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Cinema

Una passione diventata mestiere – Il “caso” Luigi Cozzi

Sono davvero confortanti, i personaggi come Luigi Cozzi.

“Fanno bene al cuore”, potremmo dire, perché testimoniano la capacità che alcuni hanno di infrangere la barriera che divide il mondo dei sogni da quello del Reale.

Cozzi junior, ce lo dicono le cronache, mangiava pane e fantascienza, guardato con sospetto dai genitori che, come saporitamente lui stesso racconta, “semplicemente non capivano cosa fosse, la fantascienza”.

Ma isolarsi nei propri mondi personali, iperrealistici e fantastici, non fu mai nelle volontà di questo milanese entusiasta paladino del Cinema. Basta leggere alcuni dei suoi saggi (il più bello, il più emotivamente coinvolgente rimane Il Cinema dei Mostri, Fanucci 1987, scritto non da critico cinematografico, ma da autentico, irriducibile appassionato) per accorgersi di questa “diversità”.

L’esperienza di Cozzi è quella di un ragazzo che in età scolare va al cinema a vedere Il Pianeta Proibito, e rimane incollato alla poltrona senza muovere muscolo, conscio di aver scoperto la chiave di volta per una nuova comprensione delle emozioni.

Acquista con la “paghetta settimanale” i primi, affascinanti romanzi della collana Urania, nascondendoli sotto il letto per timore di ripercussioni paterne;attraversa più pomeriggi di seguito, a piedi, l’enorme capoluogo lombardo, alla ricerca di film “perduti” in altrettanto sperdute sale di periferia.

E così si innamora. Di un genere cinematografico negletto ai più, considerato merce deperibile per gli stolti, per gli sciocchi, per individui privi di sale in zucca.

Delle suggestioni barocche e policromatiche di Mario Bava, dell’intelligente, raffinata filosofia horror di Riccardo Freda.

Venera alla follia Ray Harryhausen, mago americano dei modellini per i film di science fiction, stretto collaboratore di uno dei miti cinematografici di Cozzi, George Pal.

Appena maggiorenne, decide che una passione di questa portata non può essere confinata tra le seppur accoglienti mura di casa propria: nasce in lui una meravigliosa predisposizione al lavoro di gruppo, alla collaborazione, per esempio con Giovanni Mongini, con cui idealmente condividerà per tutta la vita lo scettro di maggior esperto italiano di Cinema Fantastico.

Nascono bellissime e affollatissime manifestazioni sulla fantascienza, tra Milano, Roma, Ferrara, completamente autogestite e contrassegnate da un affetto sempre sincero, a volte un pizzico goliardico, nei confronti del cinema dalle belle sensazioni.

La contropartita è rappresentata dal molto denaro perduto, in operazioni… sentimentali, laddove il Sentimento, specie quello con protagonista il Cinema, si paga. Cozzi, infatti, è uno che si è dissanguato per acquistare i diritti d’autore di grandi classici della fantascienza internazionale su grande schermo, scandagliando fino in fondo le infernali e contorte vie della distribuzione cinematografica. E infine, in coda a questi anni Sessanta avventurosi e bizzarri, l’incontro decisivo con Dario Argento: incontro nato dalla specifica volontà di Cozzi di conoscere l’autore di un film che lo aveva molto entusiasmato, L’Uccello dalle piume di cristallo (1969).

Con Argento il legame è da subito forte, duraturo, una sorta di colpo di fulmine tra due caratteri molto simili, cinefili e non settari, vicinissimi ai gusti del pubblico piuttosto che a quelli a volte incomprensibili della critica cinematografica italiana.

Quando Argento convince l’amico Cozzi a partecipare al film Quattro mosche di velluto grigio (1971) nella breve sequenza del fotografo mascherato nel teatro, è il momento di parlare seriamente di una collaborazione a quattro mani: continuerà fino ai nostri giorni.

