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Omnia

Paolo Rumiz

Tra complessità e disinformazione.
A proposito del Kosovo.

Claudio Montresor (CM): Vorrei aprire quest’intervista con una riflessione su come la stampa occidentale e in particolare quella italiana ha trattato la guerra in Jugoslavia ed ora affronta il conflitto in Kosovo. Credo che, oltre ad una certa latitanza ed ad una diffusa disinformazione, si sia preferito un approccio spettacolaristico e si sia invece evitata una analisi complessa della situazione sociale e politica che si è sviluppata in quelle regioni. Che cosa ne pensi?

Paolo Rumiz (PR): Non credo che la stampa italiana sia particolarmente diversa da gran parte della stampa internazionale. Credo che, non soltanto in Italia, ma anche in Francia, in Germania e negli stessi Stati Uniti esista una forma di forte critica, sia di critica che di autocritica, sul fatto che un po’ tutti stiamo subendo una guerra che non riusciamo a comprendere, né per quello che accade nei Balcani, né per quanto riguarda la logica di questi bombardamenti. Ci sono molte cose che non si capiscono nell’atteggiamento e nella logistica degli spostamenti dei giornalisti. Per esempio, la CNN, che in questo momento dovrebbe essere il “top” dell’informazione, non ti fornisce mai il quadro d’insieme e questo manca un po’ ovunque. Noi abbiamo di fronte un collage, una carrellata di primi piani: abbiamo il primo piano su Belgrado che soffre sotto le bombe, abbiamo il primo piano sui kosovari che arrivano esausti al confine ed appaiono per un attimo alle telecamere, alla commozione e alla pietà del mondo e poi scompaiono nuovamente in mano a chissà chi, non essendo più un oggetto di pietà, ma diventando anzi un problema da respingere alle frontiere. Poi abbiamo i primi piani su Aviano, sui decolli, sulla NATO che mostra i muscoli, ma manca il quadro d’insieme e mancano sia le grandi, che le piccole dinamiche. Se non fosse così, la gente non continuerebbe a chiedermi che cosa succede, nonostante tanti colleghi abbiano riempito pagine e pagine su questo argomento. C’è evidentemente qualcosa che sfugge, nonostante da otto-nove anni questa cosa vada avanti. Tornando agli Stati Uniti, ad esempio, non si capisce perché il “Washington Post” abbia tenuto al desk, invece di mandarlo sul campo, il giornalista che nel 1995 era stato praticamente l’unico ad assistere alla tragedia di Srebrenica e senz’altro il più brillante a raccontarla, al punto da ricevere nel 1996 il Premio Pulitzer. Un giornalista come questo è stato lasciato al desk, mentre venivano mandati degli anchormen sul posto. C’è qualcosa che non funziona.

C’è qualcosa che non funziona nel fatto che ai dibattiti, agli incontri televisivi, ai talk-show vengano invitati sempre stuoli di partigianerie contrapposte, in maniera manichea, tale da confermare stereotipi preesistenti, mai per romperli. Per esempio, secondo me, è stato un errore che Lerner invitasse a “Pinocchio” il signor Kalajic, perché è uno che era considerato un estremista di destra dagli stessi serbi. Ora io trovo profondamente ingiusto che, per motivi di spettacolo, si scelgano delle persone che non rappresentano la maggioranza della popolazione serba, anzi rappresentano proprio quella piccola minoranza che ha manipolato le paure antiche di un popolo, per costruire la guerra.

CM: Credo che ci sia stata una disinformazione anche sulle cifre. Nelle prime settimane di guerra, io ho fatto una lettura comparata delle tre maggiori testate italiane. Un quotidiano riportava, sulla stessa pagina lo stesso giorno cifre profondamente diverse: nell’articolo si parlava di 80.000 profughi che stavano andando verso la Macedonia, nella cartina esplicativa accanto di 100.000 (1). Non capisco perché non si sia tentato il lavoro fatto, a suo tempo, rispetto alla guerra del Golfo. Quella fu una vera e propria guerra “televisiva”, tanto che indusse Jean Baudrillard a parlare di guerra fasulla, a dire che quella guerra non era realmente esistita. Era ovviamente una provocazione, provocazione per cui fu attaccato praticamente da tutta la sinistra francese. C’era però stato, almeno da parte di alcuni, un lavoro storico-analitico; ora invece, oltre alla retorica dilagante, mi sembra che la disinformazione sia linguistica, cioè che preceda la notizia o la scelta di un argomento rispetto ad un altro, ma attenga al lessico concettuale, alle griglie d’analisi che utilizziamo per leggere il fenomeno.

