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Scrittura

Un borghese di provincia alla scoperta del mondo e del suo futuro. La storia di Jules Verne (II)

Due grandi creature di Verne: il capitano Grant e il capitano Nemo

Passiamo ora brevemente dai successi letterari ai fatti della vita privata. Nel 1866 la famiglia Verne abita a Auteuil, un bel sobborgo di Parigi confortevole e tranquillo, mentre il piccolo Michel cresce regolarmente. La casa ospita anche le due ragazze di Honorine, e il fatto è accettato di buon grado dal patrigno, molto affettuoso con loro. Jules ha lavorato molto negli ultimi tempi, e vuole concedersi una vacanza: il fratello Paul, ormai uomo di mare, sarà il suo compagno. Si imbarcano a Londra sul colossale “Great Eastern”, il mitico transatlantico che Jules aveva già visto in una gita precedente, e futuro soggetto di “Una città galleggiante”.

La permanenza a New York si limita a otto giorni, un semplice soggiorno turistico. Ma Verne annota ogni cosa accuratamente, con la sua solita precisione. Al ritorno lo attendono molte cose: intanto un’altra casa al mare, a Le Crotoy sulla foce della Somme, con vista sul suo prediletto Atlantico. Sono finiti i tempi difficili, e Hetzel, per di più aggiunge ancora dei miglioramenti al loro contratto, mentre le varie edizioni si susseguono, e il loro “Magasin” mensile riceve il riconoscimento dell’Académie Française.

L’Esposizione Mondiale del ’67 a Parigi desta l’ammirazione di Verne: uno dei realizzatori è l’ingegnere Gustave Eiffel, che venti anni dopo avrebbe creato con la sua Torre il simbolo perenne della Capitale.

Merita anche un cenno il lavoro lungo e minuzioso al quale Jules si sta dedicando col suo spirito di grande catalogatore, la “Geographie Illustrée” della Francia e delle sue Colonie. E non si può dimenticare il suo “Edgar Allan Poe”, uno studio che è una sincera testimonianza di affetto per uno dei suoi scrittori prediletti. Pubblicato a Parigi in quegli anni, “e uscito in Italia soltanto pochi anni fa, nel 1994. Parleremo ancora di questo legame ideologico fra Verne e Poe. Il grande americano era morto nel 1849, appena quarantenne.

Nel biennio 1868-69 Verne si dedica a due romanzi, due punti fermi nella sua produzione: “I figli del capitano Grant” e “Ventimila leghe sotto i mari”. Il primo, col suo abituale inizio di giorno, mese e anno d’un certo evento, ci colloca subito in piena avventura: viene trovato un classico messaggio in bottiglia che avvia la ricerca di un naufrago importante, appunto il capitano Grant. Se ne occupa Lord Glenarvan, gentiluomo scozzese, in crociera col suo yacht in compagnia della sua giovane moglie. Vengono intanto trovati in Inghilterra i figli del capitano scomparso, la giovanetta Mary col ragazzo Robert, e le ricerche hanno inizio. I personaggi diventano subito simpatici e ruotano attorno ad una di quelle figure tanto frequenti in Verne, il colto ma distrattissimo geografo francese Paganel, anche lui coinvolto nell’impresa per la sua esperienza, ma dotato d’una incredibile distrazione che genera continui equivoci. Navigando per tutti i mari, finiranno per trovare il capitano in un’isoletta dell’Oceania: una specie di Robinson ottimamente attrezzato, con due suoi marinai scampati al naufragio. Lo riporteranno in Europa dopo un vero giro del mondo, attraversando il Capo Horn e l’Atlantico: al rientro, commozioni e felicità, e persino l’ottimo Paganel si troverà una promessa sposa.

Segue subito il romanzo successivo, sempre di mare, ma “sotto” con le sue “ventimila leghe”. Qui la trama prende il via dalla presenza di un mostro sconosciuto che terrorizza i naviganti degli oceani. La marina americana organizza una spedizione diretta dal professar Arronax, alla quale si uniscono il fiociniere Ned Land e l’immancabile fedele domestico Conseil. C’è una collisione fra la nave americana e il “mostro”, che si rivela per un incredibile sottomarino, il “Nautilus”: i tre vengono sbalzati in mare e salvati dal misterioso comandante.

I tre naufraghi saranno ospiti per molto tempo dell’enigmatico capitano, che si chiama Nemo, cioè “Nessuno”. Non è molto cordiale, ma offre loro ogni comodità nel grande sottomarino lussuosamente attrezzato. C’è anche uno splendido salone con ricca biblioteca ed un pianoforte sul quale trascorre le ore suonando da ottimo musicista. Dà anche molte delucidazioni tecniche sull’energia, forse elettrica, che muove il natante, visto che il bravo domestico Conseil è anche un po’ competente. E c’è un equipaggio, naturalmente, che sembra invisibile, ma valido.

Col tempo vengono a sapere che Nemo è nato in India e che cerca vendetta sulle persecuzioni degli inglesi al suo popolo, dedicando a questa missione tutta la sua esistenza, e intervenendo ovunque in difesa degli oppressi con l’impiego di armi micidiali, e con soccorsi d’ogni genere per i perseguitati.

Verne amava moltissimo il mare, e questo suo romanzo è tutto dedicato a questa sua grande passione. Arronax e i suoi compagni, con scafandri perfezionati, lo esplorano e ne scoprono i meravigliosi segreti, in un avvicendarsi di sorprese inaspettate. Ma passa il tempo, e i tre pensano, logicamente, ad abbandonare l’ospitalità e i misteri del Nautilus per tornare alla loro vita di sempre. E ci riusciranno, rischiando la vita nei gorghi del Maelstrom, il terribile vortice marino sulle coste scandinave.

