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Palcoscenico

Ugo Maria Morosi

Lo zingaro barone

Giorgia Gelsi (GG): Siamo con Ugo Maria Morosi, interprete in questi giorni de “Lo zingaro barone” qui a Trieste. Lei ha avuto, e continua ad averla, una carriera molto eclettica, che comprende sia esperienze come qui all’operetta, sia esperienze di attore di prosa. Ecco, mi interesserebbe sapere, dalla sua esperienza e dal suo punto privilegiato di attore dalle mille sfaccettature, qual è la sua definizione di attore. Secondo lei, un attore “chi è” e “che cos’è”?

Ugo Maria Morosi (UMM): Bella domanda… È interessante, perché io trovo che ognuno faccia l’attore a modo suo, cioè quando sento qualcuno che dice “tu sei un attore”, non so mai cosa pensa la persona che ha definito me “attore”; ed è interessante perché veramente ogni
attore fa l’attore a modo suo. Per cui partendo da un punto di vista banale, c’è chi ha l’agente, per cui il lavoro lo trova attraverso i suggerimenti di altri, chi lavora da solo, chi lavora all’interno di un gruppo ristretto, chi appartiene quasi a una casta… parlando in termini generali, credo che l’attore sia prima di tutto un tramite: io sento fortemente l’impegno di tradurre, per coloro che vengono allo spettacolo, il pensiero di colui che ha scritto il testo. In altre parole, noi dobbiamo immaginare che esiste un signore o più signori che si sono radunati, hanno discusso, hanno pensato, hanno limato le parole, decidendo le scene e quindi bisogna avere grande rispetto di tutte queste persone che hanno scritto il testo. L’attore, comunque, dona anima, corpo e necessità a questa scrittura. Quindi, è il passaggio tra un pensiero e la sua realizzazione; è chiaro che un attore ha il suo corpo, prima di tutto è un personaggio (anche se a me non piace dire personaggio perché è una persona) ed essere in scena nelle interpretazioni vuol dire portare in scena un essere umano. Credo sia così, e questo è un impegno grosso perché spesso discuto anche con i registi: certe cose non le voglio fare e non le farò. E mi lascio guidare dal pensiero che divento un’altra persona, e quella persona ha delle esigenze, si muove e agisce, e quindi mi metto in rapporto con altre persone. Ogni tanto incontro anche dei personaggi, vale a dire delle caricature. Ora, è chiaro che il teatro è un luogo che si esprime, come il fumetto — ma non tutti i fumetti sono uguali, il segno di Altan sarà diverso da un cartone di Walt Disney o di Schultz —, in una realtà che puoi rappresentare in tanti modi (grottesca, comica, ironica, tragica, vera, realistica, ci può essere una scena che è vera, una che è allusiva), ma in realtà i sentimenti, i rapporti e le motivazioni restano autentiche. Puoi ballare, scattare… è sempre la rappresentazione di qualche cosa, ma la motivazione, la spinta per cui agisci, deve essere autentica.

GG: Prendendo spunto da quello che stava dicendo, nel mondo teatrale c’è una realtà molto composita di elementi e di persone che realizzano lo spettacolo: il costumista, lo scenografo, il regista e gli attori, che sono poi quelli che effettivamente si presentano sulle scene. Ecco, ha mai avuto un’esperienza di regia, o le è mai interessato fare il regista, ma soprattutto ha qualche programma di regia?

