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Omnia

L’ultimo esilio di Quetzalcoatl ad oriente (V)

A spasso e ammollo per la jungla

Ma cosa c’era nel brodo di pollo?

I Galli e i tacchini che razzolano nel prato mi svegliano alle cinque del mattino. Li guardo allibito soltanto per un attimo, come se facessero parte di un sogno, poi mi riaddormento.

Dovevo svegliare Marcio ed invece è lui a buttarmi giù dall’amaca un’ora dopo…

sveglia dormiglione un bagno nel fiume è quello che ti ci vuole per svegliarti definitivamente…

Mi guarda, sornione, come se volesse capire che ne penso senza sapere che io — appena sveglio — non riesco a pensare a nulla!

Dietro a lui appare la maschera maya di Och, il secondo figlio di Naj Kin. U n viso ornato dalla folta chioma che gli arriva fino alla cintola, stessa fierezza della madre, negli occhi e negli zigomi larghi.

Attraversiamo il prato andando verso il fiume. Durante le prime ore della giornata il fiume sbuffa nebbie e foschie che si sfilacciano ovunque. Il sole si è alzato da un po’ sopra l’orizzonte ancora coperto, tingendo il mattino con pennellate di rosa perlaceo. La luce vinacciosa si diluisce con le nebbie fin dentro il verde della foresta. Camminiamo in fila indiana verso il fiume, ancora mezzi addormentati, respirando l’odore pregno della terra umida che assale le narici.

Il fiume in questa stagione ha raggiunto un livello molto alto a causa delle piogge, sostiene Och. Davanti a noi serpeggia un corso d’acqua che sembra avvolto dalla boscaglia. Le sponde naturali sono scomparse e la foresta sembra spuntare dall’acqua. L’immagine ci appare primordiale.

Ci spogliamo e scendiamo nudi nel fiume, prima Och, poi Marcio, io ultimo.

L’acqua è fredda e torbida, ha lo stesso colore delle nebbie che avvolgono ancora il paradiso terrestre. Acqua che ha la consistenza del latte, densa, avvolgente.

È bellissimo giocare con le correnti e i mulinelli — dai Paolo — prova!

Och nuota come un pesce nell’acqua grigia. è bellissimo da guardare, una creatura della jungla.

Mi butto ed è una gioia sentirsi così bene.

Nella capanna centrale, le donne nel frattempo hanno imbandito una colazione luculliana.

Mentre mangiamo si sono allontanate come al solito, e come al solito riunite a capannello, s’impegnano in un continuo ciarlare che mescola lo spagnolo al lacondon. L’argomento di discussione riguarda dispute sentimentali, i difficili rapporti imbastiti con gli uomini. Infervorate dalla passione le donne hanno abbandonato i muli e i bambini che ci stanno sopra, a caracollare sui prati nebbiosi circostanti le capanne del villaggio.

Si respira aria di partenza… Mi piace l’atmosfera; il villaggio è in fermento, vive e si agita. Attraverseremo a piedi la foresta per raggiungere Bonompak, l’unica città maya conosciuta ad avere delle sale affrescate. Quattro ore ad andare e cinque a tornare.

Mi accorgo che Och continua a tenere d’occhio il mio accendino giallo… quando glielo regalo lo vedo sorridere di gusto per la prima volta… mi ringrazia e si allontana misterioso.

Gli piaci – mi dice Marcio — con questo gesto ti sei guadagnato un amico, lui l’accendino non te l’avrebbe mai chiesto di sua spontanea volontà.

Finita la colazione salutiamo tutti ed entriamo nella fitta foresta… Io Marcio, Manuel favo di miele e sua moglie Victoria.

Il sentiero è impantanato ma i due Lacondon, sebbene piccoli, imprimono alla marcia un passo indiavolato. Dopo dieci minuti incontriamo il primo dei sette torrenti da guadare.

Attenti soltanto a non perdere l’equilibrio

Manuel e Victoria s’immergono fino al petto e cominciano l’attraversata. Noi dietro. La forza delle acque non è esagerata, è il fondo scivoloso che rende difficile il guado.

Alla fine però ce la facciamo… e ce la faremo per ben altre sette volte.

Pensa che i lacondon non anno paura di pesci carnivori o coccodrilli, sostiene Marcio; l’unico pericolo che li terrorizza è un esserino invisibile, un microrganismo grande quanto un minuscolo insetto che li penetra dal retto e poi si nutre all’interno degli intestini provocando una malattia molto difficile da debellare… incredibile no? Alcuni Indios paragonano il sub-comandante Marcos a quell’insettino… un uomo che si è infilato nelle panze dei potenti e che sta dando grossi grattacapi ai gran capi di Città del Messico.

