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Fumetto

Tim Bradstreet

Vampiri metropolitani (I)

Lorenzo Bertuzzi (LB): Provando a ricavare un profilo di Tim Bradstreet dalla sua arte, basandoci su quell’infinità di occhi disturbati, specchi d’anime tormentate che ci guardano dalle copertine, o su quei raggi di luce che illuminano volti spaventati, probabilmente potremmo pensarlo come una via di mezzo tra Roderick Usher, Anton La Vey e… The Undertaker (ehi! Che ci vuoi fare, ognuno ha i propri riferimenti culturali…).
Invece, chi è Tim, dietro i muri della sua oscura tenuta?

Tim Bradstreet (TB): Allo stesso modo in cui Roderick Usher è legato a Poe, io sono legato a ogni visione che creo. Usher è un’estensione dell’immaginazione di Poe, ma fa anche parte di lui. Si sente sempre dire “scrivi di quello che conosci”… be’, vedi, per l’illustrazione vale lo stesso discorso. Essenzialmente, infatti, tutte le creazioni hanno origine da esperienze e sentimenti personali o dal proprio subconscio. Allo stesso modo in cui Stephen King o Clive Barker scrivono di cose spaventose, ma non le hanno necessariamente vissute, i personaggi che io creo fanno parte di me, ma possono anche essere diametralmente opposti a me. Ogni mia illustrazione è fondamentalmente un distillato dei miei pensieri e desideri, buoni o malvagi che siano. Sono una persona piuttosto positiva. Credo di essere un comico, cerco di trovare la comicità in quasi tutte le cose. Il disegno è un po’ come il mio mondo fantastico. Attraverso i miei personaggi posso essere chiunque io voglia. Questa situazione assomiglia molto alla recitazione: Anthony Hopkins non è né Hannibal Lecter né Hitler, ma deve assolutamente trovare un pizzico di umanità in questi personaggi per recitare le loro parti, deve accedere a loro a un livello personale per poter essere in grado di ritrarli onestamente. Tutti noi abbiamo il nostro lato oscuro. Per quanto mi riguarda, mi ritengo fortunato di poter dare sfogo al mio lato oscuro nelle illustrazioni. A ogni modo, molti dei miei personaggi, anche se bui, sono comunque degli eroi: le tenebre sono semplicemente il mondo in cui io decido di farli vivere.

LB: Che tipo di bambino eri, prima di trasformarti in questa creatura che striscia nella notte? Nella tua stanza c’erano forse delle pile di fumetti alte così? E quando decidesti di diventare un disegnatore, ci fu un albo, o una serie in particolare ad aiutarti nella scelta?

TB: Come ho già detto, sono una persona ottimista e positiva. Da bambino ero tale e quale. Disegno da quando sono nato. Crescendo, i miei gusti sono cambiati. Iniziai col disegnare omini stilizzati che si facevano la guerra, dinosauri e automobili. Poi, dopo aver scoperto i fumetti, iniziai a disegnare i supereroi. Faccio collezione di fumetti da quando avevo 8 o 9 anni. Già allora sapevo che avrei fatto il disegnatore… credo… sì, fin da bambino volevo diventare un disegnatore di fumetti, ma non mi decisi consciamente a diventare un illustratore professionista fino ai 18 o 19 anni. Non ci fu una serie particolare che mi spinse a intraprendere la carriera di artista di fumetti. Tra le mie influenze cito però Unknown Soldier e Enemy Ace di Joe Kubert, il Nick Fury: Agente dello S.H.I.E.L.D. di Jim Steranko e lo Shang Chi: Master of Kung-Fu di Paul Gulacy e, più tardi, di Gene Day. E poi Frazetta, Wrightson, Corben, Sanjulian, Duranona e Al Williamson (tra gli altri) su Creepy e Eerie Magazine. Ma anche Moebius, Serpieri, Liberatore, Bilal e Gimenez su Heavy Metal/Metal Hurlant. Diciamo che era la parte grafica che mi ispirava, più che i fumetti in sé e per sé.

LB: Ho letto che da bambino i tuoi disegnatori preferiti erano Kirby, poi Simonson e Gulacy e infine Byrne, con i suoi X-Men. Non trovi strano che tutti questi disegnatori  avessero uno stile poco realistico? Non preferivi artisti che possedessero invece uno stile più realistico, come ad esempio Neal Adams? Perché hai poi deciso di adottare lo stile fotografico?

