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Fumetto

Franco Devescovi

Fumettista per caso

Immagine articolo Fucine Mute Lorenzo Bertuzzi (LB): Iniziamo con la domanda classica: come ha intrapreso la carriera fumettistica lei che, secondo me, è uno dei più grandi disegnatori bonelliani?

Franco Devescovi (FD): Come uno dei… anzi, il più grande. Sto scherzando, naturalmente. Guarda, era il ’69, no aspetta il ’70, o comunque la fine del ’69, e avevo appena finito il mio servizio di leva. Ero veramente stufo di studiare (mi mancavano pochi esami alla laurea) e volevo iniziare a guadagnare qualcosa. Ritornato a casa, con grande disperazione da parte di mia madre che avrebbe voluto che io finissi gli studi, decisi di tentare la strada del giornalismo; mi piaceva scrivere e sentivo di avere qualcosa da dire, e non potevo essere più distante dal mondo del fumetto. Oddio, come tutti ero stato un assiduo lettore di “giornalini” fino ai 13-14 anni, ma poi mi ero stufato e anche se mi piaceva molto disegnare — tanto che all’università mi divertivo a realizzare i cartelloni per i miei amici laureandi — non pensavo assolutamente di entrare in questo mondo. Così, grazie a delle conoscenze mi recai a Milano dove avevo avuto un appuntamento con un “ giornalista”, o almeno così mi era stato presentato, ma quando arrivai lì, scoprii che il suo lavoro era quello dello sceneggiatore di fumetti. Iniziò a parlarmi del suo lavoro, di quanto si guadagnasse e di come stessero cercando giovani disegnatori. A quel punto gli chiesi se un disegnatore guadagnasse altrettanto bene, lui nicchiò e mi rispose un sì un po’ stentato. Abbagliato dalle sirene del denaro cominciai a prendere in considerazione quest’ipotesi…

LB: Ma quanto si guadagna oggigiorno? Come viene pagato un disegnatore? Viene riconosciuto un diritto d’autore sull’opera prodotta?

FD: Mah, guarda… ovviamente quando ho iniziato le cose erano molto diverse: sicuramente ti posso dire che un disegnatore, sulla singola storia, prende molto di più, perché viene di solito pagato a vignetta; ma il suo è un lavoro molto più lungo e usualmente uno sceneggiatore mediamente bravo riesce a produrre molte più storie nello stesso periodo di tempo. Quindi, in definitiva, lo sceneggiatore guadagna di più. Per quanto riguarda il diritto d’autore la questione è delicata… non tutte le case editrici ti riconoscono i diritti sul tuo lavoro, anzi. Anni fa la prassi era quella di veder acquistati i tuoi originali, e festa finita; con buona pace dei tuoi diritti sull’opera. Ora ti posso dire che la Bonelli paga le royalties e restituisce pure gli originali.

Immagine articolo Fucine MuteLB: Quindi, ritornando agli anni settanta, lei iniziò per puro caso?

FD: Sì o per caso impuro, fai tu. Insomma il giornalista-sceneggiatore mi fece capire che sì, come giornalista… sì, si poteva pure tentare ma era una strada impervia, mentre se io sapevo disegnare, la mia strada sarebbe stata ben presto lastricata d’oro. Avendo deciso di voler guadagnarmi da vivere, accettai questa proposta e dopo aver concordato un appuntamento con i responsabili della Casa Editrice Universo, corsi in cartoleria a comperarmi carta e matite e iniziai a preparare alcuni schizzi. L’indomani mi presentai all’appuntamento alla Universo con sottobraccio il mio lavoro notturno, che avevo realizzato notte tempo nella mia cameretta. I responsabili giudicarono il mio lavoro non all’altezza, ma ci trovarono qualcosa di buono, perché mi diedero una sceneggiatura ed un fumetto, realizzato da un disegnatore che a quel tempo andava per la maggiore, da cui potessi ricavare lo stile che loro volevano. Tornai a casa, ci lavorai un po’ su e una settimana dopo, mi presero: tutto qua! Sento dire che oggi è difficile, che ci sarebbero accordi segreti tra case editrici per non facilitare le cose ai nuovi disegnatori… Anche se la mia esperienza risale a più di trent’anni fa, la mia storia e quella di altri artisti che ho conosciuto, è di non aver avuto grossi problemi a trovare un posto in questo strano mondo dei fumetti.

