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Omnia

Don’t peace off!

Il problema della pace si ripropone in tutta la sua scottante, scandalosa attualità durante questi giorni di guerra. Scrivo “scandalosa” così come credo d’intendere in maniera filologicamente corretta lo “scandaloso” dell’obbedienza a Dio analizzato da Kierkegaard (la fede come scandalo logico) sul noto esempio del passo biblico di Genesi 22, 1 (Abramo, in un primo momento chiamato da Dio a sopprimere il proprio unico figlio Isacco, obbedisce, ed è fermato mentre sta per colpire a morte il proprio primogenito nel territorio di Moria), così come “scandaloso” fu l’insegnamento cristiano – mai storicamente e definitivamente cattolico, a dir tutta la verità – del porgere l’altra guancia. Scrivo “di guerra” perché all’episodio del massacro newyorkese dell’undici settembre non so assegnare altra valenza se non quella prevista dal linguaggio diplomatico, freddo e preciso come sempre riguardo eventi di questo genere e portata, e cioè d’una “dichiarazione fattuale di guerra”.

Scandalosa pace sarebbe, dunque, anche a fronte dei reiterati tentativi d’assalto d’arma batteriologica che sembrano provenire dal leader terroristico e politico Osama Bin Laden (che sia solo propaganda? Non pare davvero possibile…), dal folto della sua venerabile barba che immemore è senz’altro delle colpe del suo possessore e degli anni quando il padrone era, invece, sbarbatello ben nutrito e pasciuto, al fresco dell’educazione collegiale e degli agi occidentali, senza che allora, per l’appunto, segno alcuno di peluria vi fosse sul suo volto fresco d’adolescente per benino.

Sulle responsabilità occidentali all’insorgere di tale rabbia distruttiva, è inutile discutere. I poveri del mondo si sono ribellati (legittimamente almeno nelle motivazioni), e purtroppo (per noi e per loro) sembrano essersi messi in mano a vari demoni di prima classe. Scossi nell’odio dalla loro ancestrale condizione di esseri umani sconfitti, senza diritti, cancellati, deprivati, e attanagliati infine dal cancro della più violenta tra le barbarie teocratica, per l’occasione ben arricchita di credo assoluti ed indiscutibili, disperati quanto fobici, costoro dichiarano in nome dell’Islam la propensione al baratro definitivo, e la Guerra Santa all’Occidente sine die, senza nemmeno intuire in ciò l’orribile, profondissima profanazione del dettato del libro coranico, dell’amore e del rispetto che è nell’Islam (quello vero); senza capire le conseguenze – in termini di devastazioni politiche, civili, sociali – che al contrario sono celate e prevedibili nel loro appoggio al fondamentalismo più selvaggio. Incapaci di leggere il testo sacro come nelle pieghe della politica, si donano alla causa politica ed economica pensandola religiosa. A quella d’un venduto di nome Osama, prima ad una fazione poi ad un’altra. Per chi marxista non è, né è mai stato, è il ritorno alla logica dell’oppio dei popoli di cui Karl Marx diceva con grande efficacia.

Il problema della pace è, in Italia come in altri paesi, avvertito come scottante. È notizia di qualche ora il distinguo nelle posizioni politiche assunte dall’arcipelago pacifista e di sinistra dello Stivale. La “Perugia – Assisi” sembra ribadire una tensione assoluta – e pacifisticamente fondamentalista, appunto – alla “Pace”. La tentazione alla ragione e all’opportunità politica, come al solito, è cosa lasciata agli scribacchini, mentre la politica s’ammanta di slogan ciechi, di demagogia, di noiose retoriche frutto di mille risciacqui, di passeggiate a ribadire che “siamo tutti per la pace”, “siamo tutti dispiaciuti”, “vogliamo a tutti un gran bene”. L’altra faccia cieca della stessa medaglia, insomma; di quella medaglia che on the dark side riporta la guerra stessa e le sue logiche. Retorica della pace, delle immagini e dei gesti “politici”, così come questi sono anche, e spesso, retorica della guerra.

Pace è parola che riempie facilmente, e sempre più spesso, la bocca. Non gli intelletti o i cuori.