L’autore ha messo tante cose di sé nel suo fantasioso romanzo, e il pianoforte di Nemo ci rievoca, forse, quel piano usato che si era portato a casa ai suoi primi tempi di Parigi…

La guerra, il ritorno dalla luna, e il grande “Tour du Monde”

Il 1870 è un gran brutto anno per la Francia, quello della guerra contro la Prussia, con le truppe germaniche non tanto lontane da Parigi, la fuga di Napoleone Terzo all’estero, e la nazione in preda ai fermenti politici. Sembra quasi un’ironia il conferimento della Legion d’Onore a Jules Verne per i suoi successi letterari: per di più c’è anche una chiamata alle armi… Gli viene affidato un ruolo “di mare”, farà il guardacoste nella milizia territoriale a bordo del suo battello “Saint Michel” con sede a Le Crotoy, alla foce della Somme, dove ha una sua tanto desiderata residenza estiva. Ha quarantadue anni, non è un’età per eroismi bellici, ma svolgerà il suo compito con molto impegno, da bravo “Enfant de la Patrie”.

Proprio nello stesso anno completa il suo “Attorno alla Luna”, il romanzo tanto atteso che racconta la felice conclusione del fantastico viaggio di Ardan e soci sul nostro pianeta. E i lettori, entusiasti, dimenticano per un po’ i guai della guerra. Riesce anche a scrivere qualche altro romanzo l’anno seguente, fra cui quella “Città galleggiante” ispirata al grande transatlantico che l’aveva portato da turista in America qualche anno prima.

Terminata la guerra nazionale con i relativi guai politici interni, anche Hetzel potrà riprendere la sua attività di editore che aveva dovuto sospendere, pubblicando nel ’73 il romanzo appena finito del suo scrittore: “Il giro del mondo in ottanta giorni”.

Questo libro indimenticabile l’abbiamo letto un po’ tutti, senza dire del “Colossal” che il cinema, a suo tempo, ne tirerà fuori. Quel Phileas Fogg assolutamente inglese, esatto come un cronometro, con il suo devoto Passepartout, il più famoso dei tanti “fedeli servitori” di Verne, l’ansioso poliziotto Fix, e tutti gli altri personaggi… La trama è notissima, con Fogg impegnato e lanciato per il mondo su ogni possibile mezzo di trasporto pur di non perdere la storica scommessa, coinvolto in tutte le avventure possibili fra indiani giapponesi, maragià, belve, slitte a vela sui ghiacci, strade ferrate americane. Fino alla conclusione, con il ritorno al suo Reform Club di Londra e la frase inevitabile: “Eccomi, signori!” davanti ai soci increduli e alla dimostrazione che il suo presunto ritardo di ventiquattro ore è inesistente, grazie alla sua direzione verso Est, in omaggio ai fusi orari e alla deliziosa associazione di avventura, scienza e divertimento che erano il segreto del successo di Verne.

Gli anni successivi, dal 1874 all’80, sono fra i suoi più fecondi. Non è possibile elencare tutte le sue produzioni di quel periodo, ma alcune vanno necessariamente ricordate, e la prima in ordine di tempo è “L’isola misteriosa” che non pochi critici considerano la sua migliore.

L’inizio della vicenda non reca la solita data in apertura, ma un dialogo concitato fra alcuni occupanti della navicella d’un pallone travolto dalla bufera: “Rimontiamo? No! al contrario, scendiamo!”… I passeggeri in preda all’uragano sono cinque americani in fuga dai campi di battaglia dell’infausta guerra civile: Cirus Smith, un ingegnere, Gedeon Spilett, un giornalista, il fedele e consueto domestico (nero) di Smith, oltre a un marinaio nordista e un ragazzo quindicenne che lo accompagna. Il vento impetuoso li trascina sul Pacifico, e cadono in mare non lontano da un’isola sconosciuta che consentirà la loro sopravvivenza. Su quest’isola senza nome si realizza uno dei temi più cari a Verne, quello di uno spazio chiuso e ristretto, quel mito di Robinson che si crea un mondo reinventato e vi si chiude: il concetto e di Roland Barthes, acuto studioso anche del nostro scrittore.

I naufraghi rimangono sulla loro isola per tre anni, durante i quali la trasformano in un comodo paradiso. Hanno messo insieme anche un ingegnoso telegrafo, col quale captano un messaggio che li convoca in una caverna, dove finiscono per scoprire un sottomarino ormai immobile, quello del capitano Nemo, la cui fama è nota nel mondo, dopo la fuga dei suoi ospiti di alcuni anni prima. Il capitano è vecchio e quasi morente: racconta la sua storia di vendicatore degli oppressi, congeda i visitatori stupefatti e fa colare a picco il suo leggendario Nautilus, dopo aver chiesto loro un perdono da parte dell’umanità intera. I superstiti dell’isola verranno poi ricuperati da un figlio del capitano Grant e riportati finalmente in patria.

La vicenda dell'”Isola misteriosa” conclude e coinvolge tutto il trittico dei suoi romanzi esemplari, dai “Figli del capitano Grant” alle “Ventimila leghe”. Questo terzo romanzo è veramente indimenticabile, e non meriterebbe un così scarno riassunto.

Del 1876 è “Michele Strogoff”, il romanzo che più di altri deve confermare l’abilità di Verne non nel campo fantastico, ma in quello del grande racconto di avventure, insieme al “Mathias Sandorf” di nove anni dopo. Il titolo originale era, “Il corriere dello Zar”: durante una invasione dei Tartari (del tutto inventata) una guarnigione russa di confine è in grave pericolo. Lo Zar ne è stato informato per telegrafo, ma i mezzi per comunicare con quella lontana zona sono stati distrutti. Occorre inviare d’urgenza un messaggero che, novello corridore di Maratona, non segnali vittorie, ma pericoli seri. Ecco allora Strogoff, un coraggioso che parte da San Pietroburgo per affrontare tutti i rischi, compreso un tentativo di accecamento da parte dei ribelli. Malgrado tutto, e con l’aiuto di una Nadia giovane e impavida, l’impresa finisce bene.

