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Cinema

John Carpenter

Meet John Carpenter

Immagine articolo Fucine MuteSin da bambino mi porto dietro una battuta fulminante e fortemente mitopoietica: “Chiamami Jena!”, una battuta che pochi si sono dimenticati. Il film, lo avrete di certo riconosciuto, era 1997 Fuga da New York; sono passati ormai una quindicina d’anni e per la prima volta ho avuto l’occasione di sentire la vera voce di Kurt Russell pronunciare quella famosa battuta nella sua corretta formula: “Call me Snake!”. Sembrava un sogno poter conoscere il creatore di alcuni fra i migliori incubi e miti della contemporaneità, era un freddo venerdì di novembre a Torino, sveglia ansiosa all’alba, un caffè veloce, un documentario su Nina Hagen, un hamburger svogliato ed eccomi all’hotel “Principi di Piemonte” di fronte a John Carpenter. Ci diamo la mano, è un signore di mezza età un po’ stempiato, sguardo ficcante, fuma continuamente spegnendo le sigarette a metà ed è avvolto in un improbabile maglione a quadri di tonalità azzurra. Gli confesso di essere praticamente terrorizzato, la sua risata (ve lo ricordate negli episodi di raccordo di Body Bags?) spazza via ogni incertezza, prendo il mio block notes e …

Gianluca Guerra (GG): Riflettendo sulla sua filmografia ho trovato un modello narrativo ricorrente, l’eroe solitario, un’isola lo ha definito Kurt Russell, o un gruppo isolato che si difende da una minaccia esterna. Per quale motivo è così affascinato da questa figura, da questo tema?

John Carpenter (JC): Quella figura sono io, è il modo in cui mi sentivo quando ero giovane. Mi sentivo isolato all’epoca a causa del mio background, è difficile da spiegare: io sono nato nella parte nord dello stato di New York (n.d.c. è nato a Carthage il 16 gennaio 1948), da lì con la mia famiglia ci siamo spostati nel sud degli Stati Uniti (n.d.c. altrove definiti “la cintura della Bibbia” (1)), dove mi sono sentito isolato, una figura solitaria io stesso. Quando vivevo in quella zona ho imparato una grande lezione a proposito del male. è qualcosa che riguarda il sentirsi intrappolati che provo, o meglio ho provato in prima persona, tanto da esserne spinto a fare dei film a riguardo, dei film personali, dei film su di me … Quella figura sono io.

GG: è un tema importante anche da un punto di vista narrativo?

JC: Oh certamente. Tutto ciò che si trova in un film di media durata (dai novanta ai centoventi minuti) è una struttura in tre atti, con i quali si può fare ciò che si vuole. Per quanto riguarda le storie che io desidero raccontare invece sento il bisogno di portarvi un po’ di me stesso, dei temi che mi riguardano, e perciò questo tema è ciò di cui ho bisogno.

GG: I tuoi film si svolgono in genere nell’arco di una giornata…

JC: Sì è vero, ma non tutti…

GG: …e spesso dal tramonto all’alba, qual è il motivo?

JC: Quali sono le unità di tempo, spazio, azione? Di Socrate …Aristotele… Sofocle, chiunque fosse? Penso che gran parte sia dovuto al fatto che Howard Hawks è il mio regista preferito. Alcuni film di Howard Hawks sono degli action-movie dalla durata temporale compressa: Rio Bravo si svolge in tre giorni, Only Angels Have Wings in due o tre. Mi rendeva felice vedere questi film minuto per minuto, ne sono rimasto impressionato.

GG: Parliamo di remake: cosa spinge un regista a rimettere in scena una storia già raccontata da altri?

JC: Soldi!? Perché vuole un lavoro!? Perché pensi di poter fare qualcosa di differente con lo stesso materiale, puoi apportare qualcosa di nuovo, magari è una storia che hai visto quando eri giovane ed hai pensato: “Posso farlo in un altro modo!”. Ci sono un sacco di ragioni diverse, veramente tante.