PR: Un’analisi linguistica di quello che hanno fatto i giornali non sono in grado di farla; posso però dire che così come ci sono in realtà due guerre, che non interferiscono l’una con l’altra, cioè la sporca guerra sul terreno e la sublime guerra dei cieli, così ci sono parallelamente due linguaggi completamente differenti. Il linguaggio NATO è un linguaggio in cui tutto è asettico, non puzza di morte, né di sudore; poi abbiamo la guerra vera, quella sul terreno, che non vediamo e che possiamo solo immaginare, che quindi eccita la fantasia e l’immaginazione.

CM: Perché non la vediamo? È chiaro che Miloševic non è interessato a farci vedere ciò che realmente accade in Kosovo, ma perché non ce lo fa vedere la NATO?

PR: Innanzitutto non è precisamente vero che non la vediamo, perché qualcuno è sul posto. È il corrispondente di guerra del “Los Angeles Times”, che ha fatto dei bellissimi reportage e che è potuto restare (in Kosovo — ndc), muovendosi da solo con straordinario coraggio. Di fronte ad un fatto come questo ci si chiede perché reportage come i suoi non vengano riportati dagli altri giornali. Se io fossi stato “Il Corriere”, o “La Repubblica”, o “La Stampa” avrei rilanciato questi reportage, che venivano, unica voce, dal centro del vulcano. Per capire perché questo non è avvenuto ci possono essere due, o addirittura tre spiegazioni eguali e contrarie. La prima è che i nostri stomaci non reggerebbero e quindi è interesse stesso delle televisioni e dei giornali di non entrare troppo nei dettagli, appunto nella logica di una guerra asettica. La seconda è che la NATO non vuole che si sappia che, forse, lì le cose non sono tanto bianche e nere e che c’è un po’ di concorso di colpa della stessa NATO in quel che accade…

CM: Vediamo lo screen dall’aereo di un missile che colpisce un minuscolo rettangolino, ma potrebbe essere qualsiasi cosa, da un pollaio, ad un campo da tennis… Per quel che ne sappiamo potrebbe anche essere un’immagine costruita attraverso la computer graphic…

PR: Certo, un’immagine di laboratorio… Ma la terza spiegazione possibile è che in realtà, attraverso i satelliti e attraverso i racconti, la NATO sappia molto di più di quanto ci viene detto, ma non lo voglia diffondere; per non creare, nell’opinione pubblica, una spinta tale da rendere inevitabile l’intervento di terra. Intervento che sa benissimo di non essere in grado di fare. Infatti, se è vero che un serbo su tre, può essere contro Miloševic, non ne può più di questa guerra, ecc… è anche vero che, in questo momento, dieci serbi su dieci, se potessero sparare nelle palle al generale Clark, lo farebbero. Sanno di non poter assolutamente entrare in Serbia con i piedi. Queste sono le tre possibilità.

CM: Gestendo in questo modo le informazioni, non si fa allora il gioco di Miloševic? Tu, ad esempio, hai cercato di sfatare molti cliché sulla situazione in ex-Jugoslavia, primo fra tutti quello della guerra etnica, dell’odio atavico… Hai anche scritto che la guerra in quelle regioni è stata, tra virgolette, una guerra di classe; comunque hai detto molto chiaramente che là i conflitti sociali sono stati mascherati da conflitti etnici (2). Tuttavia ancora oggi tutti sembrano molto convinti, sia tra la gente comune, che tra gli opinionisti, che sia stata e che sia una guerra etnica.

