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Cinema

Un muraglione lontano: scienza e fantascienza

This island Earth di J. NewmanIo scrivo per necessità. È una necessità primaria, che nasce dal mondo e dal mio rapporto con il mondo. La scrittura ha a che fare con le cose profonde, con il gonfiore dell’essere, con il luogo oscuro dei sentimenti, dei figli e dei defunti, con quei segni che crediamo di vedere nel cielo al tramonto. Ha a che fare col nostro essere qui, nel mondo colorito e rimbombante, senza saperne il perché, talora smarriti, talora riconoscenti, sempre confusi. E per vivere (o, appunto, per sopravvivere), dobbiamo raccontarci le storie. Tutto questo groviglio inestricabile preme per farsi dire, e noi siamo i tramiti. Lo scrittore parla agli altri e per gli altri, dà voce a ciò che anche gli altri sentono, perché siamo tutti della stessa natura e tutti abbiamo sperimentato più o meno le stesse gioie e gli stessi dolori.

 

Il mondo è uno e complesso, l’uomo è uno e molteplice. Per sopravvivere nel mondo e superare la paralisi, lo stupore, che lo coglie di fronte al mondo, l’uomo deve costruirne dei modelli semplificati, e usa tutti i suoi mezzi, dalla matematica alla tecnica alla poesia alla pittura: ma tutti presuppongono lo stesso mondo. Tutto è profondamente unito, ma anche diviso: l’ambiguità e la contraddizione non vanno temute, ma coltivate, perché arricchiscono. Ho sempre cercato di inseguire l’unità elusiva e sfuggente del mondo, sfruttando tutte le possibilità che mi venivano offerte.

Un modo di vedere è anche un modo di non vedere. La descrizione doppia vale più della descrizione semplice. Vedere un albero con gli occhi di un botanico e con gli occhi di un poeta ci dice un po’ più di quanto direbbero separatamente il botanico e il poeta. Ma alla fine la ragione deve arrendersi alla poesia, il tentativo di razionalizzare il mondo urta contro la resistenza tenace di quel residuo oscuro, intraducibile, primario, baluginante e inafferrabile di cui ho detto sopra. È lì che l’uomo ritorna, anche l’uomo più attaccato alla ragione computante: quando gli altri suoni tacciono, quando le officine cessano di strepitare, si ode il rintocco flebile ma penetrante della campana della sera, almeno finché l’uomo non sarà sostituito dalle macchine.

Il villaggio dei dannati di W. RillaNel volume Congetture sull’inferno c’è un racconto, “Ricordo di viaggio”, che parla dell’indicibile come di una muraglia immersa nell’oscurità che ci circonda e verso la quale indirizziamo voci e richiami per poterne congetturare la consistenza e la forma. Ecco: non possiamo mai raggiungere la muraglia, ma proprio per questo è solo la muraglia che ci interessa.

Quello che si può dire è scontato, diventa presto stucchevole e noioso. C’interessa dire solo l’indicibile.

Le parole non dicono nulla,
eppure abbiamo soltanto parole

e cerchiamo, con le parole, di sondare quel muraglione lontano che si erge tutto intorno a noi a racchiuderci (o forse, chissà, a proteggerci da altre e più tremende visioni): gridi, le parole, che lanciamo a saggiarne la compattezza, e la grana e lo spessore, il colore inimmaginabile (cenere, bartino, isabella: o lapislazzuli). E il ribollire magmatico della vita si placa, si stempera come le ondate si attutivano contro le palizzate serene della nostra infanzia; attraverso gli strati del silenzio filtra dalle parole una luce di bontà, come di Angeli che abbiano sorvolato le foci innumerevoli dei fiumi o gli umidi approdi dei laghi montani ( sì, le montagne, alte alte: i faraglioni del mondo).

Eppure le parole, quel narrare, tutto quel dire, girando intorno ai personaggi, in ruote larghe come rapaci nel pigro meriggiare; quell’accumularsi di verbi, di aggettivi, di racconto — alla fine illumina qualcosa, qualcosa ne scaturisce: ma che cosa? Si rinnova per noi la magia ripetuta del racconto, di quell’ancestrale “c’era una volta” che distoglie da tutto, che fa volgere gli occhi al narratore e predisporre all’ascolto, che crea una sospensione in cui la vita si arresta per far cominciare una vita più vera e profonda: la vita che scappa, che corre (vavùmm, vavùmmm, vavùùmmm… come un vento inarrestabile nero rapinoso), la vita può, allora, darci un po’ di requie: il racconto, narrare e narrarci, insieme, per tender le braccia a quel muraglione lontano che non vedremo mai, ma che forse è l’unica cosa che sogniamo di vedere.