LB: Non ha avuto paura — o quantomeno dei dubbi — a intraprendere una strada, che per sua stessa ammissione non sentiva all’inizio sua? Da giornalista a disegnatore c’è una bella differenza no?

FD: Innanzitutto, io volevo continuare a fare il giornalista, il mio era solo un modo per entrare, magari dalla porta di servizio, nel mondo della carta stampata. Poi, volevo comunque finire gli studi; come ti ho detto mi mancavano pochi esami per laurearmi in Scienze politiche e pensavo che con la laurea, e questa esperienza fumettistica, avrei avuto più chance nel lavoro. Però man mano che passava il tempo, anno dopo anno mi rendevo sempre più conto che avevo trovato la mia strada, e che il fumetto, il disegno, era ormai il mio lavoro.

Immagine articolo Fucine MuteLB: Qual’è la giornata tipo di un disegnatore di fumetti?

FD: Mah, guarda… la giornata tipo di un disegnatore io non la conosco, ma ti posso raccontare la mia, va bene lo stesso :-)?  
Guarda io per natura sono veramente disordinato, in tutto e per tutto, salvo per quanto riguarda il lavoro. Mi alzo a quell’ora e timbro il “cartellino” e poi a seconda della scadenze, e considerando pure la mia pausa pranzo, lavoro in media circa otto ore al giorno. Sì, non scendo mai sotto le otto ore, sai quando ero più giovane mi son trovato a lavorare anche 12-14 ore ma erano altri tempi, un vero massacro.

LB: Ha sempre lavorato a Trieste, o per esigenze lavorative ha dovuto spostarsi dalla nostra città?

FD: Sì direi di sì, salvo un primo breve periodo nel quale ho preferito trasferirmi a Milano, ho sempre preferito lavorare a Trieste, a casa mia.

LB: Che tipo di storie le venivano proposte e realizzava all’inizio della sua carriera?

FD: I lavori che realizzai per l’Intrepido erano generalmente storie brevi di 12 pagine circa, a volte anche di sole sei pagine, che rispettavano i gusti dell’epoca. Diverse storie d’amore o storie libere; anche il western tirava molto in quel periodo. Ricordo con piacere The Black Rider, un serial che è durato per 7, 8 anni; le avventure western del Cavaliere nero, un eroe che come Martin aveva una “spalla”, un messicano che si chiamava Saguaro, che avevo realizzato usando come modello il viso di Charles Bronson. Lo stile che utilizzavo per queste storie era molto più “leccato”, fotografico o realista che dir si voglia, di quello che utilizzo ora nelle storie di Mystere, ma comportava pure un numero di ore di lavoro maggiore.

Immagine articolo Fucine MuteLB: Queste esperienze le sono servite da… gavetta quando anni dopo è arrivato a lavorare alla Bonelli?

FD: No questo non si può dire, venivo quasi pagato meglio allora 🙂 e comunque godevo di una certa fama grazie ai miei lavori per le Edizioni Universo. Sicuramente dal punto di vista artistico, avendo realizzato diversi personaggi come: Zagor, Martin, Mister No, ecc… ho potuto provare svariati stili e con buon successo. Quindi il mio periodo formativo è stato importante ma mi considero un disegnatore che se non versatile è quantomeno duttile.

LB: Scusi ma mi sembra di capire che, soprattutto all’inizio, il fumetto per lei fosse più un lavoro che una passione…

FD: Penso che tu abbia ragione; so di dare una grossa delusione a chi è veramente innamorato del fumetto, ma io non lo sono mai stato, e a tutt’oggi non lo sono.

