si ha la valutazione immediata della situazione organizzativa della nostra cultura.

RZ: In questo non hanno una responsabilità gli artisti, nella loro incapacità di aggregarsi, oggi?

La responsabilità è di tutti. Quindi anche all’interno degli operatori letterari, che non si sono mai impegnati a proporre questo problema come determinante. Già negli anni ’60, nel momento violento della contestazione, decisi, riconoscendo una situazione drammatica che era in atto, di venire fuori dalle istituzioni ufficiali. Io ho pubblicato con Mondadori, Feltrinelli, Einaudi. Era il momento di scegliere se stare dentro, e quindi di adattarsi ad accettare una serie di regole, oppure uscirne in modo deliberato. Le regole alle quali avrei dovuto adempiere non mi soddisfacevano per niente, non appartenevano al mio modo di ragionare, ne uscii. In quel momento cominciai, assieme ad altri, ad impegnarmi direttamente su questo problema, partendo dalla grossa novità degli anni ’60: la fondazione de “Il Manifesto” e d’altri giornali politici di allora. Questi proponevano già la soluzione di un aspetto determinante del problema, cioè la gestione della propria comunicazione, che era sottratta agli obblighi ufficiali e tradizionali per essere assegnata a chi a queste comunicazioni faceva capo, a chi voleva che queste potessero continuare, cioè al lettore e a chi faceva il giornale… e allora gestione diretta.

In quel momento non fu altrettanto chiaro che mentre si risolveva il problema della comunicazione, veniva disatteso come problema secondario, ma per me importante, la gestione della distribuzione delle comunicazioni. Questo ha portato ad una serie d’ingorghi e di contraddizioni, fino ad annullare completamente quella parte di autonomia che si era ottenuta nel corso delle lotte studentesche, operaie, politiche degli anni ’60 e ’70.

RZ: Lei però viene da più lontano, cioè dagli anni ’50, com’era la realtà di allora?

RR: Era una situazione completamente diversa, in equivoca ascesa. Cioè, c’era tutta una serie di riferimenti a venire che sembravano abbastanza immediati, seppur da conquistare con difficoltà, interruzioni, errori, ecc…

La nostra situazione era piuttosto di tensione in avanti, pur mantenendo sempre quel minimo di autonomia. “Il Mulino”, ad esempio, che nasceva contemporaneamente, fece un’altra scelta; era fatto con persone giovani, di grande talento, ma subito si appoggiò alle istituzioni, potendo così ottenere quegli appoggi politici che gli consentirono poi di svilupparsi. Con “Officina”, che facemmo allora, si tentò in una forma abbastanza convinta, ma non così rigorosamente precisata come si farà poi con “Rendiconti”, che seguì dopo, di operare nella direzione dell’autonomia e della sottrazione della propria comunicazione ad ogni tipo di rapporto ufficiale. Infatti, sia l’una che l’altra rivista non ha mai avuto una riga di pubblicità.

RZ: Quale era la forma di finanziamento adottata?

RR: Ce la toglievamo dalla bocca, anzi me la toglievo dalla bocca io perché era un’operazione che non poteva andare avanti se non in questa direzione. Si poteva anche se con grosse difficoltà perché le spese erano ancora accettabili. Quando, appunto alla metà degli anni ’60, decisi di uscire, io avevo pronta una raccolta di poesie “La descrizione in atto” che decisi di ciclostilare in proprio e di distribuire gratuitamente, quasi cinquemila copie nel corso di alcuni anni. Me la chiedevano e io spedivo.

RZ: Sempre in forma di ciclostile?

RR: Sì, ben chiaro e leggibile.

TZ: La distribuzione gratuita porta ad un maggiore popolarità?

RR: Non lo so. Forse un po’ di più. Le cinquemila copie furono anche un po’ avviate da un articolo comparso su “Paese Sera” e da un altro su “L’Espresso”. Non so quanti di questi lettori fossero suggestionati dal fatto che il teso veniva distribuito gratuitamente, o l’avessero richiesto per curiosità, per poi non leggerlo, o quanti l’abbiano letto veramente. Questa distribuzione l’ho potuta fare poiché, in ciclostile, una risma di carta costava quattrocento lire, un barattolo d’inchiostro mi pare cinquecentottanta lire, spedire costava trentadue lire. Potevo spedire come libreria, quindi con tariffa ridotta. Dovessi farlo adesso, come spesa, non riuscirei nemmeno più a trovare carta per ciclostile, poiché superato come strumento di riproduzione. Oggi ci sono strumenti molto più costosi (ci vogliono milioni), la spedizione ora verrebbe a costare millesettecentocinquanta lire. Quindi, porterebbe tutta l’operazione a costi tali che converrebbe piuttosto stampare.

