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Cinema

Mircea Saucan

La terra, il cielo, il grande deserto

Martina Palaskov (MP): Cos’è per lei il cinema?

Mircea Saucan (MS): Per me il cinema è il piacere più grande del mondo, ma anche la più grande delle sofferenze. Sono felicissimo di trovarmi qui, alla fine della mia vita, con tutte le mie opere a Trieste. Tutti possono finalmente vedere tutti i miei film, e io stesso li riguardo, li paragono, li analizzo. Si tratta di un gran lavoro per me. Un lavoro intimo e personale che faccio su me stesso. Mi trovo inoltre a Trieste, una bellissima città dell’ex impero austroungarico. Qui, mi sembra di capire, tutto… è meraviglioso, è meraviglioso. Sono veramente felice di ritrovare tutta la mia vita raccolta in questa settimana, qui a Trieste.

MP: La Romania e l’arte rumena sono state duramente colpite dal regime. Come ha vissuto questo tipo di proibizionismo lavorando nel suo paese?

MS: Mi sono sentito molto male. Devo però aggiungere che non si trattava di un regime dittatoriale… ma di un regime liberale (ride, N.d.R.). Il regime di Caucescu ha impedito la realizzazione di molti più film, rispetto al regime comunista. Un paradosso incredibile. Sono stato vittima di queste vicende, però quest’esperienza mi ha anche permesso di diventare una persona felice. Sembra una situazione surreale la mia. Non considero nulla come tragico, piuttosto come tragicomico. Non ho taciuto, però. Ho scritto dei libri che ho mandato in Francia, in Israele; libri scritti in francese, in ebraico, in rumeno. Ho anche scritto dei libri clandestini che ho poi mandato in tutto il mondo. Ho passato parecchio tempo senza lavoro. è stata dura… vivere era molto difficile. è stata dura vivere da scioperante in un paese dove non esisteva lo sciopero… surreale, non crede?

I miei film non hanno etichetta, giro quello che mi salta in mente senza pensare troppo al ‘modo’ di fare cinema. Ho una gran voglia di vivere, di capire, di essere.

MP: Come lavora quando gira un film?

MS: Come lavoro?

MP: Dà delle indicazioni precise ai suoi attori, segue diligentemente la sceneggiatura?

MS: Lavoro a modo mio (ride)… sapete cosa intendo… (ride ancora)

Parlando seriamente, dipende dagli attori. Dipende dall’attore, dal carattere dell’attore, dalla situazione. Dipende da cosa mi aspetto dall’interprete e da cosa egli ha intenzione di darmi. I fattori sono tanti e le difficoltà anche. Dipende poi dal personaggio, se si tratta di un personaggio caratterialmente complicato o meno… Guardo spesso alle necessità del film, non soltanto a quelle degli interpreti. Devo analizzare un po’ tutto. Io vivo un film con gran leggerezza, lasciandomi trasportare dagli eventi. Giro un film come se si trattasse di una persona che ha bisogno di tante parole. Vivo il film come fosse un grande deserto, cercando di rispettare tutte le peculiarità di quella natura.

MP: I suoi film, infatti, sono spesso molto enigmatici. Come fa a farsi capire dagli attori, come fa a spiegare esattamente all’interprete quello che ha in mente di girare? Credo sia un po’ difficile..

MS: Niente affatto. Ho in mente un dettaglio e poi lo sviluppo. Una sequenza del cielo o una del vento, così, astratta… bisogna avere delle idee concrete sul da farsi prima di girare. Credo che per girare delle scene così si debba essere ben legati e attaccati alla terra. Io lavoro sempre con la terra quando giro. Quando invece incomincio il montaggio, allora lavoro con il cielo. Capite quello che voglio dire?

MP: Credo di sì.
Adesso lei vive in Israele, a Nazareth. Com’è stato per lei vivere i cambiamenti del suo paese da lontano?

MS: Se devo essere sincero non ho fatto molta attenzione a quello che è successo nel mio paese. Che posso dirvi… c’è una poesia ebrea che dice “il ponte è uno solo è bisogna attraversarlo insieme, che tu sia israeliano o palestinese”. Crede che sia soddisfacente come risposta?