Dopo il primo guado la foresta è riconquistata di nuovo dal regno dell’ombra. è talmente fitta e rigogliosa che i raggi del sole, una volta sconfitte le nebbie, stentano ad insinuarsi tra le liane, gli arbusti e gli intrecci di ramaglie. Manuel di tanto in tanto, interrompe la marcia per farci osservare le tracce lasciate sul terreno fangoso dagli armadilli, da serpenti o dai tapiri… per vedere gli animali, ormai bisognerebbe attraversare la foresta di notte… facendolo di giorno ci si deve accontentare delle sole tracce.

Chiedo a Marcio di dirmi cosa ne pensa riguardo alla questione messicana.

Vi sono ancora troppe disparità sociali e gli uomini di potere hanno perso per strada ogni valore d’onestà. L’unica forma di negoziazione, sia politica sia sociale, è costituita dal principio della sopraffazione totale. La stretta di mano è un atto che da noi non vale più nulla.

-“E Marcos e gli zapatisti ?”-

La situazione ha raggiunto uno stallo completo, le idee e le linee politiche sono talmente divergenti da dare la netta impressione che non potrà mai risolversi sul tavolo del dialogo aperto. Non esiste elasticità, né dall’una né dall’altra parte.

Da una parte Marcos chiede l’indipendenza e la completa gestione dell’area chiapaneca da parte degli indigeni. Per lui il Chiapas è soltanto un punto di partenza, vorrebbe, infatti, allargare il fenomeno di protesta a macchia d’olio, sull’intero Mexico, e perché no?, contagiare ill mondo intero!

…dall’altra parte il governo centrale non può mollare, perché ormai ha invischiato l’economia messicana con gli interessi d’altre nazioni straniere che hanno effettuato investimenti, puntando allo sfruttamento delle riserve petrolifere, idroelettriche e d’uranio che si trovano nella zona… ricca d’energia questa terra, sopra e sotto il suolo.

Sicuramente Marcos possiede un gran pregio… ha provocato in SudAmerica qualche cosa di inusuale. Ha recuperato la figura e il mito dell’uomo idealista e onesto, poco disposto a piegarsi alla corruzione comune e dilagante. Marcos non entra in politica, ma se né resta sepolto nella jungla mantenendo contatti con il resto del mondo via internet, sai perché?

Perché ha capito che il trucco è quello di non partecipare al gioco politico. Non accettando il sistema del gioco, finisce per non accettarne le regole. Rifiuta il potere — che più di una volta gli è stato offerto dagli avversari sopra un piatto d’argento — perché lo sente e lo annusa come fonte di corruzione… mentre lui predica la lotta, proprio contro la corruzione e la discriminazione sociale.

C’è un moto di Marcos che mi piace molto… “abituati a non mentirti davanti allo specchio — ogni mattino — per non mentire poi, davanti ai tuoi simili.

Chiaro e coinciso Marcio, diretto e vivisezionista come sempre.

Vicino all’ampio corso di un rio, ferma improvvisamente la carovana.

Sullo specchio d’acqua calmo e gonfio di riflessi d’argento, staziona una colonia d’aironi bianchi.

Guardate… sono bellissimi… sono quelli che preferisco perché sono la dimostrazione di quanto la natura sia perfetta nelle sue complesse orologerie… bellissimi e cinici.

Questo trampoliere si nutre con un tipo particolare di pesce. Un pesce dalle squame chiare. Durante la digestione l’uccello produce nel suo intestino un battere che attraverso le feci viene espulso e seminato nelle acque del fiume. Lo stesso pesce di cui l’airone si nutre, mangia — tra l’altro — proprio quegli escrementi.

E qui sta’ il bello…quegli escrementi contengono un battere omicida che danneggia l’apparato visivo del pesce. Mangia oggi, mangia domani, quello diviene miope, quasi cieco, e a quel punto è costretto a nuotare più vicino alla superficie, poggiando sui fianchi. Porge in questo modo maggior superficie corporea ai raggi del sole… i raggi fanno brillare le squame bianche, facilitando la caccia dell’airone che lo “pesca” con più facilità!

Il piccolo fiume è deserto, una lingua d’acqua fredda color caffelatte i cui unici padroni sembrano essere gli aironi.