Passare dietro la macchina da presa è per Cozzi un passaggio quasi naturale, curiosamente tra le sue prime cose ci sono anche titoli non certo all’insegna del fantastique, come lo struggente Dedicato ad una stella (1976), sorta di Love Story in salsa italica, prodotto di cassetta, ma con una bravissima Pamela Villoresi. Ma naturalmente Cozzi amerebbe ricordare molto di più i suoi lavori all’insegna dell’Immaginifico.

Ecco quindi Contamination, Scontri stellari oltre la terza dimensione, Paganini Horror, fino alla decisione nel 1990 di continuare come organizzatore, saggista, gestore della famosa “bottega dell’orrore” di Roma, vale a dire “Profondo Rosso”.

Un negozio diventato in poco tempo una sorta di luogo di culto per appassionati, dove il pubblico fa la fila per stringere finalmente la mano al “mito” Argento.

Di nuovo a proposito di questa trentennale collaborazione, vale la pena di ricordare almeno lo straordinario apporto di Cozzi ad una delle opere fondamentali di Argento, Phenomena (1984): quasi tutte le scene con protagonisti gli insetti vennero “risolte” da Cozzi utilizzando semplici chicchi di caffè…

Lontanissimo, è quasi superfluo dirlo, dalla politica delle grandi major americane (con cui più di una volta gli è capitato di aver a che fare), Cozzi sembra uno dei pochi a rifiutare la tecnologia dilagante, ostinandosi nell’applicazione di un artigianato suggestivo e superbamente retrò. Quando a fine anni Settanta incontra un piccolo mago degli effetti speciali come Armando Valcauda, si “sintonizza” subito con lui, ed eccoli insieme a pasticciare tra modellini e cartapesta, con la storia del cinema di fantascienza in testa e pochi soldi per dar propulsione ai sogni.

Credo che proprio questa predisposizione caratteriale, questa semplicità di atteggiamenti, questa disponibilità con il prossimo, abbiano giovato anche agli incontri di carriera di Luigi Cozzi: se al suo “alter ego” Mongini capitò di incontrare Vincent Price, il cinefilo lombardo fu tra i primi ad intervistare Mario Bava, ospite del suo appartamento romano, e il risultato fu un viaggio affascinante nel mondo del cinema più vivo e pulsante.

Oggi, proprio oggi, portare alta la bandiera del cinema di genere equivale ad una sfida, non solo cinematografica, ma anche morale, e su questa scia si stanno inserendo anche le generazioni più giovani, vedi la nascita e il successo di patinate fanzines “del settore”, come Amarcord e Nocturno.

Quando, alla fine degli Anni Sessanta, Cozzi dirigeva il suo surreale Il tunnel sotto il mondo, tratto da un racconto di Frederick Pohl e realizzato con finanziamenti irrisori, fu per primo il Festival di Fantascienza di Trieste a relazionarne, indicando in quell’operina tutto sommato ingenua, un tocco d’autore realmente innamorato di quanto andava raccontando.

Cozzi, che a suo stesso dire sopravviveva a fatica come redattore musicale della rivista Ciao 2001, divenne abbastanza presto un punto di riferimento per tutti quelli che in Italia seguivano con autentico amore il fantastico, e a pieno titolo può dire di non aver mai tradito questa linea di condotta.

Mentre la critica “paludata” concedeva i propri chilometrici saggi a Bergman, Fellini o Antonioni, Cozzi (che pure conosceva e amava “anche” questo cinema) si soffermava sulle produzioni della Hammer Film, sull’analisi minuziosa e sempre competente di classici del fantastico come Tarantula, Radiazioni BX Distruzione Uomo, La Guerra dei Mondi, tutte opere inevitabilmente bollate come “settoriali” alla loro uscita nelle sale.

Rimane sinceramente molto divertente l’aneddoto di Cozzi che va al cinema a vedere L’astronave atomica del Dottor Quatermass, trascinandosi dietro l’incolpevole governante, e ne rimane traumatizzato al punto di non poter più metter piede su un ascensore (retaggio psicologico di una scena della pellicola).

