// stai leggendo...

Fumetto

Neil Gaiman

Il cacciatore di sogni

Fabio Bonetti (FB): Abbiamo l’onore di avere ospite Neil Gaiman al Festival Internazionale della Fantascienza di Trieste. Se volessimo approfondire tutti i temi relativi al suo lavoro un’intervista sicuramente non basterebbe. Cercheremo di essere esaustivi. Sappiamo che fin da bambino lei è stato un avido lettore, e lo è tuttora. C’è un autore, una storia, o un argomento particolarmente illuminante che l’ha spinta nella sua carriera, o la sua è una predisposizione naturale verso i generi che l’hanno resa famoso?

Neil Gaiman (NG): Non c’è nessun autore in particolare che mi abbia spinto nella mia carriera. Non so se sia un talento naturale o meno. Come punto di riferimento mi ricordo un saggio di Harlan Ellison che ho letto a 21-22 anni che diceva: “Se vuoi cominciare a scrivere, prendi la penna e scrivi. Butta via tutto il resto”. Il mio sogno fin da bambino, come per gli altri era fare l’astronauta o essere un capotreno, era quello di scrivere nel senso di entrare in un mondo parallelo, un mondo parallelo dove per esempio Il signore degli anelli era il mio signore degli anelli e dove io avrei potuto scriverlo, dunque un mondo dove io ero il padrone.

FB: Nelle sue opere traspare una cultura classica nel senso più lato del termine: classica così come tradizionale. Non è un caso che Sandman sia stato annotato, e che si trovino molti studi su Sandman e sui suoi riferimenti. Uno in particolare mi ha colpito: nel Paradise Lost di Milton — nella Genesi — ci sono molti riferimenti a termini che rievocano quelli che saranno poi i nomi degli Eterni. Quindi la configurazione degli Eterni che lei ha dato nei fumetti ha tratto ispirazione dall’opera di Milton, e possiamo ad esempio pensare che il passaggio tra Delight e Delirium possa essere una sua particolare interpretazione della perdita dell’innocenza, del Paradiso, o di come la vogliamo chiamare?

Immagine articolo Fucine MuteNG: Preferirei non parlare di questo passaggio tra Delight e Delirium perché forse in futuro scriverei io qualcosa in merito. Di sicuro Milton mi ha influenzato per quanto riguarda la personalità di Lucifero, perché io ho voluto creare un Lucifero sicuramente miltoniano. Lucifero che dice: “Meglio regnare in Inferno piuttosto che essere servo nei cieli”. Per questa ragione la mia prima immagine dell’Inferno è stato un Inferno dantesco: ci sono riferimenti molto espliciti a Dante nella prima parte, mentre in Season of Mists sono passato ad un Inferno più miltoniano, dove però ho voluto reinterpretare Milton che quando scrive della riconquista del Paradiso parla di questo Dio che arriva e rimette a posto tutto. Rimane però la domanda: “Dove è rimasto Lucifero in tutto questo?”. Per questa ragione io ho voluto scrivere un Inferno dove c’è una redenzione almeno parziale del Diavolo, per indicare che comunque ci si può fermare, che uno non è bloccato per sempre nello stesso meccanismo ma c’è una via d’uscita, si può sempre smettere di fare ciò che si sta facendo.

FB: Lei ha fatto il giornalista, ha scritto fumetti e per questo è diventato famoso, ha scritto la sceneggiatura di un serial per la BBC, ha operato nel cinema. C’è un campo in particolare in cui lei si sente più a suo agio, o visto che comunque i suoi lavori sono spesso metanarrativi, cioè narrano proprio l’atto stesso del narrare, non importa il mezzo, ma per lei conta di più il processo creativo in sé?

NG: Non si può certo dire che il mezzo che si usa non sia importante. Anzi, è fondamentale in quanto ogni strumento pone dei limiti diversi; certo, si può giocare a scacchi o a tennis, ma anche in questo caso ogni disciplina ha le proprie regole, la propria attrezzatura, per cui cambia molto lo strumento di espressione. Il mio favorito non è nessuno di quelli che lei ha menzionato: io ho fatto anche romanzi, storie brevi e anche sceneggiature per la radio. E proprio questo è un mezzo particolarmente trascurato, un sistema di espressione che non gode neanche di molta popolarità, eppure è il mio preferito perché ha un enorme potenziale. Perché si possono utilizzare sia alcuni strumenti del cinema, che la tecnica narrativa tipica del romanzo, e anche qualcosa del fumetto. Tutti questi aspetti vengono conglobati in un unico tentativo, quello di riuscire a creare un mondo immaginario nella mente dell’ascoltatore. Purtroppo è comunque uno strumento che io posso utilizzare di rado, diciamo che scrivo una sceneggiatura all’anno per la radio in media, perché ci sono tutti gli altri impegni che mi tengono occupato.