Neutron di Crepax

La fantascienza? Ma perché distinguere la fantascienza dal resto della scrittura? Distinguerei piuttosto ciò che riguarda gli esseri umani da ciò che non li riguarda. A me interessano soprattutto le persone, con i loro drammi e i loro problemi insolubili, legati alla “condizione umana”. E non è necessario che il legame sia esplicito e diretto: si può parlare della condizione umana anche in modo laterale, per accenni, per parabole o per differenze, facendo intervenire gli specchi, gli esseri altri, il doppio, il cyborg, l’androide, la creatura nuova e inquietante che è stata tratta dal sonno nero perenne dell’inesistenza con un atto di creazione casuale o deliberato e che, dopo, è qui, non invitato si siede alla nostra mensa, ci scruta e ci interroga e ci chiede conto di sé e di noi. E oggi che la scienza si rivolge alle caratteristiche più intime e sfuggenti dell’uomo, l’intelligenza, la mente, la coscienza, ecco che il confronto tra la nostra mente e le menti altrui ci affascina e inquieta. Le astronavi non salpano più per mondi lontani, ma per le profondità dell’essere, per i labirinti della mente, per le passioni della coscienza: le macchine ci guardano dai loro attoniti schermi e marciano silenziose verso una regione che sembra nostra, che ci sembra di aver conquistato quando abbiamo attraversato la linea d’ombra che separa lo spirito dalla materia…

Ecco che cosa m’interessa nella scrittura: il mistero dal quale siamo usciti e che ancora circonda le nostre piccole inflessibili certezze. E in questa misura m’interessa la fantascienza. Per esempio i racconti del mio primo libro, Il fuoco completo, che possono sembrare di fantascienza, in realtà toccano uno dei problemi più drammatici di oggi: il nostro rapporto con la tecnoscienza. La tecnoscienza sta rapidamente snaturando l’uomo, lo sta trasformando in qualcosa di nuovo, in una sorta di uomo-macchina, e ciò suscita paure, tensioni, entusiasmi: ecco che per me la tecnica e la scienza pulsano solo quando entrano in contatto con gli uomini, quando creano problemi, suscitano passioni, interferiscono con la vita, quando acquistano uno spessore esistenziale.

Uomini sulla Luna di I. PichelFino a qualche tempo fa l’immagine corrente della tecnoscienza era positiva: la tecnica produceva una ricaduta illimitata di vantaggi dovuti alla soluzione progressiva di tutti i problemi materiali e la scienza ci dava una verità che veniva considerata il bene supremo e valore assoluto cui si deve subordinare tutto il resto, comprese la vita, la solidarietà, la felicità.

A questa visione messianica e trionfante della scienza e della tecnica si ispiravano molti autori di fantascienza, creando mondi immaginari e coerenti in cui l’aspetto esterno, macchinico e computazionale, delle invenzioni prevaleva sugli aspetti interni, oscuri e problematici, dell’uomo.

Questi mondi lineari e autosufficienti riflettono uno scollamento tra la componente biologico-emotiva e la componente tecnico-scientifica dell’essere umano, scollamento che ha conseguenze importanti non tanto in letteratura quanto nella realtà: infatti con la stessa aggressività con cui i cavernicoli brandivano pietre e clave l’uomo moderno maneggia armi atomiche e quantità enormi di informazione; con gli stessi tempi di reazione con cui si guidavano i carri agricoli ora si pilotano aerei supersonici. E questo scollamento si traduce un progressivo superamento dell’uomo da parte dei suoi strumenti. Sempre più spesso siamo siamo costretti a delegare alle macchine azioni, funzioni e decisioni.

Il presente testo proviene dal quaderno, edito da La Cappella Underground, a cura di Massimiliano Spanu, pubblicato in occasione della manifestazione “Science+Fiction. Festival della Fantascienza di Trieste” grazie al contributo della Cineteca Regionale Friuli Venezia Giulia.

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