Superato non senza difficoltà il secondo guado ritroviamo il fitto sottobosco della Jungla.

Mi piacciono i poeti dice Marcio, tu sei un poeta no? Pablo, come Pablo Neruda!

Be’, vedi di non esagerare…e perché ti piacciono i poeti, Marcio?

Perché sono privi di egoismo, perché creano con passione e sono capaci di condividere le loro creature con chi si lasci conquistare dalla voce di quelle opere semidivine… so che anche tu scrivi con passione… ti vedo sai, quando tiri fuori l’agendina e inizi a scarabocchiarci sopra con quella tua scrittura da formica. Ti guardo in faccia quando scrivi… cazzo… ridi, e sei bellissimo!

Sono parole simili a quelle che mi ha detto Marcio in mezzo alla foresta lacondona, quelle che hanno la capacità di renderti felice, facendoti capire che tutto ha un significato nella vita e che niente viene buttato! … nemmeno le parole, a volte così effimere.

Attacco una canzone di Caetano Veloso…Fina estampa… quasi per dar gloria alle parole, ed incredibilmente tutti mi vengono dietro. Poi scopro il perché. è Manuel Favo di miele che me lo spiega;

Questa è una canzone scritta da qualche cantautore messicano; Chabuca Granda, Alfredo Jimenez, Thomas Mendez…

Ma Marcio ribatte

Scusa Manuel, ma a me sembra invece che l’abbia scritta Facundo Cablar

Chi l’argentino?

Si lui, ma poca importanza ha… il latinoamerica è un unico universo.

Qui da noi le rime di una poesia o le note di una canzone non sono veri versi, fino a quando non sono cantate per bocca della gente… e quando la gente le canta o le recita, a nessuno importa più chi sia il nome dell’autore.

Poi si rivolge a me

Assicurati che ciò che scrivi — Pablo — sia assorbito dal popolo… perché ciò che si perde in fama si ottiene in eternità.

Le parole di Marcio mi centrano come una folgorazione alla fronte.

Mi sa tanto, caro Marcio, che tra i due, il vero poeta sei tu, mentre io non sono altro che un banale scribacchino.

Mi si gira e apre un sorriso accattivante… non dire cazzate, sai che non è vero! è soltanto che non riesci a farti capire completamente perché non conosci perfettamente la nostra lingua. Vieni qui va che ripetiamo un po’ di spagnolo, mi sa che sei leggermente arrugginito con i condizionali e i congiuntivi eh?

E così, diretti a Bonompak, Marcio si trasforma in un archeologo delle mie rovine rovinate parole di spagnolo.

Il lungo e magnifico percorso mi fa pensare quali difficoltà debbano affrontare i Lacondoni per giungere a contatto con la civiltà… Perché una cosa è ormai certa! Hanno bisogno anche della civiltà, non fosse che per il semplice fatto d’esserne stati contagiati

Lo chiedo a Manuel.

Ricordo che fino a quindici anni fa non esistevano strade che congiungessero le miriadi di villaggi Lacondoni alla città di Palenque. Pensa che mio padre per raggiungere la città impiegava sei giorni di cammino. I primi esploratori che si sono avvicinati a Bonompak arrivavano a bordo di un aeroplano che atterrava vicino a casa mia. Il pilota era un mio amico, di Ocosingo, paese del buon formaggio, dov’è nato il primo focolare della rivoluzione zapatista.

I suoi arrivi sono stati i momenti più felici della mia vita. Pico arrivava, scaricava gli esploratori americani e poi mi portava in giro per il cielo, a guardare la jungla dall’alto… una distesa infinita di verde. Io non ho mai visto il mare, ma non so se sia tanto più emozionante di una jungla sorvolata a pelo d’albero.

Hai ragione Favo di miele, anch’io che ho visto parecchie volte il mare, non so cosa sia meglio.

Poi continua

Mi dispiace che Pico non ci sia più, avrebbe fatto volare pure te, sopra questo luogo del quale ti stai innamorando, no? …Si vede che ti piace, sa?

Batto sulla spalla di Manuel e ritorno in fondo alla fila, per nascondere meglio l’imbarazzo di un’emozione che mi affiora dall’intimo, mentre porto l’anima a spasso e l’ammollo nella jungla lacondona.

Il brano riportato è tratto dal suo primo romanzo, “L’ultimo esilio di Quetzalcoatl ad Oriente”, diario di un lungo viaggio nello Yucatàn. 
Paolo è anche l’autore di tutte le fotografie che illustrano il racconto.

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