FB: Lei ha collaborato con notevoli artisti di talento, notevoli disegnatori. Dovessi citarne due, direi Dave McKean e Charles Vess. In quanto a Dave McKean mi piacerebbe sapere come è nata la vostra collaborazione e come mai è così evidente la vostra intesa. Per quanto riguarda Charles Vess, volevo chiedere se è proprio vera, se è fondata l’impressione che personalmente traggo di una vostra particolare affinità, di un vostro piacere nel lavorare insieme.

NG: Io ho avuto gran piacere ha collaborare sia con Dave McKean che con Charles Vess per ragioni diverse. Con Dave McKean mi piace lavorare in particolare perché non so mai quale sarà il risultato: ogni volta è una sorpresa. Io gli do del materiale e lui riesce a ribaltarmelo di 180 gradi, eppure riesce a farmelo piacere lo stesso. Invece con Charles Vess il processo è diverso. Io gli do il materiale, lui riesce a renderlo esattamente come lo desideravo ma decuplicato come bellezza, come eccellenza del risultato. Lo stesso processo avviene anche con Craig Russell, un grande collaboratore che vorrei menzionare. Anche con lui ogni volta i risultati sono meglio di quanto sperato.

Con tutte e tre queste persone io collaboro e lavoro molto bene, con grande affiatamento.

FB: Parlando di McKean, il pensiero corre ai suoi primi lavori, o meglio ai vostri primi lavori insieme. In queste prime opere — parlo di Violent Cases, parlo di Mr. Punch — non sto seguendo un ordine precisamente cronologico — e poi successivamente in Good Omens, visto che avevo dimenticato di menzionare i romanzi, in The Day I swapped my Dad for Two Goldfish — c’è una continuità che secondo me sta nella caratterizzazione di un periodo molto difficile da ricordare, e quindi anche da trasportare come lei invece fa molto bene, che è quello dell’infanzia. Personalmente ritrovo un’atmosfera che ho riscontrato nei film di Truffaut, nello Stephen King di Stand by me più ancora che di It. Vorrei poter approfondire con lei questo tema perché mi sembra molte importante. Ci sono poche persone che come lei sanno caratterizzare così bene questo periodo.

NG: Quando da piccolo leggevo libri scritti da adulti, rimanevo sempre stupito, un poco perplesso e dicevo: “Com’è possibile che abbiano dimenticato la loro infanzia? Stanno scrivendo cose senza senso!”. Non mi riconoscevo assolutamente nei loro libri. Per questo quando ero piccolo mi ripromettevo che non avrei dimenticato, che se fossi riuscito a diventare uno scrittore io sì che sarei riuscito a scrivere e a parlare dell’infanzia. E con Violent Cases, proprio la mia prima opera, la grande soddisfazione è stata di ricevere i commenti di molti lettori che hanno detto che leggendo sono riusciti a ricordarsi i frammenti della loro infanzia, di vent’anni prima. È qualcosa di molto importante per me, il fatto di riuscire a resuscitare memorie passate, di non dimenticare. E penso che non mi fermerò mai di scrivere sull’infanzia, nemmeno in futuro, perché penso che ogni adulto abbia in realtà il cuore di un dodicenne. Anch’io, quando avrò ottant’anni, continuerò ad avere il cuore di un dodicenne che fa finta di essere grande.

FB: Questa è solo una curiosità: se è vero che The Day I Swapped my Dad for Two Goldfish è stato ispirato da un episodio familiare, da suo figlio in particolare, come mi pare di aver letto da qualche parte in rete.

NG: Sì, in effetti la storia ha a che fare con una vicissitudine familiare, quando a mio figlio — che ha diciott’anni, quindi è già grandicello — circa dieci anni fa, intorno agli otto anni, ho detto una sera qualcosa di inconcepibile, di tremendo come “è tempo di andare a letto”. Lui si arrabbiò tantissimo e disse: “Vorrei non avere un papà, vorrei avere invece… un pesciolino, un pesce rosso”. Io sono rimasto stupito e ho detto: “Ma che bella idea, che bella storia!” e ho pensato di scrivere la storia di un bambino che si arrabbiava con suo padre che lo scambiava con un pesciolino. Invece poi la storia si è trasformata ed è stato un padre così assorbito nella lettura del giornale che non si rendeva conto di essere scambiato con un pesce in una vaschetta.

