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Cinema

Il sorriso verticale: Alberto Sordi attore drammatico

Provate ad immaginare (se non l’avete visto in qualche raro passaggio televisivo) Alberto Sordi venditore di tappeti in Germania. Emigrato dall’occhio languido e dalla parlantina più che sciolta, abbindola le teutoniche vedove di fresco inventandosi inesistenti contratti stipulati pochi giorni addietro dal “defunto”. Gli affiancano un’anima candida (Renato Salvatori), biondo giovane e vulnerabile, ragazzo dai denti di latte in un mondo di uomini, l’individuo meno adatto per la pantomima dei tappeti. Sordi gli ruba il passaporto, lo maltratta, ma un singulto d’affettività paterna lo porterà a considerarlo in altra maniera.
Questa, in sintesi, è la sceneggiatura de “I magliari” di Francesco Rosi, opera cinematografica bella e poco vista di un regista sempre attento ai coaguli del sociale, qui supportato da un Sordi in stato di grazia: e, soprattutto, affatto comico. Resta, ancora da scrivere, in verità, la pagina importante e non demagogica del cinema puramente “drammatico” interpretato da Alberto Sordi: una maturazione avvenuta nel corso del tempo, quando decine e decine di prove cinematografiche avevano forgiato a dovere l’attore romano, passato dalle macchiette ridanciane degli esordi alla migliore stagione della commedia all’italiana e, quindi, ai ruoli definitivamente drammatici.

Ma questo percorso cronologico, in realtà, non è del tutto lineare e logico come si può pensare: qua e là, anche in momenti cinematografici insospettabili, appaiono tentativi da parte dell’attore di affrancarsi dai più comuni moduli interpretativi, per avventurarsi altrove. Ricordate la faccia impiastricciata di borotalco del vile protagonista dei “vitelloni” felliniani? La scena della festa, una festa riuscita male e inesorabilmente malinconica, si conclude con la sbornia di Sordi, con la sua stupenda e incredibile mimica da guitto di provincia, da gran vigliacco di paese, da inetto: un vitellone, appunto, e della peggior risma.

Trasferiamoci dalla riviera romagnola alla frontiera svizzera, un bel po’ d’anni a venire: ecco la terrificante esperienza carceraria dell’ingegner Di Noi, emigrato gettato suo malgrado nelle sabbie mobili del carcere: senza pena né colpa, verrà disintegrarsi la propria sanità mentale: tutto questo in “Detenuto in attesa di giudizio”, Nanny Loy 1971: un film, detto tra parentesi e per gli inguaribili cinefili, quasi copiato l’anno seguente da Damiano Damiani con “L’istruttoria è chiusa: dimentichi”, altro tunnel d’incubo penitenziario per un intenso Franco Nero. Personalmente, ho stabilito un’asse “preferenziale” per “La più bella serata della mia vita”, ricco di riferimenti simbolici e metafisici, desunto da una novella di Frederich Dürenmatt, “La panne”. Diretto con mano sicura da Ettore Scola, trasferendo l’azione dalla Svizzera del testo a Campo Tures (Alto Adige), il film ci offre un Sordi da antologia, povero cristo senza colore, “processato” da quattro giudici in pensione, durante un tranquillo week-end di terrore, sotto i monti.

Visto molto poco, è forse una delle prove più “alternative” dell’attore romano, stavolta poco propenso al bozzetto macchiettistico e pronto a calarsi in una dimensione grottesca, lavorando sulle emozioni di un uomo amante dei lussi, degli agi, di piccole e grandi comodità, che improvvisamente viene chiamato a relazionare dei propri scheletri nell’armadio e a confessare colpe private e pubbliche. Si tratta di una lotta tra titani, vista la compagine francese messa insieme da Scola per la cornice antagonistica a Sordi: Michel Simon, Pierre Brasseur, Charles Vanel, in pratica la crema del cinema francese, resa comunque in subordine dalla prorompente vitalità del grande attore romano. Quando nel secondo tempo del film Sordi viene “visitato” da incubi e apparizioni di sapore gotico nordico, la memoria dello spettatore recepisce questa sequenza come la versione tenebrosa del “Diavolo” di Gian Luigi Polidoro (1964), dove Sordi rappresentava l’italiano infoiato mosso sui territori svedesi alla ricerca dell’eterno femminino sessualmente “liberato” dei paesi del Nord.

