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Omnia

Homo tecnologicus

Tutte le domande che mi sono state fatte in modo implicito o esplicito hanno risposte complicate se non addirittura complesse, per usare questo termine di moda. Sono domande che si inseriscono negli interrogativi che il libro cerca di affrontare. è in questa duplicità che non si situa un solo piano, ma si situa gerarchicamente a più livelli: ci sono delle contrapposizioni, ci sono delle antinomie, ci sono dei paradossi, ci sono delle dicotomie forti o delle dicotomie più leggere e tutto sembra in qualche modo uniformarsi a una sorta di aspirazione alla generalità, all’unità, che non è l’uniformità, perché vive di differenze, ma certamente è un’aspirazione all’unità che mi sembra possa riflettere l’aspirazione all’unità che c’è nella vita di ciascuno di noi.

La domanda se questo sia un libro autobiografico ha una risposta decisamente positiva, ma non è l’autobiografia di colui che racconta in modo pedissequo gli eventi della propria vita, perché queste sono le autobiografie più palesi, le autobiografie “più facili” o “più difficili”, ma è un’autobiografia del sentimento, della ragione e della speranza. Quella linea di resistenza minima sulla quale Rovatti si è soffermato giustamente, è il tentativo di dare un senso alla vita, di dare un senso alla vita in un mondo come quello di oggi dove il senso sembra sfuggire da tutte le parti. Noi ci siamo preoccupati, noi come entità collettiva, non qualcuno di noi in particolare. Non esistono volontà specifiche, infatti, esiste credo ormai una sorta di superorganismo, di creatura planetaria che trascende quasi tutto ciò che di volontario o di pianificabile si può implicare, anche i partiti con i loro programmi sono in qualche modo immersi in una sorta di totalità abnorme, di cui la tecnica è uno degli aspetti più cospicui, ma questa linea di minima resistenza tenta di opporre lievemente un senso, per quanto fuggevole, per quanto effimero a questa sorta di travolgente cavalcata di un tempo che non è più il nostro, di un tempo nel quale fatichiamo a riconoscerci, ma dal quale non possiamo uscire.

Questo è in un certo senso il dramma dell’homo tecnologicus, o dell’homo sapiens che sta diventando homo tecnologicus: di non potersi ancorare al passato, perché il passato ovviamente non offre nessuna possibilità di recupero. C’è una irreversibilità temporale che dalla termodinamica è arrivata per gradi successivi di raffinamento o di intorbidamento fino alla coscienza e alla conoscenza popolare, cioè sappiamo che il passato non ritorna e lo sappiamo in termini estremamente consapevoli. 
Il futuro non è nostro perché siamo qui, ma lo possiamo rifiutare questo futuro? No, ci siamo dentro, e allora viviamo in una sorta di gioco che minaccia di farci perdere qualunque sia la nostra decisione consapevole e volontaria. è una di quelle situazioni che Gregory Bateson chiamava di doppio vincolo cioè se noi decidiamo di rifiutare il futuro per ancorarci al passato, in realtà non ci ancoriamo a niente e quindi cadiamo, se noi corriamo verso il futuro anticipandolo perdiamo le radici che fanno la nostra identità, che fanno il senso della nostra vita, delle nostre azioni, del nostro essere con gli altri e con noi stessi.

Dunque è una situazione drammatica. Non possiamo nemmeno uscire da questa antinomia, non possiamo uscire perché siamo qui. è come se fosse una condanna a vita e infatti lo è, nel senso che chi non accetta la dicotomia non può dire ‘fermate il mondo, scendo’, la frase che si usava un tempo. 
Allora, che fare? Cercare all’interno di questa situazione una sorta di recupero di qualità altre, di qualità lievi, di qualità che possono essere accompagnate a quelle parole che io ho cercato in qualche modo di indicare, quella costellazione piccola però significativa, secondo me, che è il silenzio, la pazienza, la solidarietà, l’attenzione, quei puntini di sospensione che sono stati giustamente indicati come l’attimo che separa il detto dal detto successivo prima che venga detto, un recupero in qualche modo dell’indicibile attraverso un corteggiamento che non si deve stancare perché ciò che può essere detto l’abbiamo già detto, diventa banale, e allora ecco il tentativo del libro di mescolare non la narrativa con la saggistica, ma di mescolare in qualche modo le idee tutte in forma narrativa o tutte in forma saggistica. 
Sì, certo, il libro si può leggere andando avanti e indietro, forse si deve leggere in questo modo, forse l’influenza della Rete giunge fin qua, nel senso che la Rete, questo grande mosaico dove tutte le tessere sono interessanti ma dove nessuna è realmente fondamentale è una Rete per la quale si va per contiguità, per associazione, dove non ci sono i ragionamenti, dove non c’è l’argomentazione e allora ecco che questo navigare per l’ipertesto, questo libro è in un certo senso ipertesto, anche se scritto ovviamente in forma lineare, sequenziale, ecco che questo navigare ci restituisce in un certo senso la forma del mondo, cioè il mondo non è lineare, il mondo non si conquista come abbiamo creduto noi occidentali per secoli attraverso un ragionamento lineare, un ragionamento analitico, un ragionamento dove le cose vengono ordinatamente squadernate una dopo l’altra con le teorie, con le ricette con gli algoritmi diremmo oggi, ma è qualche cosa di dato in maniera molto più organica e disorganica insieme.

