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Omnia

Antonio Ricci

Striscia? Se non la facessi, mi piacerebbe vederla

Ecco uno che il Tapiro d’Oro non lo riceverà mai. E non solo perché a consegnarlo sono proprio gli inviati del suo TG satirico. Antonio Ricci, autore di “Striscia la notizia” è raggiante: da 13 anni è campione di ascolti, con una media di telespettatori a puntata che si attesta sui 9 milioni. Ed è uno che si diverte da pazzi a far quello che nemmeno considera un lavoro.

“Striscia? Se non la facessi, mi piacerebbe vederla, perché pensare ad un ministro, Enzo Bianco, che se ne va via con una bestia schifosa di polistirolo sottobraccio, il Tapiro d’oro, mi fa troppo ridere”.

A Trieste per prendere parte a un convegno sulla comunicazione, il “Primo Meeting Nazionale di Scienze della Comunicazione” organizzato dall’Aiscom all’Università di Trieste con il Co.re.rat della Regione Friuli-Venezia Giulia ed Estel, abbiamo potuto avvicinare e intervistare Antonio Ricci grazie alla cortese collaborazione del presidente regionale del Co.re.rat, Daniele Damele, amico personale dell’autore di “Striscia” e di altri programmi di successo, da “Fantastico” a “Drive In” a “Paperissima” a “L’Araba Fenice”, dove ha avuto il merito — uno dei tanti — di aver lanciato i fratelli Guzzanti. A Trieste proprio in virtù del rapporto personale che lo lega a Damele, Ricci, disponibile e affabilissimo, ha accettato cordialmente di rispondere alle nostre domande davanti a un caffè e una brioche, al ristorante del Jolly Hotel.

Gianfranco Terzoli (GT): “Satyricon”, “Le Iene”, la stessa “Striscia” da sempre con il Gabibbo e i suoi inviati: alla fine è da sempre la satira a doversi sostituire al giornalismo “serio”, quello che dovrebbe essere dei Vespa e dei Santoro. Come si spiega, e soprattutto com’è possibile uscire da questa situazione?

Antonio Ricci (AR): Non sembra sia possibile e direi anzi che non è possibile, perché vediamo che comunque una funzione della satira — e chiamiamola satira perché ci sono stati molti distinguo sul fatto che il programma di Luttazzi fosse o meno satira — diciamo comunque che Luttazzi dal suo punto di vista ha fatto bene, cioè ha comunque provocato un casino, ha fatto un casino. Che poi sia stato strumentalizzato, che sia stato creato ad arte, questo è tutto un altro discorso. Comunque che sia stato possibile farlo in quell’ambito, con quel cavallo di Troia, con quell’alibi è chiaramente una cosa che fa riflettere. E fa riflettere soprattutto perché nei cinque anni precedenti non c’era stata una trasmissione satirica sulle reti Rai. Questo perché anche se sei di sinistra, quando fai satira vai a toccare comunque chi ha il potere. Faccio il caso di Missione Arcobaleno, scatenato da noi, fatto in assoluta e in totale buona fede. Noi addirittura quando il governo ha lanciato Missione Arcobaleno abbiamo fatto gli spot a favore però passati tre mesi, cioè ritornati dalle vacanze — Missione arcobaleno mi sembra sia stata lanciata a maggio — alla fine di settembre noi avevamo per le mani una cassetta inviataci da un volontario gratuitamente in cui ci diceva “guardate che là è un grosso casino, guardate cos’è successo”. E abbiamo registrato questa cosa. Ora, l’averla mandata in onda e l’aver poi seguito tutto quello che è successo non è stato un complotto contro D’Alema, perché complotto non era: era semplicemente dare voce a quegli stessi che noi avevamo mandato là, inviato come volontari. Un pieno diritto che però in quel momento, essendo D’Alema al governo, era, capisci, un atto di lesa maestà. E lesa maestà aggravata dal fatto che D’Alema invece di dire “indagheremo e appureremo quello che è successo e se è successo qualcosa di male provvederemo” se n’è uscito dicendo “non è successo niente, quello è un fiore al’occhiello, è tutta una campagna contro di me”, negando l’evidenza. Che quasi sempre poi sbuca fuori.