PR: Ormai lo é diventata. Il Kosovo aveva comunque una carica di scontro etnico preesistente. La grande differenza tra Bosnia e Kosovo è proprio questa. Mentre in Bosnia le etnie, salvo nei villaggi più sperduti, erano indistinguibili ed esistevano molte città in cui il melting pot si era realizzato in modo straordinario, tanto da dare vita ad un’identità, che poteva essere guardata come un modello per l’Europa, questo in Kosovo non è mai avvenuto; perché, prima di tutto, avevamo questo accerchiamento demografico serbo, che creava comunque delle paranoie e poi perché lo scontro non era tra finte etnie, come quelle bosniache, ma tra etnie reali, con lingue diverse, in gran parte religioni diverse e con mitologie diverse, con un’abitudine sin dalla nascita ad avere una visione profondamente stereotipata dell’altro. Lì chiaramente l’incendio è stato molto più facile. In Kosovo, già dieci anni fa, il serbo e l’albanese erano assolutamente distinguibili, anche per un nuovo venuto. I segnali di appartenenza al gruppo, che le rispettive etnie lanciavano, si erano talmente affinati, erano diventati talmente chiari e forti, che anche una persona che non aprisse bocca, era immediatamente identificabile come appartenente a uno o all’altro branco. Questo per una normale autodifesa, per un fatto animale.

CM: Ma le identità sono veramente così radicate e così forti? Ad esempio, c’è, credo, a parte l’uso dell’alfabeto latino rispetto al cirillico, molta più differenza tra il dialetto triestino e quello genovese, che tra la parlata di un zagrebese e quella di un belgradese…

PR: Si, certo, ma questo non ci dice nulla. L’identità non è mica fatta di cose oggettive. L’identità è ciò che tu credi di essere. Se due gemelli, figli della stessa madre, credono ciascuno di essere una cosa diversa, è questo che fa scatenare lo scontro tra di loro. Il fatto di essere figli della stessa madre a quel punto non conta più niente. Quindi è inutile andare a cercare nella biologia, nel sangue, nella lingua, ecc… dobbiamo cercare nell’autorappresentazione che questi popoli hanno di se stessi. Autorappresentazioni che sono per una parte storiche e per una parte costruite dalla propaganda, per una parte ancora rese inevitabili dalla guerra.

CM: Guardiamo allora alla ormai famosa battaglia di Kosovo Polje (1389). Io credo che in Italia di un avvenimento similare, nessuno sappia nemmeno genericamente parlare, nemmeno uno studente di storia. Chi potrebbe ricordare oggi qui la discesa di Carlo VIII o la Pace di Lodi?

PR: Questo dimostra che ho ragione. La domanda allora è: come mai lì quella battaglia è rimasta determinante, mentre da noi una battaglia analoga non avrebbe alcuna importanza?

CM: Anche perché la Grande Serbia, nella sua forma storica non esiste più da seicento anni…

PR: Sì, ma quella di Kosovo Polje è una vecchia storia. Il mito di quella battaglia è affascinante, intanto, perché è un sovrapporsi di manipolazioni. È una mitologia costruita per successive sovrapposizioni. Inizialmente quel mito è nato dal senso di colpa delle classi dirigenti serbe che, non solo avendo perso la battaglia, ma essendo emigrate verso nord, hanno innescato un notevole processo di abbandono dei serbi di quell’area. A questa lettura che tendeva a coprire proprio questo senso di colpa, trasformando la sconfitta in santificazione, si è sovrapposta la lettura romantica o tardo-romantica. Quest’ultima semplificava quello che era stato uno scontro di eserciti e lo trasformava in scontro di nazioni; cosa che storicamente non è vera. I due eserciti che si confrontarono, erano in gran parte eserciti di signori e signorotti, costituiti dalle loro truppe assoldate, che non venivano quindi dal “ventre profondo della terra”, ma facevano semplicemente il loro mestiere.

Entrambi gli eserciti, e questo è molto interessante, comprendevano poi entrambe le etnie. I serbi dicono che devono essere uniti, che solo l’unità salverà il popolo serbo, proprio perché c’è una grande tradizione di tradimenti al loro interno. Nell’esercito turco c’erano molti serbi, così come nell’esercito serbo c’erano molti albanesi, che essendo allora non ancora islamizzati, ma cristiani, combattevano contro i turchi esattamente come i serbi. Quindi è chiaro come una fandonia di questo tipo, cioè che furono solo i serbi a combattere contro i turchi, passando poi attraverso la successiva semplificazione, quella di assimilare i turchi agli albanesi, crea la mitologia del revanscismo e del diritto alla rioccupazione di una terra. Se noi andiamo a dire ai serbi che gli albanesi sono arrivati lì in massa, proprio perché troppi serbi erano scappati via, è chiaro che smonti il loro diritto a ritornare e quindi smonti loro tutto il giocattolo della pulizia etnica. Per poi non parlare delle mitologie guerresche e pastorali delle montagne albanesi, che, da questo punto di vista, ripetono in pieno e si somigliano in modo impressionante a quelle serbe. Io ho visto raramente due popoli così simili, come i serbi e gli albanesi del Kosovo, odiarsi così profondamente.