Il mondo è qualche cosa di superfetante, di eccessivo, noi siamo sempre riportati, nella lotta che compiamo quotidianamente col mondo a ridurlo, a ridurlo alle nostre categorie, solo che le nostre categorie proprio grazie alle macchine oggi sono diventate categorie più potenti, più sottili, e riusciamo a capire e a percepire che la complessità del mondo non è soltanto apparenza, è qualche cosa di sostanziale. 
Dunque, ecco che la tecnologia, attraverso uno strano gioco di recupero non ci impedisce di conoscere, si allea in questo senso alla scienza, la modifica profondamente e ci offre degli strumenti per andare più a fondo nella realtà. Ecco allora che il rapporto tra scienza e tecnologia diventa un rapporto complicato diventa un rapporto che non è soltanto quello della figlia con la madre, non è che la scienza abbia in qualche modo tenuto a battesimo la tecnologia che poi si è ribellata ed è fuggita per conto suo. 
No, la tecnologia retroagisce sulla scienza rendendola diversa da prima, molte delle grandi conquiste della scienza del ‘900 sono dovute alla retroazione della tecnologia.

Ma questi sono argomenti che forse si possono apprezzare leggendo il libro. Io direi che la cosa che tra le altre mi premeva di dire, e forse in questo libro l’ho detta, forse no, non lo so, lo giudicheranno i lettori, quello che mi preme dire tra le altre cose è che la scienza o in generale la civiltà occidentale ha sempre proceduto in termini di razionalità, ha privilegiato la mente rispetto al corpo, se vogliamo nominare una delle grandi dicotomie del nostro retaggio culturale. Il dualismo è una di quelle forme mentali che io in questo libro cerco di esorcizzare, il dualismo come negazione dell’unità, come negazione dell’armonia totale, in qualche maniera, che non deve essere indifferenziata, dev’essere sfumata, dev’essere piena di differenze, di ricchezze, ma non dev’essere basata su un’antinomia dualistica che contrappone il corpo alla mente, la tecnica alla scienza anche se ovviamente queste dicotomie sono comode nel discorso.

Allora nel libro c’è anche una sollecitazione a pensare al corpo, pensare al corpo come il luogo profondo, primordiale della conoscenza, non soltanto come il sostegno dell’intelligenza, non soltanto come il calice dove la goccia divina della mente in qualche modo risiede e non potrebbe fare altrimenti, ma come dotato esso stesso di conoscenza, di capacità, di strutture profonde ed emotive, di strutture estetiche ed etiche, il corpo è in qualche modo il rappresentante più vero, più unitario e più profondo di quello che noi siamo. 
La mente prevale perché della mente noi abbiamo consapevolezza consapevole, abbiamo, come dire, una coscienza cosciente, la mente ci impressiona perché la guardiamo, perché ci domanda continuamente tirandoci per la manica di essere portata alla nostra attenzione, ma il corpo è la e non ci ricordiamo di quanta fatica abbiamo fatto da piccoli a imparare certi movimenti, a camminare, a mangiare, non ce ne ricordiamo più, sono diventate cose automatiche e perciò stanno diventando queste cose così automatiche quasi trascurabili. 
E la tecnologia in un certo senso fa lo stesso percorso, da operazione difficile, da operazione che mette in contatto l’uomo con la macchina attraverso una superficie di disadattamento che può causare anche sofferenze, la tecnologia una volta che sia penetrata dentro di noi diventa agevole, noi ci dimentichiamo che stiamo usando degli strumenti. Ecco allora che la tecnologia è penetrata dentro di noi, ci ha trasformato, ci ha fatto diventare altri. 
Ecco che allora la tecnologia è davvero come si era detto una volta un destino dell’uomo, è vero che quando i paleoantropologi vanno a cercare gli scheletri degli uomini primitivi pre-homo sapiens li trovano circondati di strumenti che hanno aiutato l’ominazione, cioè l’uomo diventa sapiens non solo perché si sviluppa il cervello, ma perché si sviluppa questo tragico e fortunato circolo tra la mano e il cervello, tra lo strumento e il cervello.

Allora forse homo tecnologicus era un destino, forse è una sorta di prolungamento dell’evoluzione e come tale forse non va e non può essere rifiutato. Ecco allora forse il punto essenziale: guardare in faccia quello che sta diventando il nostro destino, senza però rinunciare a quella resistenza, a quella sorta di consapevolezza, a quella sorta di leggero battito delle ali degli angeli, angeli che ci vengono in soccorso.

Anche Gregory Bateson scrisse un libro intitolato “Dove gli angeli esitano”, un libro postumo, messo un po’ a posto da sua figlia, che ha a che fare con il Sacro, con questa dimensione che non è una dimensione come dire fideistica, una dimensione mistica, trascendente. Il Sacro è per Bateson il sentimento di essere insieme con tutte le altre creature animate e non animate in un sistema di corrispondenze, in un sistema di co-adattamento dinamico, di co-evoluzione che ci porta sempre in equilibrio quasi perfetto verso un destino che noi non conosciamo. E questo grande sistema è quello che Gregory Bateson chiamava la Mente.

Ecco, l’ecologia della Mente di cui forse avete sentito parlare è proprio questa sorta di grande sistema all’interno del quale si creano queste corrispondenze. E noi stando all’interno di questo sistema, non mettendoci fuori dobbiamo, se vogliamo o possiamo, ricavare il senso di queste corrispondenze come si riflettono in noi. Io non so se queste cose siano quelle che avevo in mente quando ho scritto il libro, però adesso in questo contesto mi sono venute in mente queste cose. Grazie.

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