UMM: Ho sempre un po’ sfiorato questa occasione, nel senso che, tornando alla domanda di prima e arricchendone la risposta, io faccio l’attore per una mia esigenza, da ragazzo, di socialità. Nel senso che negli anni Sessanta, quando ero giovane, ero fuori posto. L’università non mi piaceva, l’inserimento in una classe borghese non mi appassionava… però da lì venivo, le strade erano strette e chiuse, vivevo in provincia e questo talento a dire le poesie, ad essere simpatico, ad essere vivo, un po’ frizzante, mi ha portato a conoscere un luogo che poco frequentavo: il
teatro. E quindi ho fatto l’attore perché un po’ mi ci hanno spinto, e credo di far l’attore — lo faccio con molta dedizione e serietà — come tutte le persone che lavorano e che prendono seriamente il loro lavoro. Non ho mai avuto l’occasione di fare il regista, anche se tutti mi rimproverano di essere troppo regista quando faccio l’attore, nel senso che mi preoccupo anche molto di come i miei compagni fanno, non con l’autorità che un regista ha, però ne prendo atto, cerco di capire perché. L’attore prima di tutto è una persona molto egoista, pensa a sé, al suo orticello,
al suo personaggio, ad essere bello, bravo, alto, slanciato, simpatico e avere successo… Io penso a tutto questo e penso anche allo spettacolo, perché ho questa visione. Forse mi manca il coraggio vero, forse credo che fare il regista sia una cosa più importante, cioè il regista è colui che ha uno sguardo poetico, generale e di tutta un’avventura. Io mi sento ancora
un po’ limitato, ho poche esperienze di aiuti a compagni, cose molto piccole; non escludo di trovare un giorno il coraggio di avere una visione più generale e mettere in scena qualche cosa.

GG: Continuando nella metafora del gioco teatrale, un elemento importante di cui prima parlavamo è lo spettatore. Lei che ha viaggiato e girato in tournée, in teatri in tutto il mondo, può dire di sentire il peso del
giudizio del pubblico? O meglio, quando è in scena, quando recita, ha una “simpatia” con la platea che le sta di fronte?

UMM: È inevitabile averlo, nel senso che la cosa che il pubblico non sa è che recita con gli attori. Parlo logicamente degli spettacoli più importanti, nel senso drammaturgico, cioè degli spettacoli che vanno ben conosciuti, scavati, studiati, quegli spettacoli che non si sa mai come andranno a finire, se saranno ben accolti, se il pubblico li apprezzerà, perché sono ponderosi; la cosa che il pubblico non sa, è che recita con noi. Chiaramente, se è uno spettacolo comico, è talmente semplice… io dico una battuta, alla terza battuta ho previsto che il pubblico rida, e lì deve ridere e ha lo spazio per ridere. E mentre la gente ride io non parlo, perché se io parlo mentre ride non mi ascolta. E allora io devo lasciare non solo lo spazio in scena per lo spettatore che deve recitare la sua parte, ridendo, ma devo anche prevedere ciò che devo fare io affinché lui non si accorga che sono là senza far nulla aspettando che lui rida. Quindi, la simbiosi nello spettacolo comico innanzitutto è studiata e vanno prese le misure sera per sera. Ci sono sere in cui il pubblico non ride o ride meno, non applaude o applaude meno, e quindi tu devi mettere in atto tutti quei meccanismi per cui non si scopra il gioco per cui io so che tu ci sei. E anche nello spettacolo drammatico senti subito se il pubblico ti segue o se lo perdi. Il pubblico ti segnala la sua presenza in molti modi, con i colpi di tosse, gli scricchiolii, con quelle meravigliose tensioni che succedono in teatro. Io le ho vissute anche da spettatore, quando sono andato a vedere la mia amica Daniela Mazzuccato che cantava con Pavarotti nell’”Elisir d’amore”. Io sono abbastanza ignorante, e non mi ricordavo che a un certo punto arrivava “Una furtiva lacrima”, non ci avevo pensato, ma a un certo punto lì, al Covent Garden, in mezzo al pubblico, mentre lei cantava, si è sentita come una tensione nell’aria improvvisa, non si sentiva volare una mosca, e io mi son chiesto “Che succede? Cosa sta accadendo?”, e a un certo punto ha attaccato Pavarotti. Senza che nulla accadesse, si è formata una specie di magia, come se stesse accadendo qualcosa di grave… E io ero lì senza sapere nulla, io non ero neanche partecipe di questo evento, ma l’ho sentito un attimo prima perché il pubblico si comporta così. E l’attore in scena sente tutto questo, l’attore vive.

