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Cinema

Jeffrey Jeturian

Tuhog

Non è la prima volta che Jeffrey Jeturian viene in Italia per promuovere un suo film. Ad aprile di quest’anno il regista filippino ha presentato Fetch a pail of Water al Far East Film Festival di Udine (importantissima manifestazione che cura la cinematografia asiatica).

Emozionato e incredulo, sbarca poi a Venezia alla prestigiosa Biennale, il 58° Festival Internazionale della Cinematografia. Il film, Tuhog (in Persona), è stato infatti selezionato da Barbera per partecipare alla mostra nella sezione Cinema del presente (sezione che premia i cineasti con il discusso “secondo Leone d’oro”).

Il film narra delle disavventure di madre e figlia che vengono entrambe ripetutamente violentate negli anni dal nonno/padre. Le due finalmente si ribellano e confessano alle autorità le malefatte del vecchio, che sarà processato e condannato. La prima sequenza del film si apre sul volto di un giovane regista filippino che cerca di convincere il suo produttore a girare un film biografico sulla vita delle due sciagurate. Egli accetta, ad una condizione: che nel film ci siano delle scene “sexy”.

Il cineasta si reca così dalle due, che, lusingate dall’offerta e dalla grossa quantità di denaro, accettano, ignare del reale progetto per il film. Rendono l’affare pubblico e quando si recano in città a vedere la prima si fanno accompagnare da molti amici del posto. Chiaramente la pellicola proietta delle immagini non vere e troppo spinte per trattarsi di una vicenda drammatica. Madre e figlia escono correndo dalla sala, in lacrime, mentre gli amici, a fine proiezione, dubitano delle verità raccontate in precedenza dalle due, dando maggior credibilità al film. Un secondo stupro, in sostanza, che Jeturian descrive utilizzando due piani diegetico-narrativi, quello del film e quello della narrazione.

Un duro attacco e una forte parodia quella del regista filippino nei confronti della produzione cinematografica nazionale. Jeffrey aveva già precedentemente esposto il suo malcontento nei confronti di certi cliché soft-pornografici tipici del cinema filippino. Quando lo abbiamo incontrato a Udine, ci disse com’era dispiaciuto per essere stato obbligato a girare alcune scene di puro sesso nel suo film Fetcht a Pail of Water.

Abbiamo incontrato il regista al Lido…

Martina Palaskov (MP): Lei è già venuto in Italia, prima di partecipare al festival veneziano. è stato ospite al Far East Film Festival a Udine. Come si sente ad essere nuovamente in Italia, questa volta per concorrere ad uno dei premi più prestigiosi della cinematografia internazionale?

Jeffrey Jeturian (JJ): Sono molto emozionato. Il premio messo in palio mi stuzzica molto, si tratta infatti di un assegno di 100.000 dollari (poco più di duecento milioni di lire italiane, ndr). Credo che questi soldi mi potrebbero essere molto utili per il mio prossimo film.

La grande differenza tra i due festival è stata proprio questa. Da un lato Venezia, che mi ha offerto l’ospitalità per tre giorni all’albergo Excelsior e io ho dovuto pagare tutto il resto, compresi il viaggio e le spese per le due copie dei film. Il Festival di Udine, invece, mi ha trattato da vero ospite, pagando tutto.

Purtroppo il mio produttore non può permettersi di pagare tutte le spese di un festival, quindi ho dovuto risparmiare. Fortunatamente, la mia soap opera, nelle Filippine, sta andando discretamente bene. Il lavoro mi è stato assegnato un paio di settimane prima che venissi a Venezia, mi pagano bene…

Sono molto onorato di essere qui. Vedete, solo tre film filippini hanno partecipato a questo festival. Il primo, negli anni cinquanta, Gengis Khan di Manuel Conde, poi, negli anni ottanta, con Michel Delion e infine il mio Tuhog. Da subito ho creduto molto nel film… c’è stato poi Roger Garcia, un famoso produttore che vive a Los Angeles e che aiuta molto il cinema filippino nei festival internazionali. è stato proprio lui a dare una copia del mio film al sig. Barbera. Verso i primi di giugno ho saputo che il film era stato accettato per la sezione Cinema del presente. Chiaramente dovetti mantenere il segreto fino alla conferenza stampa del 30 giugno.

Ho molte speranze per il film e anche se non dovesse farcela sono felice di partecipare al Festival di Venezia. Spero che in futuro altri cineasti filippini possano partecipare a festival Internazionali.

Il Festival di Udine è altrettanto interessante poiché focalizza l’attenzione della gente sul cinema asiatico così poco conosciuto in occidente. L’Asia ha tanto da offrire…

MP: Parliamo di Tuhog e dell’attacco diretto sferrato nei confronti della cinematografia nazionale filippina.

