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Cinema

Paulo Rocha

A raiz do coração

Martina Palaskov (MP): Il vostro film, A raiz do coração, per appartenenza geografica (Portogallo), non sembra essere molto adatto per l’Alpe Adria Film Festival. Per quanto riguarda la filosofia, invece, ci sono tante cose che legano il vostro film al Festival. Credete che ci possano essere delle affinità tra il vostro film e le tematiche che vengono affrontate qui a Trieste, durante il Festival?

Paulo Rocha (PR): Non ho ancora visto i film che vengono proiettati in questi giorni… però, a primo acchito… no. Probabilmente le affinità ci sono, altrimenti il signor Germani (curatore della retrospettiva “In Capo al Mondo”, N.d.R.) non avrebbe fatto di tutto per inserirlo nel programma. A me sembra che egli sia una persona molto razionale, curiosa e molto intelligente.

Ho visto alcuni film della rassegna, e devo dire che il cinema dell’Est europeo ha più problemi per farsi conoscere. I film vengono esportati meno. Il mio film è stato pensato per l’esportazione. Il mio film segue le mode del momento.

I film che ho visto parlano di piccole tragedie personali, trattano la vita di individui che parlano la propria lingua interiore, che vogliono essere rispettati. In questo caso vedo che le tematiche in comune sono tante.

MP: I transessuali, né uomini né donne, oppure sia uomini sia donne, sono i protagonisti del film. Credo che questa figura possa rappresentare un simbolo che evidenzia come il giusto mezzo è sempre la soluzione migliore. Potreste essere d’accordo con me?

PR: Quando ho cominciato a lavorare su questa storia, ho interpretato le vicende come una parabola.

Volevo parlare di tante cose. Volevo dare un’immagine alla libertà.

Il film sembra un musical, osservando alcune sequenze. Il musical non è solitamente un genere cinematografico che tratta tematiche serie, è simpatico, ti fa un po’ ridere… è un rischio.

Io ho amato molto i film di Renoir, quelli girati prima e dopo la guerra. Egli si serviva di una libertà assoluta per raccontare le sue storie. Ha girato film di fantasie drammatiche o di fantasie musicali. In Francia era raro vedere delle pellicole di questo tipo. Nessuno pensava fossero film con sfondo tragico. Solo dopo la gente ha cominciato a dire “Renoir aveva capito tutto”.

All’epoca io non conoscevo per niente l’universo dei travestiti, dei transessuali. Non conoscevo la vita notturna di Lisbona. Perché? Be’, perché vado a letto di buon ora.

D’altra parte, sapevo dell’esistenza di politici corrotti, ultramoralisti, molto attaccati alla famiglia, che però a volte si intrattengono piacevolmente con i travestiti. Questi due mondi mi hanno dato la possibilità di creare una satira generale.

Si tratta sicuramente di una fantasia musicale, ma la satira è sempre presente.

Quando ho cominciato a fare la selezione scegliendo chi fra i travestiti avrebbe recitato nel mio film, allora mi sono reso conto che quello che si va dicendo sui transessuali è falso. Non possiamo affermare a priori che i travestiti sono così o colì… Ognuno ha il diritto di esprimersi come vuole. Io, personalmente, credo che abbiano molto coraggio. Vogliono solo vivere e divertirsi. Hanno delle grandi qualità civiche e una grossa responsabilità sociale. Sono sicuramente più coraggiosi e coerenti della gente mentalmente limitata. Sono rimasto molto colpito.

Lo scopo iniziale del film era quello di dipingere una grande caricatura. è cambiato nel momento in cui sono venuto a conoscenza di tutte le loro doti. Mi sono interessato alle loro storie, quelle che nascono tra di loro. Nel film appare un transessuale sordo muto che è veramente sordo muto. Egli ha, nella vita reale, la sua individualità, la sua personalità umana. Nonostante sia muto e sordo, per l’appunto, conduce una vita interessantissima nel modo dello spettacolo. Si esibisce in discoteche, in televisione, nei casinò… danza e fa ridere tutti, perché ha una grande voglia di vivere. Non vuole che le persone provino pena per lui.

Lavorare con loro ha reso il tutto più libero, più interessante. Solitamente non hanno niente a che fare con i politici. Le storie vengono messe in giro da male lingue. Spesso non è così. Forse girerò un film su questo tema…

Spesso i transessuali sono persone migliori di noi.