TZ: La veste grafica tradizionale, in forma di rivista o di libro, è ancora efficace considerando che ci si rivolge anche alle nuove generazioni?

RR: C’è un trapasso, sicuramente, nell’ambito della comunicazione. Il problema nasce dal fatto che i giovani hanno una formazione di lettura e di visione completamente condizionata dall’immagine. I giovani non leggono meno; per esempio “Dylan Dog”, che è un fumetto che vende novecentomila copie ogni settimana (e non si può dire che sia scherzoso o divertente), è pieno di sostanza, va letto con una certa attenzione, è molto problematico seppure discutibilissimo.

Il libro, la pagina tradizionale, la pagina stampata, non è più così coinvolgente rispetto all’attenzione del giovane, che si stanca facilmente, che ha bisogno dell’immagine, del segno colorato, di emozioni visive. Questo è dovuto sia all’educazione televisiva, e poi perché tutta la città è sempre colorata nei suoi messaggi, i tabelloni, le pubblicità, tutto è fortemente colorato e condizionante. Perciò il giovane recepisce la comunicazione prevalentemente in quella direzione.

TZ: Una rivista come “Rendiconti” si pone l’obiettivo di arrivare anche ai giovani?

RR: No. Di arrivare ai giovani è un problema che non mi sono posto, cioé di arrivare prevalentemente a loro. Mi sono posto di arrivare, con qualche fischio sparso nel bosco, a personaggi che sono qua e là, essi stessi sono disperati, e di cercare di radunare qualcheduno che abbia bisogno di assemblarsi con gli altri. Quindi, il pubblico iniziale di questi primi numeri è un po’ indeterminato. Può essere anche giovane, misteriosamente interessato a questa sorta di problematica.

RZ: Da un lato lei dice che le forme di comunicazione sono cambiate, anche la pagina tradizionale non è più tanto efficace. Dall’altra, però, ripropone una rivista completamente tradizionale

RR: Perché non so fare altro, esplicitando tutti i miei limiti, quindi la mia debolezza. Sapessi ben disegnare farei fumetti, userei anch’io questi mezzi. Mi sono anche interessato alla realtà virtuale, senza lasciarmi travolgere, cercando di rapportarla alla letteratura e alla poesia (che sono sempre stati campi un po’ chiusi), alla tecnologia, senza cedere nulla.

TZ: Esistono, a livello di fumetto, riviste quali “Il Grandevetro”, “Città d’Utopia”, “Rendiconti”?

RR: Non conosco una pubblicazione di questo genere anche se sarebbe interessante. Nei primi fascicoli di “Rendiconti”, usciti negli anni ’60, volevo fare con Forti, maestro del fumetto (che insegna all’università di Bologna e che scrive anche su “Il Manifesto”), la critica letteraria attraverso i fumetti. Mi parrebbe davvero interessante se ci fosse, in questo senso, qualcuno disposto a lavorare con me.

RZ: Non pensa che si dovrebbe tornare, nel campo della scrittura e della comunicazione, ad un atteggiamento di maggior verità, parlando soltanto di ciò che realmente si conosce e che si è andati a verificare, al contrario della comunicazione borghese, che parla ormai soltanto per dispacci d’agenzia o per sentito dire?

RR: Questo è anche vero, solo io credo che in questo momento, proprio perché tutto è in movimento, sia quasi impossibile riuscire a fare, com’è stato fatto in tempi passati, delle enciclopedie che fissino la situazione della cultura e della scienza in un cero periodo storico, con una certezza di una durata decennale. Risulta anche impossibile essere medico, avvocato, scrittore, proprio perché la realtà si mescola vorticosamente con le cose; quindi a meno che non si vogliano chiudere nevroticamente le finestre guardando soltanto al proprio cuore, è necessario per un poeta non solo scrivere, ma prestare attenzione a tutti i problemi della società.

RZ: Un’operazione di verità, dunque, non solo nella produzione artistico-letteraria, ma comportamentale…

RR: Penso anch’io questo. La verità e la fruizione di un artista è determinata dal suo modo di essere al mondo, nella società.

RZ: Bene, la realtà è complessa. E a Bologna?

RR: Anche Bologna è una realtà estremamente complessa. Se noi siamo senza curiosità, percepiamo la verità del nostro essere nel sociale soltanto in modo parziale. Per quale ragione? Bologna, ad esempio, ha una città del centro storico con una struttura, organizzazione, cultura ed amministrazione, e poi ha una terrificante enorme periferia, dimenticata e non vista.

