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Cinema

Mio nonno pioniere del cinema

Quando penso alla figura di mio nonno vedo un uomo canuto che, con grande entusiasmo ed orgoglio, racconta lucidissimo del suo esordio e della sua carriera nel mondo del cinema. Narra con dovizia di particolari aneddoti e curiosità su registi, attori e personalità della cultura e della politica che ha conosciuto da vicino. Penso ad un uomo carismatico che descrive con nostalgia la sua Torino ai tempi di De Amicis, le avventure vissute nella grande Russia zarista, il travaglio dell’Europa tra le due guerre; penso ad un uomo che ha documentato la desolazione del terremoto di Messina (1908) e gli orrori delle battaglie del Carso. Sempre in primo piano, sempre dentro all’avvenimento. Penso ad un uomo che ha seguito passo a passo e molto spesso ha determinato gli stili del racconto per immagini nei film a soggetto. La sua narrazione potrebbe iniziare così:

“Giovanni Battista Vitrotti: sono nato a Torino il 16 novembre 1882.

Per la mia città natale d’inizio secolo questo è un momento di fermento culturale, artistico e anche di intenso progresso tecnologico. L’automobile, la radio, il fonografo, la lampadina, il telefono, il cinematografo sono solo alcune delle prodigiose invenzioni di quegli anni. Tutto questo esercita su di me una grande attrazione.

A 18 anni mi iscrivo ad una scuola di pittura conseguendo il diploma a pieni voti con disegni giudicati “primi assoluti” ma è a 21 anni avviene la grande svolta: l’acquisto di una macchina fotografica. è amore a prima vista!”

Il nonno Giovanni acquisisce molto presto familiarità con questo nuovo strumento in ciò aiutato dalla sua formazione artistica, dalla sua innata sensibilità e più di tutto dall’entusiasmo tipico della sua giovane età.

“Già nel 1903 ricevo il primo premio (una medaglia d’oro) al Concorso di fotografia sportiva indetto dalla Stampa Sportiva di Torino. Molte altre medaglie, premi e riconoscimenti internazionali faranno seguito (a Milano, Parigi, Mosca, Francoforte, Bruxelles) e mi incoraggiano a continuare nella carriera artistica. Nello stesso anno ho un’importante commessa di lavoro: un servizio fotografico nelle cantine Cinzano, dove allora si produceva il famoso vermouth e spumante”.

L’incontro fortunato sarà con Arturo Ambrosio (proprietario di un negozio di articoli fotografici e I° produttore cinematografico italiano) ed esso rappresenta un’altra svolta decisiva per il 22enne Vitrotti. Ambrosio gli propone di lavorare con lui nel cinema nella sua casa di produzione passando così dalla macchina fotografica alla cinepresa.

Le sue prime opere cinematografiche sono datate 1905.

Al suo esordio il nonno Vitrotti gira numerosi documentari come “Le corse di Mirafiori”, “Briganti in Sardegna”, “Accompagnamento funebre di E. De Amicis”, “Le corse di Brescia”… e tantissime comiche con l’attore Ernesto Vasar.

Nel 1908 insieme a Luigi Maggi, allora direttore artistico dell’ Ambrosio Film, fa nascere i primi film italiani a soggetto (“Gli ultimi giorni di Pompei”, “Il Conte di Montecristo”, “Galileo Galilei”…).

Tra il 1905 ed il 1910 Giovanni Vitrotti ha già realizzato un centinaio di film.

In qualità di operatore avvicina spesso i membri della casa reale, documenta la loro vita istituzionale, privata e mondana ( ” S. M. il Re all’esposizione” — 1907, “La famiglia reale nel parco di Racconigi”-1908 , “S.M. il Re a Racconigi” 1910 ), godendo della stima della Regina Elena, appassionata di fotografia.

La mia curiosità diventa morbosa quando mio nonno racconta, quasi divertito, come ha addirittura fatto ingelosire il Re Vittorio Emanuele.

“La fotografia era un hobby in voga presso le famiglie nobili tanto che nella Reggia era stata allestita una attrezzatissima camera oscura.