Ho pensato al film come a un film per il futuro, immaginandomi l’estrema destra un po’ folle, che minaccia ogni anno di diventare più potente. L’estrema destra razzista, la corruzione, la moralità e la morale che non ci sono più. Gli esponenti di questo gruppo politico vogliono, chiaramente, che i transessuali spariscano.

Il personaggio principale, la ragazza Cintia (Joana Bàrcia), è un ex ragazzo: il suo amante l’ha obbligata a sostenere un’operazione, cure di ormoni… l’attrice è molto brava. In questo caso mi sono anche interessato alle problematiche degli individui che hanno dei dubbi sulla loro sessualità. Di persone che hanno dei dubbi sul loro corpo. Potrebbe essere un film che si orienta anche in questa direzione.

Cintia, all’inizio, è molto pensierosa, se ne sta da sola, prova anche un po’ di pena per se stessa. La storia prosegue e lei si immischia in affari ancora più pericolosi, attentati rivoluzionari. Lo fa per divertirsi… Incomincia a provocare la sensibilità e la sessualità di un leader di estrema destra. Assurdo, poiché egli va contro la sua ideologia politica per stare con lei. Improvvisamente il politico diventa un uomo, fatto di carne ed ossa, come noi. Diventa un po’ pazzo, proprio come la gente normale. Innamorandosi e avendo il coltello dalla parte del manico, provoca delle situazioni imbarazzanti all’interno del mondo politico. Grazie a questo incontro però, ha la possibilità di vivere una vita vera.

Io sono un po’ timido. La fortuna di avere avuto accanto a me due attori molto bravi, mi è servito molto. Hanno studiato a fondo la psicologia dei personaggi. Niente era scritto perfettamente sulla sceneggiatura, abbiamo lavorato molto girando le scene. Il film è difficile, parte da un concetto che non è facile da spiegare. Trovo che sia stata un’impresa molto difficile. Abbiamo deciso di girare così, senza riflettere molto se funzionava.

Non ho voluto dare un’impronta troppo rigida alla lavorazione. Non ho voluto forzare l’opera, ma ho lasciato che l’utopia si creasse da se. Volevo che tutto sembrasse piuttosto vero, anche se fantastico. Ma solamente girando si riesce a prendere di queste decisioni. E’, infatti, difficile decidere il da farsi a priori. Il mio film non parla però di tutto l’universo fenomenologico dei travestiti. Credo non sia giusto che un giornalista generalizzi riferendosi al mio film. Ho voluto, infatti, solamente porre l’accento sui cambiamenti di alcune persone, cambiamenti sia fisici (come per la protagonista) che comportamentali. Credo anche che il mio film tratti in modo originale una tematica (quella dei travestiti) che sembra andare tanto di moda nel cinema contemporaneo. Il cambiamento è ciò che mi interessa, far vedere come i personaggi non sono schiavi delle proprie idee.

MP: Il fatto di far interpretare allo stesso attore (Luís Miguel Cintra) due ruoli così diversi fra loro, come quello del Santo e del Politico, ha un significato preciso, o si tratta di pura casualità?

PR: Devo dire che si tratta di uno degli attori più qualificati del Portogallo. Automaticamente egli ha potuto e può fare di tutto e nel modo migliore. Ho pensato che incarnare un santo, come San Antonio, così importante per la città di Lisbona, non sarebbe stato facile. Inoltre non volevo che il mio Santo fosse ridicolo. Lui è stato capace di interpretare un San Antonio come lo volevo io.

I leader dell’estrema destra sono molto quadrati come persone, dicono delle cose idiote e spesso fanno parte di una realtà paesana. A volte, però, hanno qualcosa di irrazionale che richiama l’attenzione della gente. Sono dei politici estremamente pericolosi poiché hanno un fiuto particolare per capire cosa la gente veramente vuole. Anche commettendo delle nefandezze esplicite, riescono a convincere l’opinione pubblica. Il mio discorso chiaramente si rifà alla Lisbona che voglio descrivere, la Lisbona di un ipotetico futuro. Volevo utilizzare un personaggio che come un camaleonte, avesse la capacità di orientarsi attraverso diverse peculiarità, che potesse rappresentare tutte le sfumature di Lisbona. Lo spirito peggiore della città, ma anche quello più curioso e duttile. Avevo bisogno di un attore come Luís.