TB: Certo che mi piaceva Neal Adams! A chi non piaceva? Ma secondo me anche Gulacy era un artista dallo stile decisamente realistico. è importante tenere a mente, però, che le influenze artistiche non devono necessariamente riguardare lo stile che poi si decide di utilizzare. Ognuno degli artisti che abbiamo nominato è un maestro del disegno. Se si osserva la loro arte, non si può fare a meno di restarne influenzati. Inoltre, prima di iniziare a sviluppare il mio stile realistico-fotografico, ho sperimentato molti altri stili differenti. Tutta questa sperimentazione faceva parte del viaggio intrapreso per trovare la mia nicchia. Senza gli esperimenti non sarei l’illustratore che sono adesso. è un processo complicato… possiamo dire che ogni cosa che mi ha influenzato durante il percorso era un piolo (o un gradino) di una scala: ogni cosa mi ha portato a un livello superiore. Non ero soddisfatto del semplice stile classico dei fumetti. Volevo che il mio stile diventasse qualcosa di più, ed è per questo che sono arrivato a usare le foto. Volevo che i personaggi risultassero più reali e l’unico modo in cui potevo ottenere questo risultato era inserendo nel processo la fotografia. Per me, infatti, anche la fotografia fa parte delle forme in cui l’arte può essere espressa. Tutto inizia con uno schizzo che dà l’impressione del linguaggio del corpo e per mezzo del quale definisco la composizione e l’illuminazione dei soggetti. Poi scatto le foto. Sono ai limiti dell’ossessione, dato che a volte faccio tra le 50 e le 100 foto per trovare lo scatto perfetto del soggetto di cui ho bisogno. Ma poi, quando disegno, non mi baso esclusivamente sulla foto. Di solito aggiungo molte sfumature lievi, a volte, invece, non aggiungo, ma rimuovo alcuni particolari… fondamentalmente, la foto è un punto di partenza… mi permette di partire da un certo livello, dal quale poi posso abbellire e modificare lo scatto per adattarlo alla mia immaginazione.

LB: Potresti spiegarmi come realizzi le tue opere, sia quando usi il bianco e nero o il duo shade sia quando usi il colore? Che genere di studi artistici hai compiuto?

TB: Se devo disegnare per il bianco e nero o per il duo shade, la tavola è nera come la pece. Non devo lasciare alcuno spazio per il colore, e per ogni differente procedimento lo stile può variare. Per il lavoro a colori, cerco di lasciare alcune aperture per il colorista. Inoltre, per quanto riguarda il colore, se lo hai, gli trovi lo spazio. In molte delle cover che ho disegnato, ho fatto lavorare all’unisono colore e bianco e nero. Una figura in bianco e nero su di uno sfondo totalmente dipinto, senza alcun tratto a china. La copertina per il libro di Nancy Collins, A dozen black roses, ad esempio, è stata disegnata con questo procedimento. Ho anche fatto una cover per Il Punitore della Marvel in cui l’intero sfondo è dipinto. In un certo senso, il procedimento è lo stesso che seguo per le illustrazioni in bianco e nero. Prima definisco l’intera immagine e la disegno a matita in due elementi separati, l’immagine di primo piano e lo sfondo. Poi trasferisco l’immagine di primo piano nella tavola e la inchiostro. Il passo successivo è uguale al primo: trasferisco lo sfondo nella tavola, ma, invece di inchiostrarlo, lo dipingo, senza usare linee nere. In realtà è un procedimento molto semplice.

Gli unici studi che ho compiuto sono quelli che ho fatto da autodidatta. Non ho ricevuto una istruzione artistica formale. Imparo da ciò che vedo. E imparo dai miei errori e dalla mia ispirazione. Chiunque abbia passione per il proprio lavoro non ha bisogno di un’istruzione formale, che non può però che essere utile: probabilmente, oggi sarei un artista molto differente, se avessi ricevuto una qualche formazione artistica, ma chi può dire se sarei stato più bravo o meno bravo di quanto non lo sia adesso? Tutto quello che so è che ogni persona è diversa e non importa quanto si rifinisca il proprio stile, fintanto che si evolve e si continua a crescere.

LB: Per realizzare le tue opere hai quindi dovuto imparare a scattare le foto e soprattutto, almeno credo, la difficile arte dell’illuminazione dei soggetti per ottenere le oscure atmosfere che proponi. Hai mai pensato di lavorare nel campo della fotografia? Vedremo mai una tua esposizione?

