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Omnia

Nel regno dei segni

1. Debolezza del segno: dissoluzione del referente

Se concentriamo la nostra attenzione ai paesi occidentali, ai paesi cioè tecnologicamente più avanzati, non si può non constatare la proliferazione di racconti che rappresentano, specchiano e simulano il reale. L’umanità sta imparando a raccontarsi, a mostrare e mostrarsi, sempre, ovunque, e senza avere la percezione e la consapevolezza di farlo, perché non c’è differenza fra la vita e il racconto della vita, perché vivere è far vedere, e capire è guardare. La TV è il più sensazionale esempio di sagra o fiera dove mercanti e saltimbanchi espongono le esistenze altrui. Gli esempi abbondano. Immagini provenienti da infiniti luoghi trasmettono ogni evento, dai quelli pubblici ai più privati, dove si dibattono i più intimi problemi personali, si discutono i più difficili contenziosi legali, in cui conduttori televisivi sperano di trovare salutari rattoppi a rapporti oramai compromessi, oppure infusi d’amore per cuori malconci. In altre parole, si istituzionalizzano i contesti in cui si usa il mezzo per cercare di risolvere problemi che altrimenti non sarebbero risolvibili, come se la proiezione della propria esistenza sopra un palcoscenico su cui si mandano in scena i propri doppi, potesse essere d’aiuto.

Ed alla proliferazione di racconti segue evidentemente uno sviluppo altrettanto incessante di segni, il cui tortuoso ed indecifrabile labirinto va a costituire il territorio che l’utente deve essere in grado di percorrere. Borges ci ha fissato alla memoria titaniche biblioteche attraverso bellissime descrizioni, gettando luce su corridoi, scaffali o libri: queste rappresentano il nostro sapere, basato su un mondo che è copia di falsi libri che si rifanno ad altri libri dispersi nell’infinita grandezza della biblioteca, in cui il vero è dogma, ed il falso è in quanto tale è più vero del vero. Erranti gli uomini dovranno sottostare al loro destino, a questa nuova logica postmoderna. Come tutti gli uomini della biblioteca, in gioventù io ho viaggiato; ho peregrinato in cerca di un libro, forse del catalogo dei cataloghi; ora che i miei occhi quasi non possono decifrare ciò che scrivo, mi preparo a morire a poche leghe dall’esagono in cui nacqui. Morto, non mancheranno mani pietose che mi gettino fuori dalla ringhiera; mia sepoltura sarà l’aria insondabile: il mio corpo affonderà lungamente e si corromperà e dissolverà nel vento generato dalla caduta, che è infinita (1).

E’ una sfida quella che questi indecifrabili segni sembrano lanciare all’uomo cibernetico, in ballo c’è il rapporto stesso con la realtà e con loro stessi, rapporto che si manifesta in vari modi. L’aspetto che li caratterizza maggiormente è il fatto di essere da una parte gnoseologicamente ed epistemologicamente deboli, e dall’ altra fortemente organizzati. Da qui emerge la prima dicotomia fra il loro apparire, che può essere in un modo ma anche in un altro, e la loro organizzazione, su cui si concentra tutto il loro senso (2). Il villaggio globale, orgia di immagini e parole, partorisce in media res infinite informazioni che si articolano attraverso varie forme (i segni appunto). Queste forme hanno un’indiscutibile debolezza di fondo che mina le loro basi, cioè la rottura del legame con l’universo di referenza, che porta alla perdite della loro funzione di rappresentazione del reale.