GT: Una volta, ai tempi di Noschese, erano gli stessi politici che chiedevano di essere caricaturati, perché se passavi nel programma di Noschese voleva dire che esistevi. Adesso accade il contrario, cioè nessuno vuole più essere toccato, un po’ come il discorso della lesa maestà. Vedi tutti i problemi avuti dall’”Ottavo nano”…

AR: Be’ no, direi di no, nel senso che comunque la parodia e la satira hanno una funzione ambigua e ambivalente: a volte è veramente difficile capire quando colpisci o quando aiuti a rendere popolare. Io ad esempio sostengo — e con me tanti altri — che il casino di Luttazzi, gli interventi dell’”Ottavo nano” e di Benigni siano solo serviti a portare acqua al mulinone di Berlusconi e ne sono perfettamente convinto. Così come poi — faccio un esempio — quando pigliavamo in giro D’Alema per il suo fut-fut lo abbiamo reso simpatico, gli abbiamo fatto un ottimo servizio, abbiamo reso umano quello che era un pezzo di legno. Per cui la parodia ha sempre questa doppia funzione, dipende poi dalle cose che dici. è molto difficile. A volte una violenza eccessiva ha l’effetto del boomerang: io posso dirlo per esperienza personale avendo reso simpatici De Lorenzo e Poggiolini, che penso sia un’impresa incredibile, cioè perseguitare questi due figuri alla fine li ha resi simpatici. Non vorrei che adesso mi succedesse con il ministro Bianco. Quello che non mi piaceva più e quello che non mi soddisfa più da tantissimi anni — e poi appunto proprio per questo ero andato a rivedere le mie vecchie dichiarazioni di dieci ani fa, quando avevamo finito “Drive In” e avevo finito anche l’esperienza dell’”Araba Fenice” dove avevano esordito i fratelli Guzzanti: dicevo appunto che la parodia aveva finito un suo ciclo. Cioè che non pagava più il parodiare ma bisognava andare sulla strada e andare a cercare dei fatti prima degli altri. Comunque il parodiare — che è bellissimo ed è divertente — è sempre un gioco di sponda, è un’onda di ritorno ed è un ritardo. Cioè sei sempre in ritardo su quello che è successo. 
Noi la utilizziamo ancora la parodia, facciamo delle parodie, ma per dirti dell’efficacia che io invece conferisco ad altri generi, tre anni fa Sabina Guzzanti, proprio perché non riusciva a lavorare in Rai — strano, ma non è strano, per cui io penso che anche adesso Emilio Fede sia più preoccupato di prima perché ha compiuto il suo ciclo e vengono solo ripescati nei momenti di guerra — Sabina Guzzanti dicevo non lavorava, per cui mi aveva chiesto di poter venire a “Striscia” a fare D’Alema. Solo che io avevo per le mani, stavo facendo D’Alema con il sosia di D’Alema e allora per me lui era più importante — mi è dispiaciuto ma ho dovuto dirle di no — perché ritengo che il D’Alema finto che avevamo noi fosse più efficace del D’Alema fatto da lei. Perché mentre con lei eravamo sempre all’interno di uno sketch costruito, anche se “Striscia” è evidentemente un varietà, ma mi avrebbe sottolineato troppo l’aspetto di varietà dello sketch, mandare invece questo sosia per strada, in giro, far vedere che comunque Cuccia si scappellava anche davanti a D’Alema, parlava, oppure farlo invitare da Legambiente a fare un discorso come se fosse il vero leader. O ancora, mi ricordo che dopo Missione Arcobaleno, D’Alema aveva fatto quel discorso di cui ti avevo detto, l’altro D’Alema ha fatto invece un discorso dove diceva cose di sinistra, diceva “sì, mi piglio le mie responsabilità, noi lo abbiamo fatto per questo e per questo per cui Missione Arcobaleno doveva essere dopo la tempesta un effetto speciale con i colori; purtroppo non è andato bene, ma io ecc ecc.”. E questo secondo me dà più fastidio, è più devastante perché ti ruba l’anima. Mentre le parodie a volte, gli sketch — non a caso Berlusconi ha dimostrato di apprezzare molto la satira dei Guzzanti — sono comunque un gioco di specchi: ti rivedi deformato ma è lui che ti deforma. Più efficace secondo me vedere il ministro Bianco che balla in Turchia. Perché lì non c’è nessuno specchio che lo fa. Per chiarire meglio, il sosia di D’Alema che avevamo non faceva il fut-fut perché il fut-fut era un tic, sembrava una parodia. Lui era perfetto, era il vero leader. La realtà che il reale non riusciva a dare. E con Soldini, poi, mamma mia. Io quando gli ho telefonato per dirgli che quel D’Alema era finto non ci credeva “ma no, ma dai”.