GG: L’elemento di improvvisazione nel teatro — e in particolare nell’operetta e in questo ruolo dove deve far ridere perché ha la parte del comico, che deve re-inventarsi anche un feeling col pubblico — diventa
un’arte: ma è un talento innato o è una cosa che si può apprendere?

UMM: Credo che si possa imparare. Io faccio il ruolo del comico, ma non sono solo comico; i comici sono bravissimi, stanno davanti al pubblico per un’ora e mezza di seguito, hanno un notevole bagaglio di battute e spiritosaggini e hanno la capacità di fare breccia nel cuore del pubblico con un atteggiamento quasi cannibalesco. Cioè il pubblico ti ama, ma nello stesso tempo il pubblico ti vuole distruggere, come tutti i rapporti. Anche il rapporto d’amore per assurdo è così: “ti amo ti amo ti amo, ti voglio possedere, ma se mi fai girare le scatole tutta questa energia vira in un’altra direzione”. Non è perché ti amo che sono un po’ arrabbiatello con te. Il rapporto nel teatro è un po’ così: il pubblico va a teatro per vedere se l’attore poi muore. Io me lo ricordo, Eduardo De Filippo in scena: la gente andava a guardarlo dicendo “chissà se stasera morirà”, pur amandolo. Questo è un rapporto ancestrale, della serie “tu mi fai divertire, ma nello stesso tempo se poi caschi e ti fai male, io ti ho
visto!”. L’improvvisazione, cioè la capacità che hanno questi attori abituati alle piazze — che nella loro gavetta si sono sentiti dire di tutto — li mette nella condizione di saper reagire in ogni circostanza, può succedere qualsiasi cosa. Io faccio l’attore, io leggo il testo, lo preparo, poi semmai cambio qualcosa, non ho questa capacità però devo far finta di averla, devo prevedere che possa accadere, recito con cantanti che non so se mi daranno la battuta giusta, se entrano in scena, perché loro hanno un compito difficilissimo, enorme, perché è un mondo che non conoscono, o che affrontano per la prima volta. Quindi semplicemente possono non dirmi la battuta, quindi devo essere pronto a questa piccola improvvisazione. Che è anche utile per far capire al pubblico che io faccio sì l’attore, ma sono anche un po’ un birichino, potendomi muovere all’interno del mondo dei cantanti. Se io dicessi solo le mie parole, tra le arie stupende di questi cantanti, sarebbe poco: se canto, non canto come loro. Devo quindi trovare uno spazio per qualche sottolineatura, e l’improvvisazione è uno di questi. Se aggiungo una battuta, lo faccio come se l’avessi aggiunta quella sera, e non come se l’avessi prevista.

Quindi è un’improvvisazione un po’ inventata, che dà al pubblico l’impressione che ho improvvisato, ma io ho già studiato tutto: devo prepararmi! Poi, certo, è anche un talento: l’improvvisazione è meravigliosa quando ti prende lì, ti viene sul momento, come le battute che avvengono nella vita. C’è una certa situazione, sei lì, accade il fatto e tu lo timbri, perché hai quella inventiva… Io lo confesso, alle volte mi preparo.

GG: Bene, evviva l’onestà! Nella sua carriera lei ha lavorato con persone importanti e validissime. Chi le ha lasciato di più?

