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Musica

Luciferme

Di luce e ombra

Per quanto possa sembrare incredibile, anche il Santo più canterino d’Italia, Sanremo, ogni tanto fa i suoi miracoli. Negli ultimi anni ce ne ha regalato uno per ogni edizione, a cominciare dal ’98. Tra le nuove proposte, quell’anno, c’era un gruppo fiorentino che, a dire il vero, un po’ stonava nel contesto sanremese. Non certo per scarsa qualità, quanto per troppa. Look perfetto, validi musicisti, un frontman capace di affrontare emozioni e telecamere come una rockstar consumata, ma ciò che conta di più era il brano presentato: si chiamava “Il Soffio”, e come un soffio passò nel grande calderone.

Il loro piazzamento non fu dei più eccelsi, a confermare, ancora una volta, che a Sanremo non vince mai la musica d’autore, la canzone più bella o l’interprete migliore, quanto la casa discografica più forte del momento. Arrivare agli ultimi posti a Sanremo è talvolta sintomo di bravura (vedi il caso Bluvertigo di quest’anno…) e così è andata per i Luciferme. Che, tra parentesi, non erano poi questi novellini. Nel 1996 avevano già pubblicato il loro primo album omonimo, contenente dei bellissimi brani che li proponeva come l’alternativa italiana al neo-romanticismo od alla new-wave inglese degli anni ’80. L’album successivo, quello che, appunto, conteneva il brano presentato a Sanremo, si chiamava “Cosmoradio”: undici canzoni che portavano una ventata d’aria fresca nello stantio panorama musicale italiano, sempre più triste, sempre più ripetitivo, sempre più melenso. Soprattutto, sempre meno originale. In effetti, ad onor del vero, anche i Luciferme stessi dimostrarono, con questo secondo lavoro, di sentire sempre di più quell’influenza britannica che aveva dominato le scene mondiali negli anni ’80 e primi anni ’90. Però almeno avevano il grandissimo merito di portare in Italia, con testi cantati in italiano, quella musica che noi avevamo vissuto solo d’importazione (qualcuno si ricorda i Canton di “Sonnambulismo”?). Tra l’altro, se ci fosse stato bisogno di una conferma dell’amore dei cinque di Firenze per la musica di quegli anni, bastava guardare il retro della copertina del CD, dove sono elencati tutti i brani: il primo a colpire, naturalmente, è “Il Soffio”, perché in quel momento era il più celebre; ma subito dopo, come poteva un qualsiasi appassionato (o nostalgico, che dir si voglia) di quella meravigliosa musica prodotta agli inizi degli anni ’80 non notare il terzo brano, non tanto per il suo titolo italiano (“Il Viaggio”) quanto per la dicitura che portava tra parentesi — e precisamente “Doot Doot”? Già, perché i Luciferme avevano deciso di proporre la bellissima canzone dei Freur in versione italiana, e quasi vent’anni dopo.

“Cosmoradio” era un ottimo album, ancora migliore del precedente, ma ciò che preoccupò non poco gli estimatori della band fiorentina fu il lungo silenzio che seguì a questo lavoro. Dei Luciferme si erano perse le tracce; riuscire a sapere qualcosa di loro era più difficile che vincere al “7 per 30” di Sarabanda. Ma un pizzico di fortuna e tanta testardaggine hanno messo Fucine sulla strada giusta, e così, alcuni mesi fa, il grande contatto con l’ancor più grande rivelazione: i Luciferme stavano per uscire con un nuovo album.

Così è stato. Alla fine di aprile è uscito il loro terzo CD, quello che di solito, nella storia di ogni artista, è considerato la prova del nove: della serie, o la va o la spacca. “Di Luce e Ombra” ha tutte le possibilità per fargliela andare. è l’album della maturità artistica della band, che, tra parentesi, strada facendo ha perso per strada uno dei componenti, stabilizzandosi così in quattro. Contiene dieci brani tra cui è davvero difficile scegliere il migliore, perché sono davvero tutti molto belli. Dovendo proprio metterne uno al primo posto, si può dire forse che “Sono Ancora Qui” abbia una marcia in più rispetto agli altri, ma certo non è possibile scartarne neppure uno.

Abbiamo parlato con Francesco Pisaneschi, cantante del gruppo ed autore dei testi, della storia del suo gruppo, della genesi del loro ultimo CD, delle loro influenze e di molto altro nell’intervista che segue.

