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Musica

Fred Astaire, la vita a tempo di danza (I)

Un breve dialogo, per cominciare:

LUI: di tanto in tanto, improvvisamente I find myself dancing (mi ritrovo a ballare), e non so come questo avvenga…
LEI: dev’essere una specie di malattia…

Immagine articolo Fucine Mute

(Fred Astaire e G¡nger Rogers in “Cappello a cilindro” , 1935).

Fred Astaire è scomparso nel 1987, dopo aver trascorso quasi tutti i suoi 88 anni di vita nel mondo dello spettacolo.

La sua carriera ebbe inizio quando aveva sei anni e si fermò quando si avvicinava ai settanta, anche se il suo lavoro di attore si prolungò ancora per altri nove anni a ritmo ridotto e fuori dal suo mondo precedente, tutto di “Entertainment”, cioè di spettacolo.

Per di più, si pensa generalmente che la fama di Astaire sia strettamente legata al cinema, ma questo non è esatto. La sua prima pellicola è del 1933, quando lui aveva già trentaquattro anni: la sua infanzia e la sua prima giovinezza le visse interamente sulle assi del palcoscenico, a Broadway o altrove. E in questo ebbe una sorte comune con molti altri personaggi del suo mondo di attori.

Fino a quel 1933, però, non c’era un solo Astaire, ma “Gli Astaire”, lui e sua sorella Adele, di due anni maggiore: una coppia veramente famosa di ragazzi prodigio e poi di giovani affiatati e molto volonterosi.

Gli Austerlitz di Omaha, nel Nebraska

Tutto cominciò nel 1895, quando arrivò nella cittadina di Omaha, insieme a molti altri emigranti Herr Frederick Austerlitz di Vienna. Lui e suo fratello Ernest erano ufficiali nell’imperial-regia armata austro-ungarica, purtroppo divisi da un grave dissidio gerarchico. E Frederick, il minore, aveva deciso di congedarsi dalle armi e dal fratello partendo per l’America, la mitica terra della libertà per migliaia di emigranti europei.

Omaha era una città vivace e in piena espansione, con buone prospettive di lavoro, e il giovane viennese non ebbe molta difficoltà a sistemarsi. Era molto simpatico, suonava il piano e piaceva a tutti per il suo accento e la sua allegria.

Piacque in particolare a una giovane americana di nome Ann, e ben presto si ebbero le nozze. Nel 1897 venne al mondo una bambina, Adele, e poi il 10 maggio del ’99 le fece seguito un maschietto, con lo stesso nome del padre, che venne subito abbreviato in Fred.

Adele cresceva bella e vivace, con una grazia naturale e una gaiezza comunicativa che la differenziarono subito fra le sue compagne di scuola. La signora Ann Austerlitz credeva fermamente nel talento di sua figlia, e anche papà Frederick, cresciuto a Vienna, città di operette e concerti, nonché ammirato dalla vitalità americana per gli spettacoli, approvò quanto gli propose la moglie: accompagnare i due ragazzi a New York, visto che il talento di Adele meritava una spinta più energica fuori di Omaha, nella grande città che disponeva di tante scuole di danza e di recitazione. Fred era troppo piccolo per separarsi da mamma e sorella, e parti con loro, e intanto il signor Austerlitz rimase a Omaha, a fare quattrini per gestire l’iniziativa.

A New York, Adele fu iscritta ad una buona scuola di danza, nella quale seguiva regolarmente anche i programmi d’insegnamento per la sua età. E Fred doveva necessariamente accompagnarsi alla sorella: la spesa di una “baby-sitter” sarebbe stata eccessiva per il bilancio di casa.

In breve si trovò anche lui nel corso di ballo. E i due ragazzi che venivano dalla provincia fecero grandi progressi insieme al punto che cominciarono a dare dei piccoli saggi di coppia, sorprendenti per la loro facilità di apprendere e il loro entusiasmo. A Keyport, non lontano da New York, i due diedero un piccolo spettacolo, per la prima volta in pubblico, con un fantasioso “Dreamland Waltz”… Lui aveva sette anni, Adele nove. Fred indossava un cappello a cilindro: il primo.

E fu l’inizio. I due ragazzi sembravano vivere in una di quelle scene che talvolta, al cinema, raccontavano la vita e i successi di qualche personaggio, con treni in corsa e nomi di città sovrapposti. Erano richiesti dappertutto, e il cognome Austerlitz che, come avrebbe poi detto Fred “ricordava troppo le battaglie di Napoleone” diventò Astaire, derivando, pare, da una lontana parentela alsaziana.

Tra il 1916 e il ’17 i due, ormai affermati nel genere “Vaudeville” tra danza e comiche, fecero una grande svolta: furono chiamati a Broadway in uno spettacolo “d’autore”, una commedia musicale con grossi nomi in cartellone, con il titolo che era come un augurio: Over the Top. E su quel cartellone erano in bella vista “The Astaires”, un nome che si sarebbe visto a lungo. Sempre al plurale.

The Astaires, ovvero il successo

Per arrivare a questo traguardo pieno di ottime speranze, i due ragazzi avevano affrontato anche qualche delusione. Ma “Mother Ann” vegliava su di loro in continuazione, e si può dire che la loro carriera fu anche merito di questa madre consapevole, che controllava i loro interessi e la loro preparazione. Avevano fatto due anni circa di pausa dedicati interamente a perfezionare la loro tecnica sotto la tutela di validi maestri che li preparavano a ruoli più “adulti” , visto che stavano crescendo a vista d’occhio. E se la rivista Over the Top fu la loro rivelazione, ne seguirono ancora altre, mentre continuavano ad affermarsi sempre di più. Le trame erano di tipo operettistico con canzoni, danze, amorucci, equivoci da risolvere, e cosi via: ma la presenza dei due Astaire nelle parti d’appoggio strappava sovente più applausi di quelli rivolti al protagonista. Le repliche duravano anche alcuni mesi in un solo teatro per continuare lungo gli States, e il tempo trascorreva veloce.

