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Arte

Paolo Cervi Kervischer

A tutto campo con il pittore Paolo Cervi Kervischer

Giorgia Gelsi (GG): Siamo in compagnia di Paolo Cervi nella sua casa dove vive e lavora.
Paolo Cervi Kervischer — ci tiene al suo doppio cognome — lavora a Trieste come pittore, si è diplomato a Venezia e ha avuto tra i suoi insegnanti personaggi del calibro di Nino Perizi e da anni lavora anche nel campo dell’insegnamento della storia dell’arte e della pittura.
Ecco, una prima domanda: come ti sei avvicinato all’insegnamento e che cosa intendi trasmettere ai tuoi allievi?

Immagine articolo Fucine MutePaolo Cervi Kervischer (PCK): Sì, tra i miei insegnanti c’è stato anche Emilio Vedova, da non dimenticare… Be’, all’insegnamento ci sono arrivato per caso, io non avrei mai dovuto insegnare… Sono arrivato per caso chiamato proprio da un artista triestino che aveva messo su una scuola estiva: Luigi Danelutti, che purtroppo è morto qualche anno fa, e che mi ha chiesto di fare un corso di nudo, di figura e di anatomia. E in quella occasione mi sono lanciato in un’esperienza che pensavo fallimentare, pensavo di non farcela, in quanto insegnare non è esattamente come dipingere, e invece ho capito che qualcosa di buono poteva venir fuori, anche per la mia crescita.

Poi, una cosa tira l’altra, ora è una cosa che mi prende molto l’insegnamento, anche perché da quello che è emerso è che oggi abbiamo un motivo per insegnare. L’obiettivo fondamentale che voglio trasmettere ai miei allievi, ai miei giovani, è soprattutto quello di rendersi conto che un’esperienza artistica non nasce dal nulla, e per entrare nell’arte e diventare artista, ed entrare in relazione in qualche modo con il mondo, bisogna entrare prima di tutto in relazione con l’altro. Si sente molto spesso parlare della spinta all’arte come un fatto spontaneo, di qualcuno che è privilegiato per una specie di talento; in realtà, da quello che ho capito dalla mia esperienza, è che ci si avvicina all’arte attraverso l’incontro con gli artisti e con la stessa arte. Per fare una metafora, cambiando ambiente, è come dire che per diventare scrittori bisogna prima diventare lettori, e quindi c’è l’aspetto di considerare dei punti di riferimento, di avere dei maestri che sono vivi e possono insegnare delle cose- io punto molto sul disegno, sul disegno dal vero di oggetti semplici con cui entrare in relazione con le loro misure- e poi entrare in relazione con gli artisti del passato, cominciare ad amarli… Perché è illusorio pensare che noi tutti abbiamo una vita molto densa, e poi ci voltiamo indietro e vediamo gli artisti come soli produttori di qualche quadro. In realtà quando cominci ad aprire una porta attraverso un innamoramento che puoi avere per Giacometti, Klimt, Picasso, scopri un di pensiero e di problematiche, che permette poi una crescita importante. Per questo io voglio trasmettere una relazione coi maestri, con chi è venuto prima di noi.

Immagine articolo Fucine MuteGG: Nei tuoi quadri c’è anche, oltre a una preparazione di base, un grande attenzione per la casualità, verso quello che può accadere per caso nella realizzazione di un quadro. Vuoi parlarcene, dicendoci anche qualcosa degli aspetti che ritieni più importanti del tuo discorso pittorico?

PCK: Mi viene in mente la frase “nulla succede per caso”: ecco sintonizzarsi con il caso, considerandolo in maniera diversa da un accidente, un incidente, fatto da eliminare, fa sì che si può entrare un po’ nel mistero della conoscenza. Un esperimento che facciamo un po’ tutti è quello delle coincidenze, di quei momenti in cui ti accorgi che una cosa suggerisce un’altra. Il caso in arte non è altro che uno stimolatore di un’osservazione inedita, nuova. Già Leonardo diceva: guardate le macchie sui muri dell’umidità, concentratevi su questo perché da qui partono mondi infiniti. Per cui appunto, il caso è lo stimolatore di un’attenzione. Io sintonizzato sul caso, su questo aspetto della casualità. Nel lavoro la casualità arriva come una certa sorpresa, come un evento che diventa il punto di partenza per tutta una serie di pensieri che risultano essere sviluppati per analogia. Questa è anche la mia esperienza per quanto riguarda l’insegnamento della storia dell’arte: capita che inizi una lezione senza sapere come andrà a finire. Il caso può funzionare da accensione, poi il discorso prende una piega inedita. Ciò è importante perché l’opera d’arte è tale nel momento in cui sorprende chi la fa, e non solo chi la fruisce, altrimenti non è più tale! Chiaramente non bisogna stupire per stupire, semplicemente basta sintonizzarsi sul caso che poi tiene, regge.

