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Scrittura

Silvia Bre

Speranza di poesia

Christian Sinicco (CS): Siamo a Umago, alla 19a edizione del premio Montale, insieme agli autori risultati vincitori del concorso: Claudio Damiani, Silvia Bre e Mario Santagostini.

Volevo innanzitutto complimentarmi con voi. è sempre un piacere, infatti, vincere un premio e tanto più vincerlo in questo concorso, che rappresenta per la letteratura e per la poesia italiana un evento estremamente importante. Quali sono le vostre impressioni sul premio?

Claudio Damiani (CD): Be’, sono sicuramente contento, quantomeno per il fatto che nella poesia ci sia ancora qualche premio, che magari è uno degli ultimi.

Il premio Montale è in più affascinante, perché possiamo dire di aver fatto in tempo ad avere in qualche modo un rapporto con Montale e con il ‘900, perché chissà questo futuro cosa ci riserva di nuovo!!

Silvia Bre (SB): Il premio Montale è bello anche perché è occasione per incontrare molti amici poeti e si ha così questa impressione bellissima di muoversi in tanti, insieme, verso la poesia… incontrarci ogni tanto ti fa percepire una volta di più che la poesia non è una passione così solitaria, si sente la presenza degli altri poeti che lavorano nelle loro solitudini lontane e questo è un sentimento che fa bene, che è bello provare!

Mario Santagostino (MS): Per noi, che veniamo qui al concorso come candidati, (anzi, come vincitori, perché noi abbiamo già vinto!) queste sono giornate, come dire, un po’ in apnea. Noi, non facciamo di solito questo tipo di vita e, in un certo senso, penso che ci si senta in una specie di limbo abbastanza gradevole in cui si parla di poesia, si parla anche di noi stessi, cosa che ci mette sempre molto in imbarazzo, anche se, magari, in imbarazzo ci stiamo molto volentieri! Ci vorrebbero 3 o 4 periodi all’anno come questo, anche per conoscerci meglio — questa è la prima volta che incontro Claudio Damiani e Silvia Bre! Tutto sommato, sono delle occasioni che un po’ rovesciano la vita e questo fa senz’altro piacere.

Magari, più che il premio in sé, fa piacere trovarsi in posti mai visti…

SB: …e che non si rivedranno magari mai più!

MS: Non si lavora, ecco, questo è importante!

CS: Come prende piede la poesia nella vostra vita, quali sono le motivazioni che spingono verso la scrittura, da dove nasce la voglia, la passione?

SB: Questo interrogativo arriva spesso da solo o, magari, ci viene chiesto e certo riassumerlo in una frase e in una risposta così breve e univoca è difficile… posso dire che quando mi sforzo e rifletto sulle motivazioni della mia poesia, mi viene subito in mente che io scrivo per imparare… a morire, ossia sento la scrittura come un apprendistato al compimento della mia esistenza, una mossa per arrivare in quel punto finale, in anticipo, e da lì poter gettare una luce che arrivi nel mio presente, quello di adesso; è certo un po’ complesso, ma il nocciolo direi che sia questo, ridotto ad un’espressione elementare.

Una motivazione dentro cui entra certo altro, come la lingua, l’importanza di leggere i poeti del mondo, i poeti italiani. Una motivazione, quella dello scrivere poesia, su cui influisce la tradizione così come i miei contemporanei. Tutte cose che mi hanno arricchito, prima ancora che come poeta, come essere umano… e poi c’è questa attitudine, un vero e proprio piacere a rimanere sul confine tra le cose che so e le cose che considero un mistero. In questo stato, percepisco che il mistero che mi colpisce frontalmente è più importante delle cose che credo di sapere…

CD: Sì, sono d’accordo con Silvia per quanto riguarda questo senso di preparazione al compimento, che sembra quasi, direi, una definizione dell’arte in genere che però vale ancor di più per la poesia, come dire una sorta di preparazione.