Io allora ero già apprezzato, oltre che come fotografo, anche come cineoperatore e venni chiamato dal Re per immortalare la vita della famiglia reale. Un giorno mentre mi trovavo nella camera oscura e spiegavo alla Regina Elena le tecniche dello sviluppo fotografico alla porta bussò il sovrano che voleva entrare. Per non rovinare i negativi ciò gli venne impedito. Così il Sovrano e dovette pazientare parecchio fuori dallo stanzino. Dopo aver passeggiato avanti e indietro per un bel pezzo Vittorio Emanuele, spazientitosi, sbotta in piemontese: “L’as nen finì ? ” (non hai finito?)”.

Certo mio nonno doveva avere un bel coraggio per far attendere un monarca fuori dalla porta mentre lui se ne stava rinchiuso con la di lui consorte in un locale illuminato solo da una lampadina rossa!

Insieme al giornalista e soggettista della casa di produzione Ambrosio, Arrigo Frusta, il nonno Giovanni compie un’impresa che per il 1910 doveva essere quasi ciclopica: porta la macchina da presa sulle Alpi piemontesi, arrampicandosi oltre 4.000 metri, e girando ben 3 documentari ( “Da Courmayeur al Dente del Gigante”, “Escursione nella catena del Monte Bianco” e “Sulle dentate e scintillanti vette” ).

La piccola troupe reca con sé una discreta quantità di materiale: una camera da presa di 12 chili, un cavalletto d’ottone di 15 chili, l’attrezzatura per sviluppare sul posto i provini, più tutti gli effetti personali e le vettovaglie necessarie per un lavoro ad alta quota. Di questa esperienza e dell’attrazione che la montagna esercitò sull’artista che fu mio nonno dirà Arrigo Frusta:

“Vitrotti è sempre davanti, di fianco, dietro le spalle, o sopra, o sotto, sempre e dappertutto appare il sorriso del buon Vitrotti, è instancabile mano che gira la manovella. Uomo felice Vitrotti lassù. Mai pellicolaio s’è trovato a tanta festa degli occhi. Che lunghi Oh! di stupore! Che fervore di gioia! Dieci macchine vorrebbero avere venti braccia e girare insieme tutte le manovelle; O forse mettere le ali per volare di vetta in vetta e riprendere gli svariati spettacoli! (…)”

I paesaggi montani devono effettivamente aver affascinato molto mio nonno al punto da farlo ritornare sulle vette più volte nell’arco della sua carriera (anche con Luis Trenker per girare “Berge in Flammen”).

“Nel 1909 ricevetti il diploma d’onore e la medaglia d’oro del Re all’Esposizione fotografica e cinematografica di Milano per un documentario che ha segnato molto la mia carriera: “L’industria del legno in Cadore”. I critici definirono le mie riprese rivoluzionarie. Per descrivere in modo veritiero il movimento dei tronchi trasportati lungo la corrente del fiume, mi feci costruire dai boscaioli una zattera e su di essa piazzai la macchina da presa. La corrente fece il resto. Non me ne resi conto ma probabilmente nacque così la prima “carrellata” della storia”.

Le immagini suggestive così realizzate vennero proiettate in tutte le sale cinematografiche europee, generando l’entusiasmo tra il pubblico (i giornali d’epoca scrivono che la gente urlava per la paura di vedersi rotolare addosso i tronchi) e l’interesse dei pochi professionisti che operavano nel mondo del cinema.

Dopo questo successo internazionale nel 1909 il nonno Vitrotti si reca in Russia per conto della Ambrosio Film dirigendo e girando numerosi film a soggetto in coproduzione con la Société Thiemann & Reinhardt avvalendosi degli attori del Teatro Imperiale. Tra i film realizzati: “La fontana di Bachcisaraj” di Protazanov da un soggetto di Puškin, “Il Demone”, “Il prigioniero del Caucaso”, “Il passato di Casira”, “La canzone dell’ergastolano”, “L’Anfissa”, “Ivan il terribile”, “Il principe Oleg”, solo per citarne alcuni.

I racconti del nonno su questo periodo di intenso lavoro lontano dalla sua Patria sono particolarmente curiosi. Come quello che riguarda i dormitori di fortuna allestiti per la troupe e gli attori (tra i quali il grande Jakov Protazanof e le divine Olga Preobrazenskaja e Tatiana Paulowa):

“Si dormiva su dei pagliericci tutti ammassati (donne e uomini in stanzoni separati). Di questo collettivismo approfittavano anche fastidiosi e poco graditi parassiti che le attrici russe ogni mattina con autentica pazienza cercano di rimuovere e di toglierci di dosso. Altri tempi per le divine del cinema!”