In Italia è ben sfoderata quando di mezzo ci stia una qualsiasi azione politica, economica, militare di marca americana. Se questi ultimi subiscono un attentato e progettano una qualsiasi ritorsione, ebbene sia “Pace”, sit-in, e marce della pace. Se gli americani (e complessivamente altri 56 paesi diversi, se ben ricordo, tra i quali anche il Pakistan con centinaia di cadaveri tra le macerie delle Twin Towers) subiscono in un solo momento più morti che a Pearl Harbour, nell’attentato più orribile di sempre, sia “Pace”, egualmente, sempre, e comunque. Se gli americani si beccano un camion pieno di tritolo in una caserma in Sudan (dove muoiono centinaia di giovani, è bene ricordarlo) o qualche letterina all’antrace, “Pace” e basta. Se gli americani chiamano all’embargo contro anime pie – che son poi anche affamatori, dittatori e macellai, ma questo pare essere secondario – come Saddam o Milosevic (con i loro cesaropapismi familiari, fatti d’invasioni, minacce, arroganza, massacri, mire espansionistiche e torture), sia ancora “Pace”. Se, infine, gli americani, con l’appoggio d’una alleanza politica prima che militare di proporzioni inedite e davvero transnazionale bombardano le postazioni della più retriva, medioevale ed anacronistica dittatura al mondo, che tra le altre cose ci vorrebbe tutti morti e sepolti, “Pace”!

Insomma, i nostri pacifisti puzzano un po’ d’antiamericanismo, di sagrestia facilona e di centro sociale un po’ troppo galvanizzato, di nostalgie ideologiche riconnotate nei termini del pensiero agnolettiano. Direi d’accomodante indifferenza a tutto, salvo le cose d’America. Che certo ha pesanti responsabilità storiche in Medio Oriente: ma la storia cambia le carte in tavola, lo sappiamo, e l’amico d’un tempo può diventare il peggior nemico. Allo stesso modo pochi di noi avrebbero l’ardire (meno male!), nella celebrazione e commemorazione dei massacri e degli stermini nazisti, d’affermare che l’orrore nazista fosse anche conseguenza di certe condizioni economiche a cui la Germania fu costretta dalle nazioni vincitrici dopo la prima Guerra Mondiale; o egualmente, e più banalmente, che Winston Churchill avesse più d’una semplice simpatia nei confronti del nostro Mussolini.

Detto questo, mi sforzo di ragionare sul traguardo della Pace. Non ho soluzioni, solo intuizioni. Ma qualche auspicio da illuso ce l’ho, come quello che vorrebbe, ad esempio, adesso o mai più, che fosse forzata la mano ai due grandi avversari massimamente destabilizzanti la regione, ad Israele e Palestina (che penso, di fatto e in piena, loro legittimità come stati nazionali e sovrani, e riconosciuti da tutti, non solo dalla comunità occidentale…) affinché il problema mediorientale abbia equa, giusta, etica soluzione. Mai come adesso sarebbe possibile farlo, in barba alle lobbies di potere che quella pace non vogliono, e che mai hanno voluto. Vorrei rispetto per i fratelli mussulmani (al gentilissimo amico, mussulmano e sufi del piano di sotto, dico: “Pace e rispetto, fratello”). Vorrei giustizia ed equità, libertà, diritti fondamentali per le donne del mondo islamico. Vorrei una più equa suddivisione delle risorse, un più equo sfruttamento di queste. Vorrei i grandi potentati dinastici e petroliferi fuori dal controllo sui paesi islamici. Vorrei anche che la manifestazione umbra ci fosse stata, con quelle stesse bandiere, dopo il massacro dell’undici settembre. Questo, ovviamente, non può e non poteva essere. Perché alcuni di loro – e sottolineo “alcuni” – se la ridevano di brutto (e io ne ho sentito ridere più d’uno). Dicevano: “Finalmente è toccato anche a loro”. Detto fra noi, non sono affatto interessato alla loro pace da poco.

(Meriterà il nome di uomo, e potrà contare su ciò che è stato preparato per lui, solo colui che avrà saputo acquisire le capacità per conservare indenni sia il lupo sia l’agnello che gli sono stati affidati.

Antica sentenza citata a tema del primo capitolo di “Incontri con uomini straordinari”, di Georges I. Gurdjieff).

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