FB: Abbiamo parlato delle figure infantili. Altre figure molto interessanti nei suoi lavori sono quelle femminili. Penso all’ultimo ballo di Ishtar, così come a dei riferimenti molto toccanti in The Kindly Ones. Molto spesso queste donne già risultano essere comprese nell’orbita del personaggio principale, nel Signore dei Sogni. Ma hanno comunque un’autonomia, una forza, una carica emotiva della quale vorrei che ci parlasse.

NG: Quando ho ricominciato a leggere fumetti mi sono accorto che i personaggi femminili che erano disegnati sembravano molto astratti, mi sembrava cioè che questi scrittori, questi fumettisti non avessero in realtà mai visto una donna in vita loro, sembrava che non avessero mai avuto una madre, non avessero una donna. Sembrava che in realtà le donne fossero uomini con dei grandi meloni attaccati al petto, gambe lunghissime e una pistola alla cintola. Con Sandman invece io ho voluto cambiare questa immagine della donna nel fumetto, perché in fondo le donne rappresentano la metà dell’umanità. Per questo le ho integrate nel racconto e ho voluto parlare non di uomini e di donne, ma di esseri umani. Per questo è cambiata la percezione della donna nel fumetto e alla fine sono venuti da me i negozianti di fumetti a congratularsi perché per la prima volta avevano delle acquirenti. Cioè Sandman ha avvicinato le donne al mondo dei fumetti.

Anche i miei lettori sono esseri umani, non sono quattordicenni immaturi.

FB: Sempre nelle figure femminili volevo sottolineare come, a mio modo di vedere, sia molto presente una forma sia di fascinazione, sia di rispetto. Soprattutto rispetto, ed è quello che con la risposta precedente lei ha evidenziato. Però penso anche che le figure femminili di Sandman spesso portino una sferzata di ironia in un mito, quello che il Signore dei Sogni costruisce intorno a se stesso, che altrimenti potrebbe prendersi un po’ troppo sul serio. È un’interpretazione corretta?

NG: Sì, è vero quello che lei ha detto dei personaggi femminili, però penso che ciò valga anche per alcuni personaggi maschili in Sandman, perché da una parte c’è la costruzione del mito, questo personaggio onnipotente ed eterno in realtà, e dall’altra c’è anche il piacere di renderlo più umano, di ancorarlo un poco alla vita materiale. Questo viene fatto attraverso i personaggi femminili, ma anche attraverso personaggi come Merv. Ogni volta cioè che il personaggio diventa troppo istrionico, troppo byronico, troppo supereroe, ecco che interviene qualcuno che lo “sgonfia”.

FB: Lei ha detto che Sandman è una “storia sulle storie”, e chiunque è d’accordo con questa affermazione. Lei ha recuperato archetipi, miti e mitologie non solo occidentali: quello che mi domando è se lei non ha mai avuto paura, o meglio se non si è mai trovato in difficoltà a confrontarsi con del materiale letterario o della tradizione orale a seconda dei casi, che presenta appunto delle difficoltà, che necessita di una certa forma di rispetto, o comunque un mantenimento dello spirito originale del mito e delle leggende che ne conseguono?

NG: Personalmente non ho mai riscontrato difficoltà nel trattare materiale così vasto, ma più che altro un piacere, una gioia. Certo è vero che la mia narrazione è metanarrativa, è meta-fiction, però c’è una storia, una base cui il lettore possa fare riferimento. È importante che alla fine il lettore possa leggere una storia. Per questo Sandman è un’opera da rileggere, nel senso che può essere letto una prima volta semplicemente per la trama, come un’avventura, e il lettore può poi riprenderla in mano magari cinque anni dopo, con maggiore esperienza, anche con un maggior bagaglio culturale e letterario, e può leggervi una storia completamente diversa. E dieci anni dopo ancora può di nuovo leggere una storia ancora diversa. Può vedere nuove sfumature, nuove relazioni, nuovi collegamenti. E ovviamente in tutte queste stratificazioni dell’opera evoluta c’è la volontà di creare qualcosa dove anche il camminare sulla superficie è piacevole, e dove comunque approfondire e scendere di strato in strato significa apprezzare sempre di più quello che si legge.