La poesia ha avuto una strana evoluzione per me, un po’ misteriosa se penso che avrei preferito la musica come forma d’arte ma che da sempre mi risulta difficile, non mi viene. Credo che la causa sia proprio la natura soggettiva della persona, dato che io faccio uno sforzo incredibile con la musica per fare delle cose alla fine piccole… quindi, evidentemente la natura mi ha negato la musica, che però amo tantissimo, ma non la poesia, con cui faccio il minimo sforzo. Di tutto quello che ho scritto quasi non me ne sono accorto, non ho fatto alcuna fatica, mi viene così naturale!.

Anche con il calcio facevo molti sforzi per essere bravino, invece il ping pong mi viene naturale e batto tutti, è una cosa incredibile, batto tutti senza essere allenato, senza avere fatto corsi.

La passione per la poesia, la voglia e la capacità di farla nasce, quindi, in modo naturale, per quanto è chiaro che l’arte non è la stessa cosa dello sport e sicuramente c’è una diversità, anche se oggi si pensa che sia tutto la stessa cosa…

Comunque, e torno a quello che sottolineava Silvia, nell’arte c’è veramente questo bisogno di interezza, di totalità, di vedere questo compimento prima, di farlo, di produrlo, una pulsione che ha a che fare con il nostro bisogno di sapere. Un bisogno che indubbiamente sento anch’io quando mi metto a scrivere.

CS: Invece, sembrerebbe che Mario sia un calciatore estremamente bravo…

MS: No, no, non parliamo di calcio adesso…

Sai, penso che queste domande siano sempre rischiose, perché se uno dice “io scrivo poesie per esprimermi”, semplicemente, dice una cosa enorme e nello stesso tempo anche una grande banalità… mi ha molto affascinato quello che diceva Silvia sulla scrittura e sulla morte, così come ero d’accordo con quello che diceva Claudio.

In effetti, io non credo nella figura dell’autore che fa lo sforzo di scrivere, si mette a tavolino e scrive, è una dimensione quasi caricaturale e spesso c’è il rischio di fraintenderla; scrivere non costa fatica, e sono quasi d’accordo con quello che diceva Claudio riguardo alle altre modalità espressive, che mi affascinano magari di più, anche la stessa musica per esempio, che mi ammalia e che “utilizzo” anche più volentieri della scrittura. è vero, però, che capita, per ragioni elementari, perché si è costretti o perché si è portati o stimolati, una cosa bellissima a chi scrive versi: leggere. Cosa importantissima, sicuramente più dello scrivere. Leggere è soprattutto il sentire un’esperienza in cui io mi identifico, scorrendo per esempio certi versi, un’identificazione con qualcosa che però non ho scritto io… se uno ci pensa e ci riflette questo è un fenomeno assolutamente misterioso…

SB: …miracoloso!!

MS: …ma sì, pensiamo: io leggo un verso, magari lo imparo a memoria, torno a leggerlo e, infine, mi identifico con una cosa a me estranea, perché non sono io che ho vissuto l’esperienza verbalizzata lì dentro, ecco questo è un fenomeno stranissimo…

SB: …perché la poesia è questo patrimonio messo a disposizione di tutti, ed è considerata importante perché è di tutti!!!

MS: La poesia si legge cercando noi stessi, per cui se noi troviamo in una poesia un’esperienza che sentiamo vicina, quella poesia ci piacerà… in realtà la cosa misteriosa è trovarsi in sintonia con un’esperienza completamente diversa da quelle da noi vissute… è un fenomeno umano, credo, non mentale, curiosissimo se ci pensiamo…

CD: …come se la poesia ti cercasse!!

MS: Sì, potremmo parlare di “empatia”, parola magari un po’ perversa per esprimere questo “fare esperienza di me stesso attraverso l’altro”, un vero e proprio paradosso straordinario… forse, ecco, chi scrive ha questo piccolo privilegio, che non necessariamente è solo suo, quello di avere avuto nella vita occasioni di letture che, magari, se non fosse stato scrittore, non avrebbe fatto, perché un minimo, non dico di professionalità, ma un minimo di interesse in quello che si fa c’è.