GG: Passando invece dalla parte dello spettatore, perché pensi desideri rivedere più volte la stessa storia?

JC: Oh questa è una bella domanda…

GG: Stavo pensando non solo a The Thing o a Village of the Damned, ma anche a Assault on Precinct 13 piuttosto che alle due “fughe”…

JC: Bene, io stesso vedo e rivedo i film molte volte. Ho guardato Rio Bravo ripetutamente. The Thing from Another World lo vedo in ogni momento. è come quando leggi un grande libro e vorresti rileggerlo. Voglio godermi il film, voglio vederlo, voglio averne una esperienza completa.

GG: E cosa ne pensi del fenomeno dei serial? Halloween, Halloween 2

JC: Oh (sorride maliziosamente e pensa, n.d.c.) O.K. Hollywood non è un posto pulito, Hollywood è il luogo del business. Quando ne sono stato coinvolto nel fare i vari Halloween decisi di tentare di aiutare quando potevo e fare dei soldi. Io sono un capitalista, dopotutto non c’è altro. Esiste solo il primo film, c’è solo una storia. è sempre la stessa storia ripresa molte volte. Non resta altro, è già stata fatta.

GG: Si trovano sovente delle citazioni nei tuoi film, è una sorta di amorevole omaggio come in 1997 Escape from New York per Romero e Cronemberg? In parte è così, non lo so. George Romero, David Cronemberg, Wes Craven, Dario Argento, siamo tutti della stessa pasta, siamo tutti nella stessa bottiglia. Ciascuno apprezza il lavoro degli altri. è così.

GG: Un capitolo del mio lavoro sarà intitolato “Visioni di realtà, realtà di visione”… Oh molto bene, un bel gioco di parole… Cosa pensi della questione del realismo, hai mai pensato di girare un film di tipo realistico?

JC: What’s reality? Non so… ho un sacco di sogni a proposito, di progetti a riguardo, ma non penso di averne sufficiente talento, di esserci portato. Penso di essere maggiormente a casa mia nell’ambito della fantasia. Penso che sia questa la mia visione del cinema, dei film.

Ho sempre voluto fare un documentario in Panavision su qualcosa che non ho ancora deciso, qualcosa di reale, ma non mi sono ancora convinto perché non credo di essere abbastanza bravo in questo tipo di cose. Mi trovo meglio con la fantasia, l’horror, la fantascienza, l’irreale. Magari sarei anche bravo…

Immagine articolo Fucine MuteGG: In They live dipingi la tua idea degli Stati Uniti del reaganismo, quanto è importante per te dare un’idea di quella che è l’America contemporanea?

JC: Ogni film è un po’ differente, tu porti l’esempio di They live, quella era la mia visione dell’America negli ultimi anni ottanta, nei cui confronti nutrivo un sentimento molto forte. Se invece prendi un film come In the mouth of madness non trovi la contemporaneità, è un film che parla di tutto altro …della realtà dell’autore. è un fantasy-movie. Tutto dipende dalla storia, ce ne sono di tanti generi, per me non è necessario commentare il momento attuale dell’America in ogni momento.

GG: Momento cruciale del tuo cinema sembra essere la questione dello sguardo, dell’occhio…

JC: O.K., SEEING — VISION — CINEMA: BASIC, basic connection. Gli occhi sono la macchina da presa, gli occhi sono la finestra dell’anima degli esseri umani. I tuoi occhi nei miei occhi! La gente si innamora quando si guarda negli occhi. Io sono un voyeur, io guardo il mondo.