Non manca a questo romanzo alcun elemento per farne un classico dell’avventura, compreso (finalmente!) l’amore, piuttosto raro nei grandi racconti precedenti, tra sottomarini fantasma e isole sconosciute assolutamente maschili. E ci sono anche sue immancabili figure “alla Verne”: due cronisti, uno francese e l’altro inglese, in gara a rubarsi le notizie per trasmetterle ai loro giornali.

Altri avvenimenti, altri romanzi

In questo periodo così attivo della sua carriera letteraria, Verne prende una decisione inaspettata, anche se in realtà maturata da tempo nel suo intimo, e si trasferisce ad Amiens, la città di sua moglie Honorine. Evidentemente la guerra, che aveva profondamente toccato anche la capitale, gliel’aveva resa diversa e meno ospitale, e forse sentiva il bisogno di un ambiente più tranquillo: una bella casa con una torretta-belvedere, un’aria un po’ provinciale ma serena, e tanto, tanto lavoro anche a Parigi, dove però si reca soltanto per seguire le numerose versioni teatrali dei suoi romanzi di successo, molto gradite da un pubblico che vuole distrarsi dopo la guerra, e che gli procurano lauti guadagni.

Ha raggiunto una buona tranquillità economica e puo’ soddisfare un suo grande desiderio. È già stato proprietario di due battelli, che si chiamano “Saint Michel I e II”, ma ora acquista un bello Yacht attrezzato e piuttosto lussuoso. Questo “S. Michel III” lo porterà a fare parecchi viaggi, dapprima sulle sue predilette coste francesi dell’Atlantico, e poi nel Mediterraneo: Spagna, Algeria, Malta, Napoli, Civitavecchia (e Roma). In queste sue crociere non perde tempo, perché ha preso l’abitudine di scrivere anche in navigazione: molti dei suoi romanzi nasceranno in una confortevole cabina.

Vale la pena di notare la frequente ricorrenza del nome Michel non solo nei suoi battelli, ma anche in diversi suoi personaggi. Era il nome del suo unico figlio.

Michel Verne diede sempre dei grossi problemi a suo padre: da ragazzo ribelle e capriccioso a giovane spendaccione senza regole, a marito incapace di gestire un’ordinata vita coniugale e nemmeno un lavoro stabile. Una spina nel cuore del genitore.

Intanto i romanzi si susseguono senza interruzioni, e il contratto con Hetzel funziona perfettamente. Sarà necessario ricordare qui almeno i più importanti ed originali, indicandone l’anno di pubblicazione. E, molto in breve, anche il soggetto.

1877: “Le Indie Nere”. Contrariamente al suo titolo, racconta di una miniera di carbone con questo soprannome, dove i minatori sono perseguitati da un vecchio folle che li crede usurpatori e che muore, lasciando sola una bella nipote. La ragazza ha sempre vissuto all’interno della miniera, e scoprirà all’improvviso il cielo, il sole e i campi fioriti. Per ultimo, anche l’amore.

1879: “I cinquecento milioni della Begum”. È la storia di una eredità favolosa che dev’essere divisa tra un francese “buono” e un tedesco “cattivo”. Il primo costruisce, in un deserto americano, una città modello, France-Ville, mentre il secondo costruisce a sua volta, poco lontano, “Stahl-Stadt”, la città dell’acciaio che produce armi malefiche destinate alla distruzione degli odiati vicini. È evidente il riferimento all’industriale tedesco Krupp che aveva armato i prussiani nel ’70. Il finale è non solo patriottico, ma anche ironico, perché la città cattiva esplode e si annienta, scomparendo.

1879: “Le tribolazioni d’un cinese in Cina”. Complicate peripezie d’un giovane cinese in patria, concluse infine con le nozze fra lui e una affascinante Lé-Ou, e la sconfitta dei malvagi: l’imperatore benedice.

1881: “La Jangada”. Ancora grandi avventure, ambientate in Sudamerica. Il titolo deriva dal nome di una particolare imbarcazione fluviale del Brasile. Un anziano piantatore viene riconosciuto da un testimone come responsabile d’un lontano omicidio, ma e salvato da un documento in codice che, facilmente decifrato, lo discolpa completamente. (Ancora una volta si palesa la passione di Verne per le crittografie). Splendida, in questo romanzo, la descrizione minuziosa dell’ambiente tropicale, che, al solito, Verne non aveva mai visto.

1882: “Il raggio verde” pubblicato a puntate su “Le Temps” e poi in volume, una storia dolce e delicata: piacerà, tanti anni dopo, al regista francese Eric Rohmer. Ma di cinema parleremo più avanti. Una giovane scozzese, Helena, promessa sposa a un pedante riccone, si innamora d’un giovane pittore, che la salverà da un grave rischio in mare. E con lui riuscirà a vedere il magico “raggio verde” che compare soltanto al tramonto del sole all’orizzonte, per un attimo, e che, se visto, realizza i desideri degli innamorati.

Mathias Sandorf il congiurato, con omaggio a Trieste

1885: un romanzo speciale. Un nobile ungherese sta preparando un complotto di patrioti per abbattere la dominazione austriaca, e hanno scelto come sede dei loro incontri clandestini la città di Trieste, il grande porto degli Asburgo sull’Adriatico. Un messaggio inviato col piccione viaggiatore viene consegnato alla polizia austriaca da alcuni traditori, e i patrioti sono arrestati e condannati a morte. Evadono dalle loro celle, ma solo il conte Mathias Sandorf riesce a non farsi riprendere dalle guardie. Dopo quindici anni lo ritroviamo nelle vesti del Dr. Anterkirrt, fra la Sicilia e l’Africa: si è rifatto un patrimonio e continua a cercare ovunque coloro che avevano tradito lui e i suoi sventurati compagni. Il romanzo si sviluppa su paesaggi d’ogni specie, colpi di scena, rovesci di fortuna, sorprese. Sandorf riesce anche a ritrovare la figlia Sava che credeva perduta e a vederla sposa felice col figlio orfano di uno dei suoi cospiratori di allora.