Elisabetta Garboni (EG): Cominciamo raccontando un po’ la storia del vostro gruppo. Il 2001 ha appena visto la pubblicazione del vostro nuovo CD, “Di Luce ed Ombra”, il terzo della vostra produzione. Eppure il gruppo si è formato nell’aprile del ’90. Cos’è successo in tutto questo tempo?

Francesco Pisaneschi (FP): Sono successe un sacco di cose. Abbiamo cominciato come live band, facendo tanti concerti, ed ottenendo delle buone risposte da parte degli addetti ai lavori che avevano cominciato a notarci, perché ricalcavamo un po’ le orme dei primi Litfiba e perché arrivavamo da Firenze, che all’epoca era il fulcro del rock e della new wave italiani. Abbiamo cominciato a fare i primi concorsi, tra cui Rock Targato Italia…

EG: L’avete anche vinto, non vi avete solo partecipato…

FP: Sì, ed è stata una bella esperienza. Abbiamo cominciato ad essere contattati dalle prime case discografiche; tra l’altro, avevamo un contratto di management con Gianni Ma roccolo, che era già nei CSI, ma era stato anche il bassista dei Litfiba. Ottenemmo un contratto con la Polygram per alcuni album, due dei quali sono anche usciti, “Luciferme” del ’96 e “Cosmoradio”, il più conosciuto, anche perché conteneva il brano presentato a Sanremo, cioè “Il Soffio”. Dopo Sanremo c’è stata la tournée che aveva moltissime date. Dopo il tour abbiamo presentato al Salone di Torino un progetto che avevamo inventato noi, ovvero un’esibizione semiacustica, un po’ sperimentale, di qualche brano dei nostri primi due CD più qualche inedito. La nostra intenzione era di portare questa cosa in giro come una coda del Cosmotour, per poi realizzarne un album. Dopo un mese però la Universal ha preso possesso della Polygram, e così molte etichette, tra cui la nostra, sono sparite. Dovevamo perciò trovare una nuova casa discografica, a cui proporre del materiale inedito. Abbiamo preso una casa colonica nel Chianti, dove ci siamo chiusi per un anno e mezzo componendo a ruota libera, per poter presentare un prodotto già finito a chi fosse interessato. Ma il disco è venuto fuori più bello di quanto credessimo, anche perché abbiamo avuto la fortuna di lavorare con Marzio Benelli, una mosca bianca nel panorama italiano, sia come produttore che come ingegnere del suono. è venuto a sentirci a suonare in questo posto ed a deciso di allestire lì uno studio di registrazione, con i mezzi che lui ha a disposizione. è un album vissuto, che contiene anche un po’ di rabbia, e che mostra come la musica possa andare avanti anche al di là dei contratti discografici. Abbiamo anche cercato di ritrovare la grinta che avevamo dal vivo prima dei contratti discografici, perciò posso dire che questo sia il disco della maturità dei Luciferme.

EG: Torniamo per un attimo a Rock Targato Italia, il concorso a cui, come abbiamo già detto, avete partecipato nel ’93 e che avete anche vinto. Che cosa danno concorsi di questo tipo, sia ai vincitori come voi che ai partecipanti? Vale la pena farli oppure sono solo dei passaggi di routine?

FP: Quando sei lì non sai cosa succederà dopo; speri in una carriera in questo campo, ma in quel momento non lo sai ancora, per cui ti giochi tutto. C’è l’emozione e la voglia di farti conoscere, che stanno alla base dello spirito agonistico che, ad esempio, non avevamo a Sanremo, dove non ci sentivamo in competizione con alcuno. Lì invece è diverso, sai che il pubblico non è venuto solo per te, per cui devi dare il meglio.

EG: Il Fans Club dei Simple Minds vi ha assunto come “riferimento italiano per il sound della band scozzese”, come si può leggere letteralmente dalla vostra cartella stampa. Cosa significa questo, e, soprattutto, che significato ha per voi?

FP: è vero. Sinceramente, non so se per quest’ultimo disco si possa ancora fare un paragone con i Simple Minds, perché c’è stato un distacco. Però nei due album precedenti, provenendo il nostro gruppo dal background in cui operavano bands come i Simple Minds, ma non solo, hanno fatto un po’ da eco a quel periodo, con l’utilizzo di determinate sonorità. Abbiamo conosciuto delle persone che si occupavano della fantine dei Simple Minds, i quali, forse adulandoci un po’, ci hanno dato “lo scettro” di portavoce italiani per quel tipo di musica.