Nei primi anni ’20, ormai in ruoli di primo piano, erano presenti in alcune riviste di enorme successo: Passing Show (Spettacolo di attualità) e poi For goodness Sake (Per buona ventura), che li tennero impegnati a lungo. Nel 1923 quest’ultima rivista cambiò titolo e divenne Stop Flirting: era stata richiesta da Noel Coward, grande personaggio del teatro inglese che l’aveva vista in America.

Fred e Adele (era d’uso, nelle coppie di palcoscenico, la precedenza al nome maschile) varcarono l’oceano, e a Londra la loro rivista fece registrare l’incredibile numero di quasi quattrocento repliche. Si guadagnarono la simpatia di tutto il bel mondo locale, e in questa felice occasione nacque probabilmente la loro sempre dichiarata anglofilia, che fra l’altro avrebbe poi deciso il destino di Adele.

Al loro ritorno a New York li aspettava George Gershwin.

Fred e George si erano conosciuti al tempo in cui quest’ultimo lavorava da Remick, l’editore di musica che lo aveva assunto come “song plugger”, esecutore al piano di canzoni in vendita. La loro amicizia sarebbe durata per sempre, fino alla prematura scomparsa del grande compositore, e si sarebbe prolungata verso il fratello Ira per molti anni ancora.

Nei loro frequenti incontri, i due amici inventavano al pianoforte degli spassosi duetti musicali. Ma al ritorno degli Astaire da Londra, la collaborazione si fece altamente professionale.

Così ebbe inizio una serie di “Musicals” di fama mondiale, anche perché sarebbero diventati in seguito, con lo stesso titolo e con la firma di George e Ira Gershwin, delle versioni cinematografiche.

Nel 1924 i fratelli Gershwin scrivono per i fratelli Astaire “Lady Be Good” e sarà un punto fermo nella storia del Musical americano.

La “prima” a Philadelphia e il successivo trionfo a Broadway sono la conferma che gli Astaire stanno raggiungendo la realizzazione dei loro sogni giovanili: Adele è la più convincente delle attrici-ballerine, mentre Fred è un partner perfetto e un danzatore di classe. Cominciano a emergere i famosi “Steps in Time” che avrebbero segnato tutta la sua vita professionale, fatti di precisione e perfezionismo. “Steps in Time”, sarà anche il titolo della sua autobiografia del 1959.

Le musiche e le canzoni dei Gershwin sono veramente di qualità, da “Fascinating Rhythm” fino al motivo del titolo, quel “Lady Be Good” che si canta e suona ancora oggi. E, come previsto, lo spettacolo è invitato con insistenza sui palcoscenici di Londra nell’aprile 1926.

L’entusiasmo del pubblico inglese va oltre ogni previsione, e la tradizionale compostezza britannica si dissolve clamorosamente in tanti applausi da parte degli spettatori, compresi quelli di alto rango, come i duchi di York, G. B. Shaw e altri ancora. Anche questa seconda tournée inglese dura parecchio, per concludersi nel Galles e in Scozia.

Tornati in America, gli Astaire interpretano altre due commedie, di cui la seconda inaugura quell’Alvin Theatre che diverrà un piccolo tempio musicale negli anni successivi. Ma è in arrivo un altro grandissimo successo, sempre firmato Gershwin.

Il titolo è “Funny Face”, cioè faccia buffa, dedicato ovviamente alla protagonista, che è ancora la solita splendida Adele. Ma proprio in questo lavoro viene fuori la vera personalità di Fred, che ha in repertorio alcuni numeri da solista, esprimendo una sicurezza (verrebbe da dire “grinta”) tutta maschile che non avrebbe potuto rivelarsi nel consueto lavoro di coppia. È come un presagio dei suoi famosi numeri di “Tap dance” nel cinema, valga per tutti il “Cappello a cilindro” del ’35.

Durante la permanenza a Londra, Adele aveva riallacciato e approfondito una sua relazione con Lord Charles Cavendish, un giovane molto distinto e molto ricco. Non le erano mancati, bella e sveglia com’era, parecchi “flirts” di scarsa importanza, ma il nobile Lord era ben altro, e si fidanzarono. Disse a Fred che avrebbe fatto scrupolosamente con lui ancora un “Musical”, e poi avrebbe lasciato per sempre il teatro. E terminò in bellezza.

Il loro ultimo spettacolo fu “The Band Wagon”, nel 1931. Gli autori erano Dietz e Kaufmann, con le musiche dello stesso Dietz e di Schwartz. Qui Fred lavorò in piena libertà, con ogni specie di trovate, e Adele lo affiancò con tutto il suo stile e il suo affetto, consapevole che era il congedo. I numeri erano perfetti, come il frizzante “I love Louisa” o quel “Dancing in the Dark” di cui parleremo ancora.

Adele divenne Lady Cavendish nell’estate 1932 e si trasferì, subito dopo le nozze, in un castello irlandese di proprietà del marito.

Goodbye, Adele, o meglio Delly, come la chiamava suo fratello…

Due incontri per Fred: il cinema e una moglie

Ormai Astaire era ricco: uno scapolo d’oro di trentatre anni, di un’eleganza tutta personale, baciato dal successo. Viveva in un bell’appartamento in Park Avenue, la zona dei benestanti, e si sentiva solo.

Incontrò la donna della sua vita in casa di amici, a Long Island: si chiamava Phyllis Potter, aveva ventiquattro anni, divorziata e con un bambino, figlia d’un medico famoso di Boston. Si videro spesso, e la portò anche a vedere “The Band Wagon”, che le piacque molto. Non conosceva affatto questo famoso Astaire, e non l’aveva mai visto sulle scene.