UMM: L’insegnamento è una cosa che avviene molto all’inizio. è importante (nella mia esperienza è stato così almeno) iniziare con le persone giuste ed essere disposti ad imparare. Per i giovani è un tormento, perché tu non vedi l’ora di recitare, e invece ti dicono “stai fermo, non muovere quella gamba ecc. ecc.”. In teatro ti insegnano a sederti, non puoi improvvisamente a vent’anni sentirti dire “No, non ti sai sedere, siediti così!”… come “non so sedermi”? Ognuno di noi sa mangiare, camminare, sedersi, ma siccome devi diventare quella persona, qualunque segno che fai in palcoscenico è un segno che racconta, e quindi va trovata la posizione giusta. Quindi, questa specie di disciplina sul proprio corpo è necessaria. Quando ho iniziato a recitare, si puntava molto sulla parola, a come si usa la parola, la cosiddetta “intonazione”, cioè prendere un suono e metterlo dentro una parola, dandogli una verità. Se all’inizio hai persone valide, importanti, che ti portano a una via molto alta, forse tu non ci arrivi, ma poi inizi a capire. Invece tu vai a briglia sciolta, in piazza, con gli amici, sei in un certo modo, ma poi ti trovi davanti alla persona rigida… Il teatro è il luogo in cui puoi fare tutto, hai questo spazio, questo palcoscenico… e chi l’ha detto che devi fare così l’innamorato, e chi l’ha detto che quell’uomo ama così? Qual è la guida, qual è il sentiero che ti porta a dire: “Questa cosa facciamola così.”? Quindi, ti accorgi che il teatro è il luogo dove togli invece di mettere, sei già troppo ricco tu, sei già vivo e concreto: devi togliere… e questo togliere è doloroso, però tu sei con altre persone. Quindi il teatro è il luogo dove tu esisti, insieme agli altri, e il segno va dato una volta tu e una volta io. Lo spettatore guarda, e quando c’è un campo lungo guarda tutto, ma poi parli tu, rispondi tu… e se per qualche motivo tutto questo salta, non va: bisogna organizzare ciò che c’è in scena, e anche l’energia di chi è in scena, perché mentre tu agisci, lui parla, tu hai la necessità di fare, e questo va canalizzato in qualcosa che può sembrare molto finto o molto vero. è sempre una discussione, è sempre una scelta: il teatro è il luogo del gusto.

GG: E c’è una gerarchia secondo lei a teatro?

UMM: Il teatro è un luogo antico, dove esistono le gerarchie, ad esempio gli attori vivono nei cosiddetti “camerini”, che sono i luoghi dove si cambiano, e ti assicuro che avere il primo, il secondo ecc. (che poi non cambia molto…) significa: “tu sei il numero uno, tu sei il numero due ecc. ecc.”. I rapporti sono di conseguenza. La mia battaglia è che in scena non esistono numeri, posso essere tutta la vita il numero venti, ma quando parlo, gli altri hanno bisogno di me. Quindi, io non mi rapporto mai con la persona che ho di fronte come una persona importante o non importante: mi rapporto come persona che interpreta un dato personaggio, come essere umano, e ho con lui un rapporto come essere umano. Faccio un esempio: in questa operetta il tenore è la persona più importante, perché è lui che fa lo sforzo maggiore. Quindi, è un ruolo importantissimo, e se lui va bene, siamo tutti contenti, perché allora lo spettacolo ha successo: ma nel momento in cui lo devo trattar male, lo tratto male, non sto a pensare che è il più importante. Io devo fare il mio ruolo, non do spazi e non regalo il mio tempo, neanche alle prove: io devo agire, trovare il mio spazio, in scena. Se lei guarda gli spettacoli di prosa e vede in scena un attore importante, televisivo, e poi vede in scena anche gli altri attori, che raccontano una storia, torna indietro e dice: “Mmm, c’è qualcosa che non mi quadra”. Si sente in scena il peso dell’importanza, della conoscenza col pubblico, del successo: io lo trovo volgare tutto ciò, perché non è rispettoso nei confronti di chi ha scritto, non è rispettoso nei confronti della storia, non è rispettoso nei confronti del pubblico.

GG: Ancora qualche domanda: c’è qualche attore o qualche attrice o cantante con cui le piacerebbe lavorare?