TB: Anche per quanto concerne la fotografia, sono un autodidatta. Credo fermamente nella scuola dello “sbatterci il muso”. Penso che risolvere i problemi senza aiuti esterni porti ad avere una migliore comprensione delle cose. Almeno, con me funziona. La fotografia e l’illuminazione vanno a braccetto. Direi che è decisamente con l’illuminazione che ottengo la cosa che mi differenzia dagli altri.

Penso che essere un fotografo sia piuttosto affascinante, ma certamente ci vorranno dei bei soldini per fare il freelance. E senza dubbio, il mondo della fotografia è come quello dei fumetti: bisogna essere pubblicati. Non mi vedo molto interessato a cercare lavoro in quel campo, per adesso almeno. Bisogna stabilire troppi contatti. Sarebbe come iniziare di nuovo da zero. Devo fare ancora troppe cose nel campo dell’illustrazione per poter passare subito alla fotografia. Comunque, ultimamente ho preso in seria considerazione l’ipotesi di fare un libro fotografico. L’idea è piuttosto affascinante. Una specie di art book composto da foto. Sarebbe divertente.

LB: Sei uno dei pochi artisti la cui arte parla da sola…; mi ricordo, ad esempio, la cover per “Hunted”, la tua prima storia su Hellblazer: era magnetica! è solo una mia impressione o con le tue copertine racconti delle storie? Nel senso che non ti limiti a fare un bel disegno o a sottolineare ed enfatizzare solo alcuni aspetti della storia, ma riesci proprio a raccontare la storia stessa per mezzo di una sola immagine. Di quanta libertà godi nel proporre la tua arte? Di solito ricevi dallo scrittore alcuni consigli o direttive oppure ti basi sullo script completo dopo averlo letto?

TB: Magari avessi a disposizione uno script intero ogni volta! Molto raramente ne ricevo uno… La maggior parte delle volte ricevo solo quattro righe che descrivono la trama. Per quanto riguarda Hellblazer, sono fortunato ad avere un ottimo editor, Axel Alonso. Fu lui il responsabile del mio ingresso in Hellblazer. Tra l’altro, fu lui che mi fece esordire in Vertigo con la mini di Unknown Soldier alcuni anni fa. Axel è il primo a sostenere che bisogna utilizzare la cover per inquadrare la storia. Le sue direttive sono in parte le responsabili della popolarità che sto avendo con quel personaggio. Ma le copertine dovrebbero servire a questo, giusto? Le copertine dovrebbero riunire in un’unica immagine le componenti basilari della storia. A volte si può ottenere questa peculiarità grazie al giusto “aspetto” delle emozioni, altre volte bisogna invece includere molti elementi fondamentali o le “chiavi” della storia. Personalmente, preferisco utilizzare gli elementi simbolici. Ad esempio, c’era una storia di Warren Ellis, intitolata “Shoot” [“Sparo”, ndt], che riguardava il sempre più grave problema della facilità con cui negli Stati Uniti i ragazzi hanno accesso alle armi e quello conseguente dei ragazzi che portano le pistole a scuola. Un grande problema per una copertina che non volevo liquidare in tutta fretta. L’argomento in questione è troppo importante. La mia idea era di focalizzare gli elementi chiave: il ragazzo (in questo caso addirittura un bambino), la pistola e il personaggio principale, John Constantine.

Ho quindi diviso la cover in tre settori, ognuno dedicato a uno di questi tre elementi. Nel settore superiore c’è un’immagine del bambino, un po’ cupo, perso. Nel settore centrale c’è invece un primo piano di una 357 Magnum. Infine, nel settore inferiore c’è Hellblazer, e il suo sguardo tormentato ci dice tutto quello che ci serve sapere. Tutti e tre i settori sono inseriti su uno sfondo nero e nella parte superiore della copertina avevo inserito un ulteriore elemento grafico, una piccola macchia di sangue. Queste immagini ci raccontano la storia in termini molto semplici e in un modo inoffensivo. Sfortunatamente, storia e cover non vennero mai stampate. L’argomento fu giudicato “troppo controverso” dalla DC, ma fondamentalmente si trattò di un problema di cattivo tempismo: infatti, solo un mese prima, la tragica sparatoria di Colombine in Colorado, in cui trovarono la morte una decina di scolari, rese la storia di un’attualità troppo scottante. Doveva essere il numero 141 di Hellblazer, ma venne cancellata. Se però ti interessa vedere la cover art finita, puoi vederla all’interno del mio sito web, www.timbradstreet.com, nella sezione “unpublished work”.