TZ: Ho sempre seguito il suo percorso, già da quando è partito con “Caccia all’uomo”, “Diecimila cavalli”. Con la sua poesia e letteratura lei ha proseguito in concomitanza con quello che accadeva…

RR: Partendo dai concetti marxiani, per me tuttora validi, uno dei quali di estrema semplicità e ovvietà (e per me di estrema importanza attuale e futura, che stabiliva che la ricchezza degli uni è fatta sulla povertà e sulle spalle degli altri), se c’è una ricchezza determinante che non abbia un rapporto con una vincita al lotto, va immediatamente verificata perché è stata sicuramente sottratta.

Questo nostro impressionante e ossessivo e volgare arricchimento nel corso degli ultimi venticinque anni dell’Occidente, va a scapito (ce lo diceva non solamente la sinistra, ma anche i cattolici del dissenso) del Terzo Mondo e dell’America latina portando agli sfracelli attuali. Quindi l’attenzione a questi problemi non è solo dovuta, bensì naturale per chi non si appaga di vivere in una società come l’attuale, competitiva, dell’americanismo più sfrontato e più volgare, riportando il vivere sociale alla foresta, dove il più forte prevale e il più debole viene azzannato e lasciato morire.

TZ: È sgomentante, siamo arrivati al livello del vero e proprio cannibalismo.

RR: Certo, questa società, così com’è divenuta, è la più ignobile nella quale ci è dato di vivere nel corso degli ultimi cinque-seicento anni. Ci sono state in passato aggressioni di uomini verso altri uomini, di stati ad altri stati, ma mai così globalmente ossessive e generalizzate. Ormai ci viene prospettato come solo modo di vivere possibile.

TZ: Ormai non è più un degrado soltanto locale, ma planetario…

RR: Arricchiamo, succhiando e degradando la terra ma anche l’altro che ci sta vicino, sopraffacendolo, riducendolo nella miseria e nella desolazione, nella tristezza e nella morte.
Questo modo di vivere produce una violentissima emarginazione e separazione per cui sopra vivono solamente i forti.

TZ: Stiamo entrando in quella che già negli anni ’70 si chiamava incomunicabilità. A che punto siamo oggi?

RR: L’incomunicabilità è generalizzata, anche se sembra che il mondo si trovi in un momento di massima comunicabilità, di massima informazione, ma a mio modo di vedere questo è più pericoloso dell’informazione censurata; perché, mentre l’informazione scritta, cancellata col pennarello nero, che stava ad indicare ciò che non potevi dire, ti permetteva di identificare il punto della censura, quindi avevi con essa un rapporto preciso, ora ti è detto tutto di tutti, non c’è più una censura sostanziale, e questo crea un tale ingorgo di informazioni che non si riesce più nemmeno a selezionare le proprie emozioni.

RZ: Non si riesce più nemmeno a formarsi eticamente.

RR: Non si ha nemmeno tempo di immagazzinare razionalmente quel che ci viene detto.

RZ: Non c’è tensione.

RR: E non c’è il tempo, perché tutto viene sopraffatto da altre informazioni che ti sommergono. La sola salvezza a livello personale, è di produrre una propria censura.

RZ: Una sorta di auto-censura come nuovo codice espressivo…

RR: Non leggere più tanto, ascoltare sempre meno, selezionare.

TZ: Bisogna inventarsi tutti i giorni un proprio momento di autodifesa intellettuale, salvaguardare la propria integrità mentale.

RR: Prendiamo, a esempio, un grande quotidiano italiano quale “La Repubblica”: leggerlo è estremamente pericoloso, è talmente pieno di contraddizioni, di agglutinamenti informativi, che se non hai gli strumenti che ti consentono di decodificare l’informazione, sei totalmente alla sua mercé. Una lettura di questo genere andrebbe corretta con altre cose; siccome non si possono leggere cinquanta quotidiani al giorno, bisogna selezionare determinati giornalisti cui si assegna una certa fiducia.

TZ: Questo vale anche per i libri?

RR: Per i libri pubblicati dalla grande editoria ufficiale il problema non si pone. Ma c’è una grande quantità di libri pubblicati dall’editoria minore, spesso, prevalentemente, a livello saggistico, storico o filosofico, interessantissime ed è difficile procurarsele. Ad esempio, un anno e mezzo fa circa, a Catania o Agrigento, non ricordo bene, è stato pubblicato un libro su Elio Vittorini, della sorella, da una piccola casa editrice. Sono riuscito ad averlo dopo nove mesi.