Alla fine delle repliche, Fred si ritrovò addosso due grandi problemi: ricominciare la sua carriera senza Adele, e convincere questa Phyllis a sposarsi con lui.

Gli impegni di lavoro incombevano. Era in preparazione una nuova rivista: “The Gay Divorce”, con le musiche di Cole Porter che, per caso, aveva lo stesso cognome di Phyllis, forse una lontana parentela.

Il motivo-base della commedia era “Night and Day”, un capolavoro valido in ogni tempo, ma che subito non piacque, con quella strana apertura al ritmo della pioggia. Ma Cole Porter non lo volle cambiare. La nuova partner di Asta¡re era Claire Luce, una bella bionda che veniva dalla scuola di Ziegfeld e che sapeva recitare e ballare correttamente.

Questo “Allegro divorzio” ebbe alla fine un meritato successo e la solita lunga serie di repliche.

L’altro divorzio, quello vero di Phyllis, era ancora in attesa di alcune pratiche, ma in breve tempo tutto si concluse, e si passò al matrimonio, a metà del 1933. La loro luna di miele durò ventiquattrore, con una escursione in battello sul fiume Hudson: Fred Astaire si era già impegnato con la Metro-Goldwin-Mayer per una breve apparizione nel film “Dancing Lady” con la Crawford e Clark Gable. Doveva ballare due sequenze con la diva in carriera (e mediocre come danzatrice), per un totale di quattro minuti e mezzo, interpretando se stesso.

E questo fu il primo contatto, piuttosto in sordina, fra il cinema e uno dei suoi personaggi più famosi nel futuro. Per di più, nella condizione di “Just Married”, novello sposo.

Al brevissimo preludio con la M.G.M. fece seguito immediatamente il contratto che gli era già stato preparato con la R.K.O., cioè la Radio Pictures. Questa casa di produzione minore, ma attiva, intendeva mettersi al passo con le più potenti Metro, Warner e Fox, soprattutto nel settore dei “Musicals”. E il film che ospitava anche Fred Astaire era appunto uno di questi.

Il titolo era “Flying Down To Rio”, volando verso Rio, e si sarebbe poi chiamato più semplicemente “Carioca”, diretto da Thornton Freeland. Era una commedia leggera, ambientata in un Brasile da cartolina, e la star latino-americana d’obbligo era Dolores del Rio, bellissima come al solito, accanto a un innamorato evanescente nella parte d’un direttore di orchestra, Gene Raymond, biondo decorativo.

Astaire aveva il ruolo danzante e coreografico inizialmente con Dolores, poi subito con un’altra partner che non era affatto una principiante. Si chiamava Ginger Rogers.

Il nome di battesimo della Rogers era Virginia, diventato “Ginger” a causa (si diceva) d’un cuginetto che non sapeva pronunciare i nomi. Aveva solo ventidue anni e, graziosa e disinvolta, aveva già in atto una veloce carriera nel cinema, una ventina di pellicole. Sembrava quasi impossibile, ma era proprio vero: fra l’altro era nel cast di due film famosi, firmati Busby Berkeley, il mago delle coreografie della casa Warner. Ballava molto bene: le “Chorus lines” di Berkeley erano una splendida scuola.

Questo film ebbe un grande successo, malgrado la trama inconsistente; e la coppia Astaire-Rogers fu considerata dal pubblico come vera protagonista, con quel numero, la “Carioca”, danzato “fronte contro fronte”, che passò rapidamente alle sale da ballo del mondo.

Se Fred Astaire cercava una compagna d’arte, dopo Adele, e per di più nel cinema, l’aveva già trovata.

Astaire, Rogers e R.K.O.: una felice combinazione

La R.K.O., sigla della Radio-Keith-Orpheum, una casa proprietaria di moltissime sale in America, non era ancora in grado di sostenere la concorrenza dei maggiori produttori di quegli anni. E non aveva un grande vivaio di divi, fatta eccezione della fedele Hepburn. Ma “Carioca” stava raccogliendo incassi notevoli dappertutto: lo stesso Astaire, piuttosto spaventato per la sua immagine sullo schermo, doveva riconoscere di trovarsi su una via che non avrebbe potuto più lasciare.

Ne era convinto anche Pandro Berman, un giovane produttore della RKO, il cui nome sarebbe apparso in tutti i futuri titoli di apertura dei film Astaire-Rogers, un duo inscindibile fin dalla prima apparizione sugli schermi. E dire che Fred era arrivato al cinema senza l’intenzione di ricostruire una coppia fissa dopo Adele. Ma avrebbe ben presto cambiato idea.

L’America era in piena depressione economica, e questi film d’evasione sembravano fatti apposta per la circostanza. Perciò Berman volle subito un secondo film, questa volta con Ginger e Fred protagonisti.

Il soggetto era già pronto: si trattava solo di adattare per il cinema il successo teatrale col quale si era conclusa la carriera dei due fratelli Astaire. Il titolo era “The Gay Divorce” con una sola “e” finale, l’allegro divorzio. Ma il severo Codice Hays, tutore della morale americana, disse che un divorzio non doveva mai essere allegro: con l’aggiunta d’una piccola vocale divenne “The Gay Divorcee” , l’allegra divorziata, cioè un caso personale che poteva varcare i limiti di censura. In Italia, nazione senza divorzi, divenne “Cerco il mio amore”, diretto da Mark Sandrich, un regista che avrebbe lavorato con la celebre coppia per molti anni.