Non a caso, è proprio questo affascinante fenomeno psicologico di “attrazione- repulsione” nei confronti di un genere cinematografico che in certi casi “fa paura”, l’asso nella manica di chi produce e usufruisce di “eccentriche visioni”.

Solo chi riesce a porsi nei confronti del Cinema Fantastico con una predisposizione il più possibile “vergine”, è in grado di cogliere la natura sostanzialmente eversiva, trasgressiva, provocatoria del genere: ed è forse uno dei motivi basilari che hanno portato all’incomprensione (dei media e della critica, beninteso) un autore altrove amatissimo quale Dario Argento (dice il regista romano, e ha ragione: “In Italia quello che piace al pubblico deve necessariamente essere di basso livello, e molto spesso è stato dimostrato che non è così”).

Cozzi, che oltre ad Argento ha stretto rapporti d’amicizia con innumerevoli autorità del “fantastique” (e a Los Angeles a metà Anni Ottanta, ospite di una mastodontica convention di fantascienza, colloquiò amabilmente persino con Ray Bradbury e Ray Harryhausen) non si è mai posto nei confronti del cinema con l’atteggiamento di chi desidera filosofeggiare o, peggio, coercizzare il “medium” Cinema: ne ha viceversa sempre riconosciuto il carattere aggregante, euforico, di grande coinvolgimento ludico.

Lui stesso ribadisce convinto: “Ho sempre detestato vedere i film fantastici in sale vuote, deserte, mentre adoro vederli in cinema affollatissimi: prova evidente che anche “gli altri” li amano!”

Ecco quindi che “fare cinema” rappresenta per Luigi Cozzi in prima istanza uno sfogo personale, la possibilità di manipolare gli oggetti contenuti nella Stanza dei Sogni, di cui fino al giorno prima si sono guardate le pareti dall’esterno.

Anche un lavoro tutto sommato imperfetto come Paganini Horror (1987), risulta infine godibile per il magico gioco di coppia di due icone del fantastico come Daria Nicolodi e Donald Pleasence.

La prima, superba interprete teatrale e compagna di Dario Argento per oltre un decennio, nonché protagonista di molti film del cineasta romano, da Profondo Rosso a Phenomena, lavorò con un Mario Bava già malato per Shock (1977) e per il televisivo La Venere d’Ille (tratto da un racconto di Prosper Dè Merimèè).

In Francia da anni è adorata come una vera e propria “dark lady”, tanto da venir paragonata spesso a volentieri alla “stregonesca” e bellissima Barbara Steele.

Donald Pleasence, a sua volta, scomparso nel 1994, fu una sorta di monumento del fantastico cinematografico, da Halloween di John Carpenter a Cul de Sac di Roman Polansky; Cozzi lo incontrò sul set di Phenomena, e lo convinse a partecipare a questo suo lavoro che ruota intorno ad uno spartito maledetto.

Personalmente ricordo con inquietudine uno dei primi film di Cozzi, Contamination: la saga delle “uova contaminate” (escamotage narrativo abusatissimo dal genere fantastico, L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel e annesso remake in testa) veniva inserita in un contesto cupo, morboso, nella miglior tradizione “sadica” di certi momenti cinematografici a firma Margheriti, Bava, Freda, Fulci.

Certo, proprio a suggello di quella eccentricità di cui parlavamo prima, Cozzi più o meno nello stesso periodo non esitava ad avvicinarsi addirittura al genere “commedia scollacciata”, con La portiera nuda (1976), dove la bellissima Irene Miracle (che Cozzi “passerà” ad Argento per il suo Inferno,1979) deve difendersi dalle avance sessuali dell’ineffabile Mario Carotenuto.

In futuro la commedia non tornerà più nelle scelte artistiche di Cozzi, sempre più teso nella ricerca di una “via italiana al fantastico”.

L’amore per il lavoro di gruppo lo porterà a creare una “ensemble” di quotati autori — sceneggiatori — cineasti, spesso al servizio di Dario Argento.

