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Arte

Colloquio poco serio su come fare arte ed uscirne vivi

Immagine articolo Fucine MuteAndro Merkù (AM): Signor Pascutto lei come si autodefinisce? Pittore iperrealista, odontoiatra delle tele o post-dadaista carsolino?

Paolo Pascutto (PP): Post-dadaista carsolino è forse la definizione più calzante per le operazioni che faccio, perché se i miei quadri possono sembrare a prima vista delle opere molto realiste o iperrealiste, in realtà c’è una giocosità molto dadaista presente sia nella mia pittura che nel modo in cui amo presentarla al pubblico. Perché l’arte non dev’essere sempre una cosa troppo seria, ma può essere giocosa e la pittura può stimolare nello spettatore non solo pensieri funesti, ma anche qualcosa di più soave, leggero, ironico. Del resto, come diceva il grande poeta dada Tristan Tzara, “l’arte non è una cosa seria, dico sul serio”, frase di cui mi sono appropriato anni fa per presentare una delle mie prime mostre personali. Adesso che ci penso, mi ricordo di averla già vista proprio in quella occasione…

AM: Bene, passiamo alla seconda domanda. La sua pittura è basata anche sul colore. è vero che lei è daltonico?

PP: Sì, ma non lo dica in giro, se no le mie quotazioni crollano.

AM: è mai passato con il verde?

PP: (Ride) Ogni tanto, ogni tanto succede. Quando ho fatto la visita per la patente di guida non si sono accorti del mio problema, anche se ho scambiato il rosso con il marrone. Ma non è grave, perché quando vedo il semaforo marrone, mi fermo.

AM: Perché si ostina, per inaugurare le proprie mostre, a scioccare le persone con performance il cui scopo non è mai stato chiarito, né a livello conscio né tanto meno a livello subconscio?

PP: Esibizionismo, sadismo o altre perversioni a piacere. Potrebbe chiederlo al mio analista, se ne avessi uno…

AM: Perché durante tali inspiegabili performance coinvolge spesso, fortunatamente non sempre, altrettanto inspiegabilmente Andro Merkù. Chi è costui e perché in questo momento le sta facendo un’intervista che non ha ragion d’essere, se non fine a se stessa, e se sì e se no?

PP: Proprio perché non voglio parlare seriamente d’arte e proprio perché ho sempre cercato di evitare le presentazioni troppo professionali, dei critici…

AM:
Mi sta dando del dilettante?

PP:
Lei è un dilettante. Non è un’istituzione come critico, non la conosce nessuno nel mondo dell’arte…

AM:
Le faccio presente che ho anche scritto un rock’n roll, quindi sono un artista vero.

PP:
Sì, ma in un altro settore. E poi lei è laureato in…

AM: Sociologia del trattore domestico.

PP:
Ecco, mi sembrava… Dunque la persona più adatta a presentare le mie mostre. Perché lei serve a movimentare un po’ le inaugurazioni, che ho sempre trovato abbastanza serie. Sì, magari c’è qualcuno che suona la chitarra o, peggio, il violino…

AM:
Sono come i libri di Umberto Eco: dei mattoni.

PP:
Esatto. Molte volte l’idea dell’inaugurazione o anche dell’arte o della stessa galleria, tiene lontana la gente, perché si pensa che sia una cosa un po’ difficile, elitaria, per intellettuali. Invece ho sempre cercato di avvicinare le persone all’arte, sia con la mia pittura che con il modo di presentarla. Per questo motivo ho ideato delle presentazioni piuttosto teatrali, che coinvolgessero il pubblico in un evento, legato sempre alla mia pittura, ma che in qualche modo ne potesse amplificare i significati. Di conseguenza mi è sembrato logico coinvolgere nelle mie inaugurazioni dei personaggi, dei sabotatori, come Andro Merkù, per presentare un tipo di pittura che, secondo me , è venata notevolmente dall’ironia. Come ho già detto in altre occasioni, la cosa più bella di una mostra è vedere il pubblico ridere davanti ai miei quadri. E non ridono perché ho fatto il cielo verde. Lo so che lo sta pensando: ecco, questo deficiente di un daltonico passa con il semaforo marrone e poi mi fa i cieli verdi! Ridono perché entrano nel gioco interno al quadro. Molte volte questo non è così facile, ma quando lo spettatore è nello spirito giusto o quando un’opera riesce a colpire la sua fantasia o il suo subconscio, allora il risultato è una risata liberatoria. Freud avrebbe avuto da dire qualcosa…

AM:
Me l’ero preparata questa domanda. Se Freud potesse psicanalizzarla, a quali conclusioni giungerebbe? Ma è una domanda che ho depennato immediatamente.
Torniamo alla pittura. Si tinge i capelli?

PP:
No, no. Sono di un color verde naturale.

AM:
Non ha mai pensato, neanche lontanamente, di potersi tingere i capelli? Perché ha i baffi di un colore più rossastro rispetto ai capelli.

PP:
Rossastro? Credevo fossero verde cobalto.

AM:
No, no, sono più rossastri.

