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Cinema

Un coraggio a metà

Qualcuno ha detto che alla sua morte è stato messo in atto, da parte degli intellettuali che lo hanno ricordato su giornali e riviste, uno psicodramma. È vero. Sono convinto che se Pasolini fosse morto nel suo letto, o in un incidente d’auto, ci sarebbero stati i soliti commenti misurati. Agiografici magari, ma con prudenza. Con questo voglio dire che lo psicodramma è stato in gran parte determinato dal modo come è morto. Una cosa che mi ha colpito è stata questa: la maggior parte degli articoli dedicati a Pasolini contenevano una fortissima carica di aggressività (pochi se ne sono sottratti, e forse proprio quelli che gli erano stati più vicini). Si ricordava Pasolini polemizzando con gli altri intellettuali, insultandoli. Gli altri non avevano capito Pasolini. Gli altri lo esaltavano solo ora che era morto. Ogni articolo su Pasolini era un litigio contro qualcuno.
L’aggressività dipendeva, secondo me, dal trauma causato dalla sua morte. E, come accade per l’aggressività, dietro c’erano la colpa e la paura. Un sentimento inconscio. Stranamente, come se tutti dicessero: non l’ho ucciso io, Pasolini. Non è colpa mia se è morto ammazzato in quel modo. Secondo me c’era un senso inconscio di vergogna nel modo in cui Pasolini era morto. Cosa vergognosa, che toccava tutti. E per farlo dimenticare, la santificazione.

Lo stesso appello degli intellettuali a far luce sulla sua morte ha questo sapore. Secondo me l’appello è giusto. La versione ufficiale è molto strana. È poco verosimile. Questo non significa che non possa essere vera. Spesso la vita non è verosimile. Ma certo che bisogna vederci chiaro, la cosa puzza parecchio, e in certe cose è assurda. Però secondo me nel chiedere di far luce sulla sua morte c’è anche un tentativo inconscio di rifiutare una morte banale e vergognosa. Come dire: “Pasolini non poteva morire come un vizioso”. Di qui la santificazione. Di qui lo smussare spesso le contraddizioni. Di qui il non parlare di lui, ma della sua opera di intellettuale.
E poi c’è un fatto, nella sua morte: io sono convinto che c’è un divario molto grande tra coloro che hanno scritto di lui sui giornali e gli stessi lettori di quei giornali. La parte intellettuale del paese era molto più vicina a lui di quanto non fosse il paese. I lettori dei giornali che lo hanno ricordato con amore, gran parte di quei lettori, lo giudicavano “un frocio”. “Uno zozzo”. Il conformismo della “opinione pubblica” è molto grande. Moravia parlava alla televisione che in Italia non si riconosce la sacralità dell’intellettuale. Non so se l’intellettuale deve avere una sacralità (credo, anzi, di no), ma certo che in Italia (e anche altrove) l’intellettuale non è ben visto. C’è un certo populismo nella destra, che è molto radicato nella gente. L’intellettuale non è “uno come noi, gente semplice”. È uno che “parla difficile”, e che ha il potere. Nessuno può impedire alla gente, anche a molti compagni, credo, di essere convinti che Raffaella Carrà è democratica; ma Samuel Beckett no, lui non è democratico. L’intellettuale è antidemocratico (il concetto di democrazia legato ai mass media). E credo che Pasolini non fosse molto amato da molti italiani. Non lo amavano gli studenti. Non lo amavano gli operai. Non lo amavano i piccolo-borghesi rincoglioniti dalla televisione (Pasolini, come tutti gli intellettuali, è un privilegiato, uno che fa quello che vuole, che parla difficile, e che per farsi pubblicità fa la pornografia. Un senso di frustrazione e di invidia). Non so se lo amavano i sottoproletari romani. Ma credo che una parte di essi non lo amava. Non era più uno di loro. Era troppo ricco. E poi lui stesso, oggi, li odiava.

E in questo senso gli intellettuali, con una forma di autodifesa inconscia, hanno evitato certi temi scabrosi. E così hanno evitato di andare a fondo.