Per dare una conferma delle contraddizioni in atto, parlo della mia libreria “Antiquaria”. Non è una libreria di libri antichi, ma di testi esauriti o no dell’800 e del’900 (libreria di R.Roversi, via dei Poeti n.4, 40124 Bologna, agibile da chiunque, a cui ci si può rivolgere per ottenere il catalogo dei libri). Lavoriamo prevalentemente con un catalogo che distribuiamo, molte copie del quale vanno all’estero, a studiosi giapponesi, canadesi, americani… Avevamo l’abitudine di inserire un gruppo di opere nuove da offrire. Da qualche tempo ciò non può essere fatto, perché non raggiungiamo il fatturato annuo richiesto dalle grandi case editrici, che ci consentirebbe di essere incorporati nella loro contabilità computerizzata. Se abbiamo bisogno di un testo, dobbiamo rivolgerci alla attigua libreria “Minerva” che lo ordina per conto nostro. Altri piccoli librai sono in difficoltà per problemi di aggiornamento, perché la grossa distribuzione ha regole rigorosissime e arriva dove ne ha la convenienza; e perciò tu, piccolino, sei fuori dal loro giro, non interessi.

TZ: Che cosa è cambiato nell’industria culturale da venti o trent’anni a questa parte?

RR: Innanzitutto il sistema di rapporti tra autore, editore e distribuzione. Per quanto riguarda il rapporto, sino a trent’anni fa, se pensavi ad Einaudi ti richiamavi a Calvino e a Vittorini. Scrivevi a Mondadori, rivolgendoti a Sereni; si aveva, quindi, un rapporto diretto con un intellettuale, un grande scrittore, da cui avevi risposte precise e puntuali. Adesso, la casa editrice non ha più facce, ma persone che, pur essendo serissime (sono avvocati, finanzieri e magari provengono da una casa automobilistica e vengono messi lì a fare i direttori, con grosse capacità di gestione), ti tolgono la possibilità di rapporto diretto sul testo e con gli autori.

RZ: Venendo a mancare questo rapporto diretto fra gli autori, le case editrici e gli intellettuali che in esse lavorano, non si assiste ad un appiattimento contenutistico?

RR: C’è una sorta di sconnessione, meno partecipazione. Un libro diventa sempre di più, non dico merce, puro prodotto, ma un oggetto che costa e che deve dare rientri contabili. Questo rende diverso anche l’autore, che partecipa al movimento del libro che viene distribuito, andando a trasmissioni, dibattiti, a adempire ad una serie di situazioni senza le quali il libro non diventa popolare o conosciuto.

RZ: Per tornare al degrado di cui si parlava prima, in Emilia Romagna, da venticinque anni all’avanguardia su alcune questioni fondamentali quali l’infanzia e gli anziani, e mito per molti compagni del sud Italia, a mio parere deluso, non pensa che la cultura del lavoro e l’aristocrazia operaia che si è venuta a creare abbiano prodotto quella corruzione delle menti che ha poi fatto perdere di vista ai lavoratori la loro stessa condizione di sfruttati, nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro? E che cosa, secondo lei, si può proporre di diverso?

RR: Ho sempre fatto un riferimento molto preciso a quello che è un polo coinvolgente d’interessi: il comune di Bologna, che ho tenuto diversificato dal partito e dalla società. Questo rappresentava innanzitutto noi, visto che governava con maggioranza assoluta. Attraverso la sua pratica amministrativa, dagli anni ’60 alla prima metà degli anni ’70, ha fatto cultura di avanguardia. In che modo? Le sue scelte erano avanguardistiche non solo rispetto alla norma, ma in riferimento alla previsione dello sviluppo e della società estremamente avanzata. Il problema del recupero del centro storico, l’assistenza sociale rivolta agli anziani, intesa non come dovuta ma determinante come obbligo sociale, la viabilità, l’inquinamento, sono stati impostati e prospettati allora in modo nuovo e in altre direzioni, tant’è vero che venivano a studiarli da tutta Europa. Il rapporto tra amministrazione e cittadino era determinante, stimolante e provocante. è venuto a mancare poi perché non c’è stato un aggiornamento continuo e si è verificato uno scollamento generale, l’impossibilità di identificazione di nuovi problemi e la capacità di portarli all’interno dell’amministrazione. Progressivamente, il rapporto tra comunisti e socialisti si è presentato problematico, vincolante e ritardante, con complicazioni infinite e l’arresto di ogni politica innovativa.

RZ: Oggi invece?

RR: Questo rapporto mi sembra che oggi non si ponga nemmeno, è tutto sostanzialmente cambiato. Dobbiamo riconoscere che amministrare adesso è molto difficile, sia perché le forze politiche devono tener conto di una serie di implicazioni reciproche, consentendo di fare piccoli passettini in avanti con estrema difficoltà, e anche perché l’identificazione dei problemi primari viene sempre contraddetta da necessità quotidiane impellenti che comportano aggiustamenti momentanei, continui rattoppamenti, perdendo così di vista la realtà nella sua globalità. I problemi esplodono, e vengono tacitati, senza grosse previsioni per il futuro.

RZ: Gli intellettuali, i filosofi e gli artisti liberi e per questo “marginali” debbono esercitare oggi, a differenza di un tempo, un ruolo critico e non profetico, nella società contemporanea. Quali sono, secondo lei, le questioni fondamentali da affrontare nell’immediato?