La trama ha già la formula che servirà in molti altri film successivi: un equivoco iniziale fra lui e lei con relativa antipatia che dovrà ricomporsi per l’immancabile lieto fine: in più, un gruppetto di validi caratteristi, come l’amico-pasticcione, il surreale cameriere, il dongiovanni da strapazzo, l’accorta governante. L’esile soggetto di questo e di molti altri film fu spesso criticato, e anche il semplice spettatore non poteva ignorare il grande divario esistente fra le scene in prosa e quelle in musica. Del resto, questo era il mondo del “Musical”, dove i due dialoganti passavano a un certo punto direttamente al canto e alla danza: era la firma del “genere” proprio come nella operetta tradizionale d’altri tempi. Ed era quanto voleva il pubblico.

Non manca, in questo primo film, la grande scena spettacolare, una imponente coreografia collettiva, “The Continental”, ma il numero veramente speciale è nel motivo di Cole Porter che veniva già dalla versione teatrale, cantato e danzato dai due protagonisti: “Night and Day, You are the one…”. È una di quelle canzoni che non hanno età e che non l’avranno mai, sia notte o giorno.

Ginger Rogers si conferma una partner eccellente per Fred, e non solo danzando con lui la musica di Porter, ma anche nelle scene recitate: del resto aveva anche lei già una buona esperienza. Inoltre, la commedia musicale non era la sua vera aspirazione, e nel tempo non occupato da questa avrebbe anche interpretato altre cose, con ottimi risultati: una vera e completa “show-woman”. Il futuro le avrebbe anche riservato un Oscar, ma per ora il suo ruolo principale erano i volteggi accanto al grande Astaire, che le riuscivano perfetti.

Ginger era giovane e bella. Ma sulle cose della sua carriera v¡gilava la madre, signora Lela Rogers, un angelo custode che ricordava a Fred la sua “Mother Astaire” un’altra madre attenta ai suoi pargoli. Ma la signora Rogers era un vero gendarme.

Il che non aveva impedito alla sua vivace figliola di sposarsi giovanissima con un attore sconosciuto, di divorziare poco dopo, e di sposarsi poi con Lew Ayres, un attore “serio” d’una certa reputazione. E questo avveniva, vedi caso, in questo 1934, mentre era ancora sugli schermi la sua “Gay Divorcee” dell’anno prima.

Ma nel 1935 c’è già il suo terzo film con Astaire: il produttore non vuole perder tempo. Il regista è William Seiter, un arrendevole mestierante che prende provvisoriamente il posto di Sandrich, a sua volta già impegnato nei preliminari del film successivo. Il titolo del film di Seiter è “Roberta”.

La coppia danzante si divide i titoli, per questa volta, con Irene Dunne e Randolph Scott, due noti attori della RKO. La storia si svolge in una Parigi molto approssimativa, nel mondo della moda, e il nome che dà il titolo al film è quello di una anziana stilista. La Dunne è la fedele collaboratrice, e Scott un suo spasimante molto “yankee”, spaesato tra le finezze parigine.

Quanto a Fred e Ginger, rappresentano il versante opposto: lui dirige un’orchestra jazz, lei canta sotto le spoglie di una improbabile principessa russa. Le musiche sono la cosa migliore di questo film piuttosto banale: le ha composte Jerome Kern, un raffinato tradizionalista, e le sue canzoni sottolineano con grazia le evoluzioni dei due danzatori: “Hard to handle” (difficile da trattare) e “I won’t dance” (non ballerò). E Irene Dunne, che era un’ottima cantante, ci regala “Lovely to look at” (deliziosa a vedersi) e soprattutto “Smoke in your eyes” (fumo nei tuoi occhi), il motivo che fino ad oggi ha avuto centinaia di esecuzioni in tutte le versioni possibili. È l’unico film in cui Fred e Ginger hanno diviso di buon grado il ruolo di protagonista con altri due attori, tanto il film vale per la splendida musica del mago Kern, anche se i numeri danzati sono sempre ottimi.

Astaire è ormai al massimo dei suoi impegni. La sua vita coniugale con Phyllis è serena e felice e gli permette di dedicarsi in pieno al suo lavoro. La Rogers è una compagna molto seria e adattabile al desiderio continuo di perfezione del suo partner. È anche emerso un loro importante collaboratore, il coreografo Hermes Pan (Panagulis, di origine greca) che sarà con loro per tanti anni, legato a Fred da una ferrea amicizia, e che renderà a lui un inestimabile servizio. Facevano ridere quando, per non stancare Ginger, il pazientissimo Hermes provava i passi con Fred, come ballerina. E i risultati erano sempre eccellenti.

Il 1935 è un anno con due pellicole. Mark Sandrich riprende il suo ruolo alla regia, e si gira subito “Top Hat”, Cappello a cilindro, che è uno dei film-sigla di questa coppia ormai famosa nel mondo.

Irving Berlin, autore delle musiche raggiunge a hollywood il regista e gli attori per una più stretta collaborazione. Scriverà le canzoni per altri cinque film di Astaire, e saranno in buona parte dei motivi indimenticabili. Su Irving Berlin, vissuto centouno anni, con una enorme produzione musicale, ci sarebbero da dire molte cose. Bisognerà forse dedicargli quanto prima un capitolo a parte.

Questo quarto film di Fred e Ginger serve a fissare per sempre la figura di Astaire nell’iconografia del cinema musicale: il cappello a cilindro, il cravattino bianco, il frac con il bastone dal pomo dorato… È la formula di “Top Hat, White Tie and Tails” che Berlin trasforma in una particolare musica ritmata, per una sorprendente esibizione di Fred con un plotone di elegantoni nella stessa tenuta. È il famoso numero nel quale li abbatte uno ad uno puntando il bastone come un’arma: una prova di eleganza e sicurezza mai viste prima. Lo straordinario è che la sua figura allampanata, il suo viso lungo con le orecchie evidenti, tutto il suo stile, ricordano quello di un gentiluomo inglese agile e raffinato: non per nulla il pubblico inglese lo adorava, e per di più sua sorella Adele lo aveva reso cognato di un Lord.