PP:
Comunque no, non ho mai pensato di tingermi. Forse lo farò in futuro, quando sarò calvo.
Fra Chagall, Picasso, Duchamp e Fabrizio Frizzi, chi sceglie?

PP:
Per fare cosa? Da incorniciare? Io vedrei bene Frizzi, incorniciato. Ma incorniciato bene.

Immagine articolo Fucine MuteAM: è lei che parla di cornici. Io le ho fatto una domanda specifica…

PP:
Sì, ma scegliere per fare cosa?

AM:
Non ha importanza. Chi sceglie?

PP:
Sceglierei forse Duchamp, proprio per il discorso dadaista di prima. E anche perché è un personaggio che, dopo non aver dipinto per tanti anni e aver fatto delle cose molte estreme, alla fine era ritornato alla pittura, una pittura piuttosto figurativa, tradizionale. Questo mi ha molto colpito. è una parabola strana, simile a quella di A.J.Eppenin…

AM:
Lei sta vaneggiando.
Esiste, secondo lei, l’ispirazione artistica, oltre a quella nasale?

PP:
Sì. Esiste l’ispirazione artistica e anche la traspirazione artistica, due cose fondamentali per fare un quadro. Ci sono dei quadri che sono fatti di pittura e sudore.

AM: Questa se l’è preparata a casa anni-luce fa!

PP:
Assolutamente no.

AM:
Dipingerebbe mai un quadro raffigurante la famiglia Clinton sorridente davanti alla Casa Bianca dopo una nevicata e che quindi non si vede essendo bianca?

PP:
(Ride) Forse sì. Sarebbe un bel risparmio di colori.

AM:
Quanto influiscono i cibi e il mangiar pesante sui suoi quadri?

PP:
Non mangio mai sui miei quadri.

AM: Le faccio la domanda più deficiente del millennio: cosa si aspetta dal Duemila e soprattutto cosa succederà nel Duemila?

PP:
Avrò un anno di più e qualcosa in meno… buh?

AM:
Questo era un incrocio fra un testo di Lucio Dalla e Lucio Battisti, ovvero Mogol, che era il Gran Mogol, quello delle Giovani Marmotte e non il paroliere di Battisti.

PP:
Esatto.

AM: Adesso passiamo all’intervista.
Dunque, volevo sapere da lei a che cosa aspira. Io non ho notato grandi cambiamenti nel suo modo di pitturare da quando la conobbi nella lontana epoca pre-vittoriana, negli anni Ottanta, tanto tempo fa. Lei prosegue sulla sua strada e non ha eccessive smanie di cambiamento, di un particolare tipo di ricerca che non sia quella dei colori, perché appunto è daltonico.

PP: In realtà c’è stata un’evoluzione dal punto di vista tecnico, che si può notare già tra i quadri di oggi e quelli dell’ultima mostra del 1997. Figurarsi con quelli di otto-nove anni fa.

AM: Ma questo dovevo dirlo io!

PP:
E be’, l’ho detto io. Mi rendo conto che lei come intervistatore è quello che è, ma l’ho detto io. Comunque è un discorso molto lungo, perché lei mi sta accusando di fare sempre le stesse cose, praticamente insinua che non c’è evoluzione. L’evoluzione c’è, ma è interna al mezzo espressivo che ho scelto, cioè la pittura figurativa. A meno che non passo all’espressionismo astratto, attacco ruote di bicicletta sulla tela o attacco gli spettatori alle pareti della galleria, mi trovo a muovermi in un ambito ristretto, che è quello della pittura figurativa, fatta in modo abbastanza tradizionale, cioè con i pennelli, i colori, la tela. E allora l’evoluzione dov’è? Per esempio nella tavolozza. Io per anni ho dipinto dei quadri dai toni freddi, ricchi di blu, e per questo in passato la mia pittura è stata accusata spesso di una certa freddezza. Sarà che il blu è uno dei pochi colori che riesco a identificare con una certa sicurezza…

AM:
Di che colore sono le sedie?

PP:
Blu.

AM:
Appunto.

PP: Invece nei quadri che sto preparando per la prossima mostra nel Duemila, ci sono dei toni caldi, terre, ocre, gialli, rossi, tutta una serie di colori che non ho mai usato massicciamente nella mia pittura. Perciò c’è stato un riscaldamento della mia tavolozza e una esplorazione di un territorio coloristico a me ignoto, perché da daltonico certi colori ho difficoltà a gestirli. è una fatica, ma è stimolante, perché non ripeto cose già sperimentate.
C’è poi un’evoluzione nella scelta dei soggetti. Pur essendo dei quadri sempre surreali, tecnicamente molto realistici e ricchi di ironia, ho cominciato ad inserire la figura umana, prima del tutto assente. Questa è una cosa inedita, perché prima c’erano solo dei paesaggi urbani o naturali che presentavano solo delle tracce di umanità. Come vede c’è un minimo di evoluzione…

AM:
Insomma, i suoi prossimi quadri sono a sfondo umanitario.

PP:
Come al solito, lei non ha capito niente!