Nella sequenza in cui un bellissimo cabaret viene recitato sulle mura di Lisbona (“mura” intese scenograficamente N.d.R.), in un castello, il narratore-cabarettista dice che Lisbona è cambiata, è finita in rovina e non ci sono più uomini. Lisbona è cambiata molto nei corso dei secoli e continua ancora a cambiare. Una città multietnica ed estremamente ricca di tante culture. Volevo che il Santo rappresentasse, collocandolo alla fine del film, l’alone magico che si estende sempre sopra la città e sulla mia favola. Come se fosse il fantasma della città. Il film, essendo satirico, ha voluto mantenere l’ironia fino alla fine. Provate ad immaginare un Santo, così, come nel mio film, appeso sulla cima più alta del Campidoglio. Indubbiamente, chiunque si piazzi sul punto più alto ed imponente della città si sente in grado di comandarla. Rimane sempre l’ironia anche se le due cose, alla fine del film, si fondono.

Egli resta comunque uno dei più grandi attori con cui io abbia lavorato e adattissimo ad interpretare entrambi i ruoli.

MP: La violenza, o meglio, le sequenze in cui i travestiti vengono maltrattati dalla polizia, sono descritte attraverso il balletto. La violenza non è vera violenza, ma ballo. Forse per evidenziare maggiormente le brutalità degli estremisti?

PR: Volevo utilizzare un’immagine chiara, ma altrettanto lirica. La violenza, a volte, diventa così scontata, soprattutto nelle pellicole contemporanee, che non viene vista e notata per niente. E poi, in questo caso, non si tratta di violenza gratuita, ma l’odio che spinge la polizia a compiere quei gesti è un odio quasi “razziale” nei confronti dei travestiti. Fra gli altri, c’è anche un/a ragazzo/a di colore. Il razzismo è un problema che si fa sentire, anche a Lisbona. Per tante ragioni. Questo tipo di odio, che viene plasmato e reso più forte da un certo tipo di politica, genera dei veri e propri killer. Ho anche pensato che fosse più facile rappresentare la sequenza come se si trattasse di un balletto. Questo contrasto, all’inizio, rende la scena ancor più violenta, poi però lo spettatore si gode la scena come se fosse uno spettacolo messo in scena per loro. Prendo sempre Renoir come modello…

MP: Il film è stato, infatti, dedicato a Renoir, se non sbaglio…

PR: Infatti.

Inoltre, non sono di indole forte per dirigere un’autentica scena di violenza, anche se si opera nel modo della finzione. Bisogna essere ferrati in materia, un po’ come nelle sequenze erotiche. Girare simili scene richiede concentrazione e il regista deve prima sentire i sentimenti e poi rappresentarli. Potrei addirittura affermare che il periodo della propria vita deve essere quello adatto per poter concepire certe rappresentazioni, altrimenti diventano inutili.

La violenza viene spesso banalizzata, penso alla cultura cinematografica americana… come il sesso, d’altra parte. I sentimenti veri e genuini perdono la loro vera essenza… La vera violenza è qualcos’altro e quando è necessario rappresentarla, non va presa come una rappresentazione qualsiasi.

MP: Vi siete ispirati a qualche altro artista a parte Renoir? Mi viene in mente Fellini…

PR: Io amo molto Fellini, non tutti i suoi film, però. Credo che egli abbia liberato molto calore umano nei suoi film. Non ha rappresentato le cose della vita in maniera monotona e manierista, anche lui si è servito dell’immaginazione e della favola. Lui analizzava delle realtà, soprattutto romane, e le tratta come delle grande favole. Un’immaginazione incredibile. Fellini aveva molto talento e credo che molti suoi film siano talmente ben fatti e rappresentativi di un momento storico particolare, che sembrano essere più reali dei film del neorealismo. A volte la comicità e l’ironia riescono ad ottenere il risultato che certi film, come quelli di Rossellini, hanno sempre cercato. Li considero entrambi grandi maestri.

Dire così in due parole quelli che possono essere i miei modelli, non è facile. Certe sfaccettature oniriche derivano esclusivamente dalla mia immaginazione. Certe volte mi sveglio la notte e le immagini che ho sognato mi restano in testa… voilà.

MP: Quale sarà il vostro prossimo film?

PR: Per il momento cerco degli spunti nella mia città natale, Porto. Vorrei tornare ad analizzare le tematiche del mio film precedente, l’infanzia, di quando avevo cinque anni. Voglio però rendere il tutto più misterioso. Ho già in mente i luoghi, ma non ho ancora le idee chiare sui personaggi.

La redazione di Fucine Mute Webmagazine desidera ringraziare tutto lo staff di Alpe Adria Cinema, con particolare riferimento alla Sig.ra Marzia Milanesi, per la cortese disponibilità dimostrata lungo tutta la durata della manifestazione.

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