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Omnia

Science+Fiction a Trieste

La fantascienza, tra tutti i generi letterari, e conseguentemente tra quelli cinematografici, sembra quello più sfacciatamente dedito alla ripresa di “moventi e situazioni tipicamente popolari” (lo rilevano Vittorio Curtoni e Giuseppe Lippi in “Guida alla Fantascienza”, Gammalibri, 1978 Milano). Nella fantascienza è tale il modo della traslitterazione di situazioni tipiche e quotidiane in ambienti, tempi o tecnologie altre dalle nostre, da autorizzare la visione del genere – se di genere si può parlare con tutti i distinguo del caso – quale concretizzazione evidente dell’idea gramsciana di letteratura. Si tratterebbe, quindi, di letteratura di massa virata al “tecnologico”, non esente da eventuali rivendicazioni politiche, in altro modo inammissibili, che la fantascienza può invece proporre in ogni caso, anche in periodi politicamente bui. Rivendicazioni, denunce, utopie politiche si celano spesso dietro ad un presunto disimpegno “fantastico”.

La fantascienza, infatti, pare essere – forse assieme alla fiaba, al romanzo storico e a quello fantasy – genere nazional-popolare prediletto dallo scontro ideologico e dei valori, territorio dell’opposizione netta tra Bene e Male, ben diversamente, per fare degli esempi, dal noir, horror, pulp, forse dal giallo, dove tutto è sprofondato nell’indistinto etico nelle sue varie sfumature di grigio, se non addirittura in un definitivo capovolgimento morale.

Limitatamente al cinema, la fantascienza è stata spessissimo genere di denuncia politica e sociologica. Se non vi sono vie di mezzo nella fantascienza alla Heinlein, o Bradbury, tanto meno ve ne sono state nel cinema di fantascienza americano classico. Un cinema che, soprattutto nei decenni del suo primo grande boom (anni ‘50-’60), è stato evidentemente territorio prediletto, da una parte del fronteggiarsi dell’immaginario reazionario e maccartista americano, e dall’altra d’ogni suo rimosso pseudomarxista letto rigorosamente come sovversivo. Un cinema di fobie e paranoie middle-class, dunque, per le quali l’umanità avrebbe spesso a confrontarsi con minacce “esterne” (metafora normale del comunismo, come nel caso di Heinlein) o, viceversa, con omologazioni striscianti, con regimi militari veri e propri che si impongono con la forza, con il controllo esercitato dall’ “interno” (penso a L’invasione degli ultracorpi, metafora evidente del vagheggiato azzeramento progressivo d’ogni differenza, d’ogni libertà personale nella nazione americana).

Comunismo e fascismo, quindi, ma pensati mitologicamente, senza averne conoscenza reale e diretta, sono terribili fantasmi che aleggiano sulla fantascienza cinematografica americana della Guerra Fredda (la sci-fi classica del cinema tout court), molto più che nelle opere letterarie di diretta discendenza. Eppure, come specificavano proprio i già citati Curtoni e Lippi, l’ideologia della fantascienza, tra progressismo e reazione, è figlia dei tempi, dei “caratteri più squisitamente umanistici della letteratura, su un piano assai più empirico e soggettivo di quanto non lascerebbe pensare il suo nome”. Ideologia, politica, più genericamente humanitas insomma, che sarebbe ben lontana dall’astratto spirito di speculazione scientifica che il termine fantascienza sembrerebbe evocare. Infatti, per mezzo d’argentei dischi volanti, d’invasori verdastri from the outer space, di mutazioni terribili d’origine nucleare – sia gigantistiche che microscopiche – o, per contro, del complottare lobbistico immaginato (forse intravisto) da Frankenheimer, la fantascienza americana si è fatta di volta in volta carico di paure politiche, religiose, razziali, o anche d’utopie anarcoidi giovanilistiche, psichedeliche e libertarie – il New Left ne partorì innumerevoli -. Furono, comunque, soprattutto paure d’irregimentazione, d’ordine antidemocratico, immaginando l’annullamento dell’individuo libero e wasp attraverso clonazioni da baccello in città di delatori tutti uguali, approntando le “grottesche” sociologiche alla Sheckley, presentando la voce di Dio che da Marte si rivela per mezzo della TV o della radio e si scaglia contro nazi e comunisti (in The Next Voice You Hear, di W. Wellman, e in Red Planet Mars, di Harry Horner). O esibendo – è proprio il caso di dirlo – l’atomica e la deterrenza.