CM: Proviamo a cercare un altro punto di vista, che non sia etnico o in qualche modo legato alle rispettive mitologie. Quasi nessuno ha neppure adombrato il sospetto che in Kosovo non ci sono solo i monumenti legati all’identità nazionale serba, le abbazie, ecc… ma ci sono anche risorse minerarie e materie prime, forse importanti per la Jugoslavia attuale. Ci sono effettivamente e che importanza hanno? In generale quali motivazioni economiche possiamo rintracciare dello scontro in Kosovo?

PR: Prima di tutto il Kosovo è meno povero di quanto non si creda. Ha delle risorse, ha delle miniere, ha anche qualche fabbrica. Ma l’apparato industriale è quello ereditato da un socialfeudalesimo, da un’autogestione fallimentare: sono entità assolutamente allo sbando e in bancarotta. Uno dei grossi motivi economici del conflitto è la centralità del Kosovo nei grandi traffici di droga e di armi. Soprattutto di droga. Averlo significa decidere le strade di penetrazione in Europa dell’eroina. Lo scontro in Kosovo può anche essere letto così. I contrabbandieri italiani, i contrabbandieri di sigarette del nostro Sud, hanno una visione perfettamente razionale e tutta loro dell’evento. Secondo questa logica i serbi hanno ripulito il Kosovo soltanto per mascherare il vero obiettivo, soltanto come degenerazione finale di una guerra contro i trafficanti albanesi di droga, che andavano espropriati del loro giocattolo e andavano quindi sostituiti. A sua volta l’UCK emerge non come grande protettore delle etnia e della nazione albanese in Kosovo, ma semplicemente come grande protettore di questi canali di traffico. È una lettura che spiazza completamente ogni discorso di tipo nazionalistico, perché mostra, ad esempio, che la vecchia mafia albanese è in rotta di collisione con l’UCK, proprio perché l’UCK, attaccando i serbi, rischia di destabilizzare i rapporti, che si sono già normalizzati, tra l’Albania e i trafficanti di droga serbi in Kosovo. Gli albanesi dicono ai kosovari dell’UCK che questi loro attacchi sono controproducenti, perché potrebbero far sì che i nuovi padroni serbi delle strade dell’eroina in Kosovo spostino tutto il traffico in direzione del Montenegro. Questo spiegherebbe a sua volta le tensioni all’interno del Montenegro; perché è chiaro che, se Miloševic decide di trasformare il Montenegro nella “sua” via della droga, ha bisogno di avere un controllo assoluto del territorio, cosa che ora non ha ed è quindi disposto a fare qualsiasi cosa per abbattere Djukanovic ed i suoi…

CM: Pensi quindi sia possibile che scoppi un’altra guerra civile tra montenegrini e serbi all’interno dell’attuale Jugoslavia?

PR: In Montenegro è altamente probabile. Mentre nel resto della Jugoslavia, le bombe della NATO fanno sì che il rancore nei confronti del mondo sia comunque prevalente nei confronti del rancore verso Miloševic — parlo della grande minoranza democratica che tutt’ora esiste in Serbia —, in Montenegro, in assenza di bombe, questo scontro di fazioni potrebbe emergere in maniera molto forte, anche perché sta nella tradizione. In Montenegro infatti, non solo esiste questa concorrenza di fazioni per il controllo della via della droga — la fazione belgradese e quella più localista, più montenegrina —, ma si scontrano in modo molto più drammatico che altrove due anime dei Balcani: l’anima mediterranea e l’anima montanara. L’anima montanara è molto più legata a Belgrado, alle sue logiche del sangue e della terra, mentre l’anima mediterranea è molto più tollerante, molto più affarista, levantina e quindi disinteressata ai grandi problemi dell’etnia.