RR: Secondo il mio parere, il problema sostanziale consiste nell’impegnarsi a risolvere il drammatico e impellente tema della comunicazione. Noi stiamo parlando qua, fra di noi, ma le cose che ci diciamo avremmo bisogno di farle girare in altre direzioni.

RZ: E’ per questo che stiamo registrando, scriveremo…

RR: Insisto in questo perché ci muoviamo nell’area in cui si ha il consenso, ci parliamo tra di noi. Avremo diversità di conclusione, ma sostanzialmente non ci sono contraddizioni di posizioni eccessive. Invece bisogna allargare quest’area per arrivare dove c’è un po’ di indifferenza; è necessario coinvolgere qualcuno che la pensa in altro modo, pur avendo gli stessi stimoli culturali. C’è un’infinità di brave persone in giro: questo dà conforto. Magari c’è un gruppo non numerosissimo di cattolici con i quali parlerei e che non avrei difficoltà a coinvolgere. In che forma continuativa ci si arriva…

RZ: Forse non essendo prevenuti…

RR: Io li leggo da sempre con attenzione, loro credo che non leggano nemmeno una riga di quello che scrivo. La cosa quindi non funziona. Magari non leggono, non perché quello che scrivo è poco interessante, ma non leggono nemmeno quello che scrivono in questa direzione anche altri, magari meglio di me e in modo più approfondito. C’è proprio una specie di frattura che occorrerebbe cercare di ricompattare attraverso la comunicazione o in altre forme, con una militanza più diretta di partecipazione. Per quel che mi riguarda, nel mio specifico privilegio la comunicazione scritta. Non vado mai ai dibattiti semplicemente perché uno deve fare meglio che può quello che sa fare. Altrimenti si corre il rischio di essere approssimativi. Bisogna corresponsabilizzarsi in modo specifico.

RZ: A volte si ha l’impressione di essere un po’ inascoltati…

RR: è vero, anche perché siamo nell’ambito dei vinti, o meglio, degli sconfitti, che non hanno il diritto di essere ascoltati. Siamo rigorosamente e vigorosamente sconfitti. Bisogna essere tanto ironici e tanto seri da riconoscersi i propri diritti.

TZ: Dovrebbe essere il contrario, considerando che da tanti anni lei e gli altri intellettuali di sinistra ci avvertiste del fallimento del sistema attuale…

RR: Tutta la problematica che noi proponiamo, a livello ufficiale, non interessa. I nostri piatti, la nostra merce viene rifiutata proprio perché, come dicevo prima, la gente dice: “Cosa ce ne frega: i problemi sono altri”. Tutta l’informazione ufficiale, Bocca e gli altri, non dicono che i guasti attuali dipendono dal mal pensare e dal mal governo istituzionale, ma dal mal pensare e dal mal governo delle sinistre. Per questo loro dicono: “Tu ti rifai a quelle conclusioni che si sono rilevate fallimentari, e per questo sei fuori dalla storia, non ci interessi”. E hanno ragione, perché noi progressivamente, abbiamo perso la capacità di comunicare. La sinistra ufficiale ha perso la possibilità di avere un proprio linguaggio di fondo. E pur essendosi conquistata negli anni spazi in un mezzo importante come la televisione, ha usato non un proprio linguaggio, ma il linguaggio ufficiale. La classe operaia, via via rispetto ai contadini che possedevano una cultura autonoma, straordinaria e millenaria, un proprio linguaggio (il dialetto), e che quando raccontavano le favole ai figli raccontavano le proprie, non quelle pubblicate da Mondadori, nelle osterie cantavano le proprie canzoni; quando la classe operaia, invece, ha cominciato a cantare, ha messo parole sulla musica di Sanremo. Questa mancanza diretta della gestione della comunicazione è stato lo scollante che ha determinato il collasso.

TZ: Io penso che dal compromesso storico in poi per il P.C.I. e per la sinistra siano iniziati una serie di errori politici che hanno portato allo sfascio della classe operaia che non veniva più rappresentata, bensì tradita, divenendo essa stessa una istituzione, se pur disarticolata. è d’accordo con questa analisi?

RR: La classe operaia ha subìto una crisi di rappresentanza proprio perché le tecnologie l’hanno rapidamente superata e annientata, rimanendo in Occidente, e prevalentemente in Italia, classe operaia tradizionale, mentre le nuove tecnologie comportavano una inversione delle responsabilità lavorative.

TZ: Stringendo, le nuove tecnologie sono servite alla classe lavoratrice?

