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Musica

Un sogno lungo una tastiera.

La musica e le esperienze artistiche di Jean-Michel Jarre

Quando gli si chiede di parlare del proprio mondo musicale, Jean-Michel Jarre sorride come un bambino a cui abbiano messo tra le mani il giocattolo preferito. Nonostante venticinque anni di carriera, non si è spostato di un millimetro da quelli che sono i tratti distintivi del suo carattere: un’innata gentilezza nei confronti di qualsivoglia interlocutore, una tendenza lampante all’attenuazione dei toni, una sincera curiosità nei confronti di chi come lui fa musica. Amato e odiato in pari misura, per chi non lo conoscesse Jean-Michel Jarre è l’alfiere della musica elettronica “classica”, quella non disturbante, dalle atmosfere sognanti, eteree, la musica che qualcuno che non gli voleva bene ridefinì una volta “da sala d’attesa d’areoporto, o da filodifussione”. Rampollo di sangue (musicale) blu, visto che suo padre Maurice fu nientemeno che l’autore della colonna sonora del “Dottor Zivago” di David Lean, Jean-Michel Jarre è cresciuto in un ambiente quindi particolarmente predisposto, anche se poi le sue esperienze artistiche hanno dimostrato di discostarsi parecchio dall’alveo paterno. Da ragazzine Jarre “somatizzò” la sua passione per la fantascienza vista e letta, e gli parve consequenziale (mentre studiava al Conservatorio a Parigi) di incanalarla attraverso le proprie tastiere. Uscito nella primavera del 1976, il suo primo album “Oxìgene” sconvolse i canoni della musica strumentale: sepolto da un’infinità di sintetizzatori e macchine da suono, Jarre divenne il paladino di chi teorizzava il fascino di un’elettronica senza freddezze da iceberg, evocante sensazioni “siderali”, spaziali, lontane anni luce dalla quotidianità. Gioco favorevole, in questa riuscita operazione del produttore francese Francis Dreyfus (titolare di un’etichetta discografica di Lione per cui Jean-Michel Jarre incide tuttora) lo ebbero anche le copertine lunari e stranite del pittore “Granger” (quella di “Oxìgene”, di sapore postatomico, ha fatto epoca).
Certamente l’ambiente musicale circostante era notevolmente dissimile da Jarre: chi si dilettava con l’elettronica lo faceva premendo il pedale sugli aspetti più spigolosi e sperimentali (in Germania i Kraftwerk, inquietanti nel loro atteggiarsi da “automi” in Inghilterra Brian Eno, negli Stati Uniti i Van Der Graaf Generator o i Tangerine Dream), ma nonostante le premesse l’opera di debutto dell’artista francese oltrepassò il tetto del milione di copie vendute.

Similare la sorte del seguente “Equinoxe” (1978), definito dallo stesso autore una sorta di “inchino alle possibilità del Matrisequencer” (una fra le più avanzate macchine da suono, all’epoca di raro uso anche per i costi elevatissimi), e ideale proseguimento di un’estetica fondata sull’azzeramento dell’acustica. Ma è soprattutto con il terzo lavoro “Magnetic Fields” (1980), che vanno a precisarsi alcune costanti del lavoro di Jarre: il quale non è, come parrebbe ad una prima frettolosa occhiata, un cieco manovratore di sintetizzatori… Ne fa fede, in questo disco, la significativa “The last rumba”: traballante come un’orchestrina senza pretese, rappresenta un ironico sberleffo a chi vuole il musicista francese rinchiuso nella sua campana di vetro.  
In quel periodo Jarre sposa l’attrice francese Charlotte Rampling, un sodalizio lungo ma pieno di sofferenze, sia per l’esclusivo, forse egoistico interesse di Jean Michel nei confronti del proprio mestiere, sia per altre questioni private sulle quali reputiamo utile non addentrarci. Jarre e la Rampling, secondo fonti recenti, starebbero per divorziare. Durante un’intervista ad un quotidiano francese, egli espresse una volta la sua opinione sui concerti dal vivo: “Mi piace più vederli che farli!… A parte gli scherzi, per me i concerti non sono una cosa facile: non stiamo parlando di una rockstar, io sono un autore di musica strumentale, l’armamentario che devo portarmi dietro per suonare schianterebbe il portafogli di qualsiasi finanziatore; comunque, per me deve trattarsi sempre e solo di un unico concerto alla volta: proprio per queste difficoltà”. Fedele a questa “politica aziendale”, Jean-Michel Jarre suona una prima volta dal vivo a Parigi per l’anniversario della presa della Bastiglia: un concerto pirotecnico, con fuochi d’artificio infiniti ad illuminare la Senna, in un’indimenticabile serata del 1981.