FB: Lei è impegnato anche in azioni legali — e vorrei chiederle anche in quale misura si esprime il suo impegno — con il Comic Book Legal Defense Fund, ed è un tema che sta molto a cuore agli appassionati di fumetto italiano per alcuni recenti avvenimenti che si sono risolti, fortunatamente nel migliore dei modi. Quindi vorrei appunto conoscere la misura del suo impegno e del suo sostegno per questa causa, e se questo impegno ha poi effettivamente portato a dei risultati, se ci sono dei casi eclatanti di cui vale la pena discutere, che negli Stati Uniti sono stati portati alle cronache.

NG: Sì, faccio parte del Comic Book Legal Defense Fund. La finalità di questa organizzazione è prima di tutto quella di garantire l’applicazione del primo articolo della Costituzione, cioè la libertà di opinione e di espressione anche per il mondo dei fumetti. Ovviamente nessuno pensa con facilità a censurare un romanzo o anche un film. Come possono avere sperimentato i fumettisti anche in Italia (sicuramente è successo in Inghilterra), è invece molto più facile che il fumetto venga stigmatizzato. Perché per censurare un libro bisogna averlo letto, per censurare un film bisogna averlo visto, mentre per il fumetto bastano poche immagini, poche tavole che vengono poi decontestualizzate e date in pasto alla stampa. E subito si grida allo scandalo, e si grida: “Guardate che schifezze stanno leggendo i vostri figli!”.

Alcuni episodi: negli ultimi anni c’è stata una battaglia legale che abbiamo vinto per Paul Mavrides, che scrive Fabulous Furry Freak Brothers. Lui ha avuto un contenzioso con l’autorità fiscale della California che ha deciso di declassare il fumetto da letteratura a “linguaggio grafico” e come tale ha ricevuto un altro trattamento fiscale. Abbiamo fatto causa, e l’abbiamo vinta.

Mentre talvolta abbiamo anche perso, come nel caso di Mike Diana, che scriveva “Boiled Angels”, una fanzine di 300-400 copie, a distribuzione locale. Soltanto che un poliziotto ne ha comprata una copia, e Mike Diana si è trovato la notte stessa in gattabuia, denunciato per oscenità. È stato poi giudicato da una giuria in Florida, a Pencicola. Ha perso la causa, e la sentenza prevedeva una multa di tremila dollari, tre anni con la condizionale, mille ora di servizio sociale, un corso di deontologia per giornalisti a spese di Mike Diana, una altro corso di psichiatria sempre a spese sue, il divieto di avvicinarsi a tre metri da qualsiasi minorenne — ciò significa anche che ha dovuto perdere il lavoro, perché aveva un negozio, oltre al divieto di disegnare qualsiasi cosa che possa essere ritenuta oscena, con il diritto attribuito alla polizia locale di effettuare controlli sporadici a qualsiasi ora del giorno e della notte nel suo appartamento per verificare che non stesse disegnando nulla di osceno. Dunque a volte vinciamo, ma abbiamo anche perso.

FB: Incredibile. Ma episodi ad esempio come il Pulitzer ad Art Spiegelman oppure lo stesso World Fantasy Award per il miglior acconto fantastico nel 1991 per il suo Sogno di una notte di mezza estate. Sono episodi forse non numerosissimi, ma contribuiscono a fornire negli Stati Uniti un’altra percezione del fumetto che non permetta più questo tipo di atti da parte dell’autorità giudiziaria?

NG: In effetti non credo che la situazione sia cambiata tanto per quanto riguarda l’autorità. I fumetti stanno vivendo un momento di gloria: Jimmy Corrigan è stato addirittura candidato per un premio del Guardian classificato come romanzo, Alan Moore e Dave Gibbons hanno vinto lo Hugo Award. Però si tratta sempre di un premio speciale, come se i fumettisti partecipassero sempre a dei premi a latere, come le fossero le olimpiadi per i disabili, quelli che ce l’hanno messa tutta e devono essere premiati in qualche forma. Invece è importante che i fumetti si affermino come genere a sé stante ma con pari dignità rispetto agli altri. È altrettanto importante che i fumetti mantengano sia i propri punti di forza che la propria debolezza e che rimangano quella che viene definita “letteratura popolare”. Perché è lì che devono stare, perché il fumetto appartiene al genere popolare. Questa è la sua forza, la sua vitalità. Spesso la letteratura comunemente intesa è formata da materiale castrato, da cose morte lontane dal reale, mentre i fumetti continuano ad essere sangue, viscere e vita, e così devono rimanere.

