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Palcoscenico

Giorgio Ganzerli

Il comico del quotidiano

Una risata irresistibile. L’invocazione nevrotica di un uomo sull’orlo — e anche oltre — d’una crisi di nervi. “Cafeeeeeeee”. “Abbruttito” doc — ma solo sulla scena — Giorgio Ganzerli, comico ammirato a “Facciamo cabaret”, più di recente a “Convenscion” e in questi giorni sugli schermi cinematografici con la pellicola “La grande Prugna”, è autore, tra gli altri, di un personaggio ormai leggendario: canotta, mutandoni e pedalini, il “sopravvissuto casalingo alle ferie della moglie” si esprime con un grugnito stile Popeye che funge da tappeto sonoro per tutta la riuscitissima gag. Un marchio di fabbrica, come la voce cavernosa da “guarda — come — ti — sei — ridotto — dopo — mille — sigarette” e il geniale “Servizio Tintometrico” che ridicolizza il teatro d’avanguardia “Gino Landi, Gino Landi”. Giorgio Ganzerli, nella vita marito della “cubista ambient” del “Pippo Chennedy Show”, Alessandra Faiella, si racconta a Fucine Mute al termine del suo applauditissimo spettacolo, a cura di Globogas e in collaborazione con Bonawentura, al Teatro Miela dello scorso 24 novembre.

Immagine articolo Fucine MuteGianfranco Terzoli (GT): I tuoi personaggi sono per lo più persone che hanno dei tic, delle nevrosi particolari. Quindi la nevrosi fa ridere. O per non diventare nevrotici bisogna ridere? Insomma, il riso è un buon ansiolitico?

Giorgio Ganzerli (GG): Acc.. questa è una domandina di quelle… Mah, la nevrosi fa ridere — credo, adesso non voglio fare la parte di quello che ha la risposta in tasca — se la esasperi. L’Homo Caffeina “cafeeeeee” fa ridere perché è esasperato, perché lo esagero. E automaticamente fa ridere. Anche perché siamo tutti nevrotici, e quindi, bene o male, ci riconosciamo tutti in queste nevrosi. Ma devi esagerarle, fino a quasi diventare grottesco, per fare ridere. Secondo me. Magari mi sbaglio…

GT: I Fichi d’India, Ale & Franz, Enrico Bertolino: c’è un certo fermento nella comicità, ci sono molti nuovi volti che stanno emergendo. In questo senso, la televisione aiuta a venire fuori, non aiuta, aiuta solo chi è fortunato e “passa”…

GG: Mah guarda, il discorso della tivù secondo me è complesso, nel senso che comunque la tv aiuta a farti conoscere, questo è chiaro, perché se vai in televisione ti riconoscono da Trieste a Palermo. Il problema non è tanto il mezzo, ma come viene usato, perché come mezzo in sé potrebbe essere molto più furbo. Il comico adesso lo usano come un prodotto, il comico è un business: se un comico ha successo, fa tanti “soldini” e quindi chi ci sta intorno, guadagna. Diciamo che la comicità in tivù è una comicità veicolata per fare i soldi, che non è che ci sputo sopra, però se magari si desse un’occhiata anche al contenuto non sarebbe male. Credo che in questi ultimi anni si punti più al tormentone giusto, che se “prende” fa i soldi e se non “prende”, amen.

GT: Nella tua galleria di personaggi hai inserito la figura del ragazzo “sballato’ in discoteca, Ivo, un giovane tutto “look” e niente valori. Senza cadere nella retorica, è vero che quest’ultima generazione si diverte poco o non sa divertirsi? E secondo te, la tivù può aiutare in qualche modo i giovani a formarsi, è responsabile di questa caduta di valori?

GG: Difficile.