Ma la fama di questo film è legata più di tutto ad un motivo, quel “Cheek to Cheek” che tutti abbiamo canticchiato almeno una volta. E qui c’è anche una deliziosa prova della Rogers: il numero inizia mentre i due, per l’immancabile scambio di persona del soggetto, si trattano con diffidenza. E lui comincia a cantare, con quella voce unica, modulata in sordina, dove non conta l’esile timbro vocale, ma il suo modo di porgere la canzone, quasi in punta di piedi: “Heaven, I’m in heaven…”. Questa Ginger è la partner ideale: il loro “guancia a guancia” non è più il buffo “fronte a fronte” dell’ormai lontana “Carioca”. Siamo testimoni di un pezzo da antologia del Musical, un saggio di bravura e delicatezza.

Non è possibile soffermarsi sugli altri numeri, tutti ottimi e suggestivi. La solita trama sostenuta dai validi comprimari, capeggiati dall’ineffabile Everett Horton, serve solo da intervallo e da sfondo. Merita un cenno quella frase “Every once I find myself dancing” che Fred, imbarazzato, rivolge all’indispettita Ginger, ospite del piano di sotto dell’albergo, disturbata dalle prove di lui, piuttosto sonore. Non è una frase in musica, ma solo una battuta. Fred ha la “malattia” della danza, e pensiamo subito che non ne guarirà mai.

Ancora la Radio Pictures: musiche d’autore e impeccabili danze

Anche il 1936, come l’anno precedente e come il successivo, vede nascere due film della grande coppia. La RKO ha decisamente tra le mani il vitello d’oro, e non se lo lascia sfuggire: anche i contratti sono ottimi, la madre di Ginger ne è soddisfatta.

Il primo film del ’36 è “Follow the Fleet”, seguendo la flotta. Per non fare subito un’altra commedia in frac, Astaire indossa la divisa d’un marinaio della U.S. Navy. Il regista è ancora Mark Sandrich, che ha diretto anche “Top Hat”, e le musiche ancora di Irving Berlin.

Ginger fa la parte d’una danzatrice a noleggio, un tanto al ballo, con biglietto. Entra un marinaio, adocchia la ragazza, e vanno cosi d’accordo da vincere una gara di coppie. Ma Fred è richiesto d’urgenza a bordo per organizzare uno spettacolo, e chi può mai convocare se non la bella Ginger? Hanno un grande successo, le cose procedono bene, e una volta deciso che un matrimonio non nuocerà alle loro carriere, lei si dichiarerà pronta a “seguire la flotta”.

Trama operettistica quanto mai, si avvale di molti numeri vivaci, nei quali Fred, marinaio con berrettino e pantaloni a campana, non fa troppo rimpiangere il famoso frac. Che però riappare puntualmente, dato che un numero dello spettacolo a bordo si chiama “Let’s Face the Music and Dance” (Restiamo a danzare davanti alla musica): uno dei più bei motivi di Berlin, con una straordinaria “performance” dei due. C’è un breve preludio sceneggiato di Fred, che si punta una pistola alla tempia da classico perdente alla roulette, ma appare lei, elegantissima, che lo distoglie dal gesto insano. E il resto è solo danza e musica di classe.

Questa parentesi in cilindro era quasi inevitabile dopo il successo dell’anno prima, ma ci sono altri motivi leggeri, fra cui un raro “a solo” di Ginger e anche una specie di parata finale tra i cannoni della nave, con i marinai che cantano “We Saw the Sea”, noi vedevamo il mare. E noi ne siamo convinti, dato il loro mestiere.

Mentre si prepara il secondo film del 1936, nasce Fred junior, il primo figlio di Astaire, che rende perfetto il suo felice matrimonio con Phyllis, una dolce compagna del tutto estranea al mondo dello spettacolo. Ma non c’è molto tempo, lo “Show businnes” incombe, ed ecco “Swing Time”, il film che in Italia avrà il titolo assurdo di “Follie d’inverno” a causa d’una singola scena con neve.

Questa volta c’è un nuovo regista, George Stevens, che ha appena finito un film con una giovane attrice, tale Katharine Hepburn, mentre le musiche sono di Jerome Kern, quello di “Roberta”. Il fedele Hermes Pan e il produttore consueto, Pandro Berman, sono già al loro posto.

“Swing Time” svolge la trama consueta di baruffe e riconciliazioni: lui è un giocatore d’azzardo (senza pistola!), e i due s’incontrano urtandosi involontariamente per strada. Lei insegna danze moderne e sta per sposare uno scipito individuo. Ci sono anche due amici pasticcioni, e il quadro è pressoché completo, tenuto conto che lui si innamora follemente di lei. Il finale è del tutto scontato.

Ma la colonna sonora di Jerome Kern è fondamentale. Astaire si esibisce, unica volta nella sua carriera, con la faccia annerita, imitando un celebre ballerino di “tap”, il negro Bill Robinson, in sincronia con tre Astaire-ombra proiettati sullo sfondo, e l’effetto è surreale. Poi c’è “A Fine Romance”, una scena con neve in città e duetto ironico fra due tiepidi innamorati. E ancora un altro “a solo” di lui, unicamente vocale, con Ginger che viene sorpresa mentre si fa lo shampoo e ha la testa piena di schiuma: Fred le canta uno dei temi più teneri di Kern, “The Way You Look Tonight” (come mi appari stasera). Niente passi di danza, ma solo il curioso contrasto fra la banalità della scena e la dolcezza della canzone imprevista. Nessun dubbio, Astaire sapeva cantare, e i compositori conoscevano bene la sua eccezionale intuizione ritmica, derivata dalla sua consuetudine con il ballo.