MP: Sicuramente sì.
Ho notato che nei suoi film, in particolare nel film 100 Lei, utilizza il suono e anche la musica in modo originale. Qual è il motivo, se c’è, di un uso così bizzarro del suono?

MS: Cosa pensa ci sia di particolare nel suono?

MP: Ho notato una musica particolarissima, la voce dei personaggi come catturata in uno spazio senza aria, i rumori sono a volte molto evidenziati e in altre occasioni non sono neppure messi come suono di sottofondo…

MS: è difficile da spiegare. Vede, se ci si butta da un’altezza esagerata o se si grida a squarcia gola dalla finestra di un appartamento al sesto piano, si viene rinchiusi in un ospedale psichiatrico. Quando si entra in un ospedale psichiatrico e si è obbligati a ingerire dei farmaci, be’, inevitabilmente il suono e il rumore della vita cambiano. La sensazione e quella di un mondo rotto.

MP: Rivedendo i suoi film a Trieste, ha l’impressione di rivivere delle sensazioni particolari? E, inoltre, che sensazioni prova nel rivederli qui, in Italia?

MS: Una sensazione bellissima. Il mio lavoro è un lavoro intimo. Osservo molto le persone che guardano i miei film, cerco di capire cosa dicono del film. Allo stesso tempo faccio un’autoanalisi su me stesso. Cerco di capire cosa amo e cosa non amo. Si tratta di un lavoro molto difficile per me, difficile e stancante. Sono però molto contento di essere stato invitato al Festival. Credo che i responsabili della retrospettiva siano stati bravissimi nell’organizzare la rassegna. Un’ottima indagine culturale che aiuta la gente a capire tanto. Si tratta di un piccolo museo sul cinema rumeno, un microcosmo dove si riconoscono diverse tipologie culturali.

Gliela faccio io adesso, una domanda. Fra i miei film, qual è stato quello che l’ha colpita di più?

MP: Ciò che mi è piaciuto di più, è stato vedere la proiezione della vostra esperienza nei film. Film che parlano di realtà diverse dalle mie, culturalmente e nazionalmente, ma che allo stesso tempo possono avere delle affinità con tante altre realtà. Mi riferisco a film come, Le Retour, l’ultimo film che ha girato. Guardando quel film ho assaporato la sensazione del “ritorno”. Guardo le immagini e provo a capire le sensazioni. Non mi sono interrogata sul significato delle immagini, ma sulle atmosfere e sulle suggestioni del film. Credo sia questa l’essenza del cinema, di sentire e non di capire.

MS: Credo di essere intuitivo, e di girare utilizzando l’intuito. Meandre è sicuramenteil film più difficile da capire.

MP: Credo che ognuno possa dare la propia interpretazione del film. Si tratta di un film d’amore, un triangolo…

MS: Si tratta dell’apparenza. Avevo intenzione di descrivere a tappe l’essenza della società rumena. Ho voluto descrivere la società come un’esplosione brusca e improvvisa. Una descrizione fatta di sensazioni e d’atmosfere. Quando uno dei protagonisti dirige, mimando, un’aria di Mozart, allora comincia la rivoluzione… che ne pensa?

MP: Probabilmente un rumeno avrebbe avuto la sensazione di trovarsi davanti ad un film che metaforizza…

MS: Il film è stato distribuito all’estero ed è stato visto da parecchi critici cinematografici. La tematica che affronto ricorda le storie di certi film americani, ma il mio film non assomiglia per nulla ad un film americano. Il mio film parla della vita quotidiana. Credo che non debba esistere una dittatura artistica. La democrazia deve trovare la sua realizzazione anche nel campo artistico. è necessario trovare delle alternative alla grande maggioranza di film americani. La democrazia non può esistere senza i partiti, quello della maggioranza, ma anche quello della minoranza. Io voterei per la minoranza. Sono, tuttavia, anche consapevole della potenza di alcuni film contemporanei americani. Io però insisto nel lottare. Facendo Meandre avevo in mente la Romania, rivedendolo ora la mia riflessione cambia e penso ad analisi diverse, come questa. Deve esistere sempre un’alternativa…

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