GT: Se vuoi, ti faccio la domanda di riserva… Scherzo…

GG: No, ci mancherebbe, è difficile nel senso che su questo aspetto si stanno mobilitando sociologi e non da anni e ognuno dà una risposta diversa. Non è che io abbia la risposta. L’unica cosa che posso dire è che il punto chiave non è la televisione, ma il modo di fare tivù, il modo di gestire la televisione. Secondo me, in questo periodo la tv mi sembra che porti più danni che benefici, specialmente un certo tipo di informazione può arrecare danni. Proprio di recente, dopo la morte di quel ragazzo per ecstasy a Brescia, è stata avviata una campagna di disinformazione, come se un mese fa non fosse così. Per una settimana hanno visto che l’argomento “tirava” in ordine di audience — perché ricordiamoci che i TG hanno l’audience anche loro, cioè i vari Enrico Mentana, le varie Lilli Gruber, anche loro seguono la notizia che tira: se vedono che la notizia del ragazzo morto per ecstasy tira, te la propinano. Quindi c’è uno sciacallaggio secondo me nel dare la notizia, non è fare informazione quella.

E’ proprio fare uno spettacolo, che mi sembra anche uno spettacolo triste. A mio avviso non c’è assolutamente distinzione tra l’infomazione di Mediaset e della Rai, anzi è perfettamente uguale. Io ho provato a fare un giochetto, sintonizzarmi prima su TG1 e poi su TG5 e fare un cambio di canale: quando ad esempio sul TG5 parlano di D’Alema, tu cambi e su Rai 1 parlano di D’Alema, se sul TG5 parlano del ragazzo morto di ecstasy, cambi e anche l’altro TG ne parla. Sono praticamente speculari. E questo è grave, perché veramente appiattisce. I giornali, la carta stampata, i quotidiani si accodano a questo andazzo e perciò diventa pericoloso, anche perché chi ha i mezzi intellettuali per andarsi a cercare le notizie, riesce a uscire fuori dal coro, chi non li ha, soccombe. E ovviamente i giovani sono i più esposti a questo tipo di pericolo. Ma sai, non è perché ho fatto un paio di programmi che riesco a capire il mezzo. Anzi, più la faccio e più mi rendo conto di non capirci niente di tivù, davvero. Perché comunque è strana, la cosa.

GT: Com’è nata quell’improvvisazione di “Facciamo cabaret” che poi ha avuto un grandissimo successo, quello del teatro comico d’avanguardia (il tormentone “Gino Landi, Paola Gassman…”). Si vedeva che c’era un chiaro divertimento anche tra di voi.

GG: Tu stai parlando del “Servizio Tintometrico” formato da me, Fabio De Luigi e Joe Senzamore con la collaborazione preziosa di Paolo Cananzi che era l’occhio esterno che ci guidava. è nata per gioco, però ci divertivamo troppo e l’abbiamo proposta inizialmente a Paolo Rossi per “Scatafascio”. Siccome il cast era già pieno, la cosa non è andata in porto ma l’abbiamo riproposta a “Facciamo cabaret” e l’abbiamo fatta. Com’è nata, è nata… vabbè, comunque io seguo il teatro, mi piace andare a teatro, ho fatto teatro (e si vede ndr) e ho visto anche molti cosiddetti spettacoli di ricerca e di avanguardia e alcuni sono veramente comici, sono dei deliri tali che non vedo perché non bisogna prenderli in giro. Ma bonariamente, anche perché ben vengano questi spettacoli, in quanto la ricerca è il sale. Però, veramente, ci sono in giro dei deliri… tutti ne abbiamo visti di spettacoli, non sto qui a fare degli esempi, ma ci sono spettacoli veramente assurdi.