Il Mediterraneo è il campo d’azione del conte Sandorf alias Anterkirrt: possiede una sua piccola flotta privata e una piccola isola (quante isole in Verne!) dove ha creato un laboratorio di ricerche scientifiche e avveniristiche. I traditori di allora vengono infine travolti da un loro errore tecnico che provoca una micidiale esplosione, il Bene e l’innocenza trionfano, e Anterkirrt tornerà a chiamarsi per sempre Mathias Sandorf.

È palese l’ispirazione del romanzo dal “Conte di Montecristo” del suo grande amico Dumas, e Verne non ne aveva mai fatto mistero. Anche l’ambientazione tutta “mediterranea” aveva preso l’ispirazione da una lunga crociera fatta tempo prima sul suo “Saint Michel III”.

Perché l’abbiamo definito “romanzo speciale”? Per noi di Trieste, ha un interesse giustificato dal fatto che tutta la sua prima parte si svolge interamente nella nostra città, con un’estensione all’Istria e alla Dalmazia. Due noti e simpatici giornalisti locali, Lino Carpinteri e Mariano Faraguna, hanno ripubblicato nel 1970 questa grossa porzione del “Sandorf” in una nuova veste, intitolandola “La congiura di Trieste” e conservando le splendide illustrazioni dell’incisore Leo Benett.

I due autori sottolineano la precisione di dettagli che Verne aveva usato nel descrivere questa città “ottocentesca e cosmopolita” dove Sandorf e i suoi amici si incontrano per definire le basi pratiche della loro ribellione: per l’esattezza, Verne non si era mai spinto oltre Venezia, dov’era stato una sola volta, e non per mare. La ricchezza di particolari gli veniva da un’eccellente guida turistica e dall’uso accurato che aveva saputo farne. Lo stesso va detto per l’Istria, dove Sandorf è portato dalle guardie austriache fino alla fortezza di Pisino, dalla quale fugge “alla Montecristo” gettandosi nelle acque della Foiba, una paurosa voragine che gli apre la via al mare e alla salvezza, verso il suo incredibile futuro.

Le peripezie di Mathias Sandorf ottengono un grande successo editoriale, ma questo 1886 è anche un anno molto triste nella vita del loro autore. Una sera di marzo, un giovane mai identificato (si era parlato del figlio del fratello di Verne, un soggetto psicolabile) lo attende al suo rientro a casa e gli spara due colpi di pistola, fuggendo. Fortuna vuole che sia colpito solo un piede, ma Jules resterà zoppicante per il resto della sua vita. Ma non basta: proprio in quei giorni, mentre il loro libro “mediterraneo” va a ruba, muore il suo editore, che da qualche tempo si era trasferito a Montecarlo per motivi di salute: aveva quattordici anni più di Verne, e il loro sodalizio sarebbe rimasto un raro esempio di fedeltà professionale e di grande amicizia. E ancora: muore ottantaquattrenne mamma Verne: il padre era già scomparso alcuni anni prima.

È chiaro che le condizioni fisiche e morali dello scrittore non saranno al meglio per parecchio tempo: non può più camminare a bordo del suo battello, si sente malsicuro. Con una delle sue improvvise decisioni vende il “S. Michel.III” a un principe del Montenegro conosciuto a Parigi che glielo chiedeva da molti mesi: e decide inoltre di rinunciare alle sue attività nella capitale. Nemo, il vagabondo dei mari, ha gettato per sempre gli ormeggi.

Ancora al lavoro, malgrado tutto

Verne ha dovuto restringere il suo campo d’azione: niente navigli, niente viaggi, ma soltanto il lavoro. Viene eletto consigliere comunale ad Amiens, un’occupazione che lo interessa e distrae, magari pensando a innovazioni edilizie, come quelle della sua fantasiosa France-Ville nella “Begum”. Ma sono progetti e basta. La realtà si chiama Hetzel, la sua casa editrice di sempre, che ora è in mano al figlio del defunto: si chiama anche lui Jules e intende continuare con il loro scrittore il massimo della collaborazione. Possiamo quindi riprendere a citare qualcuna delle opere successive, in forma estremamente sintetica:

1886: “Robur il conquistatore”. Il protagonista ha ideato una macchina volante che dovrebbe realizzare il sogno del “più pesante dell’aria” e il tramonto dei palloni, come auspicava Nadar, il grande amico di Verne. Ma questo Robur crea un’aeronave complessa e mostruosa con la quale intende aggredire e distruggere ogni altro mezzo aereo, e finirà per soccombere al suo folle proposito.

1887: “Nord contro Sud”. Una saga sulla guerra civile americana: un ricco proprietario di schiavi decide di dedicarsi completamente alla causa abolizionista, e vi riuscirà tra rischi e sacrifici. Qui Verne esprime la sua profonda repulsione per lo schiavismo e la violazione dei diritti umani. Naturalmente, nessun spunto avveniristico.

1892: “Il castello dei Carpazi”. Premette l’autore: “Questa storia è semplicemente romantica, non è assolutamente fantastica”, e questa avvertenza è piuttosto insolita per il maestro delle invenzioni e delle grandi avventure. È la narrazione d’una passione infelice, dove il protagonista vive soltanto di illusioni. La sua amata, una cantante italiana, è morta improvvisamente, nel pieno della sua bellezza, e il poveretto crede di avere in mano dei miracolosi strumenti che, nel suo isolato castello, gli permettono di vedere e sentire la donna che non c’è più. Si tratterebbe in realtà di trucchi complessi d’un ambiguo pseudo-scienziato, e lui ne impazzisce.

