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Arte

Laurie Anderson

Evasioni virtuali

Installazioni magiche, telepresenze, figure proiettate negli spazi bui d’una galleria. Figure che raccontano e che parlano con i gesti. Laurie Anderson, con il suo Dal Vivo, solleva domande a cui non c’è una singola risposta. Domande sulla funzione delle istituzioni, sulla comunicazione e soprattutto sulla tecnologia che lei stessa usa per teletrasportare un detenuto fuori dalla sua prigione. La consapevolezza dei limiti che la tecnologia continua a superare inquieta poiché l’immaginario diventa troppo facilmente realtà. Una realtà sempre più impregnata di virtuale.

Laurie Anderson (LA): Danny Hillis, l’uomo che ha inventato l’orologio millenario, mi ha raccontato l’idea per un suo film. Ha detto: questa è la trama. Gli alieni stanno raggiungendo la Terra dopo aver viaggiato per migliaia di anni attraverso l’universo, anni durante i quali hanno fatto foto della Terra mentre le si avvicinavano zoomando. Ora sono quasi arrivati e hanno un immenso archivio di immagini: una sequenza della Alpi che spuntano fuori dal fondo dell’oceano, un enorme vulcano che sputa fuoco e cenere sulla superficie terrestre e la ricopre per centinaia di anni, la costruzione della Grande Muraglia e così via. A mano a mano che si avvicinavano alla Terra le foto diventavano più ingrandite e sempre più a fuoco.
Così gli alieni si mettono in contatto con la Terra e dicono: “Abbiamo queste foto, foto della storia della Terra, ma non solo: abbiamo anche le foto della crocifissione. E sono in vendita”; poi ne mandano alcune giù come prova. Sulla Terra si scatena una gigantesca guerra di offerte e l’ultima guerra mondiale scoppia a causa della fotografia.

Questa è solo una delle cinque storie che una Laurie Anderson virtuale, proiettata su un calco, un fascio di luce dalle sembianze umane, ci racconta con la voce un po’ trascinata e melodiosa di chi sa raccontare.
Storie Dal Vivo. Buio quasi totale, sabbia nera, pareti nere, unici colori quelli delle immagini, piccoli punti di luce evanescente, piccoli esseri quasi alieni, magici, sconosciuti anche se identificabili.

LA: Cerco di creare una qualità magica al corpo di una persona, il cui valore esistenziale mi è sconosciuto, o quanto meno fortemente connotato, ma impenetrabile: un alieno che è stato confinato o isolato in una prigione per un lunghissimo arco di tempo. Tramite il mio lavoro lo faccio scendere a terra, o meglio lo porto nel mio territorio, quello dell’arte.

Immagine articolo Fucine Mute

È così che Stefano Santini, imputato di rapina e omicidio aggravato, membro della banda di Vallanzasca negli anni Settanta, prigioniero di un’istituzione da undici anni, ora detenuto nel carcere di San Vittore, viene fatto evadere dal carcere per entrare nel mondo dell’arte. Milano, Fondazione Prada, una stanza buia, suoni lamentosi di fondo, ghiaia per terra che scricchiola ad ogni passo quasi a voler intimidire chi si vuole muovere, quasi a costringere all’immobilità davanti ad una scena inquietante, l’immagine di una carcerato, le sue palpebre che sbattono, le dita delle mani che si muovono.

Olivia Corio OC: Com’è nato questo progetto?

LA: Il progetto è nato per caso, l’idea originale era di fare qualcosa di tipo musicale in una chiesa vicino a Vienna. Sono andata a vedere questo bel paesino austriaco tutto perfetto, con le varie casette, con la chiesa, il campanile a forma di cipolla, tutto quanto e mi sono accorta che nel bel mezzo del paesino c’era una prigione di massima sicurezza.
Di fronte alla torre di sicurezza c’è il campanile della chiesa. Quindi l’idea era quella di prendere l’immagine di un detenuto e proiettarla dentro la chiesa. Ovviamente quest’idea era irrealizzabile e non ci hanno dato il permesso. Io però ho cominciato ha scrivere un lavoro sulla telepresenza, su come influenza il nostro mondo e anche sull’atteggiamento che hanno la chiesa e la prigione nei confronti del corpo umano. La chiesa con l’incarnazione e la prigione con l’incarcerazione. Quindi abbiamo deciso di realizzare questo progetto ma la legge austriaca però proibisce la rappresentazione del volto dei prigionieri. Loro sono completamente cancellati in un certo senso.
Cancellati. Visi dimenticati. Corpi che si rapportano solo a una dimensione di spazio limitato, quello di una stanza, di un refettorio, di un cortile. Sempre mura, confini, porte. Unica evasione quella virtuale in cui lo spazio sembra alterato, ma rimane sempre lo stesso, impercettibile presenza di una serie di limiti, ovvero dimensioni, attraversabili solamente tramite l’immaginario.