Ma l’apoteosi narrativo-drammaturgica di Sordi al cinema rimane la lancinante caratterizzazione del padre in “Un borghese piccolo piccolo” (1977) di Mario Monicelli. Mai più scorderemo quest’individuo qualunque, onesto e umilmente servile, devoto ai suoi superiori del Ministero, che ripone ogni speranza nella possibilità d’inserire il poco perspicace figlio alla sua stessa scrivania d’impiegato, e per riuscire in ciò non esita ad iscriversi alla Massoneria. La mattina della tanto agognata prova d’esame, il giovane finisce sotto i proiettili di una banda di malviventi in fuga da una banca, sotto gli occhi dell’attonito genitore. Mentre la madre (Shelley Winters) è colpita da paralisi per lo shock, il vecchio impiegato si trasforma in una macchina di morte: fingendo di non riconoscere il malvivente colpevole del delitto durante gli interrogatori al Commissariato, ne garantisce la scarcerazione. Ma è solo un escamotage per mettere in atto un terribile piano: una volta pedinato dallo sconvolto genitore, il giovane verrà tramortito a colpi di cric e trascinato nella villa di campagna dell’uomo, dove quest’ultimo avrà modo di torturarselo (e ucciderlo) con tutta calma. Apologo durissimo e discutibile sulla “giustizia privata” (e sulla diffidenza dei cittadini nei confronti dello Stato), il film contempla un Sordi al suo meglio, distante le mille miglia dai sentieri della commedia all’italiana, feroce ritrattista di un ambiente umano e sociale dai connotati grigi e pessimisti, dove ha valore solo la logica del “facente funzione” e dell’aggancio politico compiacente.

Versatilità drammatica “splendente” anche nel sottovalutato “Maestro di Vigevano” (1963) di Elio Petri, tratto dal libro omonimo di Mastronardi. Unica occasione d’incontro tra Sordi e un regista stilisticamente a lui alquanto lontano, il film narra con toni desolati, stemperati da un umorismo di grana malinconica, l’amaro vivere del maestro Mombelli. Vessato dalla moglie ancora giovane e bella (Claire Bloom), che si considera una malmaritata e non lesina incontri extraconiugali, questo annacquato personaggio soccombente rispetto alla vita, perso nelle evanescenti conversazioni con un anziano docente che ha già perso la sua partita con la vita, e che si getterà sotto le rotaie, rimane un esempio d’irraggiunta abilità sordiana.

E come non considerare più vicino agli schemi della tragedia che a quelli della farsa il povero disgraziato delle baraccopoli romane dello “Scopone scientifico” di Luigi Comencini? Quando il film uscì, nel 1973, fu subito un grande successo e un luminoso esempio di cinema a sfondo sociale, patetico, con la vecchia megera Bette Davis che inevitabilmente mette sotto scacco una coppia di morti di fame, durante le partite a scopone scientifico che i tapini sperano ogni anno di vincere. C’erano due titani del cinema hollywoodiano in quel film, Joseph Cotten e la Davis appunto, ma nulla e nessuno regge il confronto con Sordi e la Mangano, e in con Domenico Modugno che gigioneggia meravigliosamente nella parte del baro. Sono presenti le fascinazioni del genere favolistico caro a Comencini, ma sopratutto è formidabile l’effetto boomerang, emotivo intendiamo, con lo spettatore: tutte le risate versate ti ritornano indietro, e non certo immutate ma trasformate in malinconico impensierimento. Comencini affermò all’epoca d’aver trovato in Sordi l’unico interprete “congeniale” per una vicenda di questo tipo, ma senz’altro essa è più ascrivibile alla farsa tragicomica che alla commedia tout court.

Immagine articolo Fucine Mute

Questi due formidabili protagonisti e testimoni del più bel tempo della commedia all’italiana avevano già lavorato assieme, per esempio in “Il commissario” (1962), film sulla corruzione politica e sociale che all’epoca suscitò un vespaio, vista la veridicità del personaggio del Commissario Lombardozzi, che per eccessivo puntiglio nello svolgimento delle proprie competenze viene estromesso dalla Polizia e si ritrova su di un marciapiede, ormai negletto dal “consorzio civile”.

