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Musica

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

The Beatles: una rivoluzione musicale multicolore

vis-02.jpg (14189 byte)Lucy viaggia ancora in cielo in compagnia dei suoi diamanti: la notizia è rassicurante, visto che sono passati trentadue anni da quand’è nata; probabilmente i suoi genitori (eccezionalmente numerosi: quattro, tutti di Liverpool), non potevano immaginare l’entità così longeva di questa loro creatura; né delle tante altre concepite in quel periodo, da Lovely Rita, la parcheggiatrice, al Mr. Kite proprietario di un funambolico circo fin de siecle. Le mode hanno remato contro, di sopra e di sotto, ma la punta di diamante non s’è manco scalfita: “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, il più geniale e caleidoscopico album dei Beatles, secondo un’autorevole fonte come “Bilboard” è a tutt’oggi il disco più venduto della storia della discografia mondiale.
In quel movimentato 1967 i Beatles erano già assurti al rango di dei, e anzi loro incubo ricorrente era proprio quello di restare impantanati sotto una luce di madreperla, cocchi del music business, un po’ troppo scontati e prevedibili anche nei trionfi.

L’estate del 1966 li aveva visti dare l’addio ai concerti del vivo, con una dichiarazione brutale John Lennon aveva definito i Beatles “sazi di palcoscenico e di soldi come zanzare dopo una scorpacciata di sangue”, erano effettivamente stanchi e stravolti da un’esubero di prestazioni. Per ricominciare da capo, provarono a rinascere dal loro bozzolo, facendo finta che non fosse successo nulla. Racconta Paul Mc Cartney:

“Per uscire da quel fastidioso senso d’impasse pensai che sarebbe stato divertente affrontare il nuovo disco come se a suonarlo non fossimo noi, ma una di quelle scalcinate e simpaticissime orchestre dell’America Anni Trenta, dai nomi improponibili, come appunto Sale e Pepe”.

E ancora:

“Una delle principali caratteristiche di noi Beatles è stata sempre quella di ascoltare moltissima musica, oltre a farla; in quel periodo avevamo voglia di vibrazioni nuove, di concentrarci sulle nostre potenzialità e su quanto ancora non avevamo fatto”.

Le cronache del tempo riportano che il palazzo londinese dove aveva sede la Apple (società e studi di registrazione, una struttura indissolubilmente legata, nel bene e nel male, all’esistenza dei Beatles) veniva costantemente assediata da gruppi di fans, “allertati” da voci di corridoio a proposito dell’imminente registrazione di un nuovo disco del gruppo, costringendo i quattro a quotidiani contorsionismi per accedervi.
Tutto, inerentemente a questo disco, nasce sotto il segno di una vena ispirativa folgorante e inarrestabile: la copertina affollatissima, che allinea ai Beatles decine e decine di personaggi dell’arte contemporanea e non, oltre a figure della politica e del sociale (Cassius Clay, Edgar Allan Poe e George Washington convivono in un bailamme scoppiettante e circense), mentre in un angolo della medesima copertina “riposano” quattro bambolotti raffiguranti i “vecchi” Beatles; il suono (appannaggio del fido George Martin, che ordina con cura i molti suoni “alternativi” dell’album), le ripetute “trovate” verbali e sonore, che rendono l’ascolto di quest’opera tuttora piacevole e mai consueto; per i musicisti contemporanei dei Beatles, questo disco fu un evento a cui non parve possibile non raffrontarsi: i “rivali” di sempre, i Rolling Stones, scrissero di lì a poco un caustico e saporito album-sberleffo, “Their Satanic Majestic Request”, dove fin dalla copertina “circense” sfottevano alla grande l’operazione voluta dai Beatles.

Guadagnarsi l’immortalità artistica non é cosa di tutti i giorni: “Sgt. Pepper’s” ha vinto questa sfida, ma qual’è la sua “costruzione armonica?”. Intanto, va detto che la prima parte del disco si fonda sulla “tripletta” più nota della storia del rock: “Sgt. Pepper’s” appunto, “With a little help from my friends”, “Lucy in the sky with diamonds”: tre frammenti musicali concepiti per essere ascoltati tutto d’un fiato, indivisibilmente. Il primo è un brano di impronta rock nelle note, e nostalgico — cronachistico nel testo, laddove si comunica che “fanno vent’anni, oggi, dalla nascita dell’Orchestra del Sergente Pepe”; incollato al primo brano da una sottolineatura d’archi, prende posto la tanto vituperata “With a little help from my friends”, che si disse scritta dalla coppia Lennon-Mc Cartney come tributo alle droghe usate in “fase ispirativa”. Si tratta invece, molto probabilmente, di una canzone ironica e dissacratoria, che attraverso la voce “atona” e totalmente monocorde di Ringo Starr stabilisce un clima di “divertissement” lungo tutto il disco.