Per potersi difendere dagli attacchi del terribile bandito Zelinkan e girare nel Caucaso il nonno Giovanni ricevette dallo Zar una scorta armata e l’autorizzazione a vestirsi da cosacco (l’uniforme è corredata da ogni sorta di pugnali, anche avvelenati).

In una cartolina spedita il 10 settembre 1910 dalla Russia il nonno Giovanni riferisce:

“(…) A presente tutto bene, se tutto mi asseconderà batterò record delle film dal vero. Ma però avrò da superare difficoltà diverse e grandi. Il clima torrido di certe parti del Caucaso e freddo di altre, le popolazioni terribili di alcuni luoghi. E se non fossi accompagnato da una persona di là giammai sarebbe prudenza inoltrarsi”

Lavorare in Russia non doveva essere facile.

“No, non era facile. Non è stato uno scherzo neppure quella volta in cui alcuni banditi hanno rubato i vestiti di scena ed io, bardato da cosacco, dopo un breve inseguimento a cavallo riuscii a bloccare i ladri in fuga ed a recuperare la refurtiva. Di quei tempi un operatore era responsabile per tutto: doveva curare la regia, le scenografie, guidare gli attori e fare la guardia all’attrezzatura…”

Da un’intervista rilasciata alla televisione italiana nel 1964 il nonno dirà:

“(…) un operatore faceva di tutto: il facchino, il macchinista, il regista, arredatore e motore, perché si girava il film a mano (…)”.

Girare la manovella della cinepresa è un’arte: bisogna possedere qualità innate, un certo senso del ritmo per imprimere alla pellicola una velocità costante ed evitare così che i movimenti degli attori risultino innaturali (alla “Ridolini” per intenderci).

Durante la sua permanenza in Russia Vitrotti realizza una serie di eccezionali documentari sui luoghi e sulla vita delle popolazioni russe, caucasiche e persiane (“Mosca, l’antica capitale”, Escursioni sul Monte Kasbek”, “La città di Batum”, “Aní, la città delle mille chiese”, “Tiflis, capitale del Caucaso”, “Usi e costumi persiani del Caucaso”, …). Come riconoscimento al suo lavoro in questi paesi il nonno Giovanni riceve dalla Compagnia del Teatro Imperiale, a nome dello Zar, una coppa tempestata di pietre preziose, naturalmente riempita di vodka.

“Pensare che quando nel 1910 mi misi in viaggio per la Russia al confine russo sono stato fermato perché la mia attrezzatura (un cavalletto e un oggetto misterioso di legno con una manovella ed un grande occhio di vetro) venne giudicata sospetta. Venni trattenuto per 3 giorni dalla polizia confinaria: il tempo di mandare da Mosca un ingegnere esperto per esaminare quegli strani macchinari che il viaggiatore italiano recava con sé”.

A Mosca mio nonno realizza un vero e proprio “scoop” cinegiornalistico attraverso le tapparelle della finestra della sua stanza d’albergo che era il famoso Hotel Lux:

“Riesco a riprendere clandestinamente la strada sottostante nella quale vengono raggruppati i prigionieri politici in catene per essere inviati in Siberia. Nonostante l’ordine ricevuto di sbarrare porte e finestre e di ignorare quanto avviene in strada non posso trattenermi dal documentare tutta la scena. Il rumore delle pesanti catene coprono quello della cinepresa. Tornato in Patria il filmato è un autentico successo che fa conoscere all’Europa occidentale la brutalità del potere zarista Il documentario diventa documento e atto di accusa del sistema.”

Questo avvenimento lo racconterà lui stesso nei particolari in un’intervista del 1964 per la televisione italiana.

Ancora oggi Giovanni Vitrotti viene ricordato nella storiografia cinematografica russa come uno dei primi operatori-registi del cinema di quel paese. è citato nelle enciclopedie e non c’è da stupirsi perciò se persino navigando in Internet ci si imbatte in un sito curato dalla Gosfilmofond (Mosca) dedicato alla figura di “Giovanni Vitrotti ed altri esteti esotici” che hanno dato origine al cinema russo.