GT: Stiamo assistendo al proliferare in televisione di questi reality show, dal “Grande Fratello” a “Survivor”. Dall’altra parte c’è invece la fiction. Dove stiamo andando, con questa tv spettacolo (D’eusaniesca, la definisce Ricci, ndr.) che viene passata per tv reale che alla fine diventa più reale della realtà.

AR: La tv per me è finzione, per cui tutto quello che passa in televisione dovrebbe avere il bollino “avvertenza” come c’era nei film una volta quando veniva scritto “ogni riferimento a persone o fatti è puramente casuale”. è la stessa cosa. Solo che c’è una minor colpevolezza tra invitare ospiti che comunque danno un’idea di una realtà che poi generalmente non esiste: io vedevo quando le mie figlie guardavano la D’Eusanio o la De Filippi alle due del pomeriggio e vedevano che erano tutti transessuali, operati, gente con otto mariti, casalinghe ingrifate. Io mi sono posto il problema che loro pensassero di vivere non in una famiglia modello, ma di deviati sessuali,:eravamo noi quelli con dei grossi problemi perché l’esagerazione e l’enfasi, che è uno dei mezzi con cui la televisione comunica per attirare l’attenzione, chiaramente fa sì che la realtà debba essere modificata verso un ruolo spettacolare, lanciata al massimo. Per cui venire a scoprire che tutti questi sono dei “pacchi”, dei soggetti che non esistono, che sono recitati, che c’è un copione, per noi è stato importante dimostrarlo. E devo dire che i giornali ci hanno dato un grosso risalto quest’anno sulla D’Eusanio, anche con interventi da parte dei vertici Rai: ricordo il direttore di Raiuno Beretta che è intervenuto in sua difesa dicendo “io non credo che sia così”. Freccero, l’autore di tutto questo, arrivò a dire “sì, è tv pettinata”, cioè come dire c’è la realtà ma noi ci diamo una pettinata per renderla un po’ più appetibile. Noi abbiamo fatto uno speciale sui falsi dello spettacolo, di questi reality show che riguardava sia la Rai che Mediaset — noi siamo sempre andati giustamente a prendere tutto, per noi è mercato: più roba abbiamo più facciamo — e la cosa ha avuto grande enfasi e grande evidenza sui giornali. La settimana dopo ho fatto i falsi sull’informazione, che sono secondo me molto più gravi, molto più riprovevoli ed è passato nel silenzio più totale. Nessun giornale li ha ripresi, tutti zitti. Tutti i falsi sui giornali che abbiamo visto in tutti questi anni. Dagli applausi messi a Rutelli, alle cariche contro i pacifisti, a tutti i fischi (a Rosy Bindi e D’Alema, ndr.) fatti passare per applausi a tutte le falsificazioni anche banali, anche le scene delle irruzioni della polizia. Tutto quello che era falso sull’informazione. Purtroppo l’informazione lo ha voluto tacere completamente, perché è una cupola mafiosa. Cioè non si deve sapere, quello non esiste. Quelli sono errori di montaggio, nel migliore dei casi, come viene detto.

