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Fumetto

Generazione zero

Lorenzo Bertuzzi (LB): Cosa rappresentano per te i fumetti? L’ultima e più moderna espressione artistica occidentale, un prodotto povero della cultura pop creata dall’industria dello spettacolo o… un modo per pagare le bollette? Secondo te, cosa dovrebbero invece rappresentare?

Brian Wood (BW): I fumetti dovrebbero essere una forma d’arte. Anzi, cosa dico, i fumetti SONO un’espressione artistica: ciò che manca è che l’opinione pubblica in generale li consideri come tale. Il fatto che siano proposti come prodotti di consumo non deve trarre in inganno.
Per me, i fumetti sono una peculiare miscela di accorgimenti visivi e testuali. Mi piace pensare di essere sia uno scrittore che un disegnatore, e quindi i fumetti rappresentano una scelta piuttosto logica. Non mi limito semplicemente a lavorare nel campo dei fumetti, perché questi sono capaci di soddisfare tutti i miei stimoli creativi.

LB: Ritieni di essere più scrittore o disegnatore?

BW: Mi considero prima di tutto un artista, e poi uno scrittore. Ho sempre operato nel campo dell’arte, per tutta la mia vita. La scrittura delle storie mi sta impegnando quasi esclusivamente in questo periodo, ma spero di poter tornare alla loro realizzazione grafica quanto prima, e riuscire a espandere le mie possibilità in quel campo. Voglio sperimentare di più nel disegno dei fumetti, ma anche nella pittura, nelle stampe e nella scultura.

LB: Esiste un albo in particolare che ti ha influenzato nella scelta di dedicarti alla creazione dell’arte grafica sequenziale?

BW: Forse i fumetti coreani, soprattutto quelli di Lee Hyun Sae. Sae possiede uno stile perfetto, unico, e la capacità di disegnare quasi tutto ciò che vuole. La sua professionalità non ha pari. Continuo a imparare MOLTO dai suoi albi. A parte lui, dovrei dire Vertigo, come linea di prodotti in generale. Sono stati i primi a rivelarmi il lato artistico dei fumetti, mettendone invece in secondo piano il lato più consumistico e commerciale. Per la prima volta capii che potevo creare fumetti anch’io, che il mio stile poteva adattarsi a questa forma artistica.

LB: Nel processo di ideazione di Channel Zero, e per i concetti che stanno alla base dell’intero progetto, sono state più importanti le influenze artistiche del Sin City di Frank Miller o le suggestioni di Max Headroom? (Io amo da morire quella serie: qui in Italia, un paese di santi, marinai e poeti… e idioti, credemmo veramente per circa due anni che Max fosse una serie realizzata impiegando le più moderne tecnologie allora disponibili nel campo dei computer, il migliore esempio di arte virtuale degli anni Ottanta!)

BW: Eh sì, Max Headroom mi influenzò notevolmente, così come molti libri e film “cyberpunk”: mi affascinarono molto all’inizio, ma ben presto me li lasciai alle spalle, poiché mi diressi verso idee e situazioni più moderne. L’influenza di Sin City fu altrettanto notevole, anche perché lo stesso Frank Miller esercitava una grande influenza su di me, essendo un disegnatore/scrittore veramente completo, e quindi ciò che avrei voluto diventare anch’io.

LB: Hai mai letto qualche fumetto europeo (escludendo quelli britannici)?

BW: Ben pochi. Solo alcuni albi di Enki Bilal. Ho un enorme rispetto per quella concezione del fumetto come arte che si può riscontrare nei fumetti europei, ma solo pochi di questi vengono tradotti in inglese (oltre agli albi del genere di Tin Tin). E purtroppo non conosco altre lingue oltre all’inglese.

Immagine articolo Fucine Mute

LB: Da Blade Runner in poi, è stato chiaro che qualsiasi scenografia o città del futuro, per poter essere credibili, sarebbero state pesantemente influenzate dallo stile giapponese. In che rapporti sei con la cultura giapponese, in particolare con i manga e gli anime? Ti piace Ken Ishi?

BW: Personalmente, non credo proprio che la città del futuro sarà pervasa dalla cultura giapponese. Probabilmente così si credeva negli anni ’80, quando uscì Blade Runner e Gibson scriveva i suoi libri cyberpunk, ma stiamo parlando di molti anni fa e direi che adesso il Giappone non è più quella potenza economica che allora dominava. Non mi pare che eserciti ancora un’influenza tanto forte sulla cultura mondiale.

Non sono interessato alla grande maggioranza della musica e dell’arte giapponese, e neanche dei fumetti. Sono espressioni artisticamente credibili, ma non fanno parte delle cose che mi piace leggere o ascoltare.