UMM: Oddio, che domanda… Devo essere sincero, io non vivo di queste tensioni, di miti, di fanatismi. Voglio dire, io sono un attore, faccio pochissima televisione, ne ho fatta da ragazzo. A parte le fiction, che rendono sul piano della popolarità, non penso che uno faccia l’attore per essere popolare, ma per realizzarsi, per divertirsi nel senso nobile del termine, per fare una cosa che ha senso fare. Fare l’attore, vuol dire guadagnare tanti soldi, andare per strada ed essere riconosciuto… Il mio rapporto con la gente è molto sereno, molto bello. A Trieste sono molto conosciuto, a Genova sono già conosciuto, perché lavoro anche lì da vent’anni… A Roma non mi ferma nessuno, ma io non ci soffro di tutto questo, anzi, se potessi vivere la mia vita normale… Certo, il rapporto col pubblico, con la gente, mi piace, perché è un rapporto di affetto e di conoscenza. Non faccio il cinema perché non l’ho mai fatto, non ho miti. Certo, potrei dire che mi piacerebbe lavorare con De Niro. In teatro mi piace più partecipare a un evento, io accetto tutti: gli attori hanno tutti diritto di cittadinanza. Certo, ci sono attori bravi e attori meno bravi, ma dipende anche dalle occasioni che gli vengono date: cioè, un attore straordinario come Proietti, può essere che in ruolo sia meno bravo di un altro, perché in quella fase della vita, quel ruolo potrebbe non adattarglisi. Lavorare con Gigi sarebbe meraviglioso, bisogna trovare l’occasione, perché se poi fa tutto lui… Ci sono attori che mi piace vedere e ci sono attori con cui mi piacerebbe lavorare. Nel senso che se sono troppo più bravi di me… Comunque, Gigi è certamente un attore straordinario.

GG: Un’ultima cosa. Questa vita da attore in giro per il mondo, le piace, la stanca, l’affascina. Che fase è?

UMM: Sai, queste domande… Devo farti i complimenti, perché mai visti e conosciuti, mi fai delle domande precise e giuste. Sono trentacinque anni che faccio questo mestiere, quasi sempre di tournée, perché in Italia funziona così, devi andarlo ad incontrare il pubblico. Ed è anche bello, io ho visto l’Italia, ho conosciuto gente: sono un curioso, vado nei musei, non amo particolarmente i ristoranti, perché preferisco il cibo semplice e i piatti particolarmente elaborati non mi soddisfano. Quindi non ho fatto una vita noiosa. Inevitabile, a questo punto non ne posso più. Adesso, ad esempio sto partendo per l’Australia, vado col mio amico e collega Eros Pagni, a recitare. è un po’ diverso che andare a Pavia o a Forlimpopoli… È più faticoso, c’è un’energia diversa, andiamo ad incontrare il pubblico italiano. Lui è stato invitato, e cortesemente ha passato a me la proposta di accompagnarlo, così facciamo un recital di cose più o meno serie, “L’uomo dal fiore in bocca”, Achille Campanile, che è un autore satirico spiritoso, e io spero di metterci qualcosa di Trieste, perché so che ci sono anche molti triestini… Sto cercando un pezzo in cui poter raccontare a chi è là cosa c’è qua ora, non tanto tempo fa. La tournée la vedo sempre — e ti rispondo con sincerità — come soddisfazione di questa mia esigenza di trovare una collocazione, perché non posso avere rapporti perenni, devo rompere, non posso essere “l’attore di una città”. Devo rompere, è un’esigenza, non posso sentirmi classificato. Io faccio volentieri l’operetta da ventuno anni, sei repliche, farne quarantanove non potrei. Ho bisogno di qualcosa che esiste, ma che poi se ne va: la tournée soddisfa questo, mentre l’età, il fisico, la famiglia… comincia a diventare molto faticoso, e molto difficile gestire rapporti umani.

Gestire la vita con quella continuità che casa, famiglia, malattie richiedono è difficile. Gli attori sono strani, sono trattati come bambini, se vanno sul palcoscenico di cattivo umore, il regista li conforta: e la vita invece ogni tanto va affrontata un pochino da adulti. E invece le tournée, gli alberghi, un attore si fa coccolare… Però arriva il momento in cui bisogna affrontarla con maggior serenità e costanza. E quindi è dura, è dura ma anche divertente.

GG: Benissimo. Grazie mille.

UMM: Grazie a voi.

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