GG: Cambiando completamente panorama: oltre che in mondo culturale viviamo anche in mondo politico, anzi è un tema di scottante attualità visto che è stata confermata una certa tendenza politica in Italia. Che cosa può fare un artista per la politica e viceversa, che cosa può fare la politica per gli artisti?

PCK: Gran bella domanda. è molto complessa, perché c’è questo grande rischio, che è sempre stato presente: e cioè la tendenza a sottoporre l’arte a una specie di controllo, che può essere anche un controllo sottile, in quanto quello più grosso determina poi l’auto-censura degli artisti stessi.

Immagine articolo Fucine Mute

La società è come una specie di organismo che produce una serie di idee che diventano luoghi comuni, e poi attraverso una certa dittatura, che oggi è quella del denaro — come sappiamo che purtroppo confondiamo il valore dell’opera d’arte col suo prezzo, ad esempio il valore di un Van Gogh corrisponde al valore della sua stima sul mercato, quando invece non sarebbe monetizzabile e probabilmente commercialmente non varrebbe granché! — a cui gli stessi artisti sottostanno senza rendersene conto, perché c’è questo gioco della società che spinge in quella direzione. Per me il problema politico è questo, e cioè come fare a resistere a questa corruzione, “corruzione” in senso ampio, che sta determinando delle scelte che in realtà non sono scelte libere: cioè l’artista rischia di entrare in un territorio di non libertà. Ma questo c’è sempre stato, non dipende dal momento attuale, anche se oggi siamo un poco tutti allucinati da quello che è successo, c’è qualcosa che lascia perplessi. Resta il dato di fondo che non c’è modo di usare l’arte da parte della politica, e la sana politica dovrebbe essere semplicemente quella che constata il sintomo, l’aspetto sintomatico che è l’opera d’arte, la risposta del corpo sociale alla pressione di qualcosa che va in una direzione insopportabile. Quello cui non si resiste si respinge, va contro e diventa sintomo l’artista poi l’esprime come sofferenza, o anche come gioia — non deve essere per forza negativo!-: è qualcosa che comunque manifesta un pensiero profondo della società.

La politica non può che prenderne atto, e se riesce a togliersi questa fantasia di gestire e dominare il discorso artisti tout court — come è stato nei movimenti totalitari, nel passato, come ci insegna la storia — ne avremo benefici tutti, se invece ancora una volta c’è l’idea di sottoporre l’arte a visioni manichee — è stata superata la dicotomia astratto/concreto, almeno tra gli artisti- posso farti ancora un esempio di quanto è pericolosa la situazione. Ciò che gestisce l’arte non è tanto la politica quanto piuttosto l’economia, il mercato, e molte manifestazione artistiche sono sponsorizzate da strani organismi… e stranamente si scopre che la mostra di videoarte ha tutta una serie di sponsor, perché propone nuove tecnologie, muovendo il mondo in una certa direzione. Ecco, quella è la direzione che viene sponsorizzata e appoggiata, viene spinta, tra l’altro la resistenza, il lavoro povero, che non ha bisogno di tecnologie non viene appoggiato. C’è questo giochetto simpatico…

GG: Hai anticipato un po’ la mia ultima domanda. Da posizione privilegiata di artista che ha alle spalle numerose mostre nel mondo e in Europa — soprattutto in ambito mitteleuropeo — come vedi in ambito locale lo sviluppo dell’arte triestina, per restare in ambito locale, e più globalmente come vedi il contributo delle nuove tecnologie? Cioè, ci sarà posto per la video arte, rimarrà il pittore “a modo tuo”, cioè col proprio laboratorio, si è destinati ad andare verso una progressiva globalizzazione dell’arte?