LB: Ho notato che preferisci lasciare al lettore la libertà di scegliersi una colonna sonora personale durante la lettura delle tue storie. Ma ci sono un genere musicale o alcune canzoni in particolare che ascoltavi mentre lavoravi a Channel Zero? Pensi che Channel Zero sia più simile ai fendenti liquidi di RZA o alla frenesia epilettica del drum&bass?

BW: Ritengo che Channel Zero sia più retrò: parla di rivoluzione, guerra e politica e per me questo vuol dire reggae, punk rock o l’ hip hop dei primordi (Channel Zero è effettivamente basata su She Watch Channel Zero, pezzo dei Public Enemy). Molti lettori mi hanno detto che Channel Zero ha un’atmosfera techno o d&b, e questo a me sta benissimo, lo trovo fantastico. Non voglio deludere la loro immaginazione. Mi viene in mente la situazione provocata dalla nascita di MTV: un sacco di ragazzi si arrabbiarono perché i video rovinavano le immagini mentali che ognuno di loro creava quando sentiva una canzone. Capitò la stessa cosa anche a me, e non ci tengo proprio a rovinare le fantasie di altre persone.

LB: Cosa significa l’arte per te? Pensi che ci sia ancora spazio per qualche forma d’arte nell’era del Mercato Globale? O pensi forse che l’unica espressione artistica del futuro sia rappresentata dalla propaganda radicale contro il sistema?

BW: Tutto è arte. Le IDEE sono arte.

LB: In Channel Zero rintracciamo una “coscienza sociale” molto labile che permette al “congresso” di limitare la libertà d’informazione. Non hai alcuna fiducia nelle tecnologie moderne (come internet, ad esempio) come mezzo per ottenere maggiori libertà personali? Non pensi che avere la possibilità di registrare e suonare i propri cd o di pubblicare i propri fumetti sul web possa aiutare gli artisti emergenti a crescere? (Masse Digitali e Proletari Digitali unitevi!)

BW: Penso che al momento la rete conceda una grande libertà di espressione personale, per quel che può valere, però: dato che la rete cresce con un ritmo frenetico, una persona che cerca di comunicare le proprie idee sul web si trova a essere una flebile voce che cerca di farsi capire tra milioni di altre voci urlanti. Chi veramente riesce a farsi sentire è colui che ha più potere e più soldi, e ben presto, temo, ci ritroveremo nella stessa, identica situazione che stiamo vivendo con i mezzi di comunicazione convenzionali.

Inoltre, sebbene il governo possa non essere in grado di limitare totalmente le nostre libertà in rete, è tuttavia in grado di provarci, e probabilmente di riuscirci fino a un certo punto.

Il web è un ottimo strumento per la sperimentazione, per il marketing delle proprie idee e per le comunicazioni private, ma non penso proprio che permetterà al cittadino medio di competere fianco a fianco con i grandi poteri del mondo dello spettacolo e dell’informazione.

LB: Ovviamente, dato che milioni di persone tentano ormai di guadagnarsi il pane immettendo in rete svariati prodotti artistici artigianali da vendere tramite modem, gli aspetti più importanti di cui tenere conto nel futuro saranno il marketing e la distribuzione (che rimarranno presumibilmente in mano alle major). Cosa ne pensi, ora che lavori per la Marvel, della politica delle major nell’industria fumettistica?

BW: Anche se onestamente non credo che le case di produzione indipendenti possano arrivare a competere direttamente con la Marvel e la DC, potrebbero però essere in grado di ottenere dei profitti e una certa notorietà, nel caso in cui, però, dispongano di talento e furbizia.

LB: Che tipo di approccio sceglierai per Generation X? Quanta libertà avrai nell’elaborazione delle idee di Ellis? Chi sarà l’editor?

BW: Generation X parla esclusivamente di ribellione e alienazione adolescenziali, di ragazzi che vogliono cambiare il mondo. Warren Ellis ha ideato un grande soggetto per la testata, e finora lavorare con lui è stato esaltante. Siamo stati abbastanza liberi di sviluppare le nostre idee, e spero che questa situazione si mantenga così com’è ancora per molto. Jason Liebig, l’editor della serie, ha riposto molta fiducia nel nostro lavoro.

LB: Quali potrebbero essere i collegamenti tra Jennie 2.5 e Spider Jerusalem?

Immagine articolo Fucine MuteBW: Una volta, scherzando, Darick Robertson mi disse che Jennie 2.5 poteva essere la nonna di Spider, idea che trovai molto divertente e, forse, non del tutto infondata. Ma per quanto riguarda il presente, quei due sono entrambi dei giornalisti tatuati su tutto il corpo, anche se Jennie è forse un po’ più ribelle di Spider. Però l’attitudine rimane simile.