EG: Parlando ancora di modelli, se così possiamo chiamarli, nella vostra musica è possibile sentire una forte influenza della musica degli anni ’80, ed in special modo di quella degli U2, soprattutto in certe melodie di “Cosmoradio”. è stata una scelta, oppure è una cosa che è nata spontaneamente?

FP: Sicuramente “Cosmoradio” voleva essere un tributo alla musica di quegli anni, perché volevamo dare un riconoscimento alle nostre, e soprattutto mie, influenze musicali. Quindi, non solo U2, ma anche Bowie, Depeche Mode, Queen…

EG: Nel vostro secondo CD, “Cosmoradio”, appunto, avete fatto la versione italiana di uno dei brani più belli di quel periodo, ovvero “Doot Doot” dei Freur, che avete intitolato “Il Viaggio”. Una canzone bellissima, ma, sinceramente, pensavo di essere rimasta l’unica in Italia a ricordarsene… o poco via. Come mai avete scelto questa canzone, perché l’avete fatta in italiano invece di limitarvi a proporre una cover, e, soprattutto, che cosa hanno detto i Freur — se l’hanno saputo?

FP: No, non credo che i Freur l’abbiano saputo. Volevamo fare un riadattamento di un pezzo significativo degli anni ’80, e quello ci sembrava il brano ideale perché i Freur sono state delle meteore. Non volevamo fare un omaggio ad un gruppo in particolare, ma ad una melodia tipica di quel periodo.

EG: Abbiamo parlato della musica che ascoltavate negli anni ’80. Adesso che siete diventati “grandi”, ma, soprattutto, che siete dei musicisti professionisti voi stessi, che musica ascoltate?

FP: Tendenzialmente noi ascoltiamo di tutto, anche perché siamo quattro persone che pensano ciascuno a modo proprio. Io continuo ad ascoltare U2, Depeche Mode e compagnia bella, ma ascolto anche i Red Hot Chili Peppers, ed altri, però di norma tendiamo ad ascoltare musica straniera, perché se fino a qualche tempo fa c’erano dei gruppi italiani che ci trasmettevano qualcosa, adesso c’è veramente poco che ci smuova.

EG: Continuiamo il vostro percorso cronologicamente. Siamo arrivati al ’98, ed a Sanremo. Come siete finiti nel calderone sanremese? Ne è valsa la pena? Ed hai qualche episodio su Sanremo — positivo o negativo che sia — da raccontare?

FP: A Sanremo abbiamo dato pochissima importanza. Eravamo nel mezzo del tour, e Sanremo Giovani era solo una delle tappe intermedie. Poi è successo che, fortunatamente o sfortunatamente, chissà — ai posteri l’ardua sentenza — tra tutti quei giovani, in mezzo ai quali c’erano anche Alex Britti e Max Gazzè, comunque di artisti che si distaccavano un po’ dal genere sanremese, fummo gli unici ad essere promossi, o condannati, al Sanremo ufficiale. Ciò ci costrinse a registrare l’album ed il singolo in fretta e furia, e forse, senza quella scadenza pressante, saremmo riusciti a fare un lavoro migliore. L’abbiamo vissuto un po’ come una vacanza goliardica, noi come, seppure per altri motivi, i Percento Netto, che era il gruppo del figlio di Morandi, dei ragazzi simpaticissimi con cui ci siamo divertiti a prendere in giro un po’ tutto e tutti, in quei giorni. Ricordo con piacere alcune gag che abbiamo fatto, perché c’erano tutte le radio a caccia di scoop, di situazioni strane, e noi ci siamo prestati al gioco giusto perché ci andava di farlo, come l’aver cantato l’inno della Fiorentina.

EG: Prima abbiamo parlato del vostro essere il riferimento italiano per i Simple Minds, ma, a quanto pare, finora è stato anche un po’ il vostro destino quello di fare da supporters ad artisti eccellenti. Infatti, oltre ad averlo fatto per Biagio Antonacci, avete fatto da supporters a Brian May, che non è solo un cantante ed un chitarrista, ma è una leggenda vivente grazie alla sua carriera con i Queen. Che sensazione fa “riscaldare” il pubblico di un simile mostro sacro?