Quindi, credo che sia questa la cosa più importante, non lo scrivere, ma il leggere poesia.

SB: E comunque questo discorso vale anche per una persona che non sia un artista, che magari vede un quadro e ne rimane colpita… ecco, questa “azione” dell’arte è proprio la quintessenza del suo significato. Quando esiste l’arte allora esiste un momento miracoloso, un’azione del mondo della forma…che può cambiare le persone… un ragionamento che si può allargare a chi semplicemente legge o anche a chi semplicemente guarda le cose…una persona della quale non vedremo l’opera e quindi il suo apporto espressivo all’arte, ma che nella propria vita ascolterà musica o amerà un particolare scrittore…

CS: Ci sono molti giovani che partecipano a premi di poesia, alcune volte li vincono, tante volte vengono quasi illusi di poter rappresentare qualcosa di grande da parte di editori che non hanno troppi scrupoli e che fanno delle operazioni commerciali che spesso rovinano anche la carriera di un poeta. Cosa sentite di dire a questi giovani che iniziano, che vogliono scrivere e che hanno passione?

CD: Ma, direi che più che cadere nelle reti di questi che speculano sui giovani ma anche meno giovani che scrivono e che sono tantissimi (Montale diceva che se ci fosse stato il partito dei poeti sarebbe andato al governo!), io suggerisco (anche perché è quello che mi è capitato!) di conoscere altri giovani che scrivono, fare magari una rivista, creare un luogo di discussione. Cosa importantissima, perché la poesia ha molto bisogno di comunicazione, la poesia è comunicazione quasi addirittura virtuale, quasi precedente lo stesso contatto fisico, comunicazione che non è soltanto lettura ma anche discussione. Quando si parla di giovani poeti consiglio sempre di conoscere altri nella propria città. Adesso c’è anche Internet che dà ulteriori possibilità di scambio, e questa è la cosa fondamentale… certo, prima o poi si deve arrivare a fare delle pubblicazioni, ad avere i primi confronti con il pubblico, quel pubblico che c’è nella poesia, che è un pubblico particolare.

CS: Internet può essere un buon veicolo per la poesia?

MS: Io penso proprio di sì, ma sono tutti dei buoni veicoli… ecco, io consiglierei a tutti questi giovani di mandare all’inferno gli editori senza scrupoli e anche senza gusto. Però, tutto sommato io sono convinto che, per degli strani giri, per un folle destino, alla fine il giovane incontra l’editore giusto, magari deve aspettare; questo, poi, non è un buon momento per l’editoria, in tutti i campi. Alla fine, un editore si trova… non so, per fare un esempio personale, io ho curato un anno fa un’antologia di poeti con meno di trent’anni ed è stata un’esperienza totalmente gratuita e assolutamente gradita. Ho letto 500 manoscritti, da cui sono stati selezionati 16 autori (alcuni di livello veramente molto alto). È stata un’operazione casuale, nata con due o tre amici, ci siamo detti: “C’è crisi dell’editoria, i giovani sono penalizzati, facciamo un’antologia, così in qualche modo si diffonde qualcosa!”. Ecco, io non sarei pessimista, anche se mi rendo conto che il manoscritto tenuto a casa può essere un momento di malinconia… ha ragione Claudio quando dice che è bene vedersi, conoscersi, scambiarsi, guardare le cose prodotte, cioè non rimanere isolati, perché il rischio è o la tristezza profonda o la megalomania a cui tutte le situazioni di isolamento portano. Un cliché questo del poeta che non pubblica che forse oggi sta tramontando, anche grazie a Internet: in fondo, occasioni per farsi conoscere se ne trovano, e addirittura un librettino di poesie, fatto magari pagando cifre onerose, ha meno diffusione di un testo in rete e quindi forse si riescono ad evitare queste cose così scandalose come le collane a pagamento…

Ma devo dire, infine, che ritengo che chi vuole esprimersi prima o poi ci riesce, sarò magari troppo ottimista… e se non ci riesce vuol dire che non doveva esprimersi. Perché in fondo la vita è questa!

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