LB: Qui in Italia, la reputazione dei giornalisti, e del giornalismo americano in generale, come esempio di obiettività e indipendenza, è molto alta. Per quanto mi riguarda, ho capito che mezzo di indipendenza pressoché perfetto possa essere il giornalismo durante la copertura della CNN della Guerra del Golfo e grazie a ciò che è stato detto di Milosevic durante l’ultima gita…ehm, azione delle truppe statunitensi nei Balcani in seguito alle decisioni prese dalle forze internazionali. Jennie 2.5 è un’attivista dell’informazione con un proprio programma ben definito. Secondo te, ha ancora senso la ricerca della VERITA’ nella nostra società? Esiste ancora la verità?

BW: La verità sta diventando sempre più un genere di concetto flessibile, un qualcosa che non può essere legato o contenuto in un qualsiasi programma. La verità esiste ancora, ma non è più questione di “cosa è o non è in realtà”, ma di “cosa vorresti che fosse in questo momento”.

LB: Quale pensi possa essere il futuro dei fumetti in rete?

BW: Spero solo un una cosuccia da poco. Quando si parla di arte e fumetti e quant’altro, mi ritengo piuttosto all’antica. Sarò per sempre un sostenitore dell’inchiostro e della carta, perché credo fermamente che rappresentino il canale migliore per diffondere i fumetti, e lo rappresenteranno per molti anni ancora.

I fumetti online prodotti con le tecnologie disponibili in questo momento non hanno un bell’aspetto, sono lenti da leggere e in generale li trovo piuttosto brutti. La tecnologia li rovina, credo. Ogni fumetto che si trova in rete in questo momento, potrebbe essere stampato e trasformato in un albo e avere un aspetto e una leggibilità un milione di volte migliori.

Immagine articolo Fucine Mute

LB: Secondo me, la totalità della civiltà occidentale si basa sul doping, il mercato delle comunicazioni è una droga o è drogato e il “gioco”, per noi consumatori, consiste nel riuscire a essere dipendenti da qualcosa. Cosa ne pensi delle droghe?

BW: Se non dipendiamo da una qualsiasi droga, dipendiamo da qualcos’altro. Per gli americani probabilmente questo vuol dire cibo o TV. O entrambi.

LB: Ho letto che gli “spazzini” (“cleaners”nella versione originale) dei tuoi fumetti possono essere considerati dei discendenti diretti del corpo di polizia di New York. è davvero così difficile vivere nel regno di re Rudolph I? La repressione da parte della polizia della Grande Mela è davvero così pesante?

BW: La polizia di New York è brutale tanto quanto gli ‘spazzini’. Mi sono inventato ben poche cose in quella storia. Ho tratto ispirazione dalle notizie locali e da quel che vedo camminando per strada.

Per me, la vita a New York non è difficile perché sono bianco e benestante. Chiunque non corrisponda alle mie caratteristiche non se la vede così bene.

LB: A parte ciò che stai facendo per la Marvel, hai forse qualche altro progetto mainstream? Che progetti hai per il futuro?

BW: Sto cercando di far uscire la ristampa di Channel Zero negli Stati Uniti, dato che è da più di un anno che non viene stampato. Tra l’altro, la Phoenix in Italia lo sta traducendo e adattando, ma non è sicura la data della sua uscita italiana… forse in estate.

Sto anche lavorando su un seguito di Channel Zero chiamato Public Domain, che però non vedrà la luce Immagine articolo Fucine Mute entro breve. Sono piuttosto occupato, a dire la verità, dato che sto sviluppando anche alcuni progetti per la televisione e per il cinema.

Channel Zero è stata la mia prima creazione veramente importante, e io sono ancora giovane. Voglio utilizzare ogni singolo secondo del mio tempo libero per lavorare ed espandermi, nel campo dei fumetti, ma anche in altri campi.

Brian Wood

Traduzione a cura di Andrea Leitenberger

Pubblicazioni

1995 – BEER RUN, pubblicato in JunkFoodCity Comics.

1995 – THE DAEDALUS FOUNDATION, Big Wednesday Comics, scritto da Dominic Lopez

1996 – THE EVICTOR, pubblicato per JunkFoodCity Comics.

1996 – HYPERKARMA, pubblicato per JunkFoodCity Comics.

1996 – HECTIC

1997 – CLEAN

1997 – CHANNEL ZERO (storia breve), pubblicato per Oxygen Studios, PURE #1

1998-1999 – CHANNEL ZERO #1-5, Image Comics

1998 – backup story in ASTRONAUTS IN TROUBLE #1, scritto da Larry Young

1998 – COLD TRANSFER, CultureSpit, scritto da Michelle Lo

1998 – CHANNEL ZERO SHORT STORY 1.0, pubblicato per Oxygen Studios, PURE #2

1999 – CHANNEL ZERO: DUPE, Image Comics.

1999 – The CHANNEL ZERO COLLECTION, Image Comics.

1999 – RESPONSE, Tales Of Midnight Kosovo Refugee Benefit Special, Blue Silver

2000 – GENERATION X

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