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Arte

Discariche di energia

La città sale lasciando sul proprio cammino rottami metallici e ruderi di vecchie poltrone sfondate, torri babeliche di automobili sventrate con l’addome arrugginito all’aria aperta; e ancora sagome di arredi anni settanta, cucine laminato-tubo cromato, non più economiche ma lussuose mense per topi infetti sempre più casalinghi e meno randagi.

Credi bene, o Piero (della Francesca) che questo patchwork di gommapiuma e acciaio inox è la periferia della città ideale formato ottico e griffata New Millennium. Meno peggio di quanto si pensi e di quanto si scongiuri, se paragonata alle bidonville che assediano la circonvallazione sud-nord-est-ovest di Calcutta, o lo svincolo-tutte-le-direzioni parigino, o l’infinita monade unica di Bogotà e Mexico City: intarsi di lamiere, incubi che solo i possidenti possono trattenere con lo spago o con il prezioso fil di ferro, luoghi indecifrabili dalla nostra mente post-industriale, sfuggiti al codice dei profumi e dei balocchi, della moda primavera-estate-autunno-inverno, dell’indifferente pret-a-porter-a-manger-a-tuer.

Periferia, margine, vittoriale degli scarti… cosa accade in questi parchi-macchine smessi e rimessi, aspiranti e vomitanti ferraglia? “Vendiamo solo ferro!” spiega il mio Virgilio, nonché proprietario dell’autodemolizione cresciuta ai margini della statale 202; e spiegando indica il cartello d’ingresso, che non invita a lasciare ogni speranza ma a fare quattro passi nel regno di Metal car. Il nome è efficace ed evocativo, richiama atmosfere cantate e decantate non a caso da gruppi rockettari e bande punk della nuova, metallica generazione. Ne ha viste molte, il mio Virgilio, ma l’incoerente mercanzia che gli riverso a piene mani nel container-ufficio ha il potere di spalancargli gli occhi e interdirgli la parola. Parlo io allora: gli spiego il desiderio di creare qualche cosa di utile, di bello, di rimettere la periferia in salotto, il margine smangiato al centro della scena. Capisce che appartengo a quella categoria bizzarra e comincia a offrirmi marmitte, scarichi d’annata: cossa, no la xè una de quei che gà fato l’arte pel G8?

Eppure mi è andata bene, perché se non ci vai nell’orario di apertura, nei dedali labirintici degli sfasciacarrozze, si aggira senza catene il Minotauro del posto: un grosso cane lupo famelico, spesso in compagnia di amici e parentado aguzzamente dentato, pulciosamente impelliciato. E oltre ai cani anche animaletti più mansueti: una capra timida con due figlioletti, utili tutti e tre a ripulire dalle piante infestanti gli spazi sgombri tra i rottami.

I frammenti di archeologia industriale si accompagnano alle minime grazie del paesaggio semiurbano di periferia, come le piccole case carsoline si fanno belle del verde dono di un orto. Care casucce di campagna, vie Gluck di confine, che una volta sostavano fuori porta, isolate tra alberi verdeggianti, mentre oggi sono oscurate dall’ingombrante presenza di grandi palazzi, promontori cementiformi sui quali si affaccia grassa e smargiassa la speculazione edilizia, sbocconcellante terra verde, pergolati d’uva, divorante patii profumati di fichi maturi e di verde melograno cui tendevi la pargoletta mano.

La speculazione trasforma i patii in parchi, la botanica in metallica: parchi archeologici, quindi, che sembrano cataste insensate ma nascondono ogni meraviglia della passata era industriale: era ormai scaduta, trascorsa da circa 247863905265268294 giorni e qualche ora. Modellate nel ferro i si trovano presse degli anni cinquanta che sfornavano chissà quale stampo per chissà quale ditta innominata da decenni. Me l’immagino, la visita al parco del 3030: “Signori e Signori fate ben attensssione al reperto qui a destra esposto”, dirà la futura guida industrial-archeologica, mostrando con visibile goduria le 3 stelle e 4 comete della divisa che la distingueranno dai colleghi (colleghi?!) abusivi. “A sinistra potete ammirare i prodotti forniti con orgoglio alle famiglie italiane dalle casate Zoppas-Zanussi, accasatesi l’una con l’altra”: inutilizzabili lavatrici calcaree invase dall’ederina rampicante, frigoriferi dalle serpentine contorte e ingrigite ma ravvivate dal fulgore antico della rosa canina. Scevri dell’originario splendore, privi della luminosa patina a garanzia della fabbricazione di marca, i reperti industriali attireranno così la perversa pervicace curiosità degli archeologi del quarto millennio.

In attesa degli archeologi, portiere e scappamenti è meglio che si accontentino degli artigiani, che si intrufolano tra sterpaglia, terra e polvere in cerca di lamiere contorte da rimaneggiare secondo le regole di una poetica post atomica. La forma e la materia mantecate dal tempo e abbruttite dalle piogge si danno nell’unicità della propria sagoma immersa nel paesaggio suburbano. Rientrano così a far parte di un ecosistema dal metabolismo multimaterico, che continua ad azzannare l’immaginario che attinge anche allo sfasciacarrozze per sfornare comodini da notte.

Avete notato che forza hanno ancora i vecchi filtri dell’aria, se solo li si inonda di vetrini colorati, restituiti dalla risacca e strappati al sole di una spiaggia? Anche le ventole per il raffreddamento del circuito dei frigoriferi fanno ancora la loro bella figura, non trovate? Incredibile, eh? Non lo pensate, ma a che cosa state pensando? Scrivetelo ve ne prego all’indirizzo [email protected]

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