Io personalmente per capire qualcosa su Pasolini uomo ho dovuto leggere “Gente”. Certo non tutto sarà vero, ma dà degli elementi per capire. Perché lo scopo di “Gente” è di denigrare Pasolini, ma non può farlo troppo apertamente, perché la gente non accetta più le cose troppo rozze. E allora tirare fuori i particolari intimi, scabrosi. Certi saranno esagerati, ma certi sono illuminanti, anche perché non sono contro di lui. Il suo essere un “bambino buono”, nell’infanzia. Quel suo che di evangelico frustrato dalla vita. Il suo essere pauroso (uno poi da grande può anche diventare coraggioso, ma l’essere pauroso da bambino è un dato caratteriale della massima importanza). Il suo odiare la violenza, ma nello stesso tempo l’esserne morbosamente attratto (bisognerebbe capire perché, e Pasolini si rifiutava di capirlo. In uno dei suoi tanti “testamenti”, un suo autoritratto lasciato a un giornalista inglese, dice delle cose addirittura puerili sulla psicoanalisi. Ma non è che siano puerili perché non capisce, ma perché non vuole affrontare il problema) e di qui il suo masochismo. Quella volta che andò a un premio letterario e là dentro incontrò dei ragazzi e se ne andò un paio d’ore e tornò tutto stracciato, pesto, al premio letterario, e tutti erano indignati, e Pasolini rideva. Una cosa francescana, di un francescanesimo reietto, “maledetto”, e di qui masochista, e anche, forse, “corruttore”. Su questo non ho le idee chiare, ma bisognerebbe che qualcuno me le chiarisse, qualcuno che non fosse “Gente”, ovviamente.

Io penso che la figura di Pasolini ingrandirà col tempo. Il tempo gli darà la sua “vera” dimensione, facendo cadere quello che è caduco, e limitato, e facendo emergere quello che di lui è grande. Molto di lui è grande, e non poco grandissimo. Penso ad esempio ad alcuni suoi film, immensi, eccezionali.
Io posso dare solo la mia impressione momentanea, che forse fa parte dello psicodramma. Io in questo momento lo sento più lontano da me di quanto lo sentissi un mese fa, ma forse questo avviene perché sono affastellate le impressioni, perché ancora non è avvenuta la selezione del tempo tra ciò che è caduco e ciò che è grande. Posso solo limitarmi a registrare queste impressioni.
Una delle ragioni per cui le commemorazioni di Pasolini non sono andate a fondo nel giudizio su di lui è, secondo me, il fatto che Pasolini stesso non è andato a fondo su se stesso. Questa la ragione per cui lo sento più lontano. Probabilmente io in questo momento pretendo che Pasolini fosse quello che non era. E non lo vedo per quello che era. Ma tanto vale registrare le impressioni.
Pasolini ha avuto un grandissimo limite, che ne ha permesso la santificazione (ed è probabilmente per reazione a questo che io lo sento ora più lontano), che non ha potuto cioè impedire la santificazione, di essere anticonformista solo a metà. Pasolini era il tipico intellettuale. Persona sensibilissima, in difesa, ultrasensitiva, il “bambino buono”. In genere questi intellettuali, soprattutto in un paese di antica tradizione aulica come l’Italia, scelgono (soprattutto i letterati) una vita chiusa alla realtà. Vivono nei loro circoli letterari, stanno in una “torre d’avorio” che magari non è più quella del disimpegno, ma quella dell’impegno, ma di un impegno talmente conformista, libresco, e d’apparato, che diventa una maniera. In genere l’intellettuale è come il bambino primo della classe: incapace di fare a pugni, si allea bene o male al potere. Può anche essere magari il potere di sinistra, di un partito, di un editore, di una rivista; ma l’importante è che si isola dalla vita. Se ne sta buono buono in un suo cantuccio dove la sua intelligenza possa esprimersi al riparo.

Pasolini rifiutò tutto questo. Ebbe il gusto, anche in un senso di ricerca di degradazione e di misticamente intesa purezza (di qui il suo masochismo) di affrontare la vita. Non visse in una cerchia di suoi simili. Scelse gli “altri”: lui, diverso (non perché omosessuale soltanto, ma perché intellettuale) andava nel mondo della gente normale, nel mondo delle bufere, nel mondo dove l’intelligenza conta poco, dove conta la violenza, quel mondo in cui in genere i letterari non mettono più piede (o la maggioranza dei letterati). Scelse di non essere un intellettuale, di scontrarsi con la realtà, di confrontarsi con i non intellettuali, i violenti. Non era soltanto questione di omosessualità. Pasolini se ne trovava diecimila di bravi ragazzi sensibili disposti a venire a letto con lui e a innamorarsi di lui. Lui scelse un altro tipo di persona, e un altro tipo di rapporto (diceva a Sandro Penna: beato te che ami le donne, perché i tuoi ragazzi sono donne, i miei sono maschi, pericolosi).
Ma Pasolini rifiutò questo a metà. Perché come artista e intellettuale rimaneva nel terreno conosciuto, non si avventurava. Apparentemente questo sembrerebbe non vero. In realtà è così. Egli non parlò mai di se stesso nelle sue opere, non vi si coinvolse direttamente. Mediava. Perché, in fondo, Pasolini rimaneva cattolico (come siamo tutti quanti noi) e perbenista. Viveva le sue serate infernali, e il giorno era l’intellettuale come tutti gli altri. Intendiamoci, dava scandalo, ma come un intellettuale, sul piano delle idee, tutto bello pulitino pulitino. Viveva una doppia vita. Nella vita privata viveva l’inferno; nella vita artistica questo inferno non ci entrava. No, non ci entrava. E in questa doppia vita, in questo scindere le due cose, in questo suo profondo perbenismo, c’entrava sicuramente il rapporto con la madre. Forse se non ci fosse stata la madre avrebbe sbandierato la sua omosessualità masochista in un modo più aperto.

