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Cinema

Tredici cose che so di lui

1. Chi è William Castle e che se ne dice in giro?

“Un gigante dalla faccia paonazza con un ciuffo di capelli bianchi a spazzola e un sigaro sempre fra i denti, veterano della regia e della produzione di film dell’orrore da quattro soldi…”. Così, nella sua autobiografia, Roman Polanski descrive William Castle, che si era inopinatamente trovato di fronte nel 1968 come produttore del suo primo film hollywoodiano Rosemary’s Baby 1. è il ritratto che, nelsuo mescolare simpatia e leggero disprezzo, meglio riassume l’idea che in Europa, e a maggior ragione in Italia, si poteva avere allora di questo cineasta “di serie B”, che nessun fine critico aveva mai pensato di riscoprire e che in effetti ci si può meravigliare di vedere accostato a uno dei maggiori giovani talenti della nouvelle vague europea. Nessuno, comunque, all’epoca notò l’apparente contraddizione, a chi interessava il nome del producer di un film “d’autore”? E nessuno, dunque, poté accorgersi che era lo stesso che, vent’anni prima, era stato produttore associato di La signora di Shanghai di Orson Welles, che di Bill Castle aveva la massima stima. E non solo come produttore ma proprio come regista, tanto che al suo When Strangers Marry (un “murder mystery” con Robert Mitchum diretto nel 1944 per la Monogram) aveva dedicato uno dei suoi rari articoli2, lodando in polemica con l’establishment hollywoodiano la disinvoltura e la freschezza dei film “B”.

2. Il gabinetto del dottor Castle

Sul regista William Castle, autore di quasi sessanta film tra il 1943 e il 1974, senza contare quelli da lui solo prodotti o sceneggiati, non è facile dunque trovare monografie o studi critici di una qualche ampiezza e in Italia ci si deve accontentare di qualche divertita pagina recente in libri sull’horror o sul trash 3 Così che forse il miglior saggio su di lui non è un libro o un articolo di rivista ma è, giustamente, un film: Matinée di Joe Dante (1993), che nel personaggio del regista-produttore Lawrence Woolsey, interpretato dal corpulento John Goodman, rievoca la singolare figura e le ancor più singolari attitudini di William Castle. Mettendone in risalto non tanto le doti registiche e tanto meno autoriali quanto quelle di straordinario uomo di spettacolo, per il quale la realizzazione di un film era solo la prima tappa di un processo che doveva continuare, e in maniera altrettanto creativa e fantasiosa, nella sua promozione e nel suo rapporto col pubblico. Nei suoi anni di maggior successo Castle è infatti soprattutto un inventore di pubblici, di modalità di fruizione, di rapporti fra lo sguardo, il corpo e lo schermo. Un incantatore di platee, un reinventore del cinema. Le sue trovate, i gimmicks con cui cerca di portare spettatori nelle sale svuotate dalla grande crisi di Hollywood, non sono solo brillanti idee pubblicitarie ma esperimenti di un cinema totale, che esce dallo schermo, che coinvolge il corpo e i sensi e giunge a prefigurare il rapporto interattivo fra spettatore e film.

3. L’attrazione e la regola

Certamente nella sua idea di cinema, assieme alle componenti anticipatorie e visionarie che non a caso accompagnano soggetti fantastici, horror o anche propriamente fantascientifici, ci sono anche aspetti regressivi o almeno conservatori, che sembrano voler riportare lo spettacolo cinematografico alle forme pre-industriali del circo e del Grand guignol. Di fronte alle grande sfide tecnologiche del momento (che non riguardano solo lo show business: non a caso Dante colloca la sua storia nei giorni della crisi dei missili di Cuba del 1962) Castle risponde con soluzioni artigianali e “attrazionali” che alla lunga non potranno essere quelle vincenti. Ma in ciò rivela di conoscere le matrici e i meccanismi profondi dei generi che egli in quegli anni ha sposato, l’horror e il mystery, le cui origini stanno appunto nel circo e nel luna park, nella sospensione e paura per la sorte del trapezista e del domatore e nel piacere dello spavento dei castelli dell’orrore.

Oggi, nel momento in cui quello che era uno dei generi più forti e definiti del cinema classico si dissolve e si polarizza verso le due opposte direzioni della realtà già splatter veicolata dalla tv e dell’effetto speciale costruito al computer, l’opera di William Castle ci riconduce a un’idea di cinema come sistema e mistero da interrogare e da svelare, e di cui, magari attraverso le attrazioni, cercare di scoprire i funzionamenti e le regole.