Arriva il 1937 e abbiamo ancora due pellicole del tutto diverse tra loro, ma con una cosa importante in comune, le canzoni di Gershwin. Da tempo Fred desiderava per i suoi film qualche musica del suo grande amico, che in quel periodo aveva raggiunto il vertice della fama dopo il suo “Porgy and Bess” e le successive composizioni: del lavoro di George e del fratello Ira ci siamo occupati in una nostra pubblicazione dello scorso anno, ma ci preme qui sottolineare ancora una volta i risultati di questa collaborazione fra Astaire e i due Gershwin, veramente memorabile. Non ve ne furono altre, purtroppo: George moriva nel luglio dello stesso anno.

I due film erano, nell’ordine, “Shall We Dance” e “A Damsell in Distress”: il primo era sempre animato dall’immancabile coppia (al loro settimo incontro) mentre per il secondo il ruolo femminile era stato affidato a Joan Fontaine, bella e molto giovane, ma assolutamente non preparata al Musical. D’altronde, buon per lei, questa “Damigella in difficoltà” si svolgeva in un ambiente di nobiltà inglese e non occorreva ballare con Astaire, il quale, da bravo americano anglofilo, era molto a suo agio in alcuni numeri da solo.

La RKO, al solito, non perdeva tempo. Nel 1938 vi fu un solo film Astaire-Rogers, che si inseriva fra due belle interpretazioni non musicali di Ginger: la prima era “Palcoscenico”, un film molto importante con la Hepburn, commovente e drammatico, e la seconda “Una donna vivace” a fianco di un interprete che si chiamava James Stewart, ai suoi inizi.

Il film del ’38 che ci interessa è “Carefree” (senza pensieri), dal titolo italiano inspiegabilmente, “Girandola”: una commedia eccentrica con Ginger cantante della radio che si invaghisce d’un mite psicanalista, certamente Astaire. Fra i numerosi brani in musica firmati Berlin, il più suggestivo è “Change Partners”, un consiglio da medico (e da innamorato) che lui le trasmette cantando un delizioso motivo: “Change Partners and Dance with Me…”. Il programma terapeutico sembra funzionare: ovviamente ballando, Ginger accetta il giusto compagno, e questa incursione più unica che rara del Musical nella Medicina, si conclude benissimo.

I film biografici non sono rari nella storia del Musical: pellicole dedicate a danzatori, coreografi. compositori: la lista sarebbe lunghissima. E la nostra coppia annuncia nel 1939 la fine della sua carriera artistica con un film di questo genere.

Il titolo era “La storia di Vernon e Irene Castle”: due ballerini che, marito e moglie, avevano riportato vent’anni prima dei grandi successi nei teatri d’America, da autentici innovatori nello stile della danza.

La stessa Irene Castle in persona fece da consulente al regista Henry Potter, esperto in biografie del passato, che seppe rievocare abilmente lo spirito e le vicende del primo Novecento. Vernon Castle era morto in guerra nel pieno della sua carriera, per cui non mancava nel film una nota lacrimosa, ottimo elemento di successo.

Volendo però lasciare nel pubblico un ricordo felice del loro sodalizio, Fred e Ginger si prodigarono nel più accurato rifacimento di tutti i numeri famosi dei due Castle, e la colonna sonora era composta delle stesse musiche dei loro spettacoli del passato. Una fra le altre era ancora in voga: “By the Light of the Silvery Moon”, alla luce della luna d’argento, tutto un programma romantico.

L’aspetto un po’ insolito e meno banale della trama, con Astaire anche in divisa militare, oltre al fatto di aver inserito nel “plot” una specie di sintesi storica senza nuovi numeri musicali, ebbe come conseguenza un successo meno caldo dei precedenti. Ma il loro congedo fu comunque molto sereno.

Erano stati sempre buoni amici e impareggiabili collaboratori, malgrado il perfezionismo di lui, che non esitava davanti a prove e ripetizioni assolutamente snervanti. Ma il loro momento insieme, con nove film in sei anni, era giunto alla fine. Si sarebbero riuniti per un solo film nel 1949, cioè dieci anni dopo, ma soltanto perché a Ginger era stato chiesto di sostituire d’urgenza Judy Garland in uno dei suoi non rari collassi. Ne riparleremo.

Malgrado le infinite illazioni dei rotocalchi, non vi erano mai stati dei rapporti sentimentali fra loro. In scena, amori e tenerezze, ma le loro vite private erano rimaste del tutto indipendenti.

Li attendeva ancora parecchio lavoro, ma “Cheek to Cheek” e “The Way You look Tonight” li avrebbero ricordati sempre.

Gli anni Quaranta, con tanti film e tante compagne

Di fronte a questa svolta di carriera Astaire sentiva il bisogno di prendersi un po’ di vacanza. Parti con la moglie Phyllis per l’Europa, fecero anche visita ad Adele, ormai nobile castellana in Irlanda, ma si respirava purtroppo una brutta aria di guerra. Tornarono presto a casa.

Nel 1939, mentre usciva il film sui Castle? Astaire aveva quaranta anni, età piuttosto avanzata per un ballerino, e soprattutto per gli obblighi d’un artista del suo livello: si ritrovava un po’ di fronte agli stessi problemi che aveva già incontrato dopo la partenza di Adele. Aveva iniziato la sua carriera da bambino, e ora aveva oltre trent’arini di lavoro dietro le spalle: doveva continuare ancora?

Qualunque dubbio scomparve di fronte alla determinazione di Phyllis, fragile ma molto energica: Fred era ormai considerato un vero maestro, e la grande danzatrice Margot Fonteyn, scriveva che “Astaire con la sua immagine fa apparire la danza più facile che camminare, più naturale che respirare…”.

Abbiamo citato una canzone che in un suo film diceva “Change Partners”, e questa era adesso la regola da seguire: continuare ancora, e non fare più “coppia fissa”, dopo Adele e Ginger. Era in piena forma e ottima salute: il parere di Phyllis fece testo. Si rimise subito al lavoro.

