// stai leggendo...

Cinema

Merab Ninidze

England!

Martina Palaskov (MP): Il film England!, si svolge in Russia e in Germania. Lei parla in lingua tedesca ed interpreta un tedesco pur essendo georgiano, come mai?

Merab Ninidze (MN): Parlo in tedesco la maggior parte del tempo, ma non interpreto un autentico tedesco, purosangue. Nel film, al personaggio non è data un’origine precisa. Il film si svolge a Berlino, e non è molto importante da dove provenga il mio personaggio. Credo che sia evidente dall’accento che Pavel non è un tedesco.

MP: Lei ha quindi dovuto imparare il tedesco?

MN: Sì, ho dovuto imparare il tedesco. Ho ottenuto il mio primo lavoro in Germania, di conseguenza ho dovuto imparare la lingua, per essere in grado di lavorare.

MP: Si tratta di una lingua molto diversa dalla sua?

MN: Ohhh sì! È completamente diversa…

MP: Noi l’abbiamo già vista nei film Suzie Washington e Luna Papa. I tre film, compreso England!, possono considerarsi affini se si analizza la tematica del viaggio; più onirico in Luna Papa, più simile ad England!, Suzie Washington. Secondo lei, perché le popolazioni dell’est vogliono ancora emigrare ad ovest?

MN: La ragione principale, credo, è il difficile rapporto che la gente ha e aveva con il sistema politico dell’Est. Quando il sistema comunista si spezzò, alla fine degli anni ottanta, le persone hanno avuto la possibilità di confrontarsi con una libertà mai avuta prima. Hanno ottenuto il permesso di viaggiare e di scoprire nuove terre. Da un altro lato, però, il confronto si è basato anche sulla povertà, sulla guerra e la distruzione, sulle piccole, ma non meno significative guerre tra diversi gruppi etnici. Mi riferisco a tutte le piccole realtà di questa parte del mondo e in particolare alla mia terra, nota come Unione Sovietica. Io vengo dalla Georgia, una piccola repubblica di quest’immenso colosso…

Personalmente ho visto persone lasciare le proprie terre senza sapere dove andare. Sono stati trascinati dagli eventi. La cortina di ferro ha impedito a molti di viaggiare. Quando quest’enorme impedimento è venuto meno, la libertà si è presentata immediatamente davanti agli occhi della gente. Il primo impulso, quello più istintivo, è stato di partire.

Indubbiamente ci sono anche le ragioni personali che spingono un individuo ad abbandonare la propria terra. Cercano un posto dove vivere, dove essere se stessi. Cercano un posto dove vivere sia meno difficile.

MP: Crede che le persone che emigrano in Inghilterra o negli Stati Uniti spesso vadano incontro a delusioni, sperando di trovare una realtà che non esiste?

MN: Credo che non si trovi mai quello che si cerca, in nessun posto. La cosa bella è che si trova qualcos’altro (ride). Ricordo quando avevo quattordici anni, ero al liceo e sono andato per la prima volta in Inghilterra. Era molto strano per un ragazzo così giovane viaggiare da solo. Mi recai a Londra. Ricordo le sensazioni che provai, quante promesse quel posto offriva… Solo in superficie però, perché quando vi si vive, i problemi ci sono sempre, ci si confronta quotidianamente con dubbi e insoddisfazioni. Sono rimasto a Londra due mesi e mi sono accorto che quel bel modo che vidi all’inizio era solo un’immagine e non la realtà. Delusione dopo delusione, ti rendi conto di quanto le persone siano più importanti del luogo e anche del denaro.

MP: Achim Von Borries è un regista che con England! firma il suo debutto cinematografico. Lei ha già lavorato con altri debuttanti?

MN: Si ho lavorato con altri registi che stavano girando il loro primo film.

MP: Ha riscontrato delle differenze?

La differenza è enorme. Passare dalla teoria alla pratica…

Da un lato sono molto attratto da questi registi, perché sono pieni d’entusiasmo e di voglia di lavorare. Si rischia, poiché non sai esattamente che cosa si aspettano da te. A volte, però, non è sempre facile lavorare in questo modo, perché non sai come comportarti. Però il più delle volte mi diverto. Lo trovo interessante.

MP: Preferisce improvvisare oppure preferisce ricevere delle indicazioni ben precise quando deve interpretare?

MN: Preferisco avere delle indicazioni, ma mi piace anche poter avere un po’ di spazio per essere spontaneo. Mi piace avvicinarmi alla vita, non essere troppo tecnicamente seguito. Voglio poter portare una fetta di vita nella macchina da presa. Credo che un attore debba rispettare le scelte del regista. Una combinazione tra i due è il mio modo preferito di lavorare.

MP: Cosa ne pensa del metodo americano? Crede che un film come England! sarebbe stato trattato in modo diverso dalla cinematografia americana?

MN: I film, anche se simili, sono sempre diversi tra loro. Il metodo americano non mi attrae molto, lo trovo troppo commerciale. Gli attori americani sono molto prevedibili. Il loro modo di recitare non attrae più. Si tratta dello stesso metodo usato negli anni settanta. Attori come Al Pacino, Sissy Spacek, Robert DeNiro hanno il loro stile, ma tutti si stanno un po’ adagiando e copiando. Credo che una parte della tua personalità debba sempre rimanere viva nel personaggio. Non credo nella trasformazione completa di un attore nel personaggio. Il mestiere dell’attore mette sempre a confronto le caratteristiche del personaggio che devi interpretare con la tua personalità. Bisogna riflettere le proprie emozioni, nonostante il talento e la preparazione.