CM: Tu sei stato uno dei pochi ad aver usato questa griglia interpretativa, cioè il binomio città-campagna, la contrapposizione tra la multiculturalità della borghesia cittadina e l’arroccamento culturale delle comunità montane, anche per leggere recenti fenomeni sociali italiani, come il leghismo e più in generale la voglia di distaccarsi di una parte della popolazione del Nord (3)…

PR: Non è semplicemente la questione della opposizione città-campagna. Secondo me, nei momenti di grande instabilità nella storia, è molto importante capire che gli eventi che, appunto, accelerano la storia stessa, non nascono mai soltanto dalla decisione di un leader, ma anche da un substrato culturale diffuso, di cui il leader diventa il megafono, l’interprete, il sismografo. Mentre in tutta la fase iniziale del conflitto in Jugoslavia, fino a tutta la guerra in Bosnia, io mi sono concentrato nello smentire che lo scontro fosse solo uno scontro antropologico e tribale e quindi mi sforzassi di evidenziare al massimo tutte le letture alternative, cioè quelle politiche, economiche, criminali; rivolgendomi ai fenomeni di casa nostra, mi sono immediatamente reso conto che c’era un eccesso di interpretazione proprio in quest’ultimo senso, quando invece esisteva anche un substrato di tipo culturale e antropologico, per non dire addirittura tribale in certi casi.

Ad esempio, una situazione come quella del cardinale Giordano a Napoli non è comprensibile soltanto dal punto di vista giudiziario; viene compresa se inserita in un contesto culturale, quello della Campania di oggi. L’esplosione di certo venetismo, o di certo razzismo contro i “terroni” al Nord non è anch’esso spiegabile soltanto con le sparate di Bossi e dei suoi pretoriani, ma va spiegata anche attraverso un pensiero medio che si sviluppa nella penombra dei bar di Varese o della Bassa Veneta. È stato allora interessante che sia stata l’Italia a dirmi l’importanza dell’antropologia — questa grande sconosciuta — e perciò a consentirmi di tornare ai Balcani con la certezza che bisognasse guardare gli eventi attraverso questi due canali paralleli: cultura diffusa da una parte, decisioni di un capo dall’altra e quindi il loro reciproco cortocircuito.

CM: C’è qualcosa che ritorna in entrambi i contesti (quello italiano e quello balcanico -ndc) ed è il fatto che un’identità quanto meno è forte e radicata, tanto più, attraverso un’esigenza mitica, ha bisogno di crescere, di essere riconosciuta e così si allarga a dismisura, si ipergonfia…

PR: Viviamo in un’epoca di profonda insicurezza delle appartenenze, anche politiche…

CM: …Un’appartenenza veramente forte non ha bisogno nemmeno d’essere dichiarata, né confermata da altri…

PR: Certamente. Appartenenza e identità sono due cose profondamente diverse. L’appartenenza è il radicamento, è il tuo fare parte di un territorio, di un gruppo, di un’ideologia, di una fede, di un destino. L’identità invece è una cosa che si manifesta nella lingua, nel dire, nell’autorappresentarsi. In situazioni di forte radicamento l’identità non ha bisogno di essere gridata. C’è; allo stesso modo per cui un albero che abbia radici profonde, avrà delle grandi foglie. Nel momento in cui però, l’albero guarda sotto di sé e scopre di non avere più le radici o di non averle molto profonde, ha bisogno di compensare questo, facendo crescere rami ancora più larghi per essere più visibile oppure, magari allo stesso tempo, inventarsi delle radici che non ci sono. A questo punto l’identità diventa idiozia: le due parole hanno non a caso la stessa radice (4). Come anche la parola idioma. La manifestazione più chiara dell’identità è l’idioma; è una cosa naturale. Quando la questione idiomatica diventa una forma paranoide, che tutto codifica, che viene fatta per recintare un qualsiasi territorio etnico o per escludere quelli che vi si avvicinano, allora diventa idiozia; perché non è più l’affermazione di un’appartenenza, ma diventa un modo di tenere lontani gli altri, diventa autoreferenzialità, alla fine diventa imbecillità. Purtroppo noi, oggi, assistiamo a questo: la proliferazione non di vere identità, ma di identità fasulle.