4. Infanzia vocazione e prime esperienze

La fonte principale per ricostruire la figura di William Castle è la sua autobiografia, Step Right Up! I’m gonna scare the pants off America, pubblicata nel 1976 e rieditata negli anni novanta con una prefazione di uno dei suoi grandi ammiratori, John Waters4. Come ogni autobiografia, anche questa è da prendere con le debite cautele, anzi qualcuna di più: non si può pretendere che tutto ciò che un uomo di spettacolo racconta di sé sia vero. Ma è vero che tutto quel che racconta serve a disegnare il personaggio William Castle, che non coincide necessariamente con il “vero” William Schloss jr., nato a New York il 24 aprile 1914. è semmai quello che inizia formarsi a 6 anni, quando suo padre lo porta a Broadway ad assistere per la prima volta a uno spettacolo teatrale. Si tratta di The Monster di Crane Wilbury: al secondo atto il bambino se la fa addosso per la paura ed è l’inizio di una vocazione e di un’ossessione che lo accompagneranno per tutta la vita. A 13 anni Bill va a vedere il Dracula con Bela Lugosi, non il film ma lo spettacolo che nel 1927 ha tenuto il cartellone per un anno a Broadway e poi ha girato per altri due anni in tutti gli States prima di giungere sullo schermo nel 1931. E questa volta è una rivelazione: Castle ricorderà di essere poi tornato al teatro per due settimane di seguito e di essere infine andato a presentarsi all’attore per dichiarargli la sua ammirazione. Se questo è vero, diventa un po’ più verosimile che due anni dopo (dunque a soli 15 anni) William Castle diventi suo “stage manager”, un ruolo che avrà anche per una messa in scena di An American Tragedy di Theodore Dreiser (anch’essa portata poi sullo schermo nel 1931, ma da Joseph von Sternberg). D’altra parte a 14 anni, spacciandosi per nipote di Samuel Goldwin, il giovanotto aveva ottenuto un piccola parte in uno spettacolo di Broadway. E aveva poi continuato a darsi da fare nella stessa direzione, esibendosi su navi da crociera come imitatore di divi di Hollywood. Dopo la morte di Lon Chaney, nel 1930, proverà perfino a proporsi a Tod Browning per prenderne il posto ma ottenendo dal regista la risposta che forse lo convincerà a cambiare strada: nessuno avrebbe mai potuto sostituire l’uomo dai mille volti.

5. Ho sposato uno slogan

William Castle è uno che non si dà mai per vinto. Se non sta di là, starà di qua. All’inizio degli anni trenta conosce il giovane Orson Welles, lavora nel suo teatro e attraverso lui incontra Ellen Schwanneke, attrice tedesca che ha recitato fra l’altro in Ragazze in uniforme di Leontine Sagan ed è poi emigrata in Usa. Lui le produce, o forse solo le organizza, alcuni spettacoli a Broadway. Per uno di questi, nel 1938, concepisce la sua prima trovata da “imitatore” di nuovo tipo: denuncia un gesto vandalico di stampo nazista contro il teatro e contro l’attrice, come ritorsione per un suo rifiuto all’invito di ritornare in Germania che le sarebbe stato fatto da Hitler in persona. Il falso attentato attira l’attenzione della stampa nazionale. La scoperta che è solo una sparata pubblicitaria attira sul giovanotto l’attenzione dello show business. La Columbia gli offre un impiego a Hollywood. Ellen, intanto, è diventata sua moglie.

6. Tra Cohn e Welles

Così nel 1939 William Castle è “dialogue director” per un film con Rita Hayworth, la star della Columbia Pictures, e nel 1942 è ritenuto pronto per dirigere il suo primo film, il terzo episodio del serial Boston Blackie dal titolo The Chance of Lifetime. Con un certo compiacimento ricorderà poi recensioni di Variety o di Hollywood Reporter che lo avrebbero definito il film peggio diretto di tutta la storia del cinema: segno, al di là del giudizio, di un’attenzione critica poco consueta per un giovane regista alla sua prima opera e della quale si può dunque menar vanto. In ogni caso, come si sa, il boss della Columbia Harry Cohn non sta a badare ai critici. E infatti, dopo un piccolo western rimasto senza fama, al suo terzo film William Castle conosce il successo. Anzi The Whistler, storia di un uomo depresso che assolda un killer per essere ucciso ma che poi cambia idea e deve cominciare a sfuggirgli, si prolunga subito in una serie che raggiunge gli otto episodi e che forse viene interrotta solo per la morte prematura del protagonista Richard Dix, già popolare divo degli anni del muto. Castle ne dirige personalmente altri tre poi, dopo una parentesi alla Monogram per When Strangers Marry, avvia un’altra serie poliziesca della Columbia, quella dei Crime Doctor con protagonista Warner Baxter. Su dieci episodi, quattro sono diretti da lui, che invece contribuirà con una sola regia a una successiva serie basata sulle avventure dell’eroico cane Rusty. Forse perché nel frattempo è passato come produttore associato al più impegnativo film della casa, La signora di Shanghai del suo amico Orson Welles.