GT: Una domanda da esperto del settore, in quanto lei è autore di programmi di successo fin dal ’78 (l’anno del suo primo “Fantastico”, ndr.).

AR: Sono un povero vecchio…

GT: Affatto, al massimo è un bambino con la barba…

AR: Un bambino con la barba bianca…

GT: …con il piglio da monellaccio che è quella che considero la sua caratteristica migliore e che si vede nei suoi programmi, se posso permettermi di definirla così…

AR: Sì, sì altro che.

GT: Dove sono finiti gli autori? Tutti i programmi, a cominciare dalla fiction, sono dei format che vengono acquistati all’estero e riadattati per l’Italia. La voglia di sperimentare, la fantasia sembrano scomparsi. Ci sarà qualche programma nuovo, qualche autore nuovo o saremo costretti a rivederci per l’ennesima volta la stessa fiction, comprata in Spagna e ridoppiata per l’Italia?

AR: Io mi sono affermato proprio andando controtendenza, cioè se devo ritornare indietro nel tempo, la situazione degli autori quando io ho deciso di fare quello che non ritengo ancora adesso un lavoro, perché per me è un grosso divertimento — perché uno fa casino, poi lo vedi; cioè per me vedere Bianco col tapiro ieri sui giornali con quella faccia mi ha fatto molto ridere perché pensavo che un ministro che vede Staffelli e gli dice “mi scusi, Staffelli” mi fa troppo ridere, non è pensabile un ministro con un tapiro, con una bestia schifosa di polistirolo: mi dà l’idea di star combinando qualcosa di veramente balzano, perlomeno inusuale vedere un ministro che se ne va via con una cosa così schifosa sotto il braccio. A me fa ridere proprio. Se non la facessi, mi piacerebbe vederla, “Striscia”. Per cui, dicevo, all’epoca in cui ho cominciato non è che ci fossero molti autori televisivi, che è un problema vecchissimo, di struttura. Cioè, c’erano degli autori che arrivavano dal varietà ma io penso che a utilizzare il mezzo televisivo per fare “la televisione”, parlo del varietà soprattutto, sono pochissimi, cioè “Blob” e noi, che utilizziamo il mezzo. Gli altri sono ancora teatro messo in televisione, spesso anche col sipario. Una cosa che davvero mi fa impazzire, quando vedo un sipario in televisione mi viene da chiedermi “ma che cavolo: c’è l’inquadratura che cambia e già è sipario e invece quelli ancora chiudono il sipario per far uscire gli attori”. Quando io ho cominciato — e io ho cominciato in maniera fortunosa perché ero al seguito di Grillo, quindi uscito Grillo non c’erano autori che imponevano la loro trasmissione — erano i dirigenti della Rai (perché allora non c’erano ancora le tv private) che prima facevano un cast e l’idea l’avevano loro, davano il titolo loro, mettevano insieme della gente e poi prendevano della gente che gli scrivesse la trasmissione. Però la scrittura della trasmissione allora avveniva così: praticamente una sequela di canzoni per cui non c’era bisogno di autori: c’era bisogno di gente che facesse delle scalette e la parte del comico veniva appaltata al comico, cioè era il comico che si faceva i suoi pezzi. Portandosi dietro di solito suoi autori. I quali però non mettevano poi becco nella composizione della trasmissione, perché si occupavano di un segmento. Allora c’erano questi che facevano lo scalettone. Un momento, per Grillo era così, ma poi se arrivava Walter Chari magari aveva degli autori… E non era l’autore di tutto il programma, era l’autore di un settore. E questo — ci ho riflettuto spesso su questo fatto — era proprio funzionale ad un controllo, perché l’autore non era più l’autore di niente, era l’autore di una cosetta e basta. Era molto importante il regista perché unificava tutto ed era importante diciamo la spalla del regista, che non era l’autore ma era il funzionario, il dirigente Rai. Però scattava anche l’appaltone lì, perché si dava grande importanza ai costumi. Quindi spendevano in scene, in costumi per cui era importante avere in mano la macchina. Io ho cominciato a inserirmi nel mezzo e a tentare di pensare “ma come mai c’è il regista che conta, gli autori non ci son più”, cioè mi risultava strano. Però era una cosa che vedevo che andava molto di moda nel teatro. Bertolt Brecht veniva cancellato da Strehler o da Squarzina. Perché non si può ritornare? Un bel momento chi scrive la roba? Perché questi mettono in scena, però dev’esserci la base; questi svisano, reinventano, ma devi avere qualcosa, Pirandello ci deve essere. 
E allora ho cominciato a pensare come poter fare una trasmissione dove l’idea partisse. Ho cominciato prima con “Te la do io l’America”, dove allora c’era un’idea forte ed era preponderante al ruolo del comico, poi il colpo finale è venuto col “Drive In”, dove c’era proprio una redazione. Abbiamo cominciato pian piano a mettere su una redazione, ma non avevamo nemmeno lo spazio fisico dove poter scrivere, l’autore era uno che portava dei foglietti con scritte delle cose “ma ve be’, studi questo e via”. Questo non c’era. Invece adesso abbiamo proprio una redazione, cioè noi siamo il punto di riferimento della trasmissione, l’autore. L’autore che assume il regista per cui il regista — come, vedi, la regia di “Striscia” — è importante ed è bello perché poi hanno ancora compensi da registi come fossero “quei” registi, ma in realtà svolgono un ruolo prettamente tecnico, realizzano decisioni già prese. Insomma, è difficile per un autore giovane entrare, perché comunque la mia esperienza è rimasta abbastanza limitata nonostante gli anni in cui è andata avanti, cioè non si sono formati poi tanti gruppi di lavoro come pensavo potesse succedere. Questo per una difficoltà proprio a proporre nuove trasmissioni. Cioè lo puoi fare se hai una trasmissione che già va, ma allora — come faccio io — non la mollo perché è successo anche a me negli anni passati, se devo proporre una nuova trasmissione non è così facile ed infatti nel libro che ho fatto (il saggio “Striscia la tv”, i cui proventi verranno devoluti in beneficenza al Gruppo Abele di don Ciotti, ndr.) do un consiglio ai giovani autori: di dire che hanno copiato un format poco conosciuto olandese per far vedere che funziona, così i dirigenti si incuriosiscono subito. Ma “Paperissima” ad esempio, ho avuto difficoltà a metterla in piedi perché nessuno credeva che avrebbe funzionato e “Paperissima” ormai va avanti da dieci anni anche quella. è dura. Ora però si stano moltiplicando i canali tematici, Internet, il satellite: ci sono tutti questi canali nuovi vuoti che aspettano contenuti, per cui dovrebbe essere anche più facile mettersi insieme e tirar fuori le idee.