RR: Direi proprio di no, visto lo sfascio a cui siamo arrivati. Penso che lo sviluppo tecnologico a cui siamo giunti sia inarrestabile; mi sono confrontato parecchie volte con i giovani sul tema dell’uso dell’energia atomica, che secondo me non va scartato a priori, ma con il quale bisogna misurarsi, poiché credo che in futuro si andrà in quella direzione, se si vorranno soddisfare le esigenze non solo dell’Occidente, ma dell’intero pianeta. Tutta questa questione avremmo dovuto affrontarla con il massimo rigore già da molto tempo, per prepararci realisticamente alle conseguenze di questo sviluppo.

TZ: Penso che la questione fondamentale sia sempre la stessa, cioè non crede che fino a quando le tecnologie, i sistemi di produzione, e quindi l’economia, resteranno in mano al capitalismo, per le classi lavoratrici non cambierà mai nulla?

RR: Il problema della proprietà dei mezzi di produzione, com’è stato impostato dalle sinistre, oggi non è più attuale; forse tornerà ad esserlo. Ma le classi lavoratrici non potranno non tener conto della gestione dello sviluppo tecnologico che sembra, e a mio parere è inarrestabile, a meno che non si vogliano mettere nel cassetto o nascondere certe invenzioni prodotte.

RZ: Tenere nel cassetto certe invenzioni è ciò che fa la classe dominante…

RR: Certo, la classe dominante, che ha anche la gestione delle innovazioni, produce le novità nella direzione che vuole. C’è in questo momento un cambiamento di prospettiva nelle singole visioni del mondo o nelle singole visioni in cui le necessità del mondo si collocano. Quindi le novità portano, non dico a compromessi, ma a sostanziali cambiamenti. Siamo stati abituati, soprattutto noi vecchi, a vedere la classe operaia nel momento della sua prepotente necessità, nella sua grandezza operativa, quando lottava veramente scontrandosi con un potere che gli era contro, nella convinzione di riuscire ad ottenere progressivamente dei vantaggi e alla fine una vittoria conclusiva. Naturalmente le vicende hanno contraddetto tutto questo, il padrone è sempre più padrone, ma in modo diverso rispetto al passato. Adesso è difficile individuare il vero padrone, il potere contro cui lottare.

RZ: Siamo in pieno totalitarismo di massa… le contraddizioni sono schiacciate. Assistiamo a un’autoregolamentazione, in apparenza quasi perfetta. Chi si riflette a sinistra, come può intervenire per provocare qualche accelerazione in altre direzioni?

RR: Certo, basta utilizzare le suggestioni dell’informazione senza riuscire a sottrarsene per cui se ne diviene succubi in modo inesorabile.

TZ: Ma qual è la sinistra oggi?

RR: E’ sicuramente una sinistra diversa da quella che era così rigorosamente spartita in passato: è una sinistra abbastanza composita, ma a mio parere non è una sinistra radicale, stile anglosassone. Può anche diventarlo, ma in Italia abbiamo ancora la possibilità di difendere in forma organica un’area, chiamiamola pure di sinistra, di opposizione alla cultura o alle scelte ufficiali. Alcuni riferimenti precisi sono già identificati; partendo dall’ecologia, problema abbastanza generico, che ha coinvolto tanto, in istanze approssimative; adesso vedo che ci sono dei riferimenti più concreti e operativi in quella direzione. Poi nella gestione del potere finanziario, non più nella gestione della fabbrica che può essere smantellata o trasferita: oggi questo è il vero potere ufficiale. Lo era anche in passato, ma veniva veicolato attraverso un’infinità di rivoli. Ciò è estremamente pericoloso, poiché ha una sua ambiguità e ubiquità. Abbiamo visto con i Ferruzzi che la molteplicità di situazioni nelle isole hawaiane, ecc…

RZ: Il banditismo è planetario, ora…

RR: Questa forza-violenza finanziaria corrisponde ad un potere talmente forte quale non è mai stato prima.

RZ: Così com’è nella sua forma attuale, come lo si può arginare e via via sconfiggere?

RR: Con proposte concrete e realistiche. La gente è stata travolta in passato in negativo da un cumulo di esempi. Ha bisogno di proposte che non siano generiche e moraliste. Quindi è necessario lavorare ora sul particolare, non più generalizzazioni entusiastiche, ma tutti noi dobbiamo intervenire concretamente sugli specifici. A livello di amministratori pubblici, non più grandi proposte, ma la risoluzione di problemi precisi e ben identificati di volta in volta. E da parte di chi riflette, la risoluzione di un piccolo problema sul quale si è affaticato. Nell’ambito dello scrivere, può essere il lavoro sulla parola per portarlo ad un grado di serietà precisa, almeno per quanto concerne la scrittura di immediato intervento, cercando di ridare senso e consenso a termini che per noi sono ancora utilizzabili, ma che per la gente sono già usurati. Ridare significato ai termini della sinistra, ridare significato al termine “comunismo”, “corresponsabilità sociale”, “partecipazione”. Termini che sono stati persi e sviliti dall’uso approssimato.