Ritornato a Torino, il nonno diventa l’operatore dei più quotati registi italiani dell’epoca (Mario Caserini, Luigi Maggi, Guido Antamoro, Gabriellino D’Annunzio) e vive un periodo estremamente fecondo: sono infatti gli anni d’oro del cinema muto italiano. Appartengono a questi anni film come “Spergiura”, “Gli ultimi giorni di Pompei”, “Nerone”, “I promessi sposi”, “La figlia di Jorio”, “Dante e Beatrice”, “I mille”, “Il pellegrino”, “L’ultima dogaressa”, “Il fornaretto di Venezia”, “L’avvenire in agguato”, “Sogno d’un tramonto d’autunno”, “Satana”, “I Mille”, …

Avendo iniziato la sua attività artistica prima nella pittura e poi come fotografo, Vitrotti ha studiato gli effetti della luce sui corpi ed ha piacevolmente giocato con le ombre. Lo stile di ripresa è impareggiabile perché riesce a sfruttare abilmente gli effetti del chiaroscuro.

Persino nel vestire (sul set indossa pantaloni alla zuava e porta in testa un piccolo basco) il suo stile è inconfondibile: questa moda caratterizzerà la stravaganza di numerosi operatori e registi cinematografici che seguiranno.

In questo periodo il nonno Vitrotti gira per la Ambrosio numerosi film anche in Bulgaria, Austria, Libia, Svizzera, Turchia, Serbia, Montenegro, Francia, collaborando anche con altre case di produzione.

“Verso la fine del 1913 ho voluto intraprendere una nuova attività, quella di produttore cinematografico e fondo con un gruppo di soci la “Leonardo Film”, una società italiana con sede a Torino, in Via Sagra S. Michele 47 per la produzione di pellicole cinematografiche con capitale sociale di Lire 400.000 elevabile ad un milione. Nella ragione sociale sono indicato come direttore tecnico. Nella commissione scientifica figurano i più bei nomi del mondo accademico, scientifico ed intellettuale di Torino: dal direttore della Regia Università, prof. Romeo Fusari a luminari del Politecnico e di varie Facoltà”.

Nel 1916 il nonno Giovanni parte volontario per il fronte assumendo l’incarico di operatore cinematografico e fotografo per il Comando Supremo dell’ Esercito. In questa veste documenta la dura vita di trincea, le battaglie sull’Isonzo, il fronte trentino, la liberazione delle città irredente, la visita del Re a Trieste e nelle terre dell’Istria restituite all’Italia.

Nelle foto conservate nell’archivio di famiglia che ritraggono le atrocità del conflitto è chiaro il tentativo dell’autore di mostrare anche il lato umano e disumano della guerra. Per queste sue scelte alcune delle sue fotografie saranno vietate dalla censura.

Mentre è al fronte, alla moglie ha fatto ottenere un permesso speciale per poter entrare nella zona di guerra (il confine per i civili era allora a Padova). La nonna Angela lo usa per portare fuori dalla zona di guerra le ragazze minorenni scappate da casa per seguire i soldati al fronte. Consegna poi le giovani ai carabinieri nelle stazioni ferroviarie durante il viaggio di ritorno verso Torino. è proprio in questa veste che ricordo mia nonna: un vero gendarme!

“Alla fine della guerra ritorno all’Ambrosio e collaboro con L’Unione Cinematografica Italiana (UCI) realizzando molti film tra i quali spicca il kolossal Teodora”.

“A partire da 1921 il cinema italiano entra in crisi ed io mi trasferisco in Germania restandoci fino al 1931. Qui lavoro per la casa di produzione Phoebus Film e per la Albertini Film realizzando una cinquantina di film. è l’epoca dell’espressionismo nell’arte che non poteva non caratterizzare anche la cinematografia; è l’epoca della rivoluzione tecnologica del sonoro. Conosco ed ho modo di lavorare con registi come Josef Delmont, Fred Sauer, Richard Oswald, Robert Wiene, Carmine Gallone (“Una notte a Venezia”), Mario Bonnard, Wilhelm Dieterle, Luis Trenker (“Montagne in fiamme”) e con attori come Maciste, Maria Jacobini, Diana Karenne, Gigi Serventi, Helena Makowska, Luciano Albertini, Clifford Mc Laglen e Josephine Baker. In una parentesi romana, nel 1924, giro “Quo vadis” di Gabriellino D’Annunzio”.