Quando un’opera discografica raggiunge livelli di successo stratosferico come “Sgt. Pepper’s”, inevitabili fioriscono le leggende e le invenzioni giornalistiche: il caso dei Beatles è patologico, visto che a tutt’oggi queste leggende persistono, come quella che vorrebbe individuare, ancora una volta, i Beatles come latori di messaggi “indotti” o “subliminali”. Si situa in quest’ottica “Lucy in the sky with diamonds”, le cui iniziali formano la sigla “Lsd” (ma è quasi certo che fu un colossale granchio giornalistico: Lennon si ispirò semplicemente ad un disegno del figlio Julian), e che più che un’ode alle virtù dell’acido lisergico è un brano-manifesto di quella psichedelia che faceva capolino proprio in quei mesi, dando al rock e allo star system un ulteriore, benefico scossone. Da tempo la chitarra solista dei Beatles, il taciturno George Harrison, aspettava un’occasione importante per Immagine articolo Fucine Muteverificare le proprie qualità d’autore, inevitabilmente messe in ombra dal talento schiacciante e prolifico di Lennon e Mc Cartney.

Grazie ad Harrison i Beatles avevano scoperto l’India, e di ritorno in Inghilterra George aveva subito composto la lunare, stranita e sorretta dal sitar”Within you, without you”, brano che apre il secondo lato di “Sergent Pepper’s”. Per gli “ascoltatori” dell’epoca, probabilmente, l’avvicinamento beatlesiano all’India avrà rappresentato uno spiazzamento, anche se già presente, in nuce, in alcune suggestioni sonore della produzione 1966, vedi ad esempio “Rain”. Memorabile, affettuosa la “gag” di Mc Cartney per “When I’m sixty four”, canzoncina tutta swing che non sarebbe spiaciuta a Dizzy Gillespie, in cui Paul gigioneggia: “Mi amerai anche quando avrò perso i capelli?” mentre “Getting better”, sempre di Paul, pare una pietra di paragone tra due fasi nella vita di un uomo: prima e dopo il successo.

Ricorda Ringo Starr:

“Dal momento in cui provammo le famose divise colorate per la copertina del disco, a metà lavorazione dello stesso, ebbi la sensazione che stavamo per imbarcarci in qualcosa di bello, di importante, forse di più grande di noi. Dalla musica avevamo avuto tutto, ma sei anni di giro del mondo ininterrotto schianterebbero chiunque: ecco, per me il ricordo più intenso di quel periodo era una grande sensazione di libertà, di serenità, di affiatamento fra di noi. Finalmente avevamo ripreso a ridere, scherzare, parlare e fare progetti tutte emozioni soffocate dal tunnel convulso degli impegni live”.

Le parole di Starr rispecchiano il vero: c’era un grandissimo fermento attorno a questo disco, ancora prima che uscisse. I Beatles venivano attesi al varco, qualche maligno (anzi, “molti” maligni) considerava oramai vicino un passo falso della più grande macchina da soldi generata dalla musica leggera mondiale.
Un giornalista californiano, che li aveva visti durante il loro concerto d’addio (a Miami, nell’agosto 1966), scrisse di loro peste e corna: “Questi quattro giovanotti zazzeruti sembrano diventati i padroni del mondo: avvolti dalle urla isteriche di orde d’invasate in minigonna, hanno lambiccato stralci del loro repertorio, stonando spesso e volentieri, inzuppati di sudore ed evidentemente stanchi, visibilmente ingrassati e di poca voglia: sarebbe questo il fenomeno musicale che ha terremotato il pianeta? Detta francamente, ci aspettavamo qualcosa di più”. A peggiorare le cose, nel pieno svolgimento di quel movimentato tour di congedo, fu una frase davvero infelice di John Lennon, che si gonfiò come una bolla di sapone: “I Beatles sono più famosi di Gesù Cristo”. Non andava presa alla lettera, come definizione, ma i suoi effetti disastrosi non tardarono a farsi attendere: in diverse città americane si crearono gruppi di ex fans del complesso impegnati in assurdi boicottaggi, con tanto di distruzione nelle pubbliche piazze di tonnellate di vinile “beatlesiano”.