GG: Molto importante risulta perciò essere la costituzione dei punti di vista, penso tra le altre cose alla soggettiva iniziale in Halloween o quando giri un’azione in outfocus dietro un primo piano…

JC: Pensi a qualche scena in particolare…

GG: Sì adesso mi veniva in mente il primo episodio di Body Bags quando la ragazza di colore è all’interno del distributore mentre studia ed un uomo le passa alle spalle…

JC: Punto di vista… in quel caso il tempo viene sospeso più che non mostrando direttamente, mettendolo in secondo piano: io sono seduto qui a parlare con te, la macchina da presa mi riprende in primo piano, e qualcuno vuole uccidermi, quanto è più terrorizzante vedere qualcuno che mi passa alle spalle. Il pubblico pensa: “Oh no, cosa succederà?” Così riesci a creare ansia nello spettatore: tutto quello che riesce a vedere è un rettangolo, non può vedere quello che si trova dietro, è la messa a fuoco che riesce a creare l’attenzione tra il primo ed il secondo piano.

GG: E cosa mi dici del frequente uso di bende, occhiali da sole, nebbia, invisibilità, maschere?

JC: Riguardano tutti il fatto della visione in un modo o nell’altro: l’invisibilità è la non visione, la nebbia è vaporosa, gli occhiali da sole svelano la verità. Si ritorna di nuovo a quella semplice, ma basilare cosa che ho detto prima: “the eyes are cinema”… è una risposta sciocca.

GG: La critica ha spesso fatto notare come i tuoi film siano dei western mascherati. Perché non ne hai mai filmato uno?

JC: Negli anni settanta scrissi una sceneggiatura per John Wayne per lavorare con lui, ma purtoppo prima che riuscissimo a farlo lui morì… El Diablo? No, il nome era Blood River. La sola persona con cui farei un western è Clint Eastwood.

GG: Cosa pensi della crisi del genere western, mi sembra che non se ne producano più?

JC: Star Wars ha preso il sopravvento. Vedi il western è un mito americano, non ne abbiamo molti altri: abbiamo il jazz, abbiamo il basket ed abbiamo il western, questi sono tutti i nostri miti. Sturger nei suoi bei film ha praticamente fatto terminare l’epoca del western nel creare un mondo fantastico. La televisione negli anni cinquanta e sessanta ha fatto morire il western con una programmazione eccessiva. Ed allora arrivò Star wars a cambiare il modo di vedere i film da parte dei bambini. Ha cambiato tutto ed ora il western è come Fantomas!

GG: Tu sei conosciuto come un regista di film horror o di fantascienza, pensi che il genere sia una sorta di gabbia, di prigione per un regista o no?

Immagine articolo Fucine MuteJC: è una grande domanda! No, io devo essere John Carpenter. Io penso sia il contrario, probabilmente verrò ricordato per i miei lavori nella science fiction. Ma sono all’opposto di chi girà qualsiasi cosa (n.d.c. altrove fa una distinzione tra “director” e “shooters”, cioè tra quello che noi intendiamo come autore e quelli “a cui interessa girare e niente altro”). Non ho nulla da eccepire se qualcuno ha intenzione di girare un film violento, ad alcuni piacerà ad altri no, come d’altra parte nessuno deve sentirsi imbarazzato se non faccio “E. T.”! Non ho intenzione di essere amato da tutti, il mio unico stimolo è di fare un insieme di film. Questo è il mio modo di esprimermi e allora muori e vattene, dì: “Bye bye” e lasciateli indietro. Il genere non è una prigione, è il paradiso, paradise.

GG: Un’ultima domanda sulla questione della musica: qual è la sua importanza?

JC: La musica supporta l’immagine, la rende più forte. La musica le dona la voce, delle parole e del suono. La colonna sonora è potente. Mio padre era un musicista, ed anch’io lo sono, ma più di tutto io sono un voyeur in grado di aggiungere una voce musicale alle immagini, due cose assieme.

L’autore della presente intervista ringrazia le persone grazie alle quali è stato possibile organizzare l’incontro con il regista: Marzia Milanesi e Barbara Sassano dell’Ufficio Stampa di “TorinoFilmFest”, per la gentilezza e disponibilità a lui dimostrata, e Roberto Nepoti, per il grande aiuto offerto.

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