Regno dell’altro politico, verrebbe da dire, o “ramo della fantasia identificabile dal fatto che allevia la voluta interruzione dell’incredulità utilizzando un’atmosfera di credibilità scientifica” (Moskovitz), la fantascienza, anche quella nostra, tutta triestina eppure internazionale, riparte così dagli immaginari feroci ed ingenuissimi d’un tempo a confronto con quelli d’oggi, comunque dal “ricordo del domani” (diceva Bradbury), nel nostalgico ricordo del futuribile che si visse nel periodo che dal 1962 al 1982 (prima della caduta vi fu pure l’interregno, nel 1983, e lo ricorda nel suo scritto Alessandro Mezzena Lona) nei complessivi vent’anni gloriosi di festival fantascientifico del capoluogo giuliano.

Certo, di quella fantascienza omologata e contro, americana ma soprattutto dell’Est europeo,più genericamente della science-fiction come “fantascienza narrativa della civiltà delle macchine” (secondo la nota definizione di Hugo Gernsback) che passò sullo schermo dell’Arena del Castello di S.Giusto, rimane poco. Forse una rilettura divertita e consapevole, di culto, ma nulla più. E d’altro canto, in un’epoca di trapianti bionici, di manipolazione genetica e clonazione, di viaggi spaziali perché turistici (visto l’ultimo utilizzo previsto per la Mir), il meraviglioso legato alla scienza è perso quasi del tutto. O meglio: la fruizione stupefatta del meraviglioso scientifico è possibile solo come déjà vu,come fiction, come rivisitazione del canone. Dell’affermazione ideologica e politica, similmente, è rimasto poco…

La fantascienza triestina riparte, dunque, dall’amore per il genere, per il cinema americano e per quello italiano di diretta emulazione eppure d’autonomia autoriale, dalla necessità di riscoprire le politiche cinetecarie istituzionali che qualcuno, invece, vorrebbe convertite o appiattite, magari a proprio uso e profitto; riparte forse proprio dalla politica, spesso vituperata, in questo caso coraggiosa nel rimettere in piedi una manifestazione che fu importante e che vorremmo tornasse ad essere tale.

Perché se tutto è cambiato rispetto ad un tempo, se si riparte addirittura da quella politica che, come commentano alcune testimonianze, ebbe pesanti responsabilità nella morte del Festival Internazionale del Film di Fantascienza di Trieste, tutto invece ci sembra cinematograficamente fermo alle origini, e il giocattolo-cinema è sempre il solito. La fantascienza di nuovo corso, quella d’ultima generazione, ultramiliardaria e un po’ cafona, ipereffettistica e priva di storia, che proviene dalla Hollywood odierna (quella insomma che nel cinema e nel video-game è assurta alle dimensioni del primo entertainment cinematograficoglobale), oggi è certamente il luogo delle menzogne soavi del business celate tra le sue forme straripanti e il vuoto dei suoi contenuti (da Independence Day a Stargate, dai Batman non burtoniani a Hollow man), nell’affermazione d’un pensiero monolitico, videoclippato, facilone e ubriacante, alla fine insipido privato com’è di profondità seppur straripante nel sovradosaggio degli ingredienti e di fantasioso left-over. Solo rarissimamente si ri-assiste al ritorno nelle recenti produzioni cinematografiche di genere all’impegno politico e sociologico (ricordo Gattaca, o il cinema di Carpenter e Burton, sempre), perché l’industria culturale si omologa facilmente, adesso più di allora, ai poteri che consentono il business.