Questo staff (citiamo Gianni Romoli, Lamberto Bava, Sergio Stivaletti,Michele Soavi) ha lavorato a film e serie televisive, sullo stampo di operazioni analoghe compiute in America, dove il “lavoro” di squadra è pratica abituale.

Durante il nostro incontro triestino con Luigi Cozzi, tuttavia, sono emersi parecchi motivi d’amarezza, parecchie perplessità rispetto all’andamento odierno del cinema del nostro Paese.

Sempre più simile ad un’immensa “pattumiera”, la televisione che stritola e ricicla ogni cosa ha fagocitato anche il cinema, un’arte che sembra non poter fare più a meno di stringere rapporti perversi e artisticamente umilianti con la Monetizzazione.

Ecco perché, appena terminato un ambizioso progetto cinematografico su Edgar Allan Poe (Black cat, 1990) Cozzi ha dovuto rinunciare alla distribuzione europea del suo film, che difatti ha trovato appannaggio degno di questo nome solo sul terreno statunitense.

Questa infelice esperienza ha convinto Cozzi a chiudere la sua attività dietro la macchina da presa, e a dedicarsi a tempo pieno alla scrittura (tra l’altro del bel saggio sulla Hammer La fabbrica degli orrori, Fanucci 1999) e alla direzione del sunnominato negozio capitolino “Profondo Rosso”.

La magia dell’artigianato “fantastico”, è superfluo dirlo, ha teso la sua malia anche nei confronti del sottoscritto: fosse vivo oggi, mi viene spesso in mente questo pensiero, Mario Bava probabilmente riderebbe dei miliardi profusi a piene mani dal business cinematografico per rivitalizzare un senso del Meraviglioso ormai agonizzante.

A lui erano sufficienti del ghiaccio secco, degli effetti di luce e d’ombra, magari delle trippe comprate dal macellaio, per realizzare i pur sorprendenti effetti speciali dei suoi economicissimi “classici” degli Anni Sessanta.

Luigi Cozzi appartiene a “questa” scuola di pensiero: e a noi va benissimo così…

Luigi Cozzi si occupa professionalmente di fantascienza sin da giovanissimo. Ha esordito infatti nel 1963 e da allora ha collaborato (e collabora ancora) con testate e case editrici quali “Urania”, “Galassia”, “Nova Sf”, “Robot”, Libra, Fanucci, Newton Compton, Perseo e altri, pubblicando numerosi saggi, articoli, racconti, romanzi, traduzioni e curando la scelta di testi, oltre alla redazione di varie antologie. Ha scritto anche alcuni romanzi gialli. 
Specializzatosi negli anni Settanta nella critica cinematografica, ha creato e curato le fortunate rassegne nazionali del Film di Fantascienza e ha scritto libri di saggistica specializzata quali Il Cinema di Fantascienza 1 e Il Cinema di Fantascienza 2 (Fanucci), Il Cinema dei Mostri (Fanucci), Dario Argento (Fanucci), George Pal (Nebula ed.), Il Mostro sexy (Ed. Inteuropa) e il recente Hammer. La fabbrica dei Mostri (ed. Profondo Rosso). 


La sua principale notorietà, comunque, Cozzi l’ha conquistata con il lavoro nel cinema: oltre alla trentennale collaborazione con Dario Argento (iniziata con Quattro mosche di velluto grigio e continuata sino al recente La sindrome di Stendhal), Luigi Cozzi ha scritto e diretto diversi film, tra i quali le pellicole di fantascienza Starcrash (1978), Alien Contamination (1981), Hercules (1983), Paganini Horror (1989) e The Black Cat (1990). Il suo successo nel mondo del cinema ha varcato anche i confini nazionali e Cozzi risulta il regista di fantascienza italiano che con più di un film ha conquistato gli spettatori statunitensi, posizionandosi più volte tra i maggiori incassi dell’anno negli Stati Uniti (“Variety”). Dal 1989 Luigi Cozzi ha fondato a Roma, insieme all’amico Dario Argento, “Profondo Rosso”, la piccola bottega del fantastico, della fantascienza e dell’orrore, della quale ormai si occupa a tempo pieno. 

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