GT: Cosa significa fare comunicazione negli anni di Internet e se questo mezzo può garantire la libertà negata da altri organi di informazione.

AR: A noi Internet ha cambiato completamente il modo di lavorare, nel senso che da quando c’è Internet “Striscia” ha potuto contare su tutta una serie di segnalazioni diverse. Mentre prima con fax e telefono era tutto più farraginoso, più faticoso, con Internet abbiamo una qualità della segnalazione e poi con foto, cioè da subito ci rendiamo conto se la cosa che ci segnalano è buona o meno. La Rete ci ha dato centomila possibilità in più, se pensiamo soprattutto alle segnalazioni che abbiamo. Per noi veramente è stata una manna, e non solo per quello ma una manna anche per le nostre possibilità di verifica, cioè se cerchiamo una cosa, andiamo su Internet e la si trova. Il nostro lavoro è stato enormemente facilitato. Se sia libertà totale, questo non lo so ancora. Ho sempre paura che quando ci si può rendere conto della potenzialità di libertà, poi possa intervenire qualcosa a interromperla, a guidarla. Questa paura ce l’ho sempre su tutto, perché io ho molto chiaro che la libertà non te la dà nessuno. Cioè te la devi cercare ogni giorno.

GT: Anche a suon di querele.

AR: Eh, sì. è un lavoro di tutti i giorni, però è anche giusto che sia così, che tutto sia sempre in discussione, no?