Si diceva tuttavia che il giocattolo cinematografico sembra lo stesso d’un tempo. In effetti, in una sorta d’eterno ritorno al passato (è effetto localizzato del quieto ed inarrestabile sommovimento postmoderno), anche la fantascienza cinematografica sembra guardare dietro di sé, per certi versi addirittura alle sue origini: basterebbe pensare al numero di remake, sequel, spin off (anche da serie televisive di culto, soprattutto degli anni ’60) prodotti ai nostri giorni, ma anche alle consuete modalità di fruizione dello spettacolo cinematografico, ormai davvero modo per esperire il superamento dei limiti umani (in Matrix come nei film di Jet Li), per sperimentare l’immersione nello spettacolo di luci e suoni, nel movimento impossibile, allo stesso modo degli spettatori dei Lumière che avvertivano nella sovrapercezione ingenua “l’impossibilità” magnifica delle riproduzioni dell’inattingibile, delle prime “vedute”, della prima fissazione della memoria e delle visioni delle foglie che cadono, o delle donne che lavano i panni sulla Senna…

La fantascienza ha attraversato, come il cinema stesso, delle età: è certamente stata bambina (Franco La Polla, ad esempio, identifica l’infanzia della fantascienza cinematografica con la stessa infanzia cinematografica), e lo è stata nella storia e nel racconto, nel cosa e nel come della narrazione (si pensa ovviamente a Méliès); è poi cresciuta, divenuta adulta nel racconto della sci-fi classica (Nyby e Hawks) rimanendo ancora acerba nelle sue storie (Il pianeta proibito, per esempio). È stata definitivamente adulta-adulta (nel fantascientifico moderno di Kubrick e Tarkovskij), per tornare oggi, nell’epoca del digitale, ad essere infanta nei modi e nelle storie, specie di baraccone luministico ed elettronico contemporaneo, biblico – come dice Fernaldo di Giammatteo di Matrix – comunque religioso (Marcello Walter Bruno), mitico vuoto cartoon sovraeccitato e mesmerizzante.

Riparlare a Trieste di Science + Fiction, titolo con il quale La Cappella Underground resuscita il festival defunto nel 1982, ha quindi lo stesso significato che ebbe nel 1962, come allora un significato e un sapore ben preciso, tutt’altro che di cose infantili. Tornare ad occuparsene, in relazione al cinema, al fumetto, alla letteratura, a tutto ciò che è stato il Festival Internazionale del Film di Fantascienza, vuol dire recuperare oltre che un tema, un sogno culturale e, coerentemente a ciò, politico: di straordinario fermento, di fervore e adesione quasi spirituale, di passione cinefila strabordante d’una città tutta attorno ad un genere cinematografico e letterario che le appartiene per vocazione, e che ormai ha meritato pure la sdoganatura definitiva dalla consueta critica di paraletteratura o, nel caso specifico, di cinema di “serie B”. Cosicché – noi de La Cappella Underground lo notiamo spesso – l’annuncio dell’evento è seguito sempre, rigorosamente da un baluginio di sguardi tra il trasognato e l’incredulo, dallo sgranare gli occhi in preda a chissà quale stupore. Quasi si potesse dire, all’annuncio, uscendo dalla catalessi durata troppo tempo: si torna a sognare!

L'araignélephant (Il ragno elefante) di P. Kamler

Certamente si sogna in senso nobile, anche politicamente… Il primo dei Quaderni della Science + Fiction, pubblicato in collaborazione con la Cineteca Regionale a revivificare la sua attività culturale triestina e nazionale oltre che quella passione, esiste grazie ad un crocchio di voci più o meno eminenti (alcune testimoni delle serate fantascientifiche d’allora), e fa brevemente il punto su ciò che è stato e ciò che sarà della fantascienza a Trieste. I saggi a firma dei giovani collaboratori riprendono liberamente il filo ricchissimo del discettare interrotto, quello che disputa sui differenti rapporti tra cinema e fumetto o che analizza le caratteristiche dell’estetica del remake contemporaneo e citazionista che s’innesterebbe proprio sul cinema degli anni ’50 e ’60. La galleria conclusiva, infine, riporta scorci d’umanità, anche di quella che a Trieste non venne (quella di Fritz Lang, umilissimo e felice, che ringrazia per il premio ricevuto, o di Asimov che ha paura di volare, come confermato da Clarke). Le copertine dei cataloghi e delle pubblicazioni appartengono alla magnifica iconografia del Festival di allora.