Una delle cose che mi piacciono di più quando realizzo copertine è il lusso della libertà: quasi tutti, se non tutti, i miei editor mi lasciano fare tutto ciò che voglio. Il mio personale approccio alla cover è nel miglior interesse della storia e i miei editor lo riconoscono. Non accetto un lavoro che non mi interessi a un livello personale. Devo essere in grado di fare del mio meglio, e se non sono interessato si vede eccome!

LB: Immagino che il tuo metodo di lavoro non sia così adatto al completamento di una storia intera. Quanto tempo ti ci vuole per creare una cover? E non hai mai preso in considerazione l’ipotesi di provare uno stile differente, come fece ad esempio McKean, che scelse di abbandonare lo stile realistico in Cages per riuscire a disegnarla interamente?

TB: Sì, effettivamente il processo di creazione di una storia è piuttosto dispendioso in termini di tempo. Di conseguenza, devo scegliere molto attentamente le storie a fumetti che disegno. In questo momento, non mi interessa abbandonare il mio stile solo per fare un numero maggiore di fumetti. Poco tempo fa ho disegnato una storia intera di Hellblazer, “The Crib”, apparsa nel n°141. è la storia che ha preso il posto di “Shoot”, di cui ho già parlato. Mi ci sono volute cinque settimane per finirla. Inoltre, non avendo fatto altro che inchiostrare per sette anni, sono stato piuttosto impegnato ultimamente: infatti ho disegnato una storia di otto pagine per Gangland n°1, una mini di quattro della Vertigo, un’altra di otto pagine per Hearthrobs n°2, sempre per la Vertigo e poi un’altra ancora, sempre di otto pagine, per Grendel: Black, white & red n°2 della Dark Horse. Sto dunque lavorando a un processo che mi permetta di essere più efficiente e di rendere il lavoro meno lungo. Per finire una cover, dopo aver scelto una foto, ci metto solo tre giorni. Per tre copertine mi danno la stessa cifra che mi darebbero per un’intera storia e, lascia che te lo dica, è molto più semplice, in fondo stiamo parlando di due settimane invece che cinque, fai un po’ tu i conti…

Forse un giorno proverò uno stile differente, ma nel prossimo futuro resterò nel campo che mi è più congeniale. In breve usciranno alcune mie storie a fumetti: sto lavorando con Brian Azzarello (lo sceneggiatore di 100 Bullets e Hellblazer) su alcune idee per Hellblazer, Batman e The Unknown Soldier. In poche parole, VEDRAI più storie a fumetti da me disegnate.

LB: Ho visto sul tuo sito che stai esplorando le nuove prospettive che il computer ha aperto agli artisti (la cover di Hellblazer: Hard Time era così bella! Perché mai l’hanno rifiutata?). Che programmi utilizzi?

TB: Il poster di Hellblazer: Hard Time venne rifiutato molto probabilmente perché non era stato richiesto. Mi venne l’idea, lo realizzai e lo presentai a chi di dovere.

Per prima cosa, penso che non avessero i soldi per il poster, cosa indecente perché il nuovo arco di storie era scritto da uno sceneggiatore nuovo e talentuoso (Brian Azzarello) e disegnato da un artista leggendario (Richard Corben). Perché non avrebbero dovuto promuoverlo come si deve? Secondo, ebbi alcune difficoltà nel convincerli che la colorazione digitale era l’approccio migliore. In poche parole, chi era al potere pensava che non rappresentasse bene la serie, che non sembrava il mio stile… cazzate! Da quando in qua una locandina di un film deve assomigliare in tutto e per tutto al film che promuove? Penso che il giusto limite siano le risposte a due domande: Racconta la storia? Ti invoglia a comprarla? E a me sembra che il poster rispondesse positivamente. Il problema principale è che non sono stato preso sul serio come artista digitale. Secondo me, non è peggio degli altri lavori che ho visto. Solo che i fan non mi avrebbero identificato con l’opera… ancora, cazzate!! Infatti, ho fatto la foto, ho trovato la giusta illuminazione… è lo stesso processo che seguo quando faccio le copertine per Hellblazer. L’unica differenza è che non ho disegnato né inchiostrato niente. Ma per me, è proprio uguale agli altri miei lavori. Inoltre, per farlo ho dovuto utilizzare un programma di fotoritocco, cosa che amo. Tutto ciò che utilizzo è il Photoshop e il Painter, con un mucchio di filtri importati. Lavoro su un Mac G3 mini tower a 300 Mhz. Lo utilizzo soprattutto per i layout e il design, ma sto sperimentando notevolmente.