1897: “La sfinge dei ghiacci”. Ricorda alla lontana le vicende del capitano Hatteras di tanti anni prima, di ambiente artico. Ma in realtà siamo di fronte a ben altro: Verne era stato affascinato dal “Gordon Pym” di Edgar Allan Poe, storia d’un naufragio e della drammatica sopravvivenza d’uno dei pochi superstiti. Questa sua “Sfinge” è in realtà una specie di riscrittura del romanzo di Poe, con l’aggiunta di un finale che lo scrittore americano aveva taciuto. In sostanza un devoto omaggio all’autore che Verne considerava un grande maestro.

L’elenco dei romanzi potrebbe continuare ancora con altri titoli, anche se in realtà da alcuni di questi comincia ad apparire una certa stanchezza d’inventiva. Ma Verne avrebbe scritto ancora, senza soste, fino alla fine.

Un dato importante: Jules Hetzel, figlio del grande editore scomparso, manifestò sempre con Verne un grande spirito di collaborazione, e non soltanto nell’intento di mantenere il successo: era affetto vero. Intanto giungevano allo scrittore lettere da tutto il mondo. È interessante per noi italiani la corrispondenza con uno studente di Napoli, Mario Turiello, che gli esponeva osservazioni molto precise sulle sue opere, e che si prolungò con reciproca simpatia fino agli ultimi anni: intanto lo studente era diventato un docente di letteratura francese, molto stimato.

Qualche notizia sulla salute e sulla famiglia, a questo punto. Oltre alla difficoltà a camminare, Verne soffriva di cataratta bilaterale, e la sua vista si andava offuscando. Era anche diabetico, e quindi un trattamento di chirurgia oculare non era possibile, a quei tempi. Ad aggravare il suo morale era poi sopraggiunta la morte di suo fratello Paul al quale era molto attaccato, anche se i due Verne avevano intrapreso carriere del tutto differenti. E non possiamo ignorare le peripezie del figlio Michel, la pecora nera della famiglia. Al suo secondo matrimonio sembrava avere un po’ organizzato la sua vita, ma non aveva ancora trovato un lavoro compatibile col suo carattere di zingaro, regalando nel frattempo tre nipoti a nonno Jules.

Non si era più allontanato da Amiens, ma riceveva spesso delle visite, anche se la devota ed efficiente Honorine cercava di limitare gli accessi di estranei a suo marito. Una visita molto gradita fu quella di Edmondo De Amicis che, al corrente delle condizioni di salute del collega francese, voleva conoscerlo di persona. Verne lo accolse fraternamente, passarono insieme una bella giornata (c’era anche Honorine), e qualche tempo dopo De Amicis scrisse di questo incontro nelle sue “Memorie” con la più affettuosa simpatia, a dispetto di chi reputava Verne un vecchio orso.

La tranquilla Amiens voleva molto bene al suo cittadino adottivo, e il sentimento era ricambiato. Quel signore anziano, piuttosto corpulento, bianco di barba e capelli, usciva ogni tanto di casa appoggiato al suo bastone, e tutti lo salutavano cordialmente. Un noto caricaturista della città lo volle ritrarre, e quella immagine di Verne divenne famosa: figura in quasi tutte le biografie dello scrittore. Venne purtroppo il giorno in cui non lo videro più uscire, e anche il consiglio comunale ebbe una poltrona vuota: Monsieur Verne stava male.

Morì il 24 marzo del 1905: aveva compiuto settantasette anni un mese prima. Al suo capezzale c’erano Honorine, il figlio Michel, le tre sorelle anziane, e una quantità di nipoti. Per la Francia fu un grande lutto.

Il cimitero di Amiens, la Madeleine è piuttosto distante dall’abitato, nel verde della campagna. La tomba di Verne non può sfuggire al visitatore, col suo gusto enfatico dei sepolcri di quel tempo: un uomo robusto, barba e capelli al vento, getta il sudario da parte e rovescia con un getto selvaggio la pietra tombale. Con un braccio levato al cielo sembra sfidare una tempesta, e l’epigrafe dice: “Vers l’immortalité et l’eternelle jeunesse”…

Un altro scrittore italiano (particolarmente caro a chi vi scrive) e cioè Guido Gozzano, inserì, tra le poesie della sua “Via del Rifugio” un sonetto, “In morte di Giulio Verne”:

…Maestro, quanti sogni avventurosi sognammo sulle trame dei tuoi libri!…

Romanzi postumi e altre cose

Tra l’anno della scomparsa di Verne (1905) e il 1919 escono nove romanzi postumi. Li aveva già ultimati tutti, ma la pubblicazione doveva seguire i tempi previsti dall’editore Hetzel figlio. Ad alcuni Hetzel apportò anche delle modifiche personali nello spirito dell’autore e senza alterarne il contenuto. Ecco alcuni titoli:

1905: “Il faro in capo al mondo”. Non è altro che la stesura definitiva d’un romanzo già compilato fin dal 1901.

1907: “L’agenzia Thompson”: storia d’amore tra un francese e una ricca ereditiera americana. Negli ultimi anni si affacciano, con una discreta frequenza negli scritti di Verne degli spunti amorosi: era stata invece una cosa rara nei suoi primi grandi romanzi. Un primo segnale l’aveva dato “Il castello dei Carpazi” del 1892, che aveva per protagonista un conte innamorato, d’un “Amour fou” decisamente tragico.

1908: “Caccia alla meteora” e ” Il pilota del Danubio”, due romanzi di genere avventuroso ma con infiltrazioni di fantasia.

1909: “I naufraghi del Jonathan”, storia d’un naufragio nella Terra del Fuoco con implicazioni alla Robinson.