LB: Quindi lei non ha dei veri autori di riferimento o dei modelli o artisti ai quali lei si è ispirato, o che sente particolarmente vicini al suo stile?

FD: Sicuramente ne ho tantissimi decine, ci numerosi artisti che mi hanno ispirato colpito influenzato e che ho sinceramente tentato di copiare.

LB: Può citarne qualcuno?

FD: Si sicuramente Milton Cannif era uno di questi, un grandissimo; ecco lui non ho mai tentato di copiarlo, sarebbe stato troppo. Il suo stile così asciutto, particolare; Pratt ci riuscì, io non provai nemmeno. Poi Alex Raymond: uno stile sicuramente più fotografico, più realista, che molto di più si avvicina al mio. Usava molto le fotografie, come faccio anch’io… e pensare che c’è ancora qualcuno che si meraviglia e pensa che certe immagini o scenari siano frutto di fantasia. Direi anche Giraud — ho detto Giraud e non Moebius, perché quello del primo periodo su Blueberry  non mi piaceva, mentre amavo quello più maturo -. Gregg e altri che ora non ricordo, ah sì… Breccia padre, non suo figlio… un buon artista; ma il padre rimane un gigante. Tra gli italiani, sicuramente Alessandrini, e poi Toldo, che è poco noto alle masse, ma che soprattutto all’inizio mi ha colpito è mi è servito come modello e stimolo.

LB: Da dove vengono le sue idee grafiche i suoi disegni: mi spiego meglio, come compone una tavola quando deve disegnare una sceneggiatura?

FD: Ovviamente i miei disegni, partono, si creano nel mio cervello; poi cerco di realizzarli, ma non ho un solo modo. Se i disegni sono poco complicati, inizio a buttare giù qualcosa uno schizzo che poi rielaboro fino a trasportarlo in un secondo tempo sulla tavola vera e propria. Se invece sono “incasinati”, mi posso pure servire del proiettore o di fotografie. Prendo i miei schizzi e li proietto sul muro, e in questa maniera cerco le inquadrature che più mi soddisfano, variando le posture e le luci. Più spesso in passato mi servivo dei fotoromanzi, con pazienza vi cercavo le foto che mi potevano servire, tra le miriadi di scene e scatti che componevano la storia. Me ne servivo soprattutto per realizzare le mani, trovo siano una delle parti del corpo umano più difficili da realizzare, e sfogliando pagina dopo pagina trovavo la mano nella posizione giusta.

Immagine articolo Fucine MuteLB: La sua carriera dura ormai da diversi anni: trova che il modo di sceneggiare degli autori italiani sia cambiato molto dal periodo dei suoi inizi a oggi?

FD: Innanzitutto non esiste un modo unico di sceneggiare proprio a tutti gli sceneggiatori italiani, non è mai esistito anche perché, soprattutto adesso gli scrittori in Italia non sono molti. Per farti un esempio gli autori dei miei inizi, di quando lavoravo ai periodici della Universo erano Cicogna, Saccarelli, Mancuso ed ognuno di loro aveva un diverso stile nel scrivere le sue storie. Oggi la situazione non è cambiata, solo per restare nell’ambito di M. Mystere, Castelli e Beretta lavorano in modi molto diversi.

LB: Che tipo di sceneggiatura preferisce, molto particolareggiata o gradisce avere più spazio, maggiore libertà, nel realizzare le sue tavole?

FD: Preferisco di gran lunga avere maggiore libertà quando devo disegnare le mie storie, di solito Castelli è uno che me ne da molta, anche troppa :-), ma credo che in questo stia la forza di un sceneggiatore. Mi sono ritrovato delle sceneggiature talmente particolareggiate che risultavano irrealizzabili. Mi ricordo una volta mi sono ritrovato uno script che iniziava con:” movimento di camera, campo lungo, sullo sfondo i due personaggi si parlano, uno tiene in mano un libro di Cechov”. Ora se pensate che un campo lungo, in una tavola riprodotta in scala su un fumetto sarà grande 5 cm, se qualcuno mi spiega come faccio a scriverci Cechov sulla costoletta? Di solito quando uno scrittore “farcisce” le proprie storie di miriadi di particolari è perché ha poco da dire.