Cosa diceva Luttazzi in teatro “il mio lavoro sarà più facile perché con Berlusca è più facile fare satira”. E invece…

GT: Ma adesso, dopo questi risultati elettorali, sarà più difficile la vita per programmi come l’”Ottavo nano” oppure resterà tutto com’è?

AR: Resta tutto com’è. Secondo me resta assolutamente tutto com’è, anzi devo dire dall’esperienza reale che c’è stata in questi tempi — tranne gli ultimi due mesi in cui c’è stata un’attenzione — dell’”Ottavo nano” non abbiamo mai sentito parlare prima, sembrava che avesse delle difficoltà. La stessa Sabina Guzzanti sta facendo un film con Berlusconi”. Se si pensa appunto che i giornali satirici tipo “Cuore” hanno chiuso proprio nel momento in cui avevano finito la loro funzione di contrapposizione: cioè una volta arrivati al governo hanno tagliato la cannetta del gas a quelli che sono funzionali ad arrivare. Non a caso, l’Unità ha ripreso fiato adesso, è ritornata adesso sotto elezioni. E prima l’han fatta morire. Non ce n’era bisogno. è incredibile.

GT: Ultimamente è venuto spesso a Trieste, anche per il Gran Galà della Tv: gite di piacere, a parte quella di lavoro di oggi, perché andava a trovare questi amici oppure c’è qualche progetto, qualcosa.

AR: No per ora è solo la seconda volta che ci vengo, ci verrò anche una terza volta, l’8 giugno, ma…

GT: Insomma, si è sempre trovato bene, ma veniva solo a trovare qualcuno

AR: Sì, ero appunto venuto per queste manifestazioni

GT: … realizzate come questa da Damele, per solidarietà?

AR: Sì, perché diciamo che Trieste è tagliata fuori dalle rotte. Ingiustamente poi, perché è uno splendore.

GT: Magari qualche progetto come quello realizzato da Iacchetti con la Witz Orchestra, “Titolo”, qualcosa che possa partire da Trieste? è possibile? Magari su Internet?

AR: Appunto, si possono ipotizzare delle situazioni, ma noi abbiamo la nostra centrale. Io sono stato rovinato con l’idea del telelavoro, perché anch’io pensavo — io abito ad Alassio che è decentrata come Trieste, è da tutt’altra parte rispetto alla rotta Milano-Roma — e con i nuovi mezzi di comunicazione già anni, anni fa avevo ipotizzato di poter lavorare da casa con il telelavoro, per cui mi sono organizzato in maniera tale da poter lavorare così e invece poi la cosa non si è mai realizzata perché comunque con trasmisssioni come “Striscia” se non sei proprio sul posto, devi essere…

GT: …in prima linea.

AR: La speranza è che in futuro sia possibile attuarla, anche per rientrare degli investimenti però attualmente non riusciamo a staccarci. Io pensavo di poter comparire sullo schermo, poi dopo quando sei lì… Mi dispiace dirlo, ma a me non funziona il telefono tra lo studio e la regia: a volte quando ho qualcosa d’urgente, esco, scappo, mollo la regia — io non sono regista della trasmissione, sto dietro alla regia — però se vedo un casino durante un filmato preferisco andare in studio e dire “guarda che succede così così” perché se penso che quello ha il telefono staccato perché le veline hanno ballato sul tavolo e magari gli è saltato o non mi capisce bene…

Intervista concessa grazie al prezioso tramite offerto da Daniele Damele, amico personale di Antonio Ricci e degli altri conduttori storici di “Striscia” – Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti – che in qualità di presidente dell’Associazione “Orizzonti 2002” ha portato più volte in città per iniziative di carattere benefico. Anche in questa occasione, la presenza di Ricci a Trieste ha avuto un risvolto legato alla solidarietà: ha infatti rinunciato al cachet di presenza al meeting, decidendo di destinarlo all’acquisto dei suoi libri i cui proventi sarebbero poi stati devoluti al Gruppo Abele. Complimenti.

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