Prendiamo ad esempio il rapporto che c’è fra un fatto realmente accaduto e la sua cronaca. Uno spettatore, per saperne qualcosa, deve fruire di telegiornali, articoli di quotidiani o altro. Ma come può sapere se quanto riferito è conforme al reale andamento dei fatti? Egli si deve trovare personalmente sul luogo dell’accadimento, altrimenti non può essere in grado di imbastire alcuna decifrazione di tipo cognitivo-rappresentativo (leggere i segni che rappresentano quanto successo e quindi conoscere). Può solamente fare un paragone o un raffronto con altre fonti che si riferiscono allo stesso avvenimento, può cioè procedere all’analisi dei rapporti differenziali fra i segni in questione (confrontare quanto detto dai vari telegiornali o quotidiani). Ma stiamo ugualmente galleggiando lungo il livello delle apparenze costituito dalle varietà segniche, livello che si articola parallelo e separato da quello sotteso della realtà, parallelo e senza punti di contatto con esso. Ora si sta facendo riferimento a casi e situazioni in cui il segno ha l’esclusiva funzione di riferire quanto accaduto, di riprodurre un analogo del mondo. E nonostante ciò esso assume nuovi comportamenti: non è trasparente e non mostra il reale, guarda invece a se stesso, si contorce, si incurva, e si fa autoreferenziale.

Le comunità informatizzate che raccontano il mondo mentre questo vive e genera vita hanno così smesso di riferire ciò che realmente accade. Anzi, sono gli stessi meccanismi che fondano questo tipo di comunità a generare tali problemi, in quanto vi è la pressante necessità di non far morire la vita, cioè di non sospendere i racconti, e ciò sta portando l’uomo a sganciare il discorso dal reale perché il primo ha una velocità diversa rispetto al secondo, perché il racconto sulla guerra del Kosovo è più importante della guerra stessa, per cui si può parlare di qualcosa anche se di questa non si sa nulla. Siamo arrivati al paradosso in base al quale risulta essere più importante il bollettino dei civili finiti sotto le macerie, che non i civili stessi. La necessità di avere informazioni sta seriamente mettendo in risalto contraddizioni e caricature.

È inoltre interno alla natura stessa dei nuovi media la possibilità di manipolare, controllare e giocare con e sulle informazioni. Anzi, come giocatori di scacchi, i nuovi media combinano assieme e mettono in scena mondi possibili, i telegiornali trattano il reale allo stesso modo con cui i cineasti trattano le loro sceneggiature. Le potenzialità linguistiche che questi nuovi strumenti sembrano gridare a gran voce proiettano l’uomo verso un’importante consapevolezza: mai come oggi il pensiero è diventato opaco, mai come oggi concepire vuol dire costruire. Così come l’evento storico diventa lettura del passato, costruzione storiografica, così come la lettura di un testo, diventa riscrittura, anche l’evento presente è allora costruzione. Mostrare e simulare si saldano in modo particolarmente evidente nel gioco delle riprese televisive. Celebre il caso-truffa relativo alla guerra del Golfo del 1991. Costante e martellante scattò il riferimento mediatico ad un cormorano tutto intriso di petrolio, simbolo della corruzione morale e degli effetti devastanti della guerra, simbolo che commosse il mondo ma che in realtà nulla centrava con il Golfo, perché frutto di una vecchia e ripescata immagine di repertorio, che niente aveva ovviamente a che fare con quelle terre. Il cormorano non viveva nel Golfo.

Ma il villaggio globale può andare oltre. Talvolta non ha neanche più importanza che la simulazione racconti qualche cosa, ora può anche evitare di deformare il reale e di simularlo perché può fare a meno del referente stesso. Che senso avrebbe fare allora operazioni di deformazione e simulazione quando non c’è niente da deformare? Ora l’oratore che mente può riprendere fatti puramente inventati, può mentire e citare il falso. Si può cioè arrivare al paradossale incontro di racconti che si basano sul niente. Io ne citerò due, tutti abbastanza recenti: la guerra del Kosovo e le elezioni referendarie. Nel primo caso è stato un sanguinario Capo di Stato ad aver impedito ad orde di giornalisti di avere accesso al Paese teatro del conflitto, il Kosovo, per cui dai lontani confini della Serbia si sono moltiplicati racconti di possibili missili, danni e morti. Racconti virtuali. Le necessità di raccontare hanno spinto l’uomo verso il lido delle supposizioni, e non ha importanza che le informazioni non siano attendibili, perché la comunicazione globale ha una diversa velocità rispetto a quella dei fatti reali. I primi sono più veloci dei secondi, la fuga delle informazioni dai propri corpi costringe questi alla faticosa rincorsa.