A questo proposito così mio nonno racconta con vera suspance l’episodio del leone che sbrana per davvero un uomo, un attore.

“Durante le riprese del mitico film vengono allestiti dei sacchi pieni di carne che simulano i corpi dei cristiani divorati dalle belve. Sono li, impalato, con la cinepresa in mezzo all’Arena, quando tra i leoni eccitati dal sangue la leonessa “Europa” spicca un salto di 4 metri e mezzo e, superando il fossato posto tra le fiere e gli attori, sbrana l’attore generico Palumbo. Nel fuggi fuggi generale continuo a girare impassibile, fedele al mio credo che il cinema è soprattutto verità”.

In Polonia il nonno gira, tra l’altro, il I° film sonoro polacco. In questi anni esordisce al suo fianco anche la figlia Felicita (con il nome d’arte di Mary Dorian), prima come attrice e poi come doppiatrice.

Nei momenti d’oro del cinema tedesco il nonno riceve compensi esorbitanti per quei tempi.

“Più tardi, durante il periodo dell’inflazione tedesca andavo a riscuotere la paga con la valigia ma tutti quegli zeri sulle banconote ormai non valevano più niente”.

È in piena attività a Berlino quando l’avvento del Nazismo con le leggi che discriminano il lavoro degli stranieri lo costringono a rientrare in Italia.

“L’esperienza tedesca mi ha permesso di apprendere la tecnica del sonoro per cui, ritornato in patria, sono un professionista molto ricercato non solo come operatore ma anche come maestro delle luci ed esperto del sonoro”.

La nuova capitale del cinema italiano non è più Torino ma Roma ed è qui che gira uno tra i primi film sonori italiani, “La vecchia signora” con Emma Grammatica e Vittorio De Sica.

Il nonno Vitrotti pone la sua firma a numerose produzioni che hanno segnato la storia del cinema come “Gli ultimi filibustieri”, “Fra Diavolo”, “Pinocchio”, “I quattro moschettieri”, “Il figlio del corsaro rosso”, “Dagli Appennini alle Ande”, alla serie di “Don Camillo” lavorando con artisti come Macario, Vittorio De Sica, Luigi Zampa, Marcello Mastroianni, Paolo Panelli, Gino Cervi, solo per riportarne alcuni.

Con Trieste ha un solido legame e con i figli Franco e Gianni Alberto, allevati alla sua scuola e cresciuti praticamente tra cineprese e ciak, Giovanni Vitrottti realizza numerosi documentari didattici, folcloristici e culturali che ottengono premi e riconoscimento ai Festival Internazionali di Venezia, di Berlino, di Edimburgo, ecc.

Negli ultimi anni della sua vita, in qualità di presidente dell’ “Associazione dei Pionieri del Cinema”, è impegnato in una battaglia civile, si batte per il diritto alla pensione per attori ed artisti del cinema.

Dopo aver realizzato oltre un migliaio di film, documentari e comiche Giovanni Vitrotti muore il I° dicembre 1966 a Roma, all’età di 84 anni, avendo lavorato fino all’ultimo alla produzione del documentario “Le Isole Borromee”.

Nella sua carriera, dal 1905 al 1964, ha documentato con professionalità e passione la vita di popoli, momenti importanti della storia italiana, come la guerra, la vittoria, la cultura di un’epoca.

“Vitruttin”, come veniva affettuosamente soprannominato il nonno dai colleghi del mondo cinematografico era sicuramente un grande innamorato del suo lavoro. Questo mestiere lo assorbiva così tanto da lasciargli poco tempo per la sua vita privata. Esiste a proposito un aneddoto curioso: il nonno Giovanni lascia la sua morosa “Teresina d’la Po” e chiede consiglio al parroco che gli combina un matrimonio con una sana “tota” di Pralormo,un paesino dell’hinterland torinese. I due si incontrano solo due volte prima delle nozze: la terza è sull’altare. La nonna Angela resterà sempre estranea al mondo dello spettacolo in cui lavora il marito che seguirà soltanto nella trasferta in Germania.

Attraverso la conoscenza delle lingue e la padronanza di tutte le principali tecniche cinematografiche in rapida evoluzione (dalla cinepresa a manovella a quella azionata dal motorino elettrico, dal muto al sonoro, dal bianco e nero al colore) mio nonno ha lavorato con intraprendenza e creatività, con una flessibilità ed una apertura mentale paragonabile solo a quelle di un pioniere dell’Europa moderna.