Le motivazioni per voltare drasticamente pagina non mancavano e fu così che dalle menti più prolifiche della musica leggera e da una loro seria crisi anche personale, nacque un disco-spartiacque per l’evoluzione della musica internazionale. Mettendo sul piatto il disco, oggi a un soffio di vento dal Duemila, non si può che restare attoniti di fronte a tanta immortale freschezza d’insieme e felicità compositiva: i cori soffiati di Harrison per “Lovely Rita”, creati dal musicista avvicinando la propria bocca a della carta vetrata, potrebbero essere una diavoleria d’ingegno moderno, mentre provengono dal cuore degli Anni Sessanta, quando senz’altro la stereofonia non aveva fatto passi da gigante, e quando più approssimativi erano i palati degli “udenti”, più interessati alla “forma-canzone” in toto che al resto.
Ma la vera punta di diamante del disco (su questo sono tutti concordi) rimane la conclusiva “A day in the life”, che poggia su un’idea (di Lennon) semplicemente sbalorditiva: una “coda” musicale costituita da trenta secondi di musica d’orchestra suonata alla rovescia: un finale-shock per un brano dal testo inquietante, dove i Beatles giocano a rimpiattino con l’ascoltatore, dove ogni frase non vuol dire quel che sembra, dove si nomina la House of Lords londoniana e un misterioso “egli”, perito in un incidente automobilistico per non essersi accorto di un semaforo giallo. E in mezzo, in quella che sembra una sinistra marcia funebre, compare lo spiazzamento tipicamente lennoniano, che sottovoce ripete: “Vorrei eccitarti, vorrei eccitarti…”; come dire, la provocazione sessuale a frastornare, a rendere ancora più criptico l’assunto. La vena corrosiva di Lennon, il misticismo di Harrison, la beffarda goliardia di Starr, il gusto melodico di Mc Cartney trovano in “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” un eccellente grado di fusione.

Malauguratamente, la più compiuta operazione discografica dei Beatles conosce un tragico momento proprio nella fase finale di produzione: mentre i Beatles sono “in ritiro” in India, a Londra muore il loro scopritore e manager Brian Epstein, il “quinto Beatle” da tempo assediato da una forte depressione. Si è molto parlato di questo suicidio, che a molti parve l’inevitabile conclusione di una personalità disperata: Epstein, omosessuale, artista mancato, si era ritrovato poco più che ventenne amministratore delegato della catena di negozi di dischi paterna; la sua vita era cambiata quando una mattina un ragazzino entrò nel suo “store” londinese più fornito, a chiedergli una copia di un 45 giri dei Silver Beatles, “My Bonnie”: non avendolo, per “tigna” spese del tempo a recuperarlo, scoprì il complesso allora nascente, e ne nacque un sodalizio lastricato d’oro che nel contempo rappresentò una grande storia d’amicizia e fiducia, una delle più belle ed edificanti (a parte il tragico finale) della musica leggera degli Anni Sessanta.

Per la prima volta nella loro storia di gruppo i Beatles si ritrovano da soli, proprio alla vigilia di un’avventura decisiva per il loro cammino artistico orfani di un amico che aveva vissuto di riflesso, nell’ombra, il loro clamoroso successo, pur avendo contribuito parecchio ad edificarlo. E chissà che “A day in the life”, ultima anche in ordine di composizione, non suggelli con la propria natura pessimistica proprio la fine di un’epoca, il sipario calato su di una stagione per molti versi irripetibile. All’epoca andava molto di moda contrapporre il senso della melodia di Paul Mc Cartney alla presunta “aggressività” di John Lennon: in realtà entrambi erano in grado di fare questo e quello (e si sbizzariranno a dimostrarlo sopratutto nel successivo, ciclopico “White Album”), ma è ancora oggi da notare la straordinaria capacità descrittiva ed analitica, oltrechè musicale, di tutti e quattro i componenti del complesso. Nel volgere di pochissimi anni, i Beatles erano passati dalla cronaca sentimentale dei primi brani (a base di “lei ti ama” o “vorrei stringere la tua mano”), ad una vena descrittiva “colorata” e senza freni, progenitrice di quelle istanze psichedeliche che di lì a poco parranno irrinunciabili. Mancherà (scelta voluta) in “Sgt. Pepper’s” la canzone sentimentale da classifica, il gioiello romantico a la “Yesterday”: proprio perché ormai la nave è salpata per altre rotte.

Quella di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” è un’avventura (sociale ed artistica) che segnò indelebilmente la seconda metà degli Anni Sessanta, cogliendo le ultime istanze di un “beat” ormai appannato, e aprendosi il varco verso un futuro quanto mai ricco di contaminazioni musicali e non. Ancora oggi viene considerato “la” pietra miliare del rock, un oggetto da collezione (per la sontuosa confezione, coloratissima e ricca di gadget nella versione originale) e, sopratutto, il documento sonoro di una stagione turbinante, a tratti caotica, senza dubbio mai insincera: basta chiudere gli occhi, suonare il disco, e il teatrino del Sergente Pepe è con noi, a raccontarci l’importanza del Meraviglioso.

Immagine articolo Fucine Mute

Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, The Beatles – 1967 EMI PARLOPHONE

Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
With a little help from my friends.
Lucy in the sky with diamonds.
Getting better.
Fixin’a hole.
Being for the benefit of Mr.Kite!
Lovely Rita.
Within you, without you.
When I’m sixty- four.
Good morning good morning.
A day in the life.
Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (reprise).

Note: informazioni sui Beatles e le dichiarazioni attribuite agli stessi sono tratte da: “Mucchio Selvaggio Speciale Beatles” Dicembre ’90

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