L’altro caso è legato ai risultati elettorali. Il TG5 (3) prima ancora di sapere gli esiti delle votazioni relative a tutte quante le sezioni del Paese, fornisce l’esito del Referendum. A questo seguono valzer di discussioni, attacchi incrociati fra politicanti, brindisi tra vincitori e lacrime tra sconfitti. E mentre questi segni esprimevano racconti possibili e non fatti reali, i nostri eroi erano ignari del loro beffardo destino: tutto era virtuale, tutto terribilmente finto, loro stessi avevano alimentano la finzione. Questo racconto si è dislocato lungo due livelli: il primo è costituito dal dibattito dei politici, il secondo dal risultato delle votazioni, livello questo da cui dipendeva il primo, perché la discussione verteva proprio sull’esito del referendum. Entrambi sono segni senza riferimento ai fatti reali, visto che il secondo livello è virtuale e quindi ovviamente anche il primo, da cui dipende.
Siamo esattamente nella biblioteca di Borges, dove continuamente leggiamo la storia del mondo, le storie del mondo, tutte terribilmente diverse e cinicamente vere, vere perché non hanno alcuna pretesa sulla verità.

2. Forza del segno: organizzazione interna e sistema di credenze

Tiriamo per un attimo il fiato, e per evitare di disperdere la nostra fatica nei mille rivoli delle discussioni filosofiche, torniamo a concentrare la nostra attenzione sulla dicotomia di partenza fra debolezza e forza del segno. Prima ci eravamo soffermati sulla sua prima componente, ed ora proseguiamo verso la seconda. Oggi più che mai errano sotto i nostri occhi mondi possibili, universi ipotetici e non univocamente reali. Borges è stato più che mai attuale per due ragioni, intanto perché ha proiettato nella biblioteca il concetto che la vita era libro, intesa come scrittura e racconto del mondo, e poi perché in questo labirinto di opere aveva scorto l’eterno movimento di mondi ipotetici in cui l’autentico non aveva esistenza.
E se guardiamo le comunità tecnologiche occidentali non possiamo che constatare e confermare tutto questo. Le nostre strade sono solcate da infinite insegne pubblicitarie, in ognuna di esse sono raccontati mondi inventati ma non per questo poco credibili. I messaggi pubblicitari scorrono anche nel DNA della TV o nei nostri PC collegati in rete. La TV accosta così le finzioni ai racconti sulla vita, cioè le cronache, che hanno come funzione quella di parlare del reale. Ma qual’è la differenza fra la pubblicità ed il telegiornale? Nessuna, perché sono entrambi mondi possibili. Poco sopra ho detto delle difficoltà dello spettatore nel decifrare le informazioni e trovare risposte a domande come qual’è la fonte più attendibile. Lo spettatore, come già detto, opererà solo sul livello delle varietà segniche. E dovendo scegliere fra più fonti riferite al medesimo fatto non potrà che favorire per quella più convincente, facendo un’operazione che ricerca l’efficacia del segno più che la sua veridicità.

Fra due articoli di quotidiani sarà più attendibile quello che sembrerà più convincente, così come sarà migliore il prodotto che la pubblicità racconterà nel modo migliore. Si sovrappongono uno sopra l’altro infiniti livelli di informazione, e risulta allora inevitabile una conseguenza importante: la dissoluzione del reale ed il tramonto dell’utopica aderenza ai fatti, intesa come pilastro epistemologico privilegiato e indiscusso, come elemento discriminante per decidere se un dato è più attendibile di un altro. Ecco che allora minacciose appaiono le ombre dell’anarchia e dell’incertezza, ecco che viene meno ogni universale principio guida in grado di prendere per mano l’utente. Ogni titanico tentativo di trovarne uno porterebbe diritto al cuore dell’informazione stessa, al suo interno e alla sua più intima ed autonoma organizzazione. Le carte vengono mischiate, le regole della partita rivoltate come un guanto, in gioco non ci sarà allora più la capacità di attenersi al reale oramai disperso ma quella di essere meglio strutturati, di patteggiare con più destrezza il senso. In altre parole di essere più credibili, di attrarre meglio l’utente mediatico.