Intanto era scaduto il contratto con la RKO, la casa produttrice di tutti i suoi film con la Rogers, ma si fece subito avanti la MGM, che aveva realizzato grandi successi con le sue “Broadway Melodies” del 1936 e 1938, e intendeva proseguire con una “Melody 1940”. La partner disponibile era Eleanor Powell, la ballerina-Star dello Studio e di due grandi successi precedenti.

Il loro stile era piuttosto differente: la Powell alta, scattante, dal sorriso luminoso, era una formidabile “Tap-dance woman”, irresistibile nei numeri da sola. Ma Fred la conosceva bene e sapeva di poter reggere al suo confronto diretto. Il risultato fu “Broadway Melody of 1940”, con una trama non molto consistente, ma con le musiche di Cole Porter a sostegno di grandi coreografie, come quella di “Begin the Beguine”, uno dei motivi più celebri per un’esecuzione impeccabile di questa inedita coppia. George Murphy, come terzo interprete, eseguiva correttamente alcuni numeri con Fred, che era ben lieto di avere finalmente anche un partner maschile, molto più facile da trattare.

Il film, che da noi fu diffuso come “Balla con me”, venne diretto dal regista Norman Taurog.

Nello stesso 1940, ancora un altro film: “Second Chorus”. Altra Casa, altro regista, altra compagna di lavoro. La “lei” era Paulette Goddard, che pochi anni prima era stata la graziosa monella di “Tempi Moderni” di Chaplin: non era sicuramente una professionista del ballo, ma era bella e vivace. In più, il sostegno musicale era della famosa orchestra di Artie Shaw, con grande compiacimento di Astaire che amava molto il jazz: perfetto il suo numero in cui dirige l’intera orchestra soltanto col ritmo “tap” dei suoi piedi. Il film ebbe il titolo italiano di “Follie di jazz”, con un discreto successo.

Ma intanto lo stile di Astaire, elegante e sofisticato, poteva anche sembrare poco idoneo alle esigenze di una nazione prossima a mobilitarsi per la guerra. Lui se ne rese conto e decise di lasciar passare il momento critico concedendosi una pausa di riposo. Gli vennero invece da Hollywood delle offerte insistenti per un suo rientro: due film con musiche di Cole Porter il primo e di Jerome Kern il secondo. In entrambi la sua partner sarebbe stata Rita Hayworth, e subito dopo avrebbe fatto un terzo film con Bing Crosby e le canzoni di Irving Berlin.

Era evidente che il pubblico cercava spettacoli leggeri per distrarsi: Fred accettò senza esitare le tre proposte.

L’incontro con la Hayworth fu piuttosto formale: li separavano quasi vent’anni di età e lei era imbarazzata, pur sapendo che Fred aveva conosciuto suo padre, un ballerino di origine spagnola. Ma alle prove si dimostrò una rivelazione: la ragazza un po’ introversa si trasformava in una donna piena di fascino e in un’ottima compagna di lavoro. Lo aveva ben intuito il produttore della “Columbia”, Harry Cohn, che voleva fare di lei una vera “star” di Hollywood.

La ragazza si era già fatta notare, sia come precoce ballerina sotto la guida del padre Eduardo Cansino, sia come attrice “seria” in alcuni film come “Eroi senza gloria” di Hawks e “Sangue e arena” di Mamoulian (con un incredibile Tyrone Power torero). In questi film aveva assunto il nome del marito, Hayworth, che sarebbe rimasto definitivo (non il marito, solo il nome!).

Al momento di dedicarsi ai due film della Columbia, Astaire apprese che Ginger Rogers aveva ricevuto l’Oscar 1940 per un film assolutamente non musicale, “Kitty Foyle”, storia commovente d’una giovane sfortunata in un vano tentativo di scalata sociale. Dunque la bravura di Ginger non apparteneva solo alla danza, e Fred ne fu contento per lei: i loro rapporti erano rimasti molto amichevoli.

Ma torniamo alla Hayworth. Il suo primo film con il famoso ballerino ebbe un buon successo. Nel rispetto dell’attualità, la trama coinvolgeva un ufficiale dell’esercito, che da borghese era regista teatrale, nell’allestimento d’uno spettacolo musicale per i soldati sullo sfondo d’un campo militare. Tutto previsto: contrasti, prove, danze e canzoni (eccellenti, di Porter). E per ultimo, nozze felici fra i due protagonisti, con Fred elegante e spigliato in divisa, con uno sfondo di soldati poco marziali ma abili danzatori in ricche coreografie. Il titolo del film era “L’inarrivabile felicità” e lo dirigeva Sidney Lanfield, nel ’41.

A questo doveroso e rasserenante omaggio al tempo di guerra, fece seguito “Non sei mai stata cosi bella”: altro omaggio, ma questo era rivolto all’origine “latina” di Rita. In una Buenos Aires su misura, il regista William A. Seiter (quello di “Roberta” del ’35) ci serve un “mix” di esotismo ispanico con l’orchestra di Xavier Cugat, famosa in quegli anni, che sottolinea con i suoi motivi un pasticcio amoroso (Fred deve indurre al matrimonio una ricca ereditiera argentina affinché le sorelle minori possano a loro volta sposarsi, secondo l’uso locale). Lui è un ballerino americano in vacanza, e tanto basta perché Rita, affascinante e capricciosa, si esibisca con lui in alcuni passi di danza veramente suggestivi, complici le belle musiche di Kern. Fred, inoltre, canta per noi la canzone che dà il titolo al film, dicendo alla bella scontrosa: “You were never lovelier, you were never so fair…”. Il finale è prevedibile, con l’appoggio di Adolphe Menjou, un grande attore che veniva dal cinema muto, nella parte di un padre stralunato dalle prodezze acrobatiche del candidato-genero, in un numero eccezionale.

Era l’epoca del grande corteggiamento fra USA e America Latina per evidenti motivi di sostegno politico. E anche questo fu a suo modo un piccolo contributo.