Su interessamento di alcuni produttori del Belgio, nell’estate dello stesso anno, Jean-Michel Jarre “approda” con la propria musica in Cina, dove le contaminazioni sonore di quest’occidentale di bell’aspetto stanno facendo furore. Contravvenendo alla sua personale regola di lavoro esposta appena sopra, Jarre firma un contratto miliardario per cinque concerti tra Pechino e altre città vicine: è un trionfo. Documentazione preziosa di quest’avventura orientale rimane il doppio album dal vivo “The Concerts in China” (1981): quattro facciate in cui non solo si rincorrono tra di loro i capitoli più entusiasmanti dei primi tre dischi, ma c’è tempo e spazio per pregevoli inediti, dalla struggente “Souvenir of China” (dove sentiamo grida di bambini cinesi in un cortile di scuola e rumori ripresi dal Mercato del Pesce di Pechino) alla divertente “Orient Express”. In più una lussuosa confezione di copertina, che anagramma dati e date di un appuntamento riuscito con il Sol Levante. Ma anche nella polvere di stelle della consacrazione possono annidarsi delle ombre: forse turbato dagli strali sempre più incattiviti della critica musicale internazionale, o semplicemente a corto di idee e stimoli, Jarre opta per un lungo periodo di silenzio, interrotto solo dalla pubblicazione di un’antologia (“Synthesys”, 1983) che nulla aggiunge e nulla toglie a quanto già sapevamo sul suo conto.

Il “letargo” partorisce, a sorpresa, un disco “alieno” dalla usuale produzione di Jarre: “Zoolook” (1984), prodotto multimediale dalle affascinanti ramificazioni, è un colpo al cuore per gli aficionados del tastierista parigino, lontano com’é da quel lirismo a tratti ridondante che era diventato marchio di fabbrica. “Zoolook” può essere considerato a tutti gli effetti un capolavoro di musica “etnico-elettronica”, in un momento in cui la discografia mondiale era ancora lontana da certi traguardi. Su un tappeto sonoro affollatissimo più che mai da sintetizzatori e Fairlight, l’artista francese inserisce sovrapposizioni di idiomi diversi (dal cantonese al malgascio, dal nipponico all’africano), affidando le parti vocali a Laurie Anderson, celebrata artista americana da sempre impegnata nei campi del multimediale: è un incontro apparentemente impossibile sulla carta, che invece funziona a pieno titolo. Quando la testina del giradischi tocca il solco del brano intitolato “Diva”, ci rendiamo perfettamente conto di quello che stiamo ascoltando: l’incontro tra due “altre facce della luna”, due itineranti precorritori della musica, diversi nelle ambizioni, uniti nella ricerca (e aggiungiamo, d’obbligo, il nome di Adrian Beiew, chitarrista vicino alla Anderson, ma anche indimenticato protagonista di avventure musicali “in proprio”). Ma tanto avvenirismo non incontra (com’era prevedibile) il favore delle masse: le vendite ristagnano, anche se il videoclip relativo al brano “Zoolook” ottiene il primo premio alla Rassegna Internazionale Videomakers di Parigi.