Giunge al tramonto l’ideale aristotelico di linguaggio come mezzo che trasmette il sapere. I linguaggi delle società informatizzate non sono trasparenti e generano saperi che si legano al loro particolare e chiuso funzionamento. Se un testo è ben organizzato, allora sarà più vero. L’uomo cibernetico è l’uomo che ha   superato la logica dei fatti e dei pensieri ed è giunto così alla credibilità delle supposizioni. Le comunità tecnologiche sono comunità costellate da sistemi chiusi possibili, virtuali. La pubblicità intesa come messaggio chiuso all’interno di una cornice, la TV come supporto di racconti dentro lo schermo. Ma non solo. Le città appaiono da tempo divise in sezioni, in quartieri, ognuno con regole proprie (quartiere residenziale, vita privata / zona industriale, attività professionali specifiche / zona di uffici, altre attività professionali specifiche…). Ci troviamo di fronte ad un gioco di mondi possibili, dotati di regole e di norme proprie, implicite ed esplicite, che essi possiedono o si sono dati. Tutto questo comporta significative e concrete conseguenze come il fatto che tali universi giochino tutte le loro carte sulla loro miglior organizzazione, su un miglior patteggiamento del senso.

Greimas, in un articolo inserito in Del Senso 2, sostiene che se la verità non è altro che effetto di senso, la sua produzione consiste allora nel suo fare particolare, il far sembrar vero, ovvero la costruzione di un discorso che ha come funzione non il dire vero ma il sembrare vero. Questo sembrare non ha più come scopo quello dell’adeguazione con il referente, come nel caso della verosimiglianza, bensì l’adesione del destinatario a cui si indirizza. Cerca in altri termini di essere letto come vero da quest’ultimo. L’adesione del destinatario, per parte sua, avviene solo quando c’è una corrispondenza con le sue aspettative. […] Si può così capire perché, nell’epistemologia moderna, al concetto di verità si trovi sempre più spesso sostituito quello di efficacia (4). Soprattutto in questi contesti più avanzati, il reale sta partorendo borgesiani mondi da cui è mascherano e soffocato, per cui il legame necessario fra questi mondi e l’uomo è necessariamente di natura fiduciaria. Siamo nel regno credere, ed il racconto è più che mai un rito d’iniziazione ad una credenza.
Vivere oggi lo spazio urbano significa abbracciare precisi credi ognuno dei quali implica ritualità diverse. Nel quartiere residenziale prende forma la vita privata, distinta da quella professionale in quanto ospitata da altri luoghi che non vanno confusi. E il più adeguato esempio per capire il funzionamento di questi mondi possibili, chiusi ed autoreferenziali, è il videogioco. Qui si devono svolgere determinate imprese in base alle strade previste dal videogioco stesso. Entrare in questo mondo significa allora accettare questo insieme di regole come sistema di credenze riconosciute: concepire quindi la vita come lotta contro il programma.

Queste regole trainano pertanto con loro pratiche di fruizione fortemente rituali. Prendiamo il caso dell’evento sportivo. Questo può essere raccontato (può cioè esistere dal punto di vista mediatico), sia in diretta che in differita. Le due modalità sono opposte perché la prima propone in media res ciò che accade, la seconda dopo un tempo t. Eppure nonostante ciò questi racconti sono uguali, proprio perché ci si sta a riferendo a segni che viaggiano sganciati dai loro tradizionali corpi (le forme del mondo reale). Le regole alla base del loro funzionamento sono le stesse: mostrare l’evento sportivo senza dire e senza far sapere niente sul suo esito. Ecco allora che lo spettatore avrà lo stesso atteggiamento di fronte ai due racconti. Entrambi sono liberi dalle catene dall’universo di referenza da cui si erano dipanati, ma poiché al loro interno sono regolati dagli stessi principi, assicurano medesime ritualità e medesimi percorsi fruitivi. La posta in gara è ancora l’efficacia di quel sistema, se essa verrà meno e farà trapelare qualcosa sul risultato finale, farà fallire il suo progetto. Ci siamo cioè trovati di fronte a due racconti diversi che però richiamano alle stesse credenze. Lo spettatore è consapevole della differita, però crede nelle regole del gioco e quindi vive di conseguenze determinate pratiche rituali.