Dal racconto dei miei familiari e di quanti hanno conosciuto il nonno Giovanni il profilo che ne deriva è chiaro: un uomo che viveva per il suo lavoro, che credeva profondamente nell’amicizia, nella solidarietà tra colleghi di lavoro. Un nomade per istinto, portato alla ricerca ed all’avventura per carattere.

Mi sembra di vederlo, il nonno Giovanni, mentre mi tiene sulle sue ginocchia e mi racconta con nostalgia di questa e di quella vicenda. Mi sembra di vederlo, quel nonno che, per motivi anagrafici, non ho mai incontrato, ma che ho imparato a conoscere attraverso la narrazione dei miei familiari (in particolare dai racconti minuziosi, emozionanti ed emozionati di mio padre). Mi sembra di sentirlo parlare attraverso le ricostruzioni degli storici del cinema, il copioso materiale epistolare, le critiche cinematografiche dell’epoca, i contratti di lavoro conservati con orgoglio, come delle reliquie, nell’archivio di famiglia.

“Un operatore attraversando la strada, deve saper cogliere tanti di quegli spunti e tante di quelle annotazioni da essere in grado, in quel breve percorso da un marciapiede all’altro, di girare un intero film”.

Giovanni Vitrotti

Bibliografia:


“L’uomo con la macchina da presa” di Vittorio Martinelli


“Giovanni Vitrotti, pioniere del cinema” di Marucci Vascon


“Enciclopedia dello spettacolo” – Roma

“Storia generale del cinema ” di Gherardini

“Storia del cinema russo e sovietico” di J. Leyda

Commenti

3 commenti a “Mio nonno pioniere del cinema”

  1. Gentile Dr.ssa Vitrotti
    (mi scusi se non ricordo il suo nome di battesimo)
    Hò avuto il piacere e l’onore di conoscere suo nonno di passaggio a Trieste nei primi anni ’50 , presentatomi da suo padre Gianni Alberto.
    Hò letto il suo articolo e la biografia di suo nonno con grande commozione ma , molte di quelle cose che lei hà scritto ,le avevo sentite dai racconti di suo padre dal quale hò appreso i rudimenti della ripresa cinematografica e con il quale hò lavorato come aiuto quando collaborava, in parte, con la sede RAI di Trieste
    Hò una nostalgia di quegli anni difficili sì, ma entusiasmanti, ed il ricordo di suo padre Gianni Alberto,del quale conservo una fotografia( nella quale appare anche suo fratello Valentino) non mi lascerà mai.

    Cordialmente,

    Fabio Brazzatti

    Di Fabio Brazzatti | 10 agosto 2012, 09:24
  2. Gent.ma Elisabetta Vitrotti
    Sono Alessandro Crivello di Poirino, Provincia di Torino. Qui ogni anno si svolge un Concorso Fotografico dedicato a GIOVANNI BATTISTA VITROTTI, conosciuto come fotografo che operò in Poirino negli anni Cinquanta e Sessanta. Di questo Vitrotti però non si sa quasi nulla. Tramite internet ho scoperto un GIOVANNI BATTISTA VITROTTI, importante fotografo del cinema italiano nei primi decenni del Novecento. E’ la stessa persona? Oppure un omonimo o un parente? Nel corso del 2018 il locale Circolo Fotografico svolgerà un Convegno sui fotografi poirinesi: io vi sto collaborando per le ricerche storiche. Se Lei sa qualcosa del Vitrotti che operò in Poirino, cortesemente me ne dia cenno. Grazie e cordiali saluti
    Alessandro Crivello POIRINO 3421208937

    Di CRIVELLO ALESSANDRO | 20 dicembre 2017, 21:20
  3. Gentile Elisabetta Vitrotti,
    Per un progetto di ecomuseo territoriale lungo il bacino del Piave in corso di realizzazione con l’Università di Padova ed altri Atenei, mi interesserebbe sapere dove è possibile visionare il film “l’industria del legno nel Cadore”
    Cordiali saluti
    arch. Giorgio Pradella

    Di Giorgio Pradella | 25 novembre 2018, 23:36

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