Un posto speciale, molto vicino al cuore, io lo conservo personalmente per “Una vita difficile” (1961) di Dino Risi, che ancora oggi in tanti citano come miglior titolo della sterminata filmografia sordiana: le vicende di un uomo qualunque, che dopo la guerra partigiana s’intestardisce dietro la chimera della carriera giornalistica, finisce nei guai per via della sua lingua tagliente e della sua fede politica, dissemina per strada la stima e l’amor e della moglie, ma di fronte alle umiliazioni di un industriale carogna, di cui è divenuto il servo, reagisce scaraventandolo nella sua stessa piscina. Sordi stesso racconta che il leader del Partito Comunista Italiano — Palmiro Togliatti — lo abbracciò commosso dopo aver visto il film, pur sapendo che le idee politiche dell’attore romano divergevano un po’ dalle sue. Particolarmente intensi restano ancora oggi alcuni momenti del film: l’inizio, con Sordi partigiano barbuto che piomba nella cascina rurale dove vive l’acida vedova Lina Volonghi con la figlia Lea Massari; il pranzo di aristocratici sostenitori della Monarchia che apprendono attoniti dalla radio la fine della loro era; i tentativi di Sordi di crearsi una dignità morale e sociale, stimolato e ingenuamente entusiasmato da tutto quanto gli succede intorno, gli spasmi di vita di un’Italia che sembra avere il mondo tra le mani dopo gli orrori della guerra, un terreno (metaforico) che sembra splendente, il benessere tout court alla portata di tutti.

Solo un anno prima Comencini aveva scelto Sordi come prototipo dell’italiano sulla strada della maturazione civile in “Tutti a casa” (1960), nei panni del sottotenente Alberto Innocenzi, orfano della compagnia con la quale combatteva la Resistenza al fascismo. Reso magnificamente bene dall’interprete romano, il personaggio (nato da una compagine di sceneggiatori “funzionali” a Sordi quali Marcello Fondato, Age, Scarpelli e in qualità di supervisore lo stesso Comencini) apprende sgomento la volontà del padre Eduardo De Filippo, di vederlo arruolato nell’R.S.I., vede sterminata dai nazisti la sua famiglia e il suo migliore amico, ripara a Napoli dove un commilitone partenopeo (Serge Reggiani) lo aiuterà a comprendere tutto l’orrore assurdo del nazifascismo. L’inedita accoppiata Sordi — De Filippo, ricca di divergenze ma funzionale, suscitò l’entusiasmo dello scrittore e critico cinematografico Giuseppe Marotta, che parlò di “università della recitazione”.

Del resto il Sordi “bellico” aveva già calamitato le platee nel 1959 con “La grande guerra” di Monicelli, dove assieme a Vittorio Gassman rappresentò l’italiano mediocre, opportunista e menefreghista quanto basta, che si riscatta al momento finale di confessare dei “nomi” allo spietato antagonista tedesco: quei nomi non verranno fatti, e i due andranno al patibolo dimostrando che la dignità non è acqua. Ricorda Gassman:

Avevo fondate perplessità durante la lavorazione di questo film: temevo non solo la straordinaria “Vis comica” di Alberto, presente anche in una sceneggiatura cosiddetta “seria”, ma anche la sua capacità di conformarsi al registro farsesco- tragico… ma mi sbagliavo, e ci fu spazio per entrambi…

Fin qui, il Sordi drammatico a tutto punto. Inutile ribadire, penso, che con il passare degli anni l’attenzione ai risvolti malinconici del cammino esistenziale umano si è ampliata: Sordi stesso ha infarcito di annotazioni psicologiche cariche di rammarico e nostalgia molti dei ruoli a seguire, dal bonaccione afflitto da epilessìa di “Bello onesto lieve difetto fisico sposerebbe compaesana illibata”, Luigi Zampa 1971, al venditore d’armi di “Finché c’è guerra c’è speranza”; Alberto Sordi 1974, fino ai Malati Immaginari e agli Avari, o al canuto vetturino di “Nestore, l’ultima corsa”, o ancora all’anziano che si concede una vacanza sulla Croisette in “Una botta di vita”, Enrico Oldoini 1988. Anche il recente, sfortunato “Incontri proibiti” con la conturbante Valeria Marini ci ha intenerito e commosso: perbacco, Sordi è sempre Sordi…

Dietro quella tipologia fanfarona, vigliacca, opportunista, allergica all’impegno e al coraggio tanto ben delineata in decine di ruoli, si nasconde un clown che come Pierrot porta incisa una lacrima di fard nero in fondo alla guancia: potrebbe essere la lacrima del nostro vicino di casa, del contribuente moroso, del marito tradito; ci assomiglia e ci fa rabbia, meglio ci fa rabbia perché ci assomiglia, cosicché non possiamo che concludere che narrando di un protagonista dalla sua faccia, Alberto Sordi ha guardato in faccia anche noi; ci ha spiati e copiati nei nostri piccoli crimini quotidiani, nelle scantonate ai doveri e nella collosa inerzia che ci porta a demandare al prossimo tutto quello che è spiacevole o richiede impegno. Un’analisi senza compiacimento perverso: per nuda cronaca dei fatti.

Sordi ha guardato in faccia anche noi, noi tutti. E non sempre gli è venuto da ridere.

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