LB: Com’è che ha iniziato a lavorare per la Bonelli?

FD: Onestamente il Monello andava molto male, un giorno ricevo una telefonata di un amico che mi avverte della sua prossima chiusura. “Be'” rispondo “pazienza! Rimane sempre l’Intrepido no?”. “Sì, ma cambierà il direttore e ci sono dei cambiamenti in vista”. Così, a quarantasei anni, mi trovavo nella non invidiabile posizione di poter trovarmi senza lavoro…  Non male. Così decisi di chiamare Castelli, uno a cui sicuramente devo qualcosa, per farmi fissare un appuntamento con il direttore della Bonelli, Canzio. Quando arrivai all’appuntamento mi dissero che mi stavano già seguendo e che stavano pensando di farmi disegnare qualche loro album, io pensai tra me e me: “Be’! Sono a cavallo, sono dentro”. Ma con mia sorpresa, ero pur sempre un professionista che lavorava da molti anni nel settore: mi fecero fare un provino, anche se poi scoprii che questa era la prassi, a cui si sottopose persino Joe Kubert per il suo Texone. La mia prova andò bene, e mi proposero tre incarichi: Martin Mystere, Mister No, o Zagor. Devo essere sincero, mi misi a fare i miei calcoli. Dunque: Mister No, giungla, foglie, alberi, animali… tantissimo lavoro da fare. Zagor? Zagor no! Non mi è mai piaciuto, e lasciamo stare i motivi… mi spiace per i suoi fan, ma è così. Martin: ambientazioni più moderne, uno stile nuovo… ho scelto quest’ultimo.

Immagine articolo Fucine MuteLB: Cosa ne pensa del recente sbarco in America? Riusciranno i nostri eroi sperduti nel continente…

FD: Qualcuno sa effettivamente come stanno andando le cose, o quale sia il successo reale in America dei nostri prodotti? Sai è un po’ difficile da inquadrare tutta l’operazione: da un punto di vista commerciale, penso vada abbastanza bene, anche perché la Dark Horse sfrutterà le idee e i concetti base dei nostri personaggi in svariate maniere. Sicuramente cercheranno di ricavarne delle buone sceneggiature per farne dei film; so che si sta parlando di un progetto riguardante Martin Mystere e diverse altre cose bollono in pentola (l’ultima notizia sembra essere l’interessamento di una major per la realizzazione di un film su Nathan Never, anzi la notizia d’agenzia riporta che i diritti per realizzare il lungometraggio sono stati già acquistati, ndr.). Dal punto di vista strettamente artistico, una cosa che proprio non mi è piaciuta sono state le copertine realizzate dagli autori americani, per i primi numeri delle quattro serie: penso non siano entrati per nulla nello spirito dei personaggi. Inoltre credo che tra i personaggi esportati, a mio avviso, quello che avrà meno successo sarà proprio Martin Mystere. Il buon Martin è troppo americano. O meglio, è troppo vicino allo stereotipo mitico che abbiamo degli americani. Tuttavia non ha la pancia, è educatissimo e non beve Coke. Le sue storie si rivolgono ad un pubblico che deve per forza possedere una cultura o quantomeno una curiosità culturale che, secondo me, gran parte degli americani non ha.

LB: Com’è il suo rapporto con la produzione orientale? Cosa ne pensa dei manga?

FD: Li seguo pochissimo, ma non mi piacciono. So che darò di nuovo un grosso dispiacere ai miei lettori, ma non mi piacciono. Non mi piace il modo in cui realizzano graficamente i personaggi nel tratto, nello stile. Trovo, per esempio, che i loro personaggi maschili, siano essi occidentali od orientali, siano un po’ troppo efebici, effeminati. Questi occhioni grandi poi, non mi vanno proprio giù. Mi disturba anche la loro violenza, con le teste che volano, le mani mozzate… non sopporto una certa violenza, soprattutto se è gratuita e fine a se stessa. Forse sono stato un po’ troppo duro, ma devo dire per onestà che li conosco troppo poco, e questo è un giudizio davvero sommario.