TZ: Come diceva in passato anche Ivan Della Mea, c’è un vero e proprio massacro sulla parola. Fino ad ora, ad esempio, il comunismo non è mai stato realizzato. Allora è importante chiedersi cosa si intenda oggi per comunismo.

RR: Sì, ogni volta che si discute in comune attorno a un tavolo è necessario mettere in atto una dieta terminologica, è inevitabile…

RZ: Sento il bisogno impellente di cominciare subito: cosa intende lei per comunismo?

RR: Rispondo con un concetto a cui ho già accennato: comunista è chi è convinto che la ricchezza degli uni viene esercitata sulla povertà o sul risparmio degli altri. Mi sembra una risposta, nella sua semplicità, determinante. Sono altrettanto convinto, per specificare, che tutte le forme di comunismo reale messe in atto siano ben diverse e lontane dal comunismo come lo intendo io; in quanto che tutti i comunismi reali sono stati realizzati con l’uso dell’esercito. Credo che sia una teoria di profondissimo aggancio con la realtà storica di ogni tempo, soprattutto necessitata in questo momento, che ha bisogno di una rinnovata elaborazione teorica e concettuale, ma soprattutto aspetta ancora di essere realisticamente applicata.

TZ: E’ una grossa menzogna, infatti, quando si dice: “Il comunismo è crollato”.

RR: Sì, ci sono stati infatti due o tre anni straordinari di grande vitalità, vediamo ad esempio la cinematografia sovietica, ma la fine di tutto questo ha coinciso con la fucilazione o il suicidio dei grandi intellettuali che vi avevano partecipato. Dopodiché tutto precipita nel burocratismo, il partito che assume il potere, diventando un’altra cosa.

RZ: La conferma di tutto questo è che i regimi cosiddetti “comunisti” non sono stati sconfitti dall’Occidente, ma svenduti dalle loro classi dirigenti, ancora una volta il popolo non c’entra…

RR: Infatti, se l’America non avesse avuto Gorbaciov, non avrebbe saputo inventarlo così pertinente alle sue necessità.

RZ: Pensa che anche qui, nel cuore dell’Occidente opulento, si potranno verificare forme violente e crudeli di repressione come nei momenti più bui del passato?

RR: Non saprei dare una risposta molto precisa, anche perché sto seguendo varie situazioni che si stanno determinando e che mi rendono perplesso, nei paesi fino a poco fa non determinanti, ma che ora cominciano a diventare estremamente pericolosi: vedi in Medio Oriente, ad esempio, essendoci un proliferare e un movimento di armamenti atomici clandestini che non so dove vada a confluire. Anche il possesso di una bomba atomica da parte di un piccolo staterello diventa un deterrente terrificante, potendo così sconvolgere in forma diplomatica o politica situazioni che sembravano sistemate. Quindi, in questo momento, non saprei dire con certezza nulla neanche sull’immediato futuro, poiché sono molto preoccupato personalmente da quello che sta accadendo in Iugoslavia. Non avrei mai potuto pensare che fatti del genere potessero riverificarsi nel cuore dell’Europa. Sto guardando, sto osservando e mi auguro di avere, come del resto il lettore della strada, idee più chiare e precise.

RZ: Un momento di grande incertezza…

RR: Anche perché questa idea dell’Europa unita, così come si è configurata, mi sembra ormai una formula invecchiata rispetto alle necessità attuali. Quindi non so davvero quello che può avvenire. Insomma, anche l’Europa mi sembra traballante.

TZ: Vorrei dire che le stesse classi lavoratrici, a livello planetario, non vogliono più riconoscersi come classi operaie, come proletariato, divenendo esse stesse complici… Quindi è necessaria una riorganizzazione generale…

RR: Questo è un mega-problema. In riferimento ai piccoli problemi cui mi rivolgevo io, credo sia necessario render chiara la metodologia operativa prima all’interno delle cose che dobbiamo fare noi. Solamente quando avremo raggiunto questo primo risultato, potremo allargare il nostro intervento in altre direzioni. Altrimenti finirà sempre per essere approssimato e un po’ velleitario. In questo momento in cui tutto si sta muovendo, tutto è scoordinato, ciò che abbiamo dietro le spalle del passato non ci serve quasi più a niente. Non credo che questo sia un mondo di macerie, ma di frantumi. Dobbiamo cercare intanto di corrispondere alle nostre necessità, che sono quelle della scrittura, del segno scritto, quindi del rapporto rinnovato con la parola: se, come penso, non è nostro compito avere un rapporto privato con la parola, ma quello di rendere il nostro segno carico di significato, anche per gli altri, cioè di socializzarlo.