Questo esempio è indicativo perché dimostra che il raccontato non ha più funzione mimetica, non è più trasparente, ed il suo scopo è solo quello di far credere. Ripeto, la sola condizione è che menta bene, cioè che sia strutturalmente ben organizzato. Ogni sistema segnico di questo tipo ha questa prerogativa, una propria organizzazione ed un rapporto di natura fiduciaria con l’utente. Così accade per esempio per i quartieri delle città, per i racconti televisivi, per i messaggi pubblicitari; la logica di questi ultimi è prima di tutto quella di dirti credi a quello che ti dico e prova il mio prodotto, o anche per gli ipertesti. In essi c’è inoltre una forma di partecipazione oggettivata dai loro linguaggi, per cui servirsi dei collegamenti telematici (link) o elaborare sinteticamente nuove immagini, vuol dire partecipare attivamente al funzionamento di questi universi possibili. Vuol dire in altre parole che l’utente può passare dal ruolo di semplice spettatore dei riti d’iniziazione a quello di sacerdote.


Per concludere

Siamo così arrivati alla fine del nostro percorso, percorso che prima del nostro congedo necessita un’ultima correzione. Quanto detto va generalmente riferito ai contesti tecnologici, all’interno dei quali i segni si articolano senza dirci nulla sulla loro provenienza e sul loro significato. Questi segni sono liberi e staccati dal supporto del reale, e per questo significano in modo differente rispetto ai tradizionali. Al riguardo possiamo servirci di un’ultima contrapposizione fra contesti tradizionali e contesti tecnologici, relativi questi ultimi alle società informatizzate. In questo secondo caso l’idea che i segni facciano da veicolo per pensieri e idee, che siano trasparenti e che abbiano la stessa importanza che ha un porto di mare per il passaggio delle navi, è quanto meno fuorviante. Quando le maglie degli strumenti informatizzati si distendono fra gli utenti, ecco che si passa dalle modalità tradizionali a quelle tecnologiche, ecco che si passa dal mondo concreto e univocamente manifesto, ai mondi possibili. Se l’utente per decidere di andare in vacanza nelle isole del Pacifico leggerà le locandine pubblicitarie seguirà percorsi del secondo tipo, se invece chiederà l’opinione a qualcuno che ci è stato, allora percorrerà strade del primo, più tradizionali. Se un uomo vede un evento con i propri occhi allora avrà seguito modalità del primo tipo, se questi eventi li avrà vissuti globalmente seguirà quelle del secondo.

Non appena fra ogni singolo individuo si sarà instaurato il filtro dei media, la comunità tecnologica avrà completamente tecnologizzato e vampirizzato ogni altro contesto tradizionale riducendolo a zero. Ecco allora che esso avrà rivoltato come un guanto i segni del mondo, cioè la vita stessa dell’uomo, di cui i segni sono l’indizio. Oggi le sacche di vita tradizionale si alternano ancora a quella più avanzate. E, come già detto, è in questi secondi casi che tali segni vanno a costituire ed articolare un regno quanto mai complesso ed ambiguo. In questo regno l’uomo sembra aver perso la fiducia in un metafisico libro della verità, ora sfoglia più libri, erra fra più scaffali ed apre più porte. L’uomo di oggi è un eterno viaggiatore, che se attraversasse la biblioteca del mondo in una direzione qualsiasi, constaterebbe alla fine dei secoli che gli stessi volumi si ripetono nello stesso disordine (che ripetuto sarebbe un ordine: l’Ordine) (5). Sfogliate le impolverate pagine di questi manoscritti, si troverebbe di fronte ad infiniti ed affascinanti mondi possibili, tanto possibili da essere perfettamente Ordinati.

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