CM: Hai scritto che uno dei motivi di questa proliferazione è la globalizzazione, o meglio, una reazione alla globalizzazione che inghiotte e massacra il territorio, perché ne azzera spesso la sue radici storiche e culturali. Tanto è vero che questo si potrebbe dire anche degli stessi giovani di Belgrado, che forse sono assai lontani dal cliché con cui spesso si raccontano i serbi; credo che mangino, vestano, ascoltino la stessa musica dei giovani di Berlino, Parigi, Tokyo. Penso cioè che la globalizzazione sia così forte da penetrare dappertutto, distruggendo anche le identità autentiche, cosa che mi sembra già in atto…

PR: Non credo che la globalizzazione sia in grado di distruggere identità autentiche, quando sono forti. Un mondo senza confini sul piano economico, dei trasporti, ecc… può convivere benissimo con la presenza di identità ricche e forti…

CM: Non parlo solo di una omologazione ideologica, ma anche percettiva, di sapori, colori, odori, insomma un’omologazione della cultura materiale…

PR: Sì… Le identità deboli rischiano di essere spazzate via e non solo; rischiano anche di entrare in una forma di autoframmentazione. Le identità minori allora possono addirittura essere moltiplicate al di là di ogni logica. Tutto questo accade perché il mondo del globale oggi è molto diverso dal mondo delle multinazionali di vent’anni fa. Vent’anni fa le multinazionali producevano poche cose uguali per tutti; oggi McDonald’s è in grado di tarare il gusto del proprio hamburger addirittura città per città. Io credo che se volessero, sarebbero capaci di fare persino gli hamburger per i profughi kosovari. Oggi la globalizzazione è diventata più micidiale perché incoraggia il proliferare delle micro-identità; perché più piccole sono le nicchie di mercato, meno queste sono capaci di difendersi e più facilmente possono essere conquistate. Al limite questo tipo di strutturazione economica gradisce il caos sul piano etnico e quindi sul piano statuale.

CM: Penso che questo tipo di meccanismo sia ormai quasi irreversibile. Penso alle trasformazioni del nostro ambiente quotidiano, anche dell’acqua… Recentemente è passata una folle normativa della U.E. per cui non si potrà più fare il pane, nelle diverse maniere tradizionali in cui lo si faceva e così molti altri prodotti delle diverse cucine… Trovo che sia un discorso molto pericoloso.

PR: Qui non è la globalizzazione, ma l’imbecillità della burocrazia. Questo è un altro grosso discorso da affrontare. È chiaro che questo può creare delle pesanti controspinte; ma questo vale per il pane, per il formaggio, per il vino, per tutto insomma…

CM: Il legame con il territorio è fatto anche di questo. Un istriano è tale anche perché beve la malvasia, mentre uno di Monaco berrà la birra. Non credo che questa sia un’identità aggressiva o escludente…

PR: Certo. Attraverso la storia dei cibi si potrebbe fare un bel discorso sull’identità oggi. Solo attraverso la storia dei cevapcici, si potrebbero riscrivere gli ultimi dieci anni di casino in Jugoslavia…

CM: Volevo chiederti ancora un’ultima cosa sull’Europa. Idea che trovo sinceramente disperante, se non altro perché è stata semplicisticamente mutuata da uno schema ottocentesco, di origine mazziniana, che aveva altri esiti e, comunque sia, era giocato in un altro contesto. Mi sembra che il problema non sia affatto quello dell’azione dell’Europa fuori dai suoi confini, di una politica estera comune, tanto meno di una politica di difesa comune, come oggi spesso si dice, ma che sia un problema interno. Un problema culturale e cioè l’incapacità di fare i conti con una plurivocità di contesti e situazioni. L’Europa non ha ancora preso una posizione chiara sull’autodeterminazione, così come non ha impostato una riflessione sulle diverse lingue e culture che coesistono nel continente. L’uso dell’inglese, ad esempio, ormai ovvio come lingua commerciale e della comunicazione, implica degli effetti precisi. Lo si utilizza come medium, cioè come strumento in qualche modo neutro; ma nulla è neutro, è già pericoloso che qualcuno possa pensare il contrario, così come non è neutro — dicevamo — il linguaggio con cui la guerra viene raccontata, la “guerra chirurgica”, ecc…

PR: Sul piano delle lingue ci sono sempre stati due canali: la lingua dell’identità e quella della comunicazione. Quasi mai sono state la stessa cosa. Noi usiamo una lingua per comunicare con il mondo esterno e un’altra per comunicare con nostra madre, con nostro fratello, in famiglia; abbiamo anche noi più codici. Il problema è quello di fare in modo che la lingua comune non metta in crisi le altre, non metta in crisi le lingue locali, che non dividerei in gerarchie d’importanza, da una parte le lingue, dall’altra i dialetti. Per me sono comunque tutte lingue locali, che segnano profondamente il rapporto dell’uomo con il territorio. Queste devono sopravvivere.

