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Cinema

Jan Harlan

A Life in Pictures

Immagine articolo Fucine MuteMartina Palaskov Begov (MPB): Stanley ha mai espresso il desiderio di girare un documentario, e come secondo lei, lo avrebbe girato?

Jan Harlan (JH): No, Stanley non era affatto interessato al documentario, né ai film per la televisione, non era il suo campo. Ciò che lo interessava erano i film per la distribuzione esclusivamente cinematografica, punto. Mi sembra abbastanza.

MPB: La sua famiglia è multiculturale. Lei e la signora Kubrick siete tedeschi, Stanley è di New York, e tutti avete vissuto per molto tempo in Inghilterra. Lei crede che quest’atmosfera ‘globale’ abbia influenzato la sua cinematografia, e che lo abbia eventualmente trattenuto dal viaggiare per lavoro?

JH: Lui era spiritualmente un cittadino del modo, non aveva alcun tipo di pregiudizio, abbracciava qualsiasi causa. I motivi per qui non viaggiava sono, in primo luogo, non voleva perdere tempo, in secondo luogo, non amava volare.

MPB: Be’, capita spesso di sentire il bisogno di viaggiare alla ricerca di ispirazione o semplicemente per conoscere culture diverse. Stanley aveva forse a portata di mano tutto ciò che potremmo definire ‘ispirazione’?

JH: Egli era un uomo di grande intelletto e una persona estremamente spirituale. Di conseguenza non ricavava l’ispirazione dal viaggiare, al contrario, egli leggeva moltissimo e si ispirava alle sue letture. Quella è stata la sua fonte principale. Lo si potrebbe definire un ‘lettore permanente’. Inoltre era un accanito cinefilo, molto informato. Era un intellettuale moderno, e allo stesso tempo un grande artista. La famiglia è stata sempre presente nella sua vita, una realtà data per scontata. è stato senza dubbio un affettuoso uomo di famiglia. Sarebbe forse un po’ troppo riduttivo affermare che la sua principale ispirazione come regista cinematografico, fosse stata la sua famiglia.

MPB: Parliamo del suo documentario, Stanley Kubrick. A life in Motion Picture. A mio avviso, si tratta di un documentario molto tradizionale. Come ha lavorato al documentario e come ha ‘stilisticamente’ deciso di montarlo e di girarlo?

JH: Prima abbiamo pensato di non montarlo cronologicamente, volevamo essere un po’ più originali, ma il problema è che si tende sempre ad interpretare troppo un film di Stanley, di conseguenza rischiavamo di allontanarci dall’oggettività intesa come fine ultimo dell’opera. Inoltre volevamo che il documentario fosse molto chiaro. Vede, quando si gira un film molto lungo, l’importante è non annoiare lo spettatore. Questo è perché abbiamo subito abbandonato iniziali proposte alternative, e abbiamo puntato a una testimonianza chiara e convenzionale.

Si presentò poi un altro problema; avevo una quantità industriale di materiale. Avrei potuto girare un film di quattro, cinque ore. Ora, questo non è possibile. I film di due ore sono già abbastanza lunghi. Bisogna sempre ricordarsi dello spettatore e della sua richiesta legittima di intrattenimento. Sono soddisfatto del risultato. Il pubblico lo trova un documentario profondo, interessante e anche informativo. Lei lo ha visto?

MPB: Sì, certo…

JH: E che ne pensa?

MPB: Credo sia un documentario molto oggettivo. Lei è stato il produttore di Stanley, ma soprattutto un membro della famiglia, avrebbe potuto rendere il tutto più soggettivo e intimo.

JH: Nessuno è mai oggettivo al cento per cento. Io stesso ho dato prova evidente, nel mio documentario, di considerare Stanley un grande regista, non sono stato oggettivo. La famiglia non ha un ruolo importante nel film. Ricordo di aver spinto gli attori e gli amici di Stanley a parlare male di lui. Tutti facevano riferimento alla sua bontà, alla sua generosità, alla sua disponibilità. Ho dovuto chiedere esplicitamente se ci fosse stato qualcosa di Kubrick che a loro non piaceva. Ho ricordato a tutti quanto egli, a volte fosse stato insopportabile, eccessivamente pretenzioso e forse tropo zelante. La risposta generale è stata “sì, be’, ma cosa importa, guarda in generale, ho lavorato con lui più che volentieri e lavorerei con lui ancora”. Alla fine ciò che veramente ha contato era lavorare con lui e apprendere da lui.

MPB: Pensa di utilizzare il materiale che ha raccolto per altri documentari o altri progetti sulla vita di Stanley?

H: No, non per il momento. Ho bisogno di una pausa, il mio periodo kubrickiano è giunto al termine. Ho lavorato un anno al documentario, lo stiamo promuovendo in giro per il mondo, sta uscendo anche un libro… insomma, penso di meritarmi una pausa.

