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Cinema

Anton Corbijn

Still Lives

Immagine articolo Fucine MuteE’ il fotografo dei divi. E soprattutto, dei musicisti. Oltre ad aver girato numerosi video (finora una sessantina) in larga parte con i Depeche Mode con i quali ha praticamente cominciato a lavorare — e mentre lo avviciniamo, guarda rapito alcuni dei suoi primi lavori che gli porgiamo per autografarli, sillabando un “questo qui non me lo ricordavo proprio” che lo fa sprofondare nei suoi ricordi stampati in bianco e nero. Corbijn è un fotografo che predilige il monocromatico, ma le sue opere non sono affatto mono…tone. Anzi, hanno dentro un grande calore e un grande colore. Eppure, nonostante abbia lavorato con alcuni degli alfieri della tecnologia applicata alla musica, sospesi tra il pop, il techno e il rock, i Depeche Mode, si dice piuttosto “tradizionalista”. Nel suo obiettivo sono finiti un po’ tutti i più grandi del cinema e del rock: Robert De Niro, Danny De Vito, Johnny Deep, Cameron Diaz e Ewan Mc Gregor, Miles Davis, Bono, Bjork, Brian Eno, David Byrne, perfino l’uomo più veloce del mondo, il pilota Ferrari Michael Schumacher. Fotografo delle star, Corbijn è antistar per eccellenza, a cominciare dall’abbigliamento più che informale: maglioncino, originali scarpe bianche e nere di gomma con effetto “sandalo” e cappello di lana “andino”. E poi, la sua inseparabile sacca, dove tiene il ferro del mestiere, la sua fidata Hasselblad e due obiettivi. La fantasia, quella no, nella sacca davvero non riesce a entrarci tutta…

Corbijn, olandese, 44 anni — 25 dei quali spesi a guardare dentro all’obiettivo — è passato per Trieste, dove espone alla Galleria Lipanje Puntin Artecontemporanea di via Diaz, in occasione della vernice della mostra “Still Lives” che rimarrà aperta fino al 3 febbraio 2000, nel corso della quale è stato presentato anche il suo nuovo, omonimo libro di fotografie, il quarto: 33 scatti di altrettanti vip: da Robert De Niro a Nastassia Kinski (Schirmer & Mosel Verlag). Ma Anton è un personaggio assolutamente tranquillo e di una gentilezza squisita dimostrata anche nell’ufficio sistemato nel retro della galleria, dove gli abbiamo posto alcun domande.

Immagine articolo Fucine MuteGianfranco Terzoli (GT): Cosa pensi di Internet e delle possibilità offerte dalla rete? La tecnologia e i nuovi media hanno secondo te un effetto positivo sull’arte o la penalizzano, le impediscono di esprimersi?

Anton Corbijn (AC): “No, penso che abbia uno sviluppo positivo, sia una cosa positiva; e dico sviluppo perché ti permette di ricevere e dare più informazioni e io credo che l’arte dovrebbe comunque abbracciare i nuovi sviluppi”.

GT: Nelle tue opere fai uso di queste nuove tecnologie?

AC: “Non molto ancora, no. Sto cominciando a realizzare il mio sito web, ma sono un tipo lento e “old style”. Ne sono affascinato ma non lo adopero ancora molto. Preferisco avere ancora un approccio tradizionale con la fotografia: fare foto “vere”, di fronte alla macchina fotografica. Anche se, naturalmente, dopo l’invasione del computer nel mondo figurativo non si può essere più sicuri della “realtà” di alcune immagini fotografiche”.

GT: Perché ti dedichi principalmente al bianco e nero, o comunque al monocolore.

AC: “Appunto, le mie nuove foto sono a colori, non sono tutte in bianco e nero. Penso ci sia una grossa differenza. E poi nel mio secondo lavoro, “Allegro” e nell’altro mio libro “Star Trak” ho inserito anche delle foto a colori. Ma penso che il colore sia difficile da usare e preferisco il monocromatico. Inoltre, ricordo di più le cose in questo modo che a colori”.

GT: Ma hai una predilezione particolare per certe atmosfere “monocromatiche”, e “dark”, non puoi negarlo. Dunque si tratta di una scelta…

AC: “E’ certamente una scelta, ma in realtà le fotografie a colori mi piacciono molto, però non mi piacciono tanto i miei colori: preferisco quelli degli altri”.

GT: Hai lavorato a lungo con i Depeche Mode (il mio gruppo preferito, ndr.), li hai seguiti nel loro tour americano del 1988, sfociato nell’album live “101”… Cosa ricordi di quel periodo?

AC: “Ho lavorato con i Depeche per 13 anni. Ho realizzato per loro 16 video, 5 copertine di album. Ho creato tutte le T-shirts, ad un certo punto — dall’88 — molte delle loro foto, ho progettato il palco per due tournée, ho girato tutte le riprese filmate del tour e realizzato le immagini proiettate sullo sfondo del palco durante i concerti; li ho perfino diretti in tivù. Ero molto legato ai Depeche Mode”.

GT: David Sylvian ha pubblicato un libro di Polaroid, molti altri artisti musicali, come lo stesso Paul Mc Cartney, si dedicano alla fotografia. Che relazione esiste a tuo modo di vedere tra la musica e la fotografia?