Accennavamo in apertura alla straordinaria passione di Jean-Michel Jarre per la fantascienza e l’esplorazione cognitiva d’ogni aspetto della scienza ruotante attorno all’uomo. Mentre lavora al nuovo disco “Rendez — vous” (1986), ritorno all’ovile della sua produzione più “classica”, conosce e instaura un buon rapporto d’amicizia con i sei componenti dell’equipaggio che si appresta a varare il nuovo “Shuttle” della NASA, a Houston nel Texas. Come forse si ricorderà, l’avventura che solleticò l’entusiasmo di molti finì in tragedia: la navicella spaziale prese fuoco pochi secondi dopo il decollo, sollevando durissime polemiche sulla pericolosità di simili operazioni. “Rimasi sconvolto dall’episodio” — rammenta Jarre — “anche per la perdita di Ron Me Nair, oltre che astronauta sassofonista, un ragazzo di colore dall’infinita umanità; molti mi chiedono ancora se il disco è così triste per quanto avvenne quel giorno, ma in realtà l’album venne concepito parecchi mesi addietro, poi l’inconscio collettivo ha fatto il resto: certo è che non riesco a risentire quel mio lavoro senza provare un profondo senso di desolazione; e nonostante questo, sono ancora intenzionato a partecipare ad una spedizione spaziale, se la NASA ne effettuerà altre”. Si è sempre parlato (e scritto) di Jarre come di una persona avulsa dalla realtà circostante: niente di più inesatto. A prescindere da alcune impressioni puramente nozionistiche, la sua fantasia sfrenata non gli ha mai impedito di conoscere e trasferire su pentagramma la realtà circostante. L’ultimo scorcio del decennio precedente resta contrassegnato da un avvenimento “d’urto” come la caduta del Muro di Berlino; di lì a poco la televisione ci rimanderà le sconvolgenti immagini del massacro di Tien-An Men, con i giovani orgogliosi e pazzi di voglia di libertà a sfidare a mani nude i carri armati. Jarre ha oramai amici in tutto il mondo, vive a Parigi che tra le, capitali europee è una delle più “frequentate” da comunità straniere, soprattutto ha una moglie inglese e un figlio bilingue: è un uomo circondato da influenze di vario tipo, che confluiscono nel nuovo lavoro “Revolutions” (1989), dedicato idealmente a chiunque nel mondo combatta per un ideale di libertà.

“Waiting for Costeau” (1990), il disco successivo, è invece davvero un’altra storia. “Mi affascina il mare, da sempre” — sottolinea Jarre — “ma è una fascinazione non esente da paure: quella sconfinata distesa d’acqua mi ha sempre intimorito, soprattutto da ragazzino i marinai mi apparivano come dei combattenti, avrò letto troppo Melville…”. “Waiting for Costeau”, definita dal suo stesso autore una “sinfonia marina”, omaggia naturalmente Jacques Costeau, oceanologo e studioso di fama mondiale recentemente scomparso dopo una vita dedicata allo studio degli abissi. Ricorda Jarre: “Mi sembra straordinario chi si dedica anima e corpo ad una passione, e Costeau ha consacrato tutto se stesso alla sua; ricordo con stupore la sua conoscenza totale dei comportamenti dei delfini, la capacità di comunicare con loro più e meglio che con gli esseri umani”.