Ma si potrebbe dire: nella sua vita di intellettuale e di artista entrava il suo essere diverso. No. Lui parlava delle borgate senza esprimere quello che sentiva per le borgate. Lui cantava il popolo senza esprimere quello che provava per il “popolo”. Mediava. Scendeva all’inferno, ma poi in letteratura lo trasfigurava. Non se lo portava mai dietro. Non metteva mai nei libri il “suo” inferno, ma una sua trasfigurazione. Mediava. Sì, parlava del sottoproletariato, ma chi capisce il suo inferno leggendo Ragazzi di vita? È in fondo un libro mascherato, con la maschera dell’impegno sociale. Meglio sono i suoi film. Ma mai metteva in luce il suo vero aspetto umano. Scriveva sempre conservando anonima l’immagine di sé. Tranne che in qualche poesia. E l’immagine di sé era la cosa più interessante che avrebbe potuto dare agli altri. Accennava: il mio essere diverso. Ma era un cliché, uno slogan. Ma possiamo domandarci: perché doveva mettersi così spietatamente in piazza? Ma perché era quella l’origine di tutto il suo sentire! Pasolini era un uomo profondamente viscerale, e perché allora, se scegliere di fare l’artista, non esprimersi?
In realtà la vita di Pasolini viveva una scissione schizofrenica. Deteriore per due motivi: 1) perché era una scissione; 2) perché non era accettata come scissione.

Per questo molte opere di Pasolini hanno un andamento bidimensionale, e non tridimensionale. Ciò significa che in esse non troviamo l’intellettuale che va verso il “popolo”, con tutti i suoi traumi e i suoi scontri e le sue lacerazioni e le sue illusioni, ma il “popolo” (visto dall’intellettuale). Questa visione del popolo resta spesso bidimensionale perché è provocata dal rapporto con lo scrittore (non è un’indagine “oggettiva”, quella dell’autore), ma la soggettività, l’aspetto soggettivo di questo incontro viene nascosta. Tridimensionalità sarebbe descrivere con quanto c’è di tragico e di speranzoso e di patetico e di banale l’incontro tra il diverso e l’uomo massa, tra l’intellettuale e il sottoproletario, tra colui che pensa e colui che vive. Sarebbe interessante, e sarebbe uscire dal solito ruolo dell’intellettuale che o parla del popolo (riflettendoci dentro i suoi umori ma nascondendolo) o parla di se stesso. Bidimensionale è ovviamente anche l’intellettuale che si macera nella sua crisi e non ne esce fuori.
In Pasolini c’era una fuga dai suoi complessi di uomo moderno verso una mitica innocenza. Secondo me sbagliavano coloro che criticavano Pasolini dal punto di vista dell’ortodossia marxista, spiegandogli che non si può tornare indietro, che bisogna andare avanti e andando avanti risolvere le nostre contraddizioni, eccetera… Loro credevano che Pasolini facesse un discorso politico e che era necessario rispondergli. No! Pasolini non faceva che mimare i suoi traumi, dando loro una veste politica. Niente di male che desse loro una veste politica, se lo credeva opportuno; ma il fatto che lui nascondesse il carattere traumatico e viscerale di questo è il suo limite. Insomma, il suo limite non è quello di essere stato irrazionale e non marxista, ma quello di non essere stato irrazionale fino in fondo. Compito dell’artista non è quello di ripetere come un compitino l’ortodossia marxista. Se è irrazionale, esprima la sua irrazionalità.

Immagine articolo Fucine Mute

La cosa più importante che Pasolini avrebbe potuto dare ai suoi contemporanei sarebbe stata il suo diario. Esprimere la realtà dei suoi traumi psichici, esprimere il dramma del suo impatto con la vita, mostrare cosa vedeva questo agnello francescano nel popolo astorico, feroce e innocente. Esprimerlo dal di dentro, con i particolari: questa sarebbe stata tridimensionalità, che avrebbe fatto vivere quella materia piatta che sono i ragazzi di vita nei suoi romanzi. Ne sarebbero stati coinvolti tutti, perché è un dramma di tutti. Sarebbe stata una buona occasione per l’intellettuale italiano di recidere la barriera artificiosa tra esistenzialità e impegno, tra soggettività e oggettività. Per mescolarsi nella vita, ma direttamente, portandosi dietro tutto se stesso, non facendo finta di non esserci.