Immagine articolo Fucine Mute

LB: Tra i tuoi lavori non pubblicati ho visto un incredibile disegno a matita di Lawrence d’Arabia, uno dei miei personaggi storici preferiti (non ricordo neanche quante volte ho visto il film e ho avuto il fegato di leggere due volte I sette pilastri della saggezza! [romanzo da cui è tratto il film Lawrence d’Arabia, ndt]). Insomma, nel disegno sono ritratti Adua, Anthony Quinn, il principe Bey, Omar Sharif e Lawrence… o sono io che me lo sto immaginando… be’, non importa, perché hai scelto questo soggetto?

TB: Lawrence d’Arabia è uno dei miei film preferiti. L’immagine di cui parli è figlia di un’idea che mi è ronzata attorno per alcuni anni, e sapevo che prima o poi l’avrei realizzata. Mi ritengo uno studente di cinema. Sai, è una passione. Voglio prendere le scene classiche dei miei film preferiti e ricavarne una serie di illustrazioni. Forse ne farò un portfolio o forse un art book… solo col tempo potrò dire se ne avrò raccolte abbastanza per realizzare un progetto del genere. Comunque hai ragione, sono proprio Anthony Quinn, Omar Sharif e Peter O’Toole… è una scena fondamentale, tratta da uno dei più grandi film di sempre. Mi sono sentito obbligato a disegnarla, e finalmente sono riuscito a terminarla. Come ho già detto, il cinema è un’altra passione per me. Un giorno mi piacerebbe veramente molto dirigere un film. Sto entrando in questo mondo più o meno nello stesso modo in cui sono entrato nel mondo dei fumetti: iniziai con il fare delle illustrazioni per i giochi di ruolo e pian piano mi aprii la strada. Lavorerò infatti a Blade 2, interpretato da Wesley Snipes e diretto da Guillermo Del Toro. Guillermo mi ha chiesto di svolgere il lavoro di designer concettuale per il film: si tratta di creare e illustrare il look dei vampiri del film e anche di pensare alla grafica del titolo. Considero questo lavoro come una mia intrusione: sarò come una spugna, cercherò di imparare quanto più possibile sull’arte di fare un film. Sono anche fortunato ad avere un amico sceneggiatore, regista e produttore che risponde al nome di Frank Darabont (Le ali della libertà, Il miglio verde). Grazie a lui ho potuto stare sul set de Il miglio verde, a Nashville nel Tennessee, per quasi quattro giorni. è stata una bellissima esperienza. Inoltre, sia Guillermo che Frank mi aiutano molto rispondendo alle domande che gli pongo e aiutandomi a trovare la mia strada. Forse un giorno, chissà…

LB: Tenendo ben presenti in mente i tuoi disegni, se dovessi indovinare i tuoi gusti musicali direi White Zombies o Danzig. Ma in una tavola, ho notato che Manfred Gallows ha sul braccio sinistro un tatuaggio degli Einsturzende Neubauten… è solo una coincidenza? Cosa significa per te la musica?

TB: Ascolto un sacco di roba diversa… se mi domandassi cosa gira nel lettore cd ogni giorno della settimana, direi Tool, Monster Magnet, Johnny Cash, Live, Smashing Pumpkins, U2, Black Sabbath (Ozzy), Willie Nelson, Elvis, Crosby Stills and Nash, Black Flag, The Doors, Jimi Hendrix, The Clash, José Feliciano, Beck, The Band, Kris Kristofferson, Henry Rollins, Chris Isaak, Van Morrison, Queen oltre al mio punto debole, Neil Diamond ecc. ecc… credo che tu abbia capito… Ma quando lavoro ascolto soprattutto colonne sonore, o anche musica classica. Le mie colonne sonore preferite attualmente sono, solo per nominane alcune, El Cid (Miklos Rosza), Alien3 (Elliot Goldenthal), veramente grande, Rob Roy (Carter Burwell), L’ultimo dei mohicani (Trevor Jones/Randy Edelman), El Greco (Vangelis), che non è una colonna sonora, Michael Collins (Elliot Goldenthal) e Ben Hur (Miklos Rosza). Il tatuaggio degli Einsturzende Neubauten è più un’influenza dovuta a Henry Rollins che agli stessi EN. Gallows poi sfoggia anche un tatuaggio dei Black Flag.

(fine prima parte)

Galleria-Immagini

traduzione a cura di Andrea Leitenberger

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