1919: “La straordinaria avventura della missione Barsac”, ancora grandi peripezie avventurose. A quanto pare questo romanzo, iniziato da Verne era poi stato completato dal figlio Michel. E non sarebbe stato un caso unico: va detto comunque che questo Verne junior, dopo aver messo giudizio e famiglia, era diventato un geloso conservatore di scritti e memorie del padre, non senza un movente di sicura origine finanziaria.

Infine, una storia tutta speciale che merita segnalare, un romanzo che risale al 1879, quindi con Verne ancora in piena attività, dal titolo “I ribelli del Bounty”: e subito vengono in mente due film famosi che ne sarebbero derivati molti anni dopo, il primo nel 1935 e l’altro nel 1962. Oggi è stato messo in chiaro il motivo della falsa attribuzione a Verne di questa storia di ribellioni, tropici e processi: il racconto era uscito in un volume che conteneva anche il famoso “I cinquecento milioni della Begum”, allo scopo di ottenere un libro con molte pagine in più. Il vero autore era André Laurie, scrittore e medico francese, esule politico in Inghilterra e talvolta collaboratore dell’editore Hetzel. Il nome di Laurie, in questo volume, era stato taciuto per motivi di cassetta, e il lettore pensava ovviamente a due prodotti di Verne sotto la medesima copertina. Ancora oggi, in qualche catalogo bibliografico, questo Bounty è attribuito a Verne. Non fu mai spiegato il silenzio di Michel sulla questione.

Assolutamente autentica è invece l’opera di alcuni grandi disegnatori ai quali si devono le illustrazioni di tutti i romanzi di Verne. Non sarebbe possibile sfogliare un suo volume senza trovare all’interno il frutto del loro diligente lavoro. E queste immagini erano sempre una parte essenziale del romanzo: persino nelle successive edizioni tascabili l’editore impiegava la massima attenzione nel riprodurle. Tutte le incisioni sono firmate dal loro autore, di solito con la sola iniziale del nome, e col cognome per intero. Una delle firme più prestigiose era quella di Edouard Riou: un’immagine del professor Aronnax, coraggioso eroe di “Ventimila leghe sotto i mari”, è un ritratto giovanile dello stesso Verne, dal fiero aspetto e senza peli sul viso… Ma il disegnatore più prolifico era il bravo Léon Benett, le cui accurate illustrazioni animano moltissimi romanzi, fra cui il noto Mathias Sandorf “triestino” del 1885. Qualche altro nome da ricordare: Férat, Roux, De Montant, ma sarebbe doveroso menzionarli tutti.

Le illustrazioni, dunque. Ma che dire delle altrettanto splendide rilegature? Un autentico colpo di genio del vecchio Hetzel era stato l’introduzione di copertine quasi di lusso, con quel “cartonnage” rosso-oro nello stile delle vere rilegature in cuoio. I suoi libri ebbero sempre una veste omogenea, con una scritta ben chiara sul frontespizio: “Les Voyages Extraordinaires”.

Il cinema: Verne e dopo Verne

Il 28 dicembre 1895 i Lumière proiettano il loro treno agli spettatori stupefatti e spaventati, nel famoso “Grand Café” di Parigi. E il cinema inizia il suo cammino inarrestabile attraverso il mondo.

Verne ha compiuto sessantasette anni e l’avvenimento lo trova ancora, malgrado l’età, immerso nel suo lavoro: proprio in quel ’95 ha pubblicato “Isola a elica”, uno strano romanzo con al centro una città insulare che si sposta per gli oceani a seconda del clima e delle stagioni, abitata da milionari che vogliono sfruttare tutte le comodità del progresso. In questa surreale “Milliard City” gli abitanti dispongono di telefono, di télautographe (qualcosa come un fax), e anche di “Kinétographe”: è il cinema? Un indiretto omaggio ai due Lumière? Non lo sappiamo.

Il cinema che si è appena rivelato, è francese, e la città della storica “premiere” è Parigi, dove Verne ha trascorso i suoi anni migliori, dove ha rappresentato le sue commedie giovanili, dove c’è tuttora il suo editore-padrone. Ma non sembra che l’evento lo abbia molto interessato, e durante gli altri dieci anni di vita che lo attendono prosegue nelle sue occupazioni, si dedica alla sua Amiens e ai suoi romanzi. E non sembra pensare troppo alle strade che alla sua enorme fantasia potevano aprirsi con il cinema. Nel 1902 un vulcanico e geniale quarantenne, George Méliès, prendendo sicuramente lo spunto da Verne, fa proiettare il suo bizzarro “Voyage dans la Lune”, pieno di fantasie inverosimili e anche divertenti. Non ci risulta che vi fosse stato qualche contatto tra Verne lo scrittore e Méliès il regista funambolo: appartenevano a due mondi diversi.

Dunque Verne non amava il cinema? La possibilità che Phileas Fogg e il capitano Nemo apparissero come creature vive, uscendo fuori come per un miracolo dalla rigidità in cui li bloccavano le incisioni dei romanzi non lo seduceva abbastanza? Scrive giustamente Stefano Spagnoli, nella prefazione al catalogo della recente mostra di Parma: “Non vi è opera verniana che non alluda indirettamente al cinema…”. Forse non gli era bastato il tempo, forse voleva che il suo mondo e le sue intuizioni fossero legate solo alla pagina, senza diventare preda di quel temibile “nastro fotogrammatico” che, secondo Guido Gozzano, stava avvolgendo nelle sue spire di celluloide l’umanità, come le serpi del povero Laocoonte…

Quindi Verne non si occupò molto del cinema, ma fu il cinema ad attingere a piene mani alle opere di Verne. Che ne derivassero poi sempre dei capolavori, è un altro discorso: ebbero in genere la netta prevalenza gli scopi commerciali, con lo sfruttamento di un grande nome e di tanti conosciutissimi titoli.

Ci limiteremo a commentare brevemente i film più noti desunti dai romanzi di Verne, seguendo la cronologia di pubblicazione dei romanzi stessi (e non quella di uscita in pubblico delle pellicole).