CM: Mi sembra che si stia andando però in un’altra direzione: i dialetti, le lingue scompaiono un po’ dappertutto…

PR: In Francia stanno investendo un bel po’ di soldi per il rilancio delle lingue locali nelle scuole; non perché le si usino a scuola, ma perché gli insegnanti comincino a raccontare che cosa significano certe parole, che storia c’è dietro, cioè comincino a dare ai ragazzi l’autocoscienza di appartenere ad una comunità, ad un contesto, di avere certe radici. In Italia questo non si fa: da noi si recintano soltanto delle nuove minoranze, con un criterio molto più “jugoslavo” che europeo. Tutto questo can-can intorno al friulano mi sembra francamente eccessivo; non aiuta la sopravvivenza di una lingua viva, ma codifica, congela, ingessa una lingua, facendola quindi morire e consente ad una consorteria molto interessata di ultràs di avere dei benefici di carattere economico…

CM: In maniera quindi puramente strumentale?

PR: Sì, in parte è anche questo. È uno dei casi in cui l’idioma diventa idiozia. Io adoro la lingua friulana, che considero appunto una grandissima lingua locale; mio padre è friulano, la capisco molto bene, mi piacciono moltissimo i nomi di luogo… però, molto spesso, nel modo in cui questo friulano viene usato, non più per esprimere un’appartenenza, ma per escludere altri dal godimento di benefici, contributi regionali, ecc… Allora la cosa non mi piace più. Mi dispiace ma non è più la stessa lingua.

CM: Qui torniamo a ciò di cui parlavamo prima: il problema di come le trasformazioni socio-economiche intervengono sulle lingue. Uno dei motivi di una debole identità nazionale, anche di quella lontananza percepita dal Nord verso lo stato, è, storicamente, l’inesistenza dell’italiano come lingua nazionale, se non come lingua letteraria, come codice ristretto a pochi, almeno se vogliamo seguire Pasolini (5). L’italiano nuovo, quello parlato dalle ultime generazioni (dai 25-30 anni in giù), è sì nazionale, ma molto povero, ricco di abbreviazioni gergali, ottocento vocaboli in tutto…

PR: Questo deriva dall’imbarbarimento scolastico…

CM: … ma anche dalle trasformazioni socio-economiche. Si parla ad esempio una lingua sempre più tecnica, che perde progressivamente il suo significato simbolico, evocativo, ridotta a pura designazione, a nudo atto informativo.

PR: Sì, del resto non c’è più rapporto tra le cose che nomini e la realtà. Questo è un problema generale, non riguarda solo noi. Una recente statistica dice che il sessanta per cento dei bambini che escono dalle scuole pubbliche elementari di New York sono ancora analfabeti: è un dato da Terzo Mondo! Questo è ancora un altro discorso: è la crisi culturale del mondo ricco che può creare degli incubi. La crisi culturale, unita alla sazietà, crea veramente un tipo di uomo che non è mai esistito prima d’ora. Crea un uomo tronfio del proprio stomaco pieno, ma terrorizzato di affrontare il mondo, quindi profondamente insicuro e pronto a seguire un qualsiasi pifferaio che gli disegni una minima identità di branco.

CM: Alex Zanotelli, un padre comboniano piuttosto inviso alle gerarchie cattoliche tradizionaliste, che vive da qualche anno in un inferno reale, quello di una baraccopoli di Nairobi, ha scritto recentemente un breve articolo su quando sta succedendo in Kosovo (6), in cui molto semplicemente, evitando facili distinzioni tra NATO e ONU (trovo del resto che anche la mobilitazione contro la guerra riprenda esattamente gli stessi cliché che dichiara di contestare, quel che manca è sempre un’analisi critica della situazione), ha chiesto: come fa un sistema economico come quello attuale, che crea quaranta milioni di morti all’anno per fame, ad essere il garante o il difensore della vita di qualcuno?