LB: Essere un disegnatore di fumetti a Trieste… il fatto di vivere e lavorare in una città tutto sommato di provincia, lontano dai luoghi come Milano o Bologna dove il fumetto nasce e prospera… le è pesato, ha vissuto una certa emarginazione o marginalità rispetto ad altri suoi colleghi?

Immagine articolo Fucine MuteFD: Indubbiamente sì, anche perché per tanti anni sono stato l’unico qui da noi a fare questo lavoro in maniera professionale e continuativa. Tutto ciò, in parte, mi ha fatto mancare il necessario scambio di idee e di confronto che avrei potuto trovare a Milano, per esempio. Il disegnatore dei fumetti è comunque un mestiere che porta ad isolarti, passi le tue giornate al tavolo con le tue matite e i tuoi inchiostri, e quando finisci di lavorare, se ti ritrovi ancora, a cena o al bar con altri fumettisti, finisci di nuovo a parlare del tuo lavoro, di inquadrature vignette o quant’altro: non ne esci più, è aberrante! Se lavori otto ore, come faccio io, quando hai finito devi staccare. Il fumetto è bello, ma non credo che questo lavoro sia il più bello del mondo. Me ne vengono in mente molti altri di migliori.

LB: Ha mai pensato di lavorare all’estero per case editoriali straniere?

FD: Sinceramente ormai non ci penso più, ma  svariati anni fa ho avuto delle proposte interessanti. Fu lo studio Giolitti a contattarmi. Giolitti era un disegnatore romano, maestro di Ticci, a mio avviso uno dei migliori artisti di Tex, che dopo aver sposato un americana aveva messo su un’agenzia di fumettisti che forniva disegnatori italiani all’Inghilterra per la realizzazione di storie di guerra, Guerra d’Eroi, Collana eroica, ecc. 
Dopo aver sentito le loro offerte mi recai alla sede del Corriere della Sera (al tempo lavoravo per il Corriere dei Ragazzi, ma loro, con una congrua controproposta, mi convinsero a rimanere e non me ne sono pentito) ma non se ne è fatto nulla.

LB: Il suo rapporto con le nuove tecnologie?

FD: Voglio assolutamente comperarmi un modem, per cominciare a navigare in Internet; penso che per trovare spunti o documentazione grafica sia utilissimo. Per quanto riguarda strettamente il mio lavoro dal punto di vista proprio del disegno, penso sia inutile, completamente inutile. Il mio lavoro è un lavoro creativo di tipo manuale e penso che al momento nessuna macchina possa sostituire il calore di un tratto fatto a mano; so che alcuni artisti usano vari software per fare gli sfondi o le retinature ma, a parte il fatto che odio i retini, io preferisco fare tutto a mano libera.

Immagine articolo Fucine MuteLB: Quali tecniche usa per realizzare la sue tavole?

FD: All’inizio della mia carriera utilizzavo il pennello, ma trovavo che il modo in cui utilizzavo questo strumento, mi dava un tratto troppo alla Disney, arrotondato, troppo morbido, mentre io cercavo di avere un segno più secco, deciso. Quindi ho scelto di passare ai pennini, incontrando però la solita cronica difficoltà di trovarne di buoni. Ultimamente, e sto parlando degli ultimi anni, ho iniziato ad usare il pennarello: mi piace molto, è veloce, non sporca e mi permette di avere dei neri molto uniformi.

LB: Ha mai pensato di utilizzare i colori nei suoi lavori?

FD: Sì, anzi per tre anni ho realizzato solamente dipinti. Avevo abbandonato i fumetti vivendo di pittura, dipingevo e vendevo i miei quadri.

LB: Se dovesse scegliere un personaggio da realizzare, chi vorrebbe disegnare?

FD: Dylan Dog mi piacerebbe molto, ma al momento sono molto affezionato a Martin e non vorrei “tradirlo”.