Nello stesso anno ’42 il regista Mark Sandrich che aveva già diretto Astaire in parecchi film con la Rogers, lo invita a far parte di un cast tutto musicale, dove il protagonista al suo fianco è Bing Crosby, la grande ugola d’oro della canzone americana. Il film è “Holiday Inn”, cioè “La taverna dell’allegria”: una storia di rivalità amorosa fra i due divi, quello che canta e quello che balla, risolta in allegria con alcune fra le migliori canzoni di Irving Berlin. Fra queste, c’è “White Christmas”, proprio il “Bianco Natale” che ancora oggi si canta (forse troppo) in tutto il mondo, e che verrà presentato ancora in successive produzioni.

Interessante il confronto fra lo stile vocale di Crosby, professionista assoluto, e quello di Fred, cantante sempre occasionale ma sempre convincente.

Questo film fu terminato subito dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor. Bing Crosby fece in tempo ad inserirvi il solenne “Song of Freedom” per celebrare l’avvenimento: un piccolo spunto patriottico.

Ma un altro spunto, più personale, lo ebbe Astaire per ricordare quei giorni, perché era nata sua figlia Ava. Fred junior, intanto, aveva già sei anni.

Ultraquarantenne con tre figli (uno ai questi era nato dal primo matrimonio di Phyllis), Fred non aveva obblighi militari. Ma volle ugualmente partecipare ad una trasferta in Inghilterra per dare spettacoli alle truppe anglo-americane, e gli furono compagni cantanti, attori, gente del varietà, con un lungo elenco di nomi celebri. Incontrò sua sorella Adele, preoccupata per la cattiva salute dei marito e molto impegnata a trasmettere notizie in America alle famiglie dei soldati, ai quali era vietata la corrispondenza diretta. Le diede anche un aiuto quando gli fu possibile, fra uno spettacolo e l’altro.

Al ritorno in patria nel ’43 lo attende già il film successivo, “Non ti posso dimenticare”, una singola e unica produzione della sua vecchia Casa RKO senza particolari interessi, salvo quello di avere come interprete la diciassettenne Joan Leslie che si lascia docilmente guidare dall’abile compagno di danze. Fred riappare in divisa, nella parte di un aviatore in licenza che ha un breve incontro con la ragazza in mezzo ai soliti equivoci a lieto fine, e un merito di questo film senza pretese sta in due bellissime canzoni di Harold Arlen (già autore del famoso Over the Rainbow) che arricchiscono la colonna sonora e che si chiamano “My Shining hour” e “One for my Baby”. Ne si può tacere su alcune perfette prestazioni di ballo “a solo” dell’inesauribile Astaire.

(fine prima parte)

Parecchi anni fa, un grande ballerino classico, Mikhail Baryshnikov, ha detto durante un omaggio dedicato a Fred Astaire dall’American Film Institute:


“Date una rappresentazione, vi applaudono, e di colpo voi pensate di essere arrivati al sospirato successo. Rientrate a casa felici, fino al momento in cui soffermandovi davanti al
televisore, vedete per caso Astaire ballare. E allora, tutto quanto è rimesso in discussione…”.


Questo era Astaire, un insuperabile oggetto di culto anche per quelli “del mestiere”. Ma durante la sua lunga vita Fred non ha solo ballato. E’ stato anche un delizioso cantante e un bravo attore. Tutto ciò con uno stile unico, con la sua eleganza e il suo rigore professionale.
Un’altra volta, nel 1928, agli inizi del cinema sonoro, lo avevano convocato per un “provino” alla Paramount dopo i suoi primi importanti successi a Broadway. Il giudizio era stato, in sintesi: “Non sa recitare, non sa cantare. Calvizie incipiente. Sa ballare un po'”.
Quelli della Paramount si erano sbagliati.


Bibliografia e iconografia


Stephen Harvey, Fred Astaire, Milano Libri Ed., Milano 1978


Roy Pickard, Fred Astaire, Crescent Books, New York 1985


Bob Thomas, F. A. l’homme qui danse, Ramsay Ed., Paris 1987


John Mueller, Astaire dancing, Wings Books, New York 1991


Alain Masson, Comédie Musicale, Ed. Stock Cinema, Paris 1981


Fred Astaire, Steps in Time, Harper & Brothers, New York 1959


Arlene Croce, The Fred Astaire & Ginger Rogers Book, Outer Bridge, New York 1972


Suzanne Topper, Astaire & Rogers, Leisure Books, New York 1976


Patrick Mc Gilligan, Ginger Rogers, Milano Libri Ed., Milano 1977


Jeanine Basinger, Gene Kelly, Milano Libri Ed., Milano 1982


Mariane Vidal e I. Champion, Histoire des plus Célèbres Chansons du Cinéma, M. A. Ed., Paris 1990


Clive Hirshhorn, The Hollywood Musical, Octopus Books, London 1981


Claver Salizzato, Ballare il film, Savelli Spettacolo, Milano 1982


Stanley Green, Encyclopaedia of the Musical Film, Oxford Univ. Press, Oxford 1988


Reader’s Digest Family Songbook, The R. D. Association, New York 1969


Maria Pia Fusco, Frederick Austerlitz di Omaha, La Repubblica (23 giugno 1987)


Alvise Sapori, Quando ballare con lui era per tutti un privilegio, La Repubblica (23 giugno 1987)


Maurizio Porro, Addio Fred Astaire, Corriere della Sera (23 giugno 1987)


Mario Pasi, Un gentiluomo in frac con sangue viennese, Corriere della Sera (23 giugno 1987).

Commenti

Un commento a “Fred Astaire, la vita a tempo di danza (I)”

  1. attore ballerino che tanto ha fatto sognare!

    Di paola | 7 Febbraio 2015, 16:05

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