JJ: Si tratta una reazione ai film girati da alcuni colleghi. Essi hanno, secondo me, abusato della libertà artistica. La censura nelle Filippine non ha mai intralciato il cinema, fino a quando le nostre produzioni cinematografiche sono andate oltre, proponendo al pubblico un sacco di film detti “soft-porno”. Il presidente all’epoca era Joseph Estrada. Egli permetteva di trattare qualsiasi argomento. Molti cineasti, con il supporto dei produttori, hanno prodotto film di questo genere, proponendo ogni volta nuove fanciulle con bellissimi corpi. Erano molte le sequenze di sesso e c’era poco spazio per la storia. La gente però ha protestato, nonostante il successo dei film. Quindi è intervenuta la censura, con modalità più severe e selettive.

Tuhog è una farsa, non solo nei confronti di questo tipo di cinema, ma anche del cinema filippino. Infatti, credo sia stata questa tendenza a promuovere film soft-porno ad allontanare la critica internazionale dalla nostra cinematografia. Il mio film, esternamente sembra una denuncia nei confronti di pellicole di serie B, ma non si tratta solo di questo. I produttori filippini sono ora alla ricerca di un nuovo tipo di film che possa far guadagnare molto. Niente è infatti più un assicurazione per fare soldi, neanche l’utilizzo di grosse star.

Il mio quesito riguarda anche il rapporto che un regista deve avere nei confronti della realtà che prende come esempio per raccontare il suo film. Ho voluto sfidare il pubblico, vedere quale sarebbe stato il loro coinvolgimento più forte, se nei confronti della realtà (la vera vicenda delle due donne), o la rappresentazione. Ho infatti notato che molte fra le persone in sala hanno abbandonato il loro posto a sedere quando i titoli del film nel film hanno incominciato a scorrere sullo schermo. Il film, però, non era ancora finito. Che tipo di film vuole vedere la gente? Film che divertono, film che parlano della realtà, film che assomigliano a produzioni hollywoodiane? Per esempio, se notate, nella mia narrazione il protagonista maschile, il ragazzo della fanciulla, possedeva un bue, che nella finzione cinematografica diventa un cavallo bianco che lui cavalca con lei come una specie di principe azzurro. Credo che l’influenza hollywoodiana nella nostra cinematografia non dia più spazio alla nostra vera cultura locale di farsi vedere e apprezzare.

Tuhog è tutto questo. Ma non importa, preferisco che il pubblico capisca anche solo una piccolissima parte dell’opera.

MP: Lei ci disse che nel suo precedente film, Fetch a pail of Water, lei era stato obbligato a inserire alcune sequenze di sesso… Tuhog è forse una rivincita sul produttore di allora?

JJ: Non avrei potuto produrre il mio se non avessi messo delle scene di sesso. è stato tuttavia un compromesso che mi stava bene, poiché il film sarebbe stato visto da molta più gente. Si tratta di una descrizione sociale delle Filippine. Ero consapevole che il film lo avrebbero visto in molti, chi per le scene di sesso e chi per il puro dramma sociale. Credo fosse palese che il mio film voleva dire e dare di più. è stato come un primo passo per far apprezzare un altro tipo di film al pubblico. è chiaro che il film avrebbe funzionato ugualmente senza tutte quelle sequenze.

Tuhog è stato una reazione e un attacco nei confronti dei miei colleghi. Metto a confronto la vera natura di un cineasta e come un artista debba confrontarsi con la realtà. E mi chiedo cosa cerchi un regista nel cinema, se la gloria e i soldi o il vero piacere intellettuale.

MP: Gran parte del pubblico e dei critici presenti a Venezia non ha capito la vera natura e il significato del film. Secondo lei è necessario avere almeno un’idea di come funziona il cinema filippino per apprezzare fino in fondo la sua pellicola?

JJ: Come ho detto in precedenza, è importante per il pubblico capire il film, anche solo parzialmente. Credo che tutto il resto possa essere considerato un bonus. La farsa è intuibile dal pubblico filippino, non do la colpa al pubblico italiano se non ha afferrato la parte più nazionale del mio film.

MP: Parliamo del cinema filippino e della produzione contemporanea nelle Filippine.

JJ: Le cose vanno bene e vanno male. In termini di produzione, siamo passati dal produrre 300 film all’anno dieci anni fa agli 80 di quest’anno. Ma allo stesso tempo siamo costretti a lavorare maggiormente sul prodotto da offrire al pubblico filippino. Si presentano nuove e interessanti opportunità per i giovani cineasti che devono essere maggiormente sostenuti dai produttori. Nessuno ha più le idee chiare su come fare soldi. I produttori non hanno più la sicurezza di ottenere un buon guadagno con un certo tipo di film e di conseguenza offrono più possibilità a diversi registi.