L’idea ci è venuta così, quasi per caso. La cosa ci divertiva, è piaciuta e l’abbiamo fatta”. Gli stessi personaggi che avete coinvolto si sono prestati molto volentieri e sono stati al gioco. “Ottavia Piccolo è stata splendida, anche perché lei comunque nei favolosi anni Sessanta, Settanta aveva fatto queste cose. Lei venne una sera allo Zelig a vedere lo spettacolo e c’eravamo anche noi. La cosa le piacque tantissimo. Dopodiché, quando entrammo nel programma l’abbiamo coinvolta. Lei era molto contenta di fare questo sketch, si è prestata e devo dire che è stata molto brava e molto simpatica. Anche Ugo Pagliai e Paola Gassman si sono prestati molto bene e ne sono rimasti molto contenti. Noi in realtà volevamo arrivare al “maestro” Vittorio Gassman, però ci siamo fermati prima”. Ride di gusto. Ma questa risata è naturale? “Si, si, si, è la mia, è la mia. Be’, certe volte la calco un po’ quando mi serve, però è la mia.

GT: Cito una frase di Gerard Genette. è vero che il comico è soltanto il tragico visto di spalle?

GG: Aspetta, com’è? Il tragico visto di spalle? Mah, direi di sì. Guarda, il mio cavallo di battaglia era il “Tragico controvoglia” di Anton Cechov che era un monologo dove quest’uomo era esaurito, esasperato da tutto e da tutti. Ed era tragicissimo perché c’era quest’uomo che raccontava la sua vita che era una vita d’inferno, era schiavo di tutti. E ovviamente però era comico, perché vedevi questa vittima. Il tragico penso che sia comunque una componente del comico, per forza. Anche perché esiste il “Tragico Fantozzi”, che in effetti era molto comico. E anche triste. Perché Fantozzi era e rimane una persona triste.

GT: Quindi la tua esperienza teatrale conferma che per essere dei bravi comici bisogna essere dei bravi attori drammatici.

GG: Mah, guarda, non lo so sinceramente, perché ognuno poi ha le sue teorie. Ci sono degli esempi di bravi comici che hanno fatto anche ruoli drammatici, impegnati, forse ci si dimentica spesso che Tom Hanks è nato come attore comico. Lui infatti è uscito fuori dallo show americano “Saturday night live”, quello dove ci sono tutti i comici, una sorta di “Facciamo cabaret Usa, di “Senza rete”. E poi ha fatto dei film come “Philadelphia”, dove interpreta l’avvocato che muore di AIDS, “Salvate il soldato Ryan” e “Apollo 13”, tutti film dove fa parti drammatiche. Ed è un comico, un cabarettista. Poi Jim Carrey con “The Truman Show”, anche lui.

Non solo: Jack Lemmon ha fatto dei film drammatici, uno che mi viene in mente è “Sindrome cinese”, “Missing”, “J.F.K.” e comunque lui è un comico. In Italia non c’è questa elasticità, siamo molto settoriali: o sei comico o sei drammatico e questo è un male. è un po’ riduttivo. E cito non a caso un film, “La grande Prugna” — attualmente sugli schermi — dove ci sono praticamente tutti i comici dello Zelig”: operazione molto intelligente, perché molti dei comici in questo film non usano le proprie macchiette. Per dire, il Mago Forrest, Michele Foresta, fa una parte “drammatica”, e uno non si aspetterebbe mai una parte così da lui perché lo ha visto a “Paperissima” dove fa il mago “imbranato”. Invece in quel film dimostra anche altre capacità. è un peccato, insomma.

GT: Molti tuoi colleghi lo hanno già fatto. Scriverai anche tu un libro, hai qualcosa in mente?

GG: No, un libro non l’ho scritto e…

GT: E non lo vuoi scrivere!

GG: No, ma ci mancherebbe… ma se ti offrono delle cose le fai, però in questo momento… Sai, senza essere ipocriti, ti offrono di fare un libro se lo vendi. Io non sono uno scrittore e se dicono anche a me di fare un libro è perché comunque lo vendono, comunque lo possono commerciare. Anche perché se ora dovessi scrivere un libro, è difficile che me lo pubblichino. A meno che non diventi famoso e allora c’è tutto un interesse, un introito, un business, perché come dicevamo chiudendo il “Servizio Tintometrico” è tutto un magna magna.

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