MP: Che cosa pensa della tragedia di Chernobyl e che cosa ha provato lei quando è accaduto il fatto? Come ha trasportato, poi, queste sensazioni nel personaggio che ha interpretato?

MN: La vicenda è da considerarsi una vera tragedia, soprattutto per la mia generazione, in Unione Sovietica. La cosa più allucinante è stata che tutto il mondo sapeva che cosa stava succedendo tranne noi. Nonostante l’Ucraina non sia vicina alla Georgia, siamo stati pesantemente colpiti dall’esplosione della centrale.

Per quanto riguarda la seconda parte della sua domanda, devo dire che non ho pensato molto alla tragedia lavorando sul personaggio. Mi sono sempre sentito molto vicino e solidale alle persone colpite, ma la mia indagine personale sul personaggio si allontanava dal prendere in considerazione le vittime.

MP: Crede che il film abbia uno scopo, una finalità che riguardi in particolare modo la vicenda della centrale?

MN: Penso che il film usi la vicenda più drammatica del nostro secolo per raccontare una storia individuale. Questo è stato uno dei motivi che mi ha spinto ad accettare la proposta del regista. Mi ha interessato molto il fatto che ci sia ancora gente interessata alla tragedia di Chernobyl e che da questo fatto si possa ricavare un film morbido e teneramente melodrammatico. L’ho trovato coraggioso. Leggendo la trama del film (un ragazzo che sopravvive a Chernobyl e che si reca a Berlino), si pensa a una storia troppo triste. Invece credo che a volte faccia bene vedere questo tipo di film, perché la vita è anche così.

MP: Ho notato che il suo personaggio all’inizio è molto solo e triste. Crede che la solitudine possa essere una caratteristica dei giovani, sempre più soli, con il loro computer, nella loro piccola stanza…?

MN: Personalmente, il problema non mi tocca. Non ho neppure Internet a casa… Io chiamo ancora i miei amici per bere una cosa a casa mia e non sono una persona sola. C’è stato un periodo in cui sono stato molto attratto dai computer e dalla tecnologia. Il mondo è oramai così, sempre più virtuale, più pieno di computer. I computer dominano la nostra società, sono le creature più importanti del mondo. Ti permettono di comunicare con tutto il mondo e in modo velocissimo. Io, ripeto, non sono ancora troppo legato alle nuove tecnologie. Non credo di far parte di questa nuova generazione. Da bimbo leggevo libri e non ho neppure il telefono cellulare. Sono contento di questo.

MP: Il suo personaggio però è triste e solo…

MN: Molto triste e molto solo. Vive in una grande città, autoconvincendosi di essere un grande artista… Dipinge delle iconografie che spesso sono raffigurate eroicamente, come bizzarre pitture ortodosse. Molte raffigurazioni rappresentano la felicità e l’armonia che egli sta cercando. Può solo raffigurarle queste sensazioni, poiché la sua realtà non è felice né serena. Credo che la serietà e la severità siano le caratteristiche del mio personaggio. Lui e il suo lavoro, sempre concentrato e duro. Cerca di isolarsi il più possibile da un mondo che è già molto strano per lui. Credo che l’unico mondo che esista per lui sia quello che dipinge.

Quando però incontra Valeri, un personaggio che ha una voglia pazza di vivere, pur sapendo che la sua vita sta per finire, egli cambia completamente. Si tratta della tappa più importante nella vita del mio personaggio, Pavel. Credo che le sensazioni che Valeri gli fa provare fossero sempre state presenti in lui, come appunto si vede dai suoi dipinti. Doveva solo aprire il suo cuore e aprire gli occhi alla vita. Doveva rendersi conto che la vita è la cosa più importante. Credo che questo sia l’analisi fatta da me e dal regista sul personaggio.

MP: Questa è la prima volta che lei viene a Trieste all’Alpe Adria Film Festival?

MN: è la prima volta che assisto al Festival, ma sono venuto a Trieste altre volte. Probabilmente tutti le hanno già detto quanto bello sia trovarsi qui, ma voglio veramente sottolineare quanto speciale sia per me quest’esperienza. Le persone amano il cinema. Quando ho visto gli spettatori seduti a terra per guardare il film ho provato delle sensazioni bellissime. A volte ti capita di pensare: “perché sto facendo questo mestiere?”. In momenti come questo lo capisci e ne sei fiero. Sono felice perché ho visto che ci sono persone che vogliono vedere quello che ho fatto.

MP: Ultima domanda. Quale sarà il suo prossimo lavoro?

MN: Interpreterò una parte in un film tedesco, che si svolge in Africa, in Kenya per la precisione. Tra una settimana parto per Nairobi. Ho dovuto anche studiare un po’ di swahili. Ho dovuto anche prendere corsi di conversazione in tedesco. Interpreterò un ebreo tedesco. Il film si svolge nel 1938. Il mio personaggio è costretto a fuggire dalla Germania e si reca in Kenya. I personaggi sono tre e la vicenda si svolge in otto anni. Si tratta di una famiglia, e il film analizza la loro personale vicenda, una vicenda tragica. Ciò che succede alla Germania si riflette su di loro e sulle loro relazioni.

Non devo però parlare troppo del film poiché ho firmato un contratto… (ride).

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Chesil Beach: Si può tradire Shakespeare, non...

Trieste Science+Fiction Festival 2018

Casomai un’immagine

mar-29 viv-12 th-21 th-76 06 neurolysis petkovsek_08 bon_08 mccarroll08 m bra-big-02 busdon-12 cas-10 tyc 3 cip-11 3 cor07 holy_wood_15 p12 s6 mis2big galleria17 23 tsu-gal-big-06 12 Urs Fischer Katharina Fritsch Padiglione Italia Dog Eat Dog Dog Eat Dog