Il primo, “Cinque settimane in pallone” ha una versione americana del 1962, diretta da Irvin Allen con discreto mestiere: interessante il ruolo di alcune vecchie glorie di Hollywood in apparizioni secondarie come Peter Lorre, Herbert Marshall, Reginald Owen. C’e’ anche una versione cecoslovacca di Karol Zeman del 1967, e una spagnola (Cinco semanas en globo) di R. Cardona, del 1975.

“Viaggio al centro della Tierra” e’ diretto nel 1959 da Henry Levin. Gli interpreti, guidati da un James Mason di routine, esplorano il mitico mondo sotterraneo con buona volontà, fra mostri e crateri di vulcano. Poco tollerabile Pat Boone, divo della canzone di quegli anni, che intona di sorpresa, negli abissi, un vecchio canto scozzese…Nel 1978 vi fu un “remake” spagnolo-americano dal titolo “Where Time began”, un’autentica parata di dinosauri e di serpenti di mare.

“Dalla Terra alla Luna” è ancora un film americano, di Byron Haskin, del 1958. Il grande romanzo di Verne diventa un qualsiasi “Science Fiction” con una trama inconsistente e alcuni attori (Joseph Cotten, George Sanders) di puro mestiere. Si rimpiangono le ingenue e gloriose trovate di Méliès.

“Ventimila leghe sotto i mari” del 1954 è un “colossal” della Walt Disney, diretto da Richard Fleischer. C’e’ anche qui James Mason come ottimo Capitano Nemo, questa volta con Kirk Douglas come fiociniere Ned Land, in una spettacolare messa in scena terrestre, navale, e soprattutto sottomarina. Il regista, abile tuttofare, riesce a dare dei risultati soddisfacenti, il film è grandioso e movimentato, e questo “Nautilus” ottiene anche degli Oscar. Ma Verne vigila dietro un angolo: il suo immenso romanzo è un’altra cosa. Una versione “muta” del 1916 sarebbe molto gradita ai cinefili, ma non ne sappiamo molto.

“Il giro del mondo in ottanta giorni” ha una sua famosa versione nel 1957, sotto la direzione dell’inglese Michael Anderson e la produzione di un altro Michael di cognome Todd, e americano. Il romanzo più spettacolare di Verne diventa un film di quasi tre ore, girato con un procedimento ottico dello stesso Todd a schermo dilatato, e con un cast d’una cinquantina di attori, in buona parte notissimi. Ci sono gli estremi per un grande successo di pubblico, ma anche di critica, confermato da cinque premi Oscar. Avventure, “entertainment”, umorismo anglo-americano. Impossibile citare la folla degli attori: ricordiamo almeno un perfetto David Niven come Phileas Fogg, con il vivace Passepartout del comico messicano Cantinflas e la principessa indiana di Shirley MacLaine. E mentre il film scorre, si fa a gara nell’individuare i nomi di questa moltitudine di facce note, camuffate in tutti i ruoli possibili. Verne aveva un acuto senso del grottesco, e probabilmente questa versione del suo “Tour du Monde” gli sarebbe piaciuta molto, sottolineata dalle musiche appropriate di Victor Young. Ma non era certo il suo romanzo.

“L’isola misteriosa” è un film del 1929, del regista francese Maurice Tourneur, attivo in patria e in America. Fu girato ancora come “muto”, ma ebbe poi l’aggiunta di alcune sequenze sonore. Efficace l’interpretazione di Lionel Barrymore in una produzione con un notevole impiego di mezzi tecnici.

Di “Michele Strogoff” si ebbero molte versioni per il cinema, trattandosi d’un romanzo di affascinanti avventure. Ne ricordiamo tre: la prima è un “muto” del 1926 del regista russo Victor Tourjansky, esule in Francia. La parte dell’eroico messaggero è affidata a un attore famoso, anch’egli russo-francese, Ivan Mosjoukine, che solo l’anno prima aveva interpretato “Il fu Mattia Pascal”, versione da Pirandello di Marcel l’Herbier. E nel 1936 è il turno dello Strogoff sonoro del regista tedesco Richard Eichberg, protagonista Anton Walbrook, attore austriaco diventato poi inglese, con una lunga carriera successiva. Una terza versione è del l957, diretta e prodotta da Carmine Gallone: è un film commerciale senza particolari meriti. Il protagonista è l’attore tedesco Curd Jurgens, spesso impegnato in ruoli inquieti o eroici.

“Il raggio verde”, di Eric Rohmer regista francese, è del 1986. Il romanzo di Verne, del 1882, è uno dei pocni con un personaggio femminile come assoluto protagonista: una bella diciottenne scozzese, renitente al matrimonio che le vogliono imporre, che attraversa varie vicende fino a un lieto fine. Rohmer, delicato regista che ci e molto caro, non potrebbe essere più lontano dai mondo di Verne: e infatti tutta la questione del magico raggio che può far felici gli innamorati e contenuta in una conversazione fra alcune signore d’oggi sulla spiaggia di Deauville, peraltro molto precisa: non altro. La protagonista è qui un’impiegatina di Parigi, scontenta di sé e della sua esistenza vuota, che troverà l’amore proprio sulla spiaggia di cui sopra. E i due giovani vedranno, questo sì in accordo con Verne, il raggio famoso. Che dire di questo “impossibile” accostamento Verne-Rohmer? Che ci sono piaciuti sia questo romanzo insolito, sia il film, tutto nello stile di Rohmer, con la sua attrice-feticcio Marie Rivière che ci presenta una ragazza dei nostri giorni tenera e un po’ malinconica. Un piacevole caso unico.