Pasolini ha rifiutato di essere Henry Miller, per il quale c’erano in lui tutte le premesse, meno una: la certezza di aver toccato il fondo e di non aver nulla da perdere, l’assenza di ogni vergogna, di ogni pudore perbenista. Henry Miller è stato il Proust della nostra epoca, l’artista che ha fatto vivere nei suoi romanzi l’angoscia e l’inferno della metropoli, la nuova umanità metropolitana. E ha potuto farlo perché ha vissuto fino in fondo questa realtà. Non ha vissuto in un suo mondo a parte come fanno molti letterati (soprattutto in Italia). Pasolini ha avuto lo stesso coraggio di vivere la vita fino in fondo, pagando di persona, fino alla morte. Ma non ha avuto il coraggio di portare questo nei suoi libri. Il suo perbenismo copriva una metà della sua vita, ma la copriva davvero. Nella vita di intellettuale, Pasolini era “irreprensibile”… Egli avrebbe potuto essere l’Henry Miller di oggi, perché per esprimere la realtà contemporanea bisogna averla vissuta davvero e viverla tutti i giorni, passionalmente, viziosamente, senza cliché letterari, come facevano appunto Miller e Pasolini. Ma Miller ebbe il coraggio di vedere i suoi libri sequestrati e accusati di oscenità (alcuni suoi libri sono ancora proibiti e circolano in. edizioni clandestine), ebbe il coraggio di raccontare tutte le sue miserie e tutte le miserie dei suoi amici, e tutte le miserie di sua moglie, e tutte le miserie patetiche e assurde di suo padre, e di sua madre, e tutte le miserie più immonde di tutta la gente che conosceva, di migliaia di persone, descrivendole sempre come uno che ci era coinvolto: di qui la tridimensionalità. Per lui era forse relativamente più facile farlo perché non era un omosessuale e non viveva in un paese cattolico. Quello di Miller è un lungo diario della sua vita, un Proust senza ritegni, degradato, sincero, privo di speranza ma aperto a tutto ciò che accade intorno a lui.

In questo senso io credo che Pasolini sia stato un grande uomo a metà. Il che, in un paese di piccoli uomini, serve già ad elevarsi di una testa al di sopra di tutti. Pasolini fu infinitamente più grande della maggioranza degli intellettuali della sua generazione; fu infinitamente più grande, fra l’altro, di molti che lo criticavano, anche giustamente, esprimendo delle verità parziali, diverse dalla sua, ma anche più piccole, vissute meno intensamente. Per essere grandi uomini non basta essere intelligenti: bisogna avere uno straordinario coraggio di andare controcorrente. In Italia la gente intelligente non manca; la gente coraggiosa è molto meno numerosa. Pasolini ebbe un grande coraggio, ma a metà; probabilmente il limite del suo anticonformismo ha origine nel nostro essere ancora tutti cattolici e tutti perbenisti.
Forse questa mia interpretazione di Pasolini è fortemente soggettiva. Ma forse è vera. Che cosa che sia vero e oggettivo non è anche profondamente soggettivo? Io credo che Pasolini, nella sua corsa attraverso la vita, avrebbe potuto esprimere molto più profondamente di quanto ha fatto il dramma della nostra epoca, o almeno una parte di esso: avrebbe potuto esprimere l’uomo massa vissuto attraverso il suo contrario: lo psicodramma sarebbe stato molto più completo. Questo è il compito dell’artista oggi, in questa società psicotica e lacerata. Dalla nascita del capitalismo l’artista è un separato, e può vincere la sua separazione solo vivendola in mezzo agli altri, confrontandola con gli altri.

Immagine articolo Fucine MuteConfrontando la sua psicosi con quella degli altri, di segno opposto alla sua, eppure così uguale alla sua. Confrontandosi con l’uomo massa. Pasolini l’ha fatto a metà, ma probabilmente, seppure a metà, è stato l’unico in Italia a cercare di farlo veramente. Ha mimato a metà il suo essere diverso in mezzo agli altri. Ha avuto coraggio a metà in un ambiente intellettuale generalmente privo di coraggio. E forse io dico questo e sento questo perché sento di essere coinvolto nella sua stessa mancanza di coraggio. Perché l’unica cosa veramente interessante che potrei scrivere, l’unica cosa veramente utile agli altri, sarebbe la storia della mia vita, della mia vita di compagno lacerato e schizoide: una vita banale e drammatica, profondamente vile e a suo modo coraggiosa; raccontare di tutte le cazzate che ho fatto, e di come ho cercato di farle, e delle cose che non ho voluto fare. Ma ci sono coinvolte troppe persone (tra cui io) e temo che non la scriverò. (Maggio 1976)

Da AA.VV., Dedicato a Pier Paolo Pasolini, Gammalibri, Milano 1976, già nel n. 7 della rivista letteraria “Salvo imprevisti” (per gentile concessione dell’Editore)

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