PCK: Allora, bisogna dire innanzitutto una cosa, cui non si fa caso. Dell’arte di cui parliamo, l’arte storica, su cui riflettiamo, è l’arte che rappresenta l’un per mille probabilmente di quello che è successo nelle varie epoche storiche. Cioè un artista si trova a emergere tra altri mille sedicenti tali, c’è cioè una scrematura pazzesca da parte della storia. Nei cataloghi della Biennale degli Anni Trenta c’è una quantità di nomi che non hai mai sentito, che mai sentirai, che sono spariti così come sono comparsi, e che magari quella volta erano personaggi interessanti. Poi bisogna dire che oggi è nata una forma artistica che è basata sul gioco: cioè basta giocare, non occorre avere grande profondità, fare cioè un’arte senza profonde radici culturali. Io dico sempre ai miei allievi, che oggi per essere un artista non occorre conoscere la storia dell’arte, non serve saper disegnare, dipingere, fotografare… Anzi, meno sai meglio è. L’arte oggi viene fatta dai non-specialisti, si premia il salto della quaglia, la possibilità di trovarsi a usare vari strumenti. Questa è un’arte che dal mio punto di vista non reggerà: certo, il rischio è di trovarsi di fronte a un sacco di giovani che vengono fuorviati nel credere che l’arte sia una cosa leggerina, che nel giro di un paio di anni, facendo quattro cose, cinque video, inventando così, diventa un videoartista. Ecco, il rischio è che oggi c’è una patente immediata che viene data, cioè uno per essere un artista basta che faccia tre mostre, e va a confondersi con chi magari lavora già da trent’anni. C’è una confusione che viene creata apposta, perché funziona in un’ottica mercantile, e poi si vende un po’! L’arte del domani secondo me sarà fatta da coloro che avranno saputo resistere a questa fascinazione, a queste sirene… Un po’ come Ulisse, bisogna farsi legare al palo. Io stesso correrei subito in braccio a queste situazioni, sarei felicissimo di farmi corrompere: bisogna farsi legare al palo della nave e fare resistenza. Ma tu non ce la fai, devi in qualche modo farti legare al palo, dire come un artista americano: “difendetemi da ciò che voglio!”, fate in modo che io non caschi dentro questa fascinazione, questa magia. Chi resiste, chi resta, indifferente con che mezzo, sarà domani parte di quegli artisti che avranno dato un senso. C’è ancora da dire una cosa: a proposito dell’arte triestina, io credo che debba sprovincializzarsi. Questo è un concetto che ripeto spesso, cosa vuol dire sprovincializzarsi? Vuol dire credere in quello che hai casa, anche se è poco. Credere negli artisti che hai in casa, portarli fuori, farli vedere, mostrare che forse Trieste ha prodotto qualche “artistello” nel passato, cominciando a dare visibilità a questi. Non vivere insomma come provinciali tutto ciò che viene da fuori, ad esempio Portogruaro è già un centro culturale per i triestini! Non ci serve tutto questo: facciamo due passi, andiamo a Venezia, vediamo la Biennale ogni due anni e vediamo un sacco di arte, andiamo a Bologna, a Milano, andiamo a Lubiana a un’ora di macchina e andiamo a vederci le opere d’arte di altra gente.

L’importante è che a Trieste venga fatta l’arte triestina, nel bene e nel male, vergognandoci anche! Quando ci sarà questa inversione capiremo che siamo usciti dalla provincia, ci saremo sprovincializzati. Questo è anche quello che cerco di insegnare, cioè una tenuta rispetto a questa deriva senza domani, perché sappiamo che domani andiamo incontro a un mondo che rischia la globalizzazione, la perdita di idiomi locali… E allora cosa può restare? Le nostre radici, che non devono diventare il nostro dialetto! Il rischio qual è, che tutti tendono a guardare ciò che succede nel mondo, e quando c’è qualcuno che decide di restare qui si trova a balbettare un proprio dialetto, che nessuno usa…

Allora bisogna stare qui, guardare le proprio radici: io ad esempio guardo Venezia, Monaco, Vienna, la cosiddetta “mitteleuropa”. Io guardo a questo, e ci sono delle motivazioni precise: se io faccio l’arte che faccio è perché guardo Klimt, Schiele, Kokoscha, e poi guardo Francis Bacon, le esperienze più vicine, personaggi che mi interessano e che sono anche contemporanei, anche oltreoceano. Ma non “o questo o quello”, non devo abbandonare le mie radici, dobbiamo stare un po’ attenti a questo, abbiamo da mantenere un contatto con noi stessi.

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