GT: Anche per quel che riguarda i tuoi ritratti fotografici, hai lavorato con David Sylvian, Bono e…

AC: “E molti altri. Fotografo da 25 anni. La sola ragione per fare foto, per me è la musica. Volevo conoscere gente come Cecil Taylor, Sandy Danny e Memphis Slim, ero molto giovane e sono cresciuto. Ma durante il periodo new wave e punk, comunque ritraevo anche gente come Steely Dan o Supertramp. Voglio dire, è così vario. Poi naturalmente mi sono dedicato alle rockstar più famose, come David Bowie, Miles Davis, i Joy Division, Captain Beefheart, le grandi band, come U2, R.E.M., Rolling Stones, Metallica, gli stessi Depeche Mode. A cercare di ricordarli tutti mi sto perfino confondendo… è che ho lavorato con così tanta gente negli ultimi anni e tutti provenienti da ambienti e stili musicali così diversi…”.

GT: Allora pensi che ci sia uno stretto collegamento tra musica e fotografia?

AC: “Sì, per me è un nesso molto felice. Musica e fotografia, specialmente la musica per la mia generazione, la generazione attuale, sono entrambe orientate visualmente. Il visuale è molto spesso parte della musica, ma lo era anche prima dell’avvento dei video. L’intero immaginario era molto importante e penso sia stimolante per la musica pensare a idee per il visuale… E credo che tutto sia combinato. Il video, non ne sono tanto sicuro, ma sento che limita la canzone a un particolare mezzo visuale. La fotografia è molto più ampia, può essere usata…”

GT: Può esprimere maggiormente…

AC: “Sì, non è legata ad una particolare nota di una canzone, è aperta, molto più aperta”.

GT: Hai lavorato con molte star. Qual è la difficoltà maggiore a lavorare con una star?

AC: “Be’, ci sono molte cose. La principale è quella di ottenere l’accesso, entrare prima in contatto, poi in sintonia con loro. Sai, non è facile far tenere in mano a uno come Danny De Vito un palloncino… Arrivare al punto in cui fai quella particolare foto fa parte del processo. Penso di essere stato fortunato. Ho lavorato con gente molto simpatica e il fatto di lavorare da così tanto mi ha permesso di farmi conoscere, la gente si dimostra più aperta ai suggerimenti… Il nuovo lavoro poi è un falso documentario sulla celebrità. La mia idea era questa: realizzare un falso documentario sulla celebrità. In quest’operazione ho coinvolto molte star del mondo del cinema. E devo dire che l’ho fatto in modo semplice, non c’è voluto molto tempo, erano aperti a questa idea. E poi si trattava di celebrità, non dovevo presentarle al pubblico. Il pubblico già conosce i loro volti. Così, gioco con questo elemento. Per me è piuttosto diverso fotografare le celebrità rispetto a chi non lo è”.

GT: Chi tra di loro ti ha colpito maggiormente?

AC: “Difficile dirlo. Ho fotografato così tanta gente. Penso che Miles Davis sia stato uno che colpiva particolarmente. Anche Captain Beefheart è un uomo notevole, come Bono e Michael Stipe. Dei personaggi del cinema, Johnny Depp lo trovo un grande uomo, anche se non li conosco tanto bene. Sean Penn è una persona interessante. Ma ripeto, non posso dire di conoscerli a fondo”.

GT: Hai fatto uscire un libro intitolato “Star Trak”. C’è qualche collegamento tra questo titolo e la celebre serie?

AC: “No, è una parola che non esiste, perché è scritta con la “k”. Vedi, il mio primo libro si chiamava “Famouz” con la “z” finale, un’altra parola inesistente… Ci ho giocato un po’. L’idea per “Star Trak” era legata al primo libro. Voglio dire, il mio primo libro non è stato pensato, quello di realizzarlo era un pensiero secondario. è che avevo fatto tutte quelle foto e ho pensato che sarebbe stato meglio inserirle in un libro. Con “Star Trak” ho pensato: farò un altro libro, ma in modo differente dal precedente. E chiederò in modo più attivo ai soggetti di farne parte. Quindi per me “trak” deriva da “trekking”, viaggiare o meglio “inseguire” le star. Ha due significati, insomma, ma non ha niente a vedere con Mr. Spock”.

GT: Ma ti piace la fantascienza o…

AC: “Non tanto, non posso dire di avere un particolare interesse per la “science fiction”. Non mi ricordo di aver guardato “Star Trek”, non mi piace “Star Wars”… “20001: Odissea nello spazio” sì, ma è un’altra cosa”.

GT: Un’ultima domanda. Cosa ti interessa di più del cinema, inteso come fonte ispirativa, anche in relazione alla produzione dei tuoi video.

AC: “Del cinema da vedere?”.

GT: No, intendo del processo produttivo.

AC: “Bene, diciamo che quello che realmente mi interessa più di ogni altra cosa è di creare idee, ma in verità mi piace anche filmare. Trovo il montaggio un processo faticoso, perché hai tutto il materiale pronto e a quel punto devi renderlo ciò che vuoi. è un lavoro noioso, chiusi in una stanza e io divento sempre un po’ nervoso. Una volta ero solito eseguire il montaggio, ma ora mi addormento e lo lascio fare a qualcun altro”.

GT: Ti piace la parte creativa…

AC: “Anche il montaggio può essere creativo, ma è come cucinare. Hai tutti gli ingredienti e devi preparare il piatto”.

GT: Quindi preferisci la prima parte del processo?

AC: “Sì, è una cosa “tremendamente” bella pensare a come riuscirà il piatto”.

Interpretazione e traduzione a cura di Chiara Sablich

Galleria-Immagini

Foto per gentile concessione della Galleria Lipanje Puntin che ringraziamo per la preziosa collaborazione. Orario di apertura: 16.30 – 19.30 o su appuntamento. Sabato e festivi chiuso. Informazioni: tel. 040308099 Fax 040308827 Website: www.copeco.it/lipuarte e-mail: [email protected]

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