FB: Neil Gaiman e il cinema: parliamo delle sue collaborazioni per Princess Mononoke, per Avalon, di cui lei ha curato le edizioni americane. Si parla di Terry Gilliam e di un film su Good Omens. Questa notizia pare certa, mentre circolano molte voci circa i film su Death o sullo stesso Sandman. Cosa c’è di vero, cosa è possibile e cosa invece non verrà mai realizzato, e quindi si tratta solo di voci di corridoio?

NG: Cercherò di non dimenticare nulla per quanto riguarda i film basati sulle mie sceneggiature. Confermo che Good Omens è in preproduzione, Gilliam sta scrivendo la sceneggiatura insieme a Grisoni. Penso possa essere ancora divertente un film sulla fine del mondo, per quanto si possa accettare in un momento come questo. Io stesso sto scrivendo adesso la sceneggiatura per un film su Death. Per quel che riguarda Sandman sono state preparate diverse sceneggiature, una peggio dell’altra devo dire, e io accetto la situazione fintanto che non ne esca un brutto film. Ci tengo alla mia creatura. Anche Books of Magic è in fase di produzione, è già stato deciso il regista. Tim Hunter non sarà più un dodicenne inglese con gli occhialoni e un gufo sulla spalla perché hanno pensato sarebbe stato troppo difficile e avrebbe confuso il pubblico. Anche Neverwhere e Stardust stanno per diventare film e sono in fase di sviluppo o di produzione, oltre ad altre mie storie brevi che stanno per diventare film. Si stanno accumulando molte cose per cui sembra che tra breve ci saranno un sacco di storie di Neil Gaiman in giro finché la gente ne avrà fin sopra le orecchie e non potranno più sentirne parlare, per cui non si farà più un film sulle mie opere per il resto della mia vita.

FB: Infatti la domanda si ricollegava anche a questo. Se sono correttamente informato, lei non è del tutto soddisfatto di come la sua sceneggiatura di Neverwhere fossa stata resa nella realizzazione del serial per la BBC. Per cui non teme che lo sfruttamento delle sue opere possa alla fine non essere consono alle sue aspettative? Qual è il margine di controllo che lai ha su tutto questo.

NG: Devo dire che su alcune cose posso esercitare un controllo molto forte, ma altre sono completamente al di fuori della mia possibilità di azione. Per esempio, per quanto riguarda le storie brevi, io le ho semplicemente vendute ad altri e date in pasto a loro, loro possono fare quel che gli pare con i diritti. Spero solo che mi inviteranno alla prima del film, ma forse no, si dimenticheranno completamente di me. In altri casi, per quel che riguarda Neverwhere, è vero che non mi sono riconosciuto nel serial della BBC, comunque c’è anche il romanzo che deve servire come punto di riferimento. Chi vuole legge il romanzo, lo confronta con il film e può capire quali fossero le mie reali intenzioni. Ovviamente questi problemi non mi fermeranno, non per questo voglio impedire che si realizzino dei film sulle mie opere, perché quello che voglio è controllare che finiscano nelle mani giuste. Lì è dove posso esercitare il controllo: per esempio, nei casi di Death e Sandman, non ho alcun potere, perché i diritti sono dela DC Comics. Sono soddisfatto che Good Omens sia nelle mani di Gilliam; per quel che riguarda Americam Gods non ho ancora trovato la persona giusta, per cui la cosa è ancora in sospeso.

FB: Le sue ultime risposte testimoniano quel che volevo chiedere, cioè che fumetto e cinema convergono sempre di più in uno scambio che negli ultimi anni è particolarmente produttivo. Se una volta era quasi automatico che una trasposizione da fumetto a film non desse buoni risultati, probabilmente stiamo assistendo in questi ultimi anni ad una inversione di tendenza. Lei è d’accordo, e in questo senso si sente più tranquillo nell’affidare a qualcuno i suoi lavori?

NG: Onestamente, ritengo che trasformare i fumetti in film sia difficile oggi come lo è stato in passato, dunque il suo ottimismo mi sembra mal riposto.Sono ormai tanti anni che si cerca di fare degli adattamenti di romanzi famosi. Certamente è vero che è molto difficile trasformare un romanzo in un film di successo. Ci sono delle eccezioni di rilievo come Il silenzio degli innocenti, Rosemary’s Baby, Via col vento, ma ci sono anche centinaia di film assolutamente deludenti come Il senso di Smilla per la neve che, quando l’ho visto, avrei voluto che il cinema venisse incendiato ed io potessi scappare prima della fine. Adesso ci sono altri buoni esempi come From Hell e Ghost World,però i fumetti e i film sono mezzi completamente diversi. I successi di Men in Black e delle versioni di Superman non tolgono che sia comunque difficile fare degli adattamenti. I fumetti sono spesso stati utilizzati come base per i film perché hanno già una base grafica, perché sono facili da vendere a Hollywood. Ma ciò non significa che diventino dei buoni film: per fare un buon film bisogna affidarsi al volere degli dei.