AM:
Dunque, lei ha parlato dell’aspetto umano nei suoi quadri, e dell’aspetto animale?

PP:
Nei miei prossimi quadri ci saranno dei gatti e dei pesci…

AM:
Lei abita nel comune di Duino-Aurisina. Lei sa che al Villaggio del Pescatore è stato scoperto un Androsauro?

PP:
Sì, come no. è un suo antenato…

Immagine articolo Fucine MuteAM: La paleontologia non la potrebbe ispirare, sempre non nasalmente, ma pittoricamente parlando?

PP:
No. I fossili non mi interessano. Sono più attratto dagli edifici abbandonati, dalle facciate dei palazzi o dai paesaggi naturali. Alcuni soggetti sono lontani dai miei gusti: la paleontologia, la filosofia, la filologia, l’etimologia…

AM:
Cosa sognava di fare da grande, da piccolo?

PP:
Il fumettista.

AM:
E cosa farà da grande?

PP:
L’artista, spero.

AM:
Chi è l’artista, questo sconosciuto?

PP:
è uno che fa la fame, di solito, perché l’arte, come il crimine, non paga… è questa sì che me la sono preparata!

AM:
“Unusquisque calandracca igitur”.

PP:
Adesso non faccia sfoggio del suo spagnolo solo per umiliarmi.

AM:
“Omnia munda monda mudandi”, si ricordi!

PP:
Sì, io di sabato solitamente le cambio.

AM:
Vuole dire ancora qualcosa a sua discolpa?

PP:
Sì. Vorrei tornare al discorso sull’artista. Penso che ogni artista viva in modo diverso l’arte. Dal mio punto di vista, penso che l’artista debba proporre una visione alternativa del mondo a tutti gli altri, a tutte le persone che non hanno il tempo, il talento, o la voglia di pensare a che cos’è la realtà, che non si chiedono mai cosa esiste e cosa no, e se non potrebbe esserci una realtà diversa da quella che viviamo ogni giorno. Penso che questo sia un tema, nonostante la sua faccia stravolta, presente nei miei quadri.

AM:
No, mi preoccupo e basta.

PP: Se vuole farmi qualche altra domanda epocale, possiamo andare avanti su questo tono dottoresco per il resto dell’intervista…

AM:
Come se l’immagina il proseguio dell’intervista?

PP: Immagino che appena usciamo da Fucine Mute, continueremo a parlare tra di noi e verranno fuori le cose più belle … Perché è così che succede di solito. Perché a me non capita spesso di parlare di arte e così anche non capita di ragionare su quello che si fa, su cos’è la pittura, cos’è l’arte, chi è l’artista e su cosa uno vuole esprimere con il proprio lavoro. Di conseguenza ci si trova impreparati, ma forse io volevo proprio questo. Comunque qualcosa è stato detto, credo…

AM:
Lei ha visto “Gianni e il Magico Alverman” in tv, quand’era piccolo?

PP:
Non so chi siano.

AM:
E questa è una risposta a tutte le nostre domande. La ringrazio.

Trieste 24 novembre 1999, ore 21.10

Andro Merkù (Trieste, classe 1963 … e la classe non è acqua), laureato nel 1986 in D.A.M.S. presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, libero professionista, è un giornalista- conduttore ed autore radio-televisivo (tra le emittenti frequentate citiamo RAI Radiouno, Radio e TV Capodistria, Telequattro, Antenna 3 e Radio Punto Zero Tre Venezie). Il suo passato da imitatore e cabarettista affiora costantemente (nel 1990 ha partecipato in tale veste a cinque puntate di Piacere Raiuno, con Toto Cutugno e Simona Marchini) tant’é vero che qualche battutina gli scappa con una certa frequenza; ma da grande ha promesso che farà la persona seria…
All’inizio degli anni Novanta nasce la collaborazione tra Pascutto e Andro Merkù, che porta alla realizzazione di particolari performance, come La Tartaruga sul Davanzale (giugno 1993), un evento teatrale in forma di conferenza che, con il pretesto di parlare di un artista inesistente, tale A.J.Eppenin, tratta in modo ironico i problemi dell’arte contemporanea. In seguito Pascutto è più volte ospite nelle trasmissioni radiofoniche di Merkù (Radio Capodistria, Radio Punto Zero), dando luogo a surreali e strampalati interventi sull’arte e sul cinema.

Pascutto concepisce le inaugurazioni delle sue mostre come piccoli spettacoli, dove parole e musica commentano e allargano il significato delle sue opere pittoriche e durante i quali è previsto il coinvolgimento del pubblico. Su questa strada s’inserisce anche la performance più recente, Spaesato Carso, proposta con grande partecipazione di pubblico il 29 novembre 1997 alla Galleria Cartesius di Trieste. Coordinato dalla giovane regista teatrale Elisabetta Gustini, questo evento ha visto la partecipazione di tre attori, mimetizzati tra gli spettatori, e di un quartetto che ha eseguito musiche del compositore Stefano Sacher, ispirate ai quadri esposti.

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