PB: Che consiglio darebbe ad un giovane produttore cinematografico, e che consiglio avrebbe dato ad un giovane produttore che avesse avuto la possibilità di lavorare al fianco di Stanley Kubrick?

Immagine articolo Fucine MuteJH: La qualità che egli più apprezzava era la decisione e la completezza di una persona. Non adorava perdere tempo, quindi era meglio informarsi bene ed essere precisi prima di comunicargli qualcosa. Non essere superficiale, la superficialità era probabilmente ciò che in assoluto odiava di più. E per questo che non ha mai incontrato la stampa. La sua più grande critica nei confronti della stampa era proprio questa, l’essere superficiale. Non gli interessava che alla stampa fosse o non fosse piaciuto il film, ma la leggerezza e la precipitazione lo infastidiva parecchio.

MPB: Stanley inoltre aveva una perfetta conoscenza del materiale che veniva usato sul set e di come utilizzarlo. Le chiedo, Stanley aveva la capacità di capire come funzionasse il mestiere del produttore? Ed ha mai egli dato qualche consiglio utile anche a lei?

JH: Il termine produttore è una parola che sta ad indicare un mestiere troppo generico. Di solito un produttore si preoccupa di far rientrare le spese del film nel budget previsto. Non è, a mio avviso, la produzione a rendere grande un film. Ritengo che una buona sceneggiatura faccia poi di una pellicola un capolavoro. Mi azzardo anche a dire che un buon pubblico è necessario per creare un buon film. Non è facile avere un buon pubblico e riconoscere una valida sceneggiatura. Tutto ciò che ruota intorno alla produzione di un film è chiaramente importante e necessaria, ma la sceneggiatura è ciò che conta veramente.

MPB: C’è qualcosa in particolare che lei, come produttore, regista, e uomo, può affermare di aver imparato da Stanley Kubrick?

JH: Di essere preciso in tutto ciò che faccio, di essere preciso e non frettoloso.

Nota di redazione. Il montaggio che segue è uno spezzone dell’intervista fatta in seguito poiché Ian Harlan sembra non aver capito le prime due domande. Gliele abbiamo riproposte dibattendo sul fatto che sono delle domande (a suo avviso) a cui il mondo intero può rispondere….

MPB: Il documentario, come noto, è un genere cinematografico. Ora, Stanley Kubrick oltre ad aver girato dei grandi film, ha anche creato un capolavoro per ogni genere. Orizzonti di Gloria e Full Metal Jacket per il film di guerra, Barry Lindon per il film in costume, Shining come genere horror. La mia domanda è, Stanley ha mai espresso il desiderio di girare un documentario e di conseguenza produrre un ulteriore capolavoro per questo genere in particolare?

JH:  Lei afferma che Stanley ha fatto un capolavoro per ogni genere. Ma Stanley era un uomo singolo, con un principio di unità preciso e evidente. A mio avviso, è necessario evidenziare la sottile linea che passa attraverso tutta la sua cinematografia. Il punto in comune tra tutte le sue pellicole riguarda la vanità e la fragilità della nostra specie. I nostri fallimenti… questo era ciò che a Stanley interessava veramente. Questo è il motivo per cui era così affascinato dalla figura di Napoleone. Un progetto che avrebbe amato sostenere ma che non poté mai realizzare. Un uomo così abile dal punto di vista militare e politico che poi soccombe a causa della sua fragile umanità istintiva; ecco ciò che Stanley amava analizzare. Come in Orizzonti di Gloria; il film pullula di vanità, ma poi alla fine l’uomo vero si fa avanti, si fa vedere…si fa vedere il meglio della razza umana. Eyes Wide Shut è un esempio perfetto della nostra fragilità come esseri umani. Questo sottile filo lo si intravede anche nell’ultimo film di Spielberg A.I.. Non era un misantropo, al contrario, amava analizzare le debolezze del genere umano e di come siamo miracolosamente fatti. A.I è una favola, chiaramente, che offre grandi insegnamenti, tuttavia.

MPB: Lei ha detto, nel suo documentario, che il tempo era il fattore a cui Stanley si affidava maggiormente per creare un grande film. La mia domanda si riferiva al totale abbandono da parte di Kubrick di una vita di società. Volevo paragonare e analizzare il suo modo di vita ai suoi film. E volevo inoltre sapere se una tranquillità e serenità famigliare come la sua, avesse potuto in qualche modo ispirare o influenzare il suo lavoro.

JH: Lei probabilmente ha ragione, ma questo era il suo modo di lavorare e di vivere. Non ci sono mai state alternative. Egli non viaggiava, leggeva molto, ma non viaggiava. Non aveva bisogno di altro. Leggeva, guardava un sacco la televisione. Così è stato per lui, non sapremo mai se viaggiando la sua arte sarebbe cambiata. Come venivano girati i film, e il fatto che si è fatto trasferire una foresta vietnamita a East London può avere a che fare con il suo modus vivendi… sicuramente sì. Ma ciò non ha grossa importanza.

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