Riprendere il dialogo sulla fantascienza significa anche affrontare il problema (e lo si farà nel previsto convegno) delle “vecchie visioni”, di qualcosa di completamente diverso dal tipico prodotto odierno e fantastico delle majors hollywoodiane, magari relazionandolo e opponendolo proprio alle “nuove” tecnologie. Si vedranno, almeno per questa edizione di raccordo, film diversissimi dal prodotto cinematografico tipico successivo, che so, a 2001: A Space Odissey, capolavoro kubrickiano improvvisamente, traumaticamente nel 1968, altro da sé, differente da ragni e granchi giganti della precedente science-fiction, differente dal cinema ciarlatano o engagé, comunque artigianale, che sino a quel momento s’era visto sugli schermi del festival triestino. D’un cinema antecedente, quindi, i prodotti raffinati e ipertecnologici che vennero da quel momento in poi e che oggi sembrano ancora così vicini al modo di pensare la fiaba d’un tempo (modo re-inaugurato da Star Wars, altro film spartiacque), e che furono indirettamente i primi artefici del decesso del festival triestino. È ben noto, infatti, che le grandi majors del fantastico e fantascientifico contemporaneo, che realizzano l’unica fantascienza di cui la gente voglia e possa realmente vedere grazie soprattutto a gigantesche martellanti e miliardarie campagne pubblicitarie, non concedono anteprime salvo ai grandissimi festival, proprio perché non hanno più l’interesse economico a farlo. È ben noto che quei film, a Trieste, non arrivarono mai. Così Science + Fiction rinascerebbe già zoppo se pretendesse d’essere la stessa manifestazione di un tempo, la stessa rassegna che puntava alle “migliori produzioni cinematografiche della fantascienza”.

Una storia di vento di Z. Grgic e B. Kolar

Che sia, allora, science plus fiction. Scienza più racconto, proprio ad indicare l’interesse rivolto verso i nuovi orizzonti del narrare, intesi soprattutto come nuove frontiere delle tecnologie che ormai fanno innegabilmente sia storia che racconto (cosa sarebbe il Mars Attacks! di Burton senza il digitale?). E, nel contempo, verso gli scenari prefigurati dalle storie della fantascienza stessa, spesso splendida veggente di ciò che è stata società, politica e sviluppo tecnologico.

Nella “città della scienza”, nel generico languire di manifestazioni simili che non siano almeno opulente, con l’intenzione del gran rilancio nel 2001 – normale che sia così – ci si prepara a questa edizione 2000, “zerozero” adeguandosi ad un web-linguaggio oggi scontato quanto efficace, riscoprendo i materiali sommersi della Cineteca Regionale, allestendo la mostra Bonelli della fantascienza di Nathan Never, Martin Mystere e Co., con un convegno certamente eterogeneo ma ricchissimo, con pubblicazioni, retrospettive e personaggi cinematografici (mi piace ricordare quella ad Antonio Margheriti, padre della cine-fantascienza italiana, che verrà a trovarci), ma presentando anche la science-fiction nuova “povera” e indipendente, eppure straordinariamente ricca ed innovativa del siciliano Mariano Equizzi. Agli entusiasmi, e fors’anche alle critiche, immancabili laddove non si è saputo fare non dico meglio, ma nemmeno similmente, ci prepariamo.

Certamente il sottoscritto sente, questa volta sì, il dovere di ringraziare anticipatamente la Direzione Regionale Istruzione Cultura nelle figure dei dott. Abate, Molea e Balanza; L’Azienda Regionale di Promozione Turistica nella figura del suo presidente Sergio Dressi; ma soprattutto il tecnico “prestato alla politica” (come ama definirsi) di turno, interlocutore attento e responsabile, come triestino il primo a sperare e credere nel rilancio di questa manifestazione: all’avv. Franco Franzutti, Assessore alla Cultura regionale va il mio ringraziamento. Credo anche quello degli appassionati di fantascienza tutti, di quelli triestini in particolare. Ringraziamento che è anche richiesta d’una bella presa di responsabilità per il futuro… perché una volta rimesso in piedi, il fantascientifico Lazzaro triestino dovrà, per forza, essere aiutato a camminare! La politica, non a caso, è l’arte del possibile.

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