Gli applausi non devono interessarci. Ci deve interessare il funzionare in una certa direzione: l’essere noi dentro la società con gli occhi aperti per non perdere nessun battito e nessun movimento, ascoltando tutto. Così potremo rimpolpare il nostro segno scritto, ridonandogli non aria ma sostanza, affinché l’altro, vicino a noi, possa riceverlo positivamente. Allora la comunicazione tornerà ad avere la capacità di girare e di aggregare.

Teresio Zaninetti è nato a Gozzano (NO) l’11 dicembre del 1947 e dal ’65 si è trasferito a Milano, diventando giornalista e collaborando a varie riviste (“Bella”, “Sogno”, “Sogno Mensile”, “Annabella”, della Rizzoli Editore; “Stop”, “Grand Hotel”, “Quattrosoldi”; “Alla Bottega”, rivista di cultura ed arte, dal 1964 al 1980). Dal ’73 all’85 è stato redattore presso la Rusconi Editore (“Gioia”, “Il Settimanale”, “Gioielli di Rakam”). Dal 1982 dirige la rivista “Logos” (ora “Jeronimus-Logos”). Ha diretto “Città d’utopia” di Catania e “Percorsi accidentati” di Monza.
Ha pubblicato, nel ’68, la raccolta di poesie “Volti”, poi ripudiata perché di derivazione troppo scolastica; il romanzo “La breve estate di Giuda”; nel ’73 gli è stata pubblicata una silloge in “Parametri di Poesia” (vol. I); nel ’78, la raccolta di poesie “Preparazione dell’avvento”, ristampata nel ’79. In coppia con Mirko Servetti, poeta ligure, nell’81 ha pubblicato “Frammenti in fuga & l’occhio pesto”; nell’82 “La ghigliottina” (Genesi Editrice, Torino). Nel ’92 “Poesie ed altre poesie (in triplopetto)”; nel ’94, “La finestra si apre” (entrambe a Catania: Edizioni C.U.E.C.M. e Ligea). E’ presente in “Poeti della Lombardia” (Forlì, 1983), in “Semeando a Paz” (Rio De Janeiro, 1989) e in “Pasolini. Lettere 1955-1975” (Einaudi, Torino, 1988). Nel ’95 ha pubblicato il romanzo-pamphlet “Le lacrime di Sisifo” (Rosso & Nero Edizioni, casa editrice che ha fondato e di cui è direttore) e nel ’97, quale vincitore del Concorso Nazionale Ibiskos Edizioni (Autunno 1996), la raccolta “Mio, mio, come il tuo ventre”. E’ inoltre presente nel “Dizionario Antologico e Critico di poeti scrittori e artisti italiani contemporanei” (a cura di Marco Delpino e Paolo Riceputi, Ed. Tigullio-Bacherontius, S.Margherita Ligure, 1997), in “Directory of International Writers and Artists” (U.S.A., 1994) e in “International Poetry” (U.S.A., 1995). Nel 1995, quale vincitore assoluto del Premio Contro Corrente, gli è stata pubblicata la raccolta “Nel deserto che s’apre ad ogni veglia” (Ed. Quaderni di Contro Corrente, Milano). Ha collaborato ad “Anterem”, “Sorbo rosso”, “Malvagia”, “Open Art”, “Osaon”, “Il Ponte” e collabora, fra le altre riviste, a “Il Grande Vetro”, “I Medi Canti”, “Talento”, “La Procellaria”, “Arenaria”, “Pomezia-Notizie”, “Contro Corrente”. Dirige anche, a Gozzano, la “Rosso & Nero Edizioni”.

Teresio Zaninetti si occupa di critica di cinema, arte contemporanea, teatro, letteratura e di critica sociale. Numerosi i riconoscimenti conseguiti. E’ Presidente e promotore del “Premio Città di Gozzano” e Presidente per la Giuria del Premio “Castagno dei Cento Cavalli” di Sant’Alfio (Catania). Nel dicembre del 1997, sulla rivista “Vernice” di Torino, gli è stata pubblicata una sintetica biografia (curata da Sandro Gros Pietro della Genersi Editrice), in cui spiega i motivi per cui ha richiesto al Parlamento Italiano, dal novembre del ’97, l’applicazione dei benefici della Legge Bacchelli. Alterna alla sua attività letteraria anche una intensa e fervida attività artistica e quella di regista “sperimentale”.
E’ attualmente in attesa della pubblicazione del romanzo “I violini, fragili e feroci” e di
“Primavera ubriaca”.

Questa intervista è stata pubblicata su “Il Grandevetro”, bimestrale di politica e cultura, S.Croce sull’Arno (PI) ed più o meno contemporaneamente sulle riviste “Città d’Utopia” di Catania e “Harta” di Milano.
Per gentile concessione degli autori.

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