FB: Un’ultima domanda, una piccola curiosità, visti i nostri incontri di questi giorni. Lei tiene degli appunti, una specie di piccolo diario. Indipendentemente da quale sia questo materiale che le lei scrive, quanto è importante nel suo lavoro, nel processo creativo, l’esperienza quotidiana, le piccole riflessioni, le piccole annotazioni, anche estemporanee, che lei fa giorno per giorno?

NG: Personalmente mi piace molto tenere dei diari, anche se sono un “diarista” terribile. Ho proprio il piacere fisico di tenere in mano la penna e di buttare giù le idee su un diario. Ho comprato un diario a Venezia e mi piace scriverci degli spunti, delle idee per future storie, delle riflessioni come dei piccoli semi che possono germinare. È come un voler fissare i ricordi. Venendo a Trieste sono rimasto affascinato, e vedo che ogni luogo ha come una struttura storica, una storia alle spalle. Andando a Venezia si sente molto la storia del passato, una storia antica. Qualsiasi storia che si ambientasse a Venezia avrebbe secondo me come tema questo conflitto tra l’antico e il nuovo, anche se fosse ad esempio una storia di fantasmi o qualcosa del genere. A Trieste quello che mi ha colpito è il fatto che c’è una confluenza tra varie storie. Ci sono i resti romani, c’è questo incontro tra Europa orientale ed occidentale, ed da qua si può far cominciare l’odissea. Per cui magari forse un giorno mi capiterà di scrivere una storia ambientata a Trieste. Per questo mi piace prendere appunti, fare piccole riflessioni. Si tratta di scritti che magari non mi capiterà più di rileggere, magari li lascerò lì per sempre, però sono anche una possibilità, un potenziale, o comunque un processo che mi aiuta fissare i ricordi.

FB: Grazie a Neil Gaiman, grazie per la gentilezza e per la disponibilità. È stato un vero piacere.

NG: Grazie a voi.


Questa conversazione con Neil Gaiman si è svolta in occasione di Science+Fiction, il Festival della Fantascienza di Trieste (21-28 settembre 2001). La presenza del comic-writer è motivata da un incontro con il pubblico tenutosi il 23 settembre, in una tavola rotonda moderata da Enrico Fornaroli che ha inoltre visto la presenza di Sergio Bonelli e Alfredo Castelli.


Di Neil Gaiman, cortese ed estremamente disponibile lungo tutti i giorni trascorsi in Italia, non occorrono presentazioni: autore di fumetti, romanziere, sceneggiatore per il cinema, la televisione e la radio, è tra gli scrittori più quotati degli ultimi anni. Ci ha riferito del suo ritorno ai fumetti al fianco di Moebius e, vista la quantità dei progetti futuri di cui ci ha parlato, trascorreremo ancora molti piacevoli anni in compagnia del Signore dei Sogni.


Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

Montalbano Je suis

La morte nei film di animazione

Il romanzo di Sant Jordi: Màrius Serra...

Scoprendo Joe Orton (II)

Joe Orton: Scoprendo Joe Orton (I)

Dan Panosian: Una passione di famiglia

Piero Alligo: La magia delle tavole originali

La parola alla difesa e Poirot non...

È troppo facile e Dieci piccoli indiani

Marco Galli: Materia Degenere

Victoria Jamieson: Il fumetto come il roller derby

Copia originale (Can You Ever Forgive Me?)

Un viaggio senza fine

Barriera invisibile (Gentleman’s Agreement)

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Chesil Beach: Si può tradire Shakespeare, non...

Trieste Science+Fiction Festival 2018

Casomai un’immagine

sir-21 pck_05_cervi_big 25 14_pm kubrick-42 thole-15 bav-01 meltdown petkovsek_19 004 008 009 016 piccini_07 acau-gal-12 cas-02 cas-04 akroama ferita2 oktana1 senza_faccia holy_wood_28 p9 Otrok07 pm-16 pm-39 galleria23 vivi-03 wendygall-09 Dog Eat Dog