Per ultimo, un romanzo e il relativo film, meritevoli di una segnalazione a parte. Nel 1896, subito dopo la sua surreale “Isola a elica”, Verne scriveva “Face au drapeau”, di fronte alla bandiera: la storia movimentata di un certo prof. Roch, scienziato francese che ha inventato un tremendo esplosivo e che viene sequestrato da un gruppo di malviventi in una specie di suo rifugio marino dove dovrà continuare le sue esperienze. Pur con la mente che sta cedendo alla pazzia, si sacrificherà per salvare gli audaci che, con grande rischio, erano venuti a cercarlo: ed ecco allora una di quelle favolose esplosioni finali non rare nei romanzi di Verne Nel 1957 questo soggetto interessa Karel Zeman, il famoso creatore, con il suo collega Trnka, della scuola di cinema d’animazione di Praga. E ne consegue un film di grande suggestione, nel quale attori, pupazzi, fondali dipinti e altre trovate che sembrano rievocare Méliès danno vita ad una vicenda fantastico-patriottica, pur senza venir meno allo spirito innovativo di Verne in questo suo romanzo “esplosivo” (che a suo tempo gli aveva anche procurato una vertenza legale con un autentico fabbricante di dinamite e cose simili). Non per nulla il film di Zeman è intitolato “La diabolica invenzione”.

Per concludere, un’osservazione sul rapporto fra Verne e il cinema. Non è difficile constatare che una buona parte dei film derivati dai suoi romanzi è stata prodotta, con alcune eccezioni, negli anni compresi fra il 1950 e il 1960. Era un periodo in cui il cinema faceva sempre più uso di mezzi tecnici, producendo pellicole destinate ad un vasto consumo, non raramente superficiali e mediocri dal punto di vista artistico. Due sicure eccezioni: il grandioso “Giro del mondo in 80 giorni” di Anderson e l’affascinante “Diabolica invenzione” del cecoslovacco Zeman. Ma sono pur sempre eccezioni.

L’omaggio di Parma, per non dimenticare

In Strada della Repubblica, nel centro di Parma, c’è Palazzo Pigorini, un bell’edificio d’epoca che non raramente è sede di esposizioni. Alcuni mesi la, marzo-maggio 2000, i passanti non vi trovavano l’insegna d’una possibile mostra dedicata alla mitica Granduchessa o al venerato Maestro di Busseto. Si trattava d’un signore francese che in qualche modo gli rassomigliava (bella barba, bella chioma fluente), e per di più suo quasi coetaneo. Pero, niente musica. Solo fantasie, viaggi, emozioni. E l’insegna toglieva ogni dubbio: “Spedizione Jules Verne, un viaggio straordinario”.

A Verne sono state dedicate molte esposizioni. Va ricordata, fra tutte, quella di trent’anni fa, “Verne hier et domain” in Avenue des Champs-Elysées a Parigi, il cui catalogo, volutamente ristretto nello stesso formato dei tradizionali “Livres de poche” dell’editore Hachette, ci fa rimpiangere di non averla visitata.

Ma d’ora in poi, niente più rimpianti: questa mostra di Parma è stata un evento, ma anche un omaggio affettuoso, tanto più toccante perché proveniente da una sede che non riguarda Verne direttamente, segno indiscutibile che è ancora amato dappertutto. E c’e’ anche uno splendido catalogo.

Il curatore della mostra, conte Piero Gondolo della Riva, è uno dei maggiori esperti di Verne. Ha dedicato, fra l’altro, un capitolo a “Fortuna e sfortuna di Verne in Italia” , un altro a “Il futuro secondo Verne”, poi ancora un’ottima “Antologia critica” e molte altre cose interessanti. Ma la massima attenzione è per i tanti materiali esposti: manifesti teatrali e cinematografici, volumi, fotografie, caricature, documenti d’epoca, autografi, e via ammirando.

Un grande lavoro per un ricordo senza fine. Grazie, Parma.

Congedo

Molte biografie di Verne riportano una sua frase celebre: “Tutto quello che è possibile, si farà…”.

Non è l’enunciazione di un programma né una qualsiasi profezia avveniristica. È più semplicemente un atto di fiducia nell’umanità, nel cui futuro Verne aveva sempre creduto. E questa fiducia non riguardava solo le meraviglie del Nautilus o del proiettile lunare: era invece rivolta all’incrollabile e ostinata integrità dei suoi personaggi, da Phileas Fogg a Mathias Sandorf, da Nadar a Cyrus Smith.

Non ci congediamo da un grande scrittore, ma da un universo.

Immagine articolo Fucine Mute

Una volta era frequente, con i più giovani, una vivace discussione sulla superiorità fra due scrittori, Giulio Verne ed Emilio Salgari.
Per un po’ li avevamo creduti entrambi italiani, data la povertà di dati biografici sugli autori dei nostri libri. 
Non c’erano dubbi su Emilio, ma anche quel “Giulio” con il cognome in “e” pronunciato senza la finale muta, perciò senza richiami francesi, ci poteva sembrare uno scrittore cisalpino qualsiasi.
Inoltre, per il bravo papà di Sandokan e del Corsaro Nero si vuole oggi (e pare definitivamente) che l’accento appartenga alla prima vocale del cognome, evitando quel “Salgári” che proprio non ci piaceva.
Per cui: Emilio Sálgari e Jules Verne. E con ciò, sia pace alla loro beneamata fonetica.
Nomi a parte, la loro alternativa letteraria, ma anche quella storica, hanno perso molto del loro significato, e va comunque considerato il solo genere avventuroso, poiché Salgari si occupò ben poco di anticipazione fantastico-scientifica. Con l’eccezione, però, di un suo romanzo del 1907, “Le meraviglie del Duemila”, di impronta, fra l’altro, piuttosto pessimista.
Fatta questa premessa, rivolgeremo la nostra attenzione al grande autore francese e alla sua enorme produzione. Al caro e infelice scrittore italiano potremo magari dedicarci un’altra volta, e lo meriterebbe davvero.

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