PR: Non può. Non può farlo, tanto è vero che quello a cui finora abbiamo assistito è perfettamente complementare e va nella stessa direzione dei fautori della pulizia etnica. La pulizia etnica si è accelerata, la teocrazia post-comunista si è rafforzata, la fuga delle menti pensanti, le ultime che erano sopravvissute, le uniche che potrebbero ricostruire la Serbia e la Jugoslavia, è un fatto. La mafia e la camorra sono ormai entrate saldamente nel territorio. L’opposizione democratica, che pure era straordinaria e fioriva in modo commovente, nonostante tanta guerra e tanto odio, è stata praticamente spazzata via; quindi io non riesco a vedere grandi soluzioni in questo tipo di approccio alle cose. Talvolta ho l’impressione che le due guerre (quella dai cieli e quella sul terreno -ndc), così distanti, così diverse, così incomunicabili siano in realtà figlie dello stesso imbarbarimento, quello che ci impedisce di vedere la complessità delle cose. Così come lì ormai funziona il discorso dell’esclusione del diverso, qui da noi c’è l’incapacità di capire che non esiste la Serbia, ma esistono mille Serbie; che l’Europa è un giocattolo estremamente complesso, pieno di enclaves, di identità, di punti sensibili, toccando ciascuno dei quali, tu puoi provocare grandi reazioni a distanza. Noi aggrediamo con logiche di tipo atlantico, legate ai grandi numeri e ai grandi spazi, una storia, una crisi che è europea, mediterranea, profondamente mediterranea e quindi legata ad un piccolo spazio, che è stato culla di tante civiltà e anche di tante guerre, cioè uno spazio complesso, che non può essere liquidato con l’ottica di chi guarda al Vietnam, allo stesso modo in cui guarda alle valli del Trentino.

Un mondo che viene schedato semplicemente, dai “mangiatori di hamburger”, come un’accozzaglia di tribù in perenne conflitto tra loro. Rifiuto di entrare anch’io in questo tipo di mentalità. Il rischio è che l’americanizzazione della visione del conflitto faccia sì che noi continuiamo a ritenere lontana da noi una cosa, che è invece nella nostra carne. Ripeto, rischiamo di guardare al Kosovo così come, trent’anni fa, gli americani guardavano al Vietnam, cioè come ad una cosa lontana; mentre ce l’abbiamo in casa. Il dramma è non capire che ciò che succede è un evento profondamente europeo: la Serbia è Europa, ha logiche europee, anche se le può esprimere in un modo che a noi sembra lontano. Non dimentichiamo che gran parte delle democrazie moderne sono nate da pulizie etniche. Non voglio dire che siano necessarie, però abbiamo poco da pontificare. Non possono pontificare né i tedeschi, né gli americani che hanno fatto fuori milioni di indiani. Quindi… Non so…

Abbiamo incontrato Paolo Rumiz a Trieste al ritorno da due suoi viaggi alle periferie della guerra. Qualche settimana fa Rumiz si è recato prima a Spalato, poi a Bar, sulla costa montenegrina, poi nell’entroterra, in prossimità del confine tra Montenegro e Kosovo. Successivamente ha scritto diversi pezzi su come si sta vivendo la guerra sulla costa adriatica italiana, da Chioggia, ad Ancona, a Bari, per poi, traversando il mare, tornare nuovamente sulla sponda dalmata. Abbiamo scelto di discutere con lui di identità, appartenenza, radicamento e in parallelo della situazione balcanica e dell’informazione e della percezione della guerra in Italia e in Occidente.

Paolo Rumiz è inviato speciale del quotidiano di Trieste Il Piccolo e segue dal 1986 gli eventi dell’area balcanico-danubiana. Recentemente ha iniziato a scrivere anche per il quotidiano La Repubblica di Roma. Ha vinto nel 1993 il premio Hemingway per i suoi servizi dalla Bosnia, e nel 1994 il premio Max David come migliore inviato italiano dell’anno. Ha pubblicato: Danubio. Storie di una nuova Europa (1990); La linea dei mirtilli (1993 e 1997, nuova edizione riveduta); Vento di Terra (1994); Maschere per un massacro (1996); La secessione leggera (1997).

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