OC: Perché un detenuto, perché una prigione?

LA: Ero interessata al concetto di incarcerazione e di prigione come forma di istituzione per garantire un ordine pubblico. Recentemente per esempio, New York City è stata ripulita ed è diventata una specie di Disneyland, non è più quella New York sporca che conoscevamo. Dove sono andati a finire quindi tutti i criminali, i pazzi, i drogati, gli spacciatori? Molti sono finiti in prigione. Negli Stati Uniti molte prigioni sono dei veri e proprio business. Tu puoi investire dei soldi in un’azienda privata che gestisce le prigioni. Ma bisogna capire la funzione di queste istituzioni. Io pensavo quindi di fare un progetto sulla prigione come istituzione e sulla sua funzione di incarcerazione come delimitazione di uno spazio a cui il corpo si rapporta.
Il rapporto con Santino Stefanini è stato di fondamentale importanza per la realizzazione del progetto Dal Vivo.

OC: Com’è stato?

Ho incontrato Santino nel carcere di San Vittore a Pasqua. Gli ho parlato del progetto e lui ha subito capito di che cosa si trattava. Ha parlato di “evasione virtuale” che era proprio quello di cui volevo occuparmi. Avevo cercato a lungo un luogo dove fosse possibile stabilire un diverso punto di contatto, un contenuto più fluido. Quando ci hanno detto che potevamo organizzarlo qui non mi sembrava vero, è stata un’opportunità unica e splendida. La possibilità di parlare direttamente con Santino è stata preziosa.
La presenza/non-presenza del detenuto nella stanza sconvolge la nostra percezione dello spazio. I suoi movimenti comunicano il suo essere Vivo, il suo essere là in quella stanza simultaneamente al suo essere nel carcere. Comunicazione muta dove parlano le immagini che paiono tangibili, proiettate sul quel calco del detenuto in grandezza naturale.

OC: Che cosa vuole comunicare l’installazione di un detenuto che evade virtualmente da un carcere?

LA: Una cosa che trovo interessante che rappresenta un po’ l’installazione di Santino è la sua comunicazione quasi infantile, cioè Santino comunica con noi in un modo che non è verbale, non ha la possibilità di parlare, e mi ricorda la comunicazione che c’è fra i bambini quando cercano l’attenzione dei genitori distratti oppure conversazioni in cui a un certo punto del discorso ti rendi conto che l’altro non c’è o sei tu che non ci sei, che non comunichi niente. Certe volte infatti la comunicazione non funziona, se poi ci si mette di mezzo la tecnologia non ci salviamo in realtà perché comunichiamo ma senza comunicare realmente. Una seconda cosa che mi ha colpito è l’immobilità. L’assassino è fermo, assolutamente immobile quasi come se fosse un egiziano, ma allo stesso tempo sembra che ci veda e questa comunicazione a distanza ci dà l’impressione che lui ci veda realmente. Impressioni di una visione impregnata di onirico dove il sogno attraversa le dimensioni del tempo e dello spazio in tutte le loro possibilità. Forse un tentativo di andare oltre i limiti della fisicità, oltre i limiti della morte.

Laurie Anderson ci racconta:

LA: Avete presente quelle notti in cui dormite ed è completamente buio e silenzioso e non sognate? La vera ragione è questa: in quelle notti, siete andati via. Siete nel sogno di qualcun’altro. Occupati nel sogno di qualcun’altro. Mi ricordo da dove sono venuta. C’erano edifici in fiamme e un mare rosso ardente. Ricordo tutti i miei amanti. Ricordo come mi tenevano. Mondo senza fine — ricordati di me…

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