Per quanto riguarda i territori internazionali, credo che l’interesse mondiale nei confronti della nostra cinematografia si faccia sentire, e mi riferisco alla mia partecipazione al festival di Venezia, ma non solo.

In vaporetto a Venezia, ho parlato con uno studente di cinema che mi ha detto quanto fosse sorpreso di vedere un film filippino e di come la qualità della pellicola fosse paragonabile a film occidentali… Era molto sorpreso e anche io. Quando vedrà un altro film filippino questo studente avrà le idee più chiare. I festival internazionali aiutano molto le cinematografie come le nostre a farsi conoscere.

Credo che i produttori filippini dovrebbero rendersi conto di ciò e dare più sostegno ai cineasti, e non lasciarli a loro stessi come è successo a me. Anche il governo dovrebbe garantire più sostegno economico alle pellicole locali che partecipano ai festival. Purtroppo, parlare con l’assemblea governativa che tratta i fondi artistici e culturali nel nostro paese è molto difficile, soprattutto ora che il governo è cambiato.

MP: Parliamo del pubblico filippino. Molta gente va al cinema nel tuo Paese?

JJ: La nostra economia non va benissimo, quindi la gente non può permettersi di andare al cinema. Ci sono delle priorità. Il costo del biglietto è molto alto, dunque abbiamo perso molto pubblico. La pirateria e l’influsso del cinema hollywoodiano hanno tolto molto al cinema filippino. La gente, purtroppo, paga più volentieri il biglietto per andare a vedere un film americano.

Produrre un film diventa sempre più difficile. Ma la colpa non è della gente. Il livello del cinema filippino, come ho detto prima, è caduto molto in basso.

MP: Ha notato delle reazioni diverse tra il pubblico italiano e quello filippino?

JJ: Chiaramente sì. Il pubblico filippino si è diviso in due. Il pubblico culturalmente in grado di giudicare il film e quello che rideva per le solite scene di sesso divertente. La prima proiezione del mio film è stata fatta in un’università dove il pubblico di studenti ha apprezzato la mia critica. Durante la proiezione al pubblico pagante ho notato che erano tutti molti attenti e silenziosi, forse perché la struttura del film è così diversa da altri film filippini. Penso che fossero troppo concentrati nel seguire il film. Forse non hanno capito molto.

Credo che il pubblico italiano abbia capito il film, a giudicare dalle risate. Non sono del tutto sicuro che abbiano riso per il film o per la bizzarra traduzione italiana dei sottotitoli. C’è stato un applauso alla fine, quindi sono felice. Il pubblico italiano, e in generale quello dei festival, è in grado di capire un film un po’ più complesso.

MP: Mi chiedevo se c’è un genere cinematografico utilizzato più degli altri nella cinematografia filippina?

JJ: Il mio film ha tante atmosfere e di conseguenza è di tanti generi. Passa dal drammatico al comico fino ad arrivare al thriller (ultima scena del film nel film, ndr). Questo è il modo di fare cinema nelle Filippine per assicurare alla pellicola la maggior parte di pubblico. Un po’ come fanno i cinesi con i loro piatti tipici, che sono preparati con la carne, il pesce e tanti tipi di verdure… per soddisfare tutti.

I film filippini sono fatti allo stesso modo. Questo era anche uno dei punti che volevo evidenziare nel mio film. L’utilizzo di tanti generi era un elemento evidente.

MP: Prossimi progetti?

JJ: Ho tre progetti che intendo realizzare. Due di questi sono già in forma di sceneggiatura.

Il primo narra le vicende di una madre e di un bimbo. La madre è costretta a rubare e a occuparsi di loschi affari per mantenersi e mantenerlo. Il bambino è perfettamente al corrente di quello che fa la madre, ma nonostante ciò, la ama e le sarà sempre accanto. Vorrei descrivere Manila come una giungla d’asfalto, ma piena di atmosfere e situazioni tipiche di una bellissima metropoli asiatica.

Il secondo progetto tratta le vicende di un gangster morto che torna a rivivere attraverso la descrizione dei componenti della banda di cui ha fatto parte. Un discorso sulla relatività e su come uno stesso fatto possa essere raccontato in tanti modi diversi. Le tante prospettive insomma…

Il terzo è una satira sul cinema romantico, il principe azzurro, la favola eccetera. Tutto ciò in realtà non esiste, spetta a noi cercare il giusto modo di essere felici.

MP: Parliamo della soap opera…

JJ: Purtroppo, un regista filippino non può permettersi di fare solamente il regista cinematografico. Giro la soap per avere uno stipendio fisso. Si tratta di una storia molto divertente e comica, a differenza di altre produzioni televisive. La traduzione del titolo in italiano sarebbe Appena Nato.

MP: Grazie e in bocca al lupo…

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