Ma è di nuovo tempo di concerti, grazie ad un progetto a lungo covato e a lungo rimandato, per le ferite morali che quell’episodio porta con sé: il concerto — tributo agli astronauti periti a Houston — è realtà nel 1991, proprio in una grande area adibita nella città texana. Un successo di pubblico senza precedenti, replicato da un’analoga esibizione a Lione, in Francia, con l’intento di devolvere il ricavato ai parenti delle vittime. Fuochi d’artificio, esplosioni e proiezioni tridimensionali (come documenta il VHS uscito l’anno dopo), oltre ad un raffinato “repechage” delle tappe salienti del repertorio di Jarre. Il lungo silenzio seguente (interrotto solo da un paio di antologie) permette al musicista francese di dedicarsi alla composizione di musiche per documentarsi sulla natura (tra il 1992 e il 1993), mentre le continue evoluzioni dell’industria elettronica gli consentono di rinvigorire le sue “piramidi del suono”, e sul tema non a caso commenta: “Per anni i sintetizzatori sono stati considerati il salvataggio di chi non sapeva suonare alcun strumento; poi fortunamente si è capito che non era così. Per me è sempre stata una passione smodata, a cui ho cercato di apportare dei cambiamenti, e del resto questo mondo musicale si evolve così rapidamente da impedirti di restare fermo sulle mosse: io credo, in più, di averci messo anche il cuore…”. Una esemplificativa dimostrazione di quanto può crescere un musicista considerato all’epoca un “pioniere” e oggi servito da ogni diavoleria immaginabile arriva con il pregevole “Chronologie” (1993), un lavoro ambizioso dedicato allo scorrere del tempo, ai ritmi indiavolati nelle città metropolitane, alla ricerca di un silenzio non catartico ma indispensabile per “far lavorare” in pace la nostra mente. Si tratta di una delle più riuscite prove di Jean-Michel Jarre, autore atteso al varco del Nuovo Millennio perché considerato “sorpassato”, e invece ancora capace di dire molto, almeno a chi non si è mai accontentato dello sperimentalismo “nudo e crudo”, e ha sempre rincorso un ideale di ricerca melodica anche se asservita allo schiacciante strapotere delle macchine del suono.

Nel 1996, contravvenendo alla sua abituale idiosincrasia nei confronti delle celebrazioni e dell’autocompiacimento, ha festeggiato i vent’anni dall’uscita del suo primo album “Oxìgene” con “Oxìgene 8-12”, ideale proseguimento di quella prima, memorabile sinfonia per sintetizzatori. “Ogni tanto è utile fare i conti con il proprio passato, specialmente con quello più rappresentativo”, ha laconicamente commentato alla conferenza stampa per la presentazione del disco; da sempre uomo di pochissime parole, quando lo si incontra suscita simpatia il suo inglese “francesizzato”, ma anche l’assoluta naturalezza e spontaneità con cui discetta di strutture di palcoscenico, “geometrie del suono”, della possibilità di vita su altri pianeti, e della sua amatissima casa di campagna fuori Parigi, con annesso studio di registrazione frequentato giorno e notte da musicisti d’ogni nazionalità. Si prospettano tempi duri per Jarre, negli anni novanta della musica vissuta e “sudata”, inevitabilmente “live” dopo le orge di suoni plastificati. Invece, sapiente riciclatore di se stesso, il tastierista parigino sta reclutando musicisti di altre aree culturali per il grande concerto del 31 dicembre 1999, probabilmente sulla Senna. Di sé dice semplicemente: “Sono stato un adolescente baciato in fronte dalla fortuna. A cinque anni assistevo mio padre che lavorava sulla colonna sonora del Dottor Zivago di David Lean. A dieci frequentavo il conservatorio, a ventisei mi piombò addosso il disco d’oro per le vendite di Oxygene. Delle critiche non mi sono mai troppo curato: c’è musica per tutti, davvero…”.
La musica elettronica ha forse perso parte di quel potenziale eversivo degli esordi, ma Mister Jarre dalle dita fatate non ha paura del futuro: per lui, corre sempre su una tastiera.

Jean-Michel Jarre, da tempo impegnato nella realizzazione del suo nuovo lavoro (data prevista: dicembre 1999), che sarà contemporaneamente un saluto a questo millennio e un ponte gettato su quello a venire (e probabilmente ne usciranno anche alcune date dal vivo), probabilmente ha ancora parecchio da raccontarci, pur avendo subìto in questi veloci e brucianti anni le influenze musicali più disparate, dalla New Age al ritorno del punk…

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