Immagine articolo Fucine Mute

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  1. […] FD: Io andai a Milano con l’indirizzo datomi da una signora, oggi scomparsa, di un suo nipote che faceva il giornalista a Milano. Quando arrivai lì, gli telefonai, sapendo che questa persona era stato baritono lirico, poi aveva perso la voce, aveva sposato un soprano lirico e si era dedicato al giornalismo e aveva avuto, secondo sua zia, successo. Io ho scoperto solo dopo che lui era sì giornalista, cioè era iscritto all’albo, ma era un giornalista molto sui generis, perché in realtà era uno sceneggiatore di Grand Hotel, una rivista di fotoromanzi che all’epoca (ma anche molto prima perché uscì nell’immediato dopoguerra) aveva un grandissimo successo. Quando telefonai a questo signore, sentii una voce femminile al telefono e dissi: «Signora, sono Franco Devescovi, gradirei parlare con suo marito» e questa voce femminile fece una risatina un po’ chioccia e disse «Uh, uh, uh…. mio marito sono io!». Io ero in una cabina telefonica e credo di essere arrossito come un peperone. Poi lui mi invitò a casa sua: era un omone grande e grosso con questa vocina squillante…Mi fece intravedere mari d’oro con i fumetti, perché lui in effetti, come sceneggiatore, guadagnava benissimo. Io l’avrei fatto non per amore, ma per denaro. Mi disse che avrebbe potuto farmi fare il suo lavoro di sceneggiatore, sempre se io avessi avuto fantasia e sapessi scrivere in italiano. Scrivere in italiano non era un problema per me, ma la fantasia non l’avevo mai messa alla prova. Poi però aggiunse: «Se lei sapesse disegnare, sarebbe tutto molto più facile, perché sono richiesti molto i disegnatori». Tutto l’opposto di oggi, dove ci sono tantissimi disegnatori e pochi sceneggiatori, anche se di bravi ce ne sono pochi sia degli uni che degli altri. Così preparai, su suo invito, alcuni disegni da presentare al direttore dell’Intrepido (che faceva parte della stessa casa editrice di Grand Hotel) con il quale mi fissò un appuntamento.I disegni piacquero, mi disse che la mano c’era ma il segno, secondo lui, era un po’ sporco, mentre per l’Intrepido invece andava bene un tratto più pulito. Evidentemente quanto mi ha detto mi è servito di lezione, perché, quando ora si parla di me nei vari forum in internet, tutti dicono che il mio tratto è estremamente pulito: in effetti l’ho talmente pulito che più pulito di così si muore! Così tornai a Varese dalla mie zie, feci delle tavole che andarono bene (a lui, allora, non a me, oggi) e venni assunto. Tempo fa ho trovato casualmente nel bailamme che c’è in quello che molto enfaticamente chiamo il mio studio, ma che in effetti è una spelonca, il primo fumetto che è stato stampato, un western, una cosa ignominiosa, che non so come abbiano fatto a pagarmi (anche se poco), ma lo fecero. Ricordo che, quando uscì, andai ad acquistarlo in stazione centrale perché lì arrivava un giorno prima, e mi pareva di toccare il cielo con un dito perché erano i primi soldi che guadagnavo… onestamente, visto che, quando facevo il militare, avevo guadagnato dei soldi con il contrabbando di sigarette con la Svizzera!Così cominciò questa carriera che, facendo gli scongiuri, dura ancora. Però io non sono mai stato un innamorato del fumetto, non ho mai stravisto per questo lavoro, come tanti che hanno questo fuoco sacro dentro. Per me è sempre stato un mestiere come un altro, più creativo, certo, più artistico, più duro anche, ma non il mestiere. E soprattutto non mi sono mai considerato un Unto del Signore per il solo fatto di saper tenere una matita in mano e di saper disegnare un pochino (quanto bene o quanto male non sta a me dirlo). Un’intervista di tanti anni fa era intitolata, non a torto, Fumettista per caso. […]

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