FP: Non so come sia successo, ma quando abbiamo cantato “Ad Occhi Chiusi” il pubblico che era lì riunito per vedere Brian May ha cantato con noi, ed è stata un’emozione notevole. Ma non è stata l’unica: un’altra grande emozione è stata quando rientravamo nei camerini ed abbiamo sentito intonare “Show Must Go On”, “We are The Champions” eccetera da chi le aveva scritte. Ed ero anche nel camerino accanto al suo: è stata una bella sensazione, una di quelle cose che si ricordano.

EG: Abbiamo ripercorso finora la vostra carriera, ed abbiamo anche parlato del vostro ultimo CD, “Di Luce E Ombra”, di come sia nato, e così via. Vediamo ora un attimo i testi di quest’album. I testi parlano spesso di morte, di lacrime, di dolore. Sembra essere, sotto questo punto di vista, un disco più dark rispetto ai precedenti. Come mai?

FP: Io sono in parte d’accordo con te. Ciò è nella parte dell’ombra, visto che si chiama, appunto, “Di Luce E Ombra”. Questi temi sono trattati a volte con disperazione, ma altre volte con un desiderio di riscatto, di ripresa, ed anche abbastanza energicamente. Questo è un album che voleva raccontare certe cose della vita, ed in particolar modo le scelte che uno fa, che sono quelle cose che ti fanno essere diverso dagli altri. Istante dopo istante noi facciamo una scelta, prendiamo una strada che disegna il nostro percorso, e questo è un album che parla proprio di cose inerenti alla vita vissuta. Certi argomenti però, tipo la guerra, le lotte sociali, l’eutanasia sono guardati secondo punti di vista non proprio canonici, diciamo così. Per quel che riguarda il lato scuro dell’album, non tutte le scelte che portano in una determinata direzione o nell’altra portano necessariamente a stati d’animo scuri. Dipende dalle persone, siamo tutti diversi. Quest’album vuole parlare di questi temi anche da prospettive diverse. C’è stata anche un’evoluzione nel mio modo di scrivere i testi: è più diretto, senza però tralasciare la poetica classica.

EG: Come sai, Fucine è un magazine on line. Che rapporto avete voi con Internet? Avete un sito, tra l’altro molto carino (www.luciferme.it) pieno di notizie, commenti, foto eccetera. Navigate spesso? E che cosa ne pensi della musica scaricata da Internet?

FP: Per quel che riguarda Internet, noi lo usiamo come un mezzo per farci conoscere e per conoscere le persone che entrano in casa nostra, per così dire, attraverso le e-mail, dei contatti diretti che però non sono così invadenti come il telefono. Io lo uso principalmente a questo scopo, ma non solo. Mi permette anche di fare delle ricerche sia per quel che riguarda il nostro lavoro che per altre cose. Quindi, il nostro rapporto con Internet è ottimo. Il nostro sito www.luciferme.it è molto visitato, anche se non è stato ancora molto pubblicizzato. Il sito verrà comunque aggiornato presto, quando faremo un servizio fotografico, un video ed altri progetti su cui stiamo lavorando. Per quel che riguarda la musica scaricata da Internet, la mia opinione è questa: io credo che attualmente la musica sia considerata un bene di lusso dai discografici, che la fanno pagare agli utenti come tale. Secondo me, invece, la musica, così come la lettura, sono il pane della mente, quindi devono essere trattati come il pane: devono avere un prezzo accessibile e controllato. Sappiamo bene quanto sia ingiustificato il prezzo attuale dei CD, per cui non è giusto che i dischi abbiano un tale costo quando potrebbero benissimo costare di meno. Perciò è normale che la gente, che magari non può permettersi di comprare dieci CD ma ha un interesse nei confronti di determinati dischi, se li scarichi, magari in maniera piratesca, dalla rete. Noi abbiamo sostenuto in prima persona tutte le spese per la realizzazione di “Di Luce E Ombra”, eppure possiamo permetterci di uscire nei negozi a 29.900 lire.

Un motivo in più, quindi, per prendere questo disco. La lunga intervista con Francesco è finita, al grido di “Napster libero” (o quasi). Aspettiamo con ansia un’esibizione del gruppo nei nostri paraggi. Nel frattempo, ci sono sempre le note ora dolci, ora arrabbiate di “Di Luce E Ombra” a farci compagnia.

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