7. Il nero e i colori

Sono gli anni d’oro del noir. Nel 1949 Castle, dopo dieci anni, abbandona la Columbia e porta il suo “know how” di regista di polizieschi alla Universal, dirigendo per essa brillanti film gialli o neri come Johnny Stool Pigeon, Undertow, Hollywood Story e The Fat Man con Brad Runyan, il detective privato gourmet di Dashiell Hammett. Ma si può immaginare che intanto dia un’occhiata ai set dove si cucinano le specialità della casa, che sono come si sa l’horror e il fantastico. E ultimamente anche i film di avventure esotiche in Technicolor. E lui, che sa che i gusti del pubblico vanno e vengono e cerca sempre di anticiparne i mutamenti, si butta su questa nuova strada, che nel decennio che sta cominciando sarà esaltata dalla diffusione del colore e dai nuovi formati dello schermo. Così, all’inizio degli anni 50, Castle lascia il nero per dedicarsi a generi più adeguati ai nuovi colori e alle nuove tecnologie, il western e l’esotico-avventuroso. Ma lascia anche la Universal per tornare alla Columbia, che probabilmente ha bisogno di qualcuno che coltivi per lei questa linea di produzione. Saranno anni di straordinaria produttività: ben quindici film tra il 1953 e il 1955, divisi appunto tra western (Conquest of Cochise, The Law vs. Billy the Kid, The Americano ecc.) e storico-esotici come Serpent of the Nile con Ronda Fleming e Raymond Burr, Slaves of Babylon con Linda Christian, The Saracen Blade con Ricardo Montalban.

L’altra grande novità spettacolare di quegli anni è il cinema in 3-D e naturalmente William Castle ci si butta subito, girando per il pubblico con gli occhialini tre film uno dopo l’altro, Fort Ti, Jesse James vs, the Daltons e Drums of Thaiti, prima del rapido declino della nuova attrazione.

Poi il giallo, il nero e il fantastico lo riconquistano. Nel 1955 ha realizzato New Orleans Uncensored, un noir sindacal-gangsteristico ambientato nel porto di New Orleans che sembrerebbe ispirato, ma in uno stile semidocumentario, al film di Kazan dell’anno prima. Dal 1956 abbandona definitivamente deserti orientali e praterie del west e semmai aggiorna la mitologia della gold rush con la ricerca del petrolio di The Huston Story o con l’ancor più attuale Uranium Boom. E affronta una nuova esperienza, la televisione: dopo aver lavorato a un Science Fiction Theatre, nel 1957 produce due serie di telefilm: The Man Called X e Men of Annapolis. Ogni novità lo attrae.

8. Morte assicurata

Dalla produzione per la Tv a quella per il cinema (e non solo come “associato”) il passo è breve. Il nuovo mestiere scatena la fantasia di William Castle. Per quella che dovrà essere la sua prima produzione indipendente individua un libro che gli sembra sufficientemente terrorizzante, The Marble Forest di tale Theo Durant, e scopre poi che è opera di tredici autori diversi, ognuno dei quali ne ha scritto un capitolo. Riesce comunque a comprarne i diritti e parte: in nove giorni termina le riprese (siamo nell’agosto 1958) ma quando il film deve uscire è preoccupato. Ha deciso per un titolo che gli piace ma Macabre non è una parola comune e in inglese non si sa nemmeno bene come pronunciarla. Sul manifesto specifica “means horror”, ma non basta. Allora chiama al telefono i Lloyds di Londra, chiede se può stipulare un’assicurazione sulla vita. Di chi?, gli chiedono. Degli spettatori del film, nel caso muoiano per la paura. Dopo la sorpresa dei funzionari e varie trattative per trovare la formula assicurativa giusta, il film esce con questo slogan: “So terrifying we have to insure your life! $1000 in case of Death by Fright”. Una nota precisa che il contratto non è valido per persone malate di cuore o con i nervi fragili. In ogni caso Bill Castle l’affare lo ha già fatto. Il film gli è costato 90.000 $ e lo ha dato in distribuzione alla Allied Artists per un minimo garantito di 150.000 e una alta percentuale. Alla fine incasserà 5 milioni.

9. Il re dei gimmicks

Naturalmente la società e gli esercenti vogliono subito il bis. Castle sceglie una “old-fashioned ghost story”, con un attore ancora abbastanza eclettico come Vincent Price e punta tutto sul gimmick. Questa volta gli dà anche un nome, vagamente latino: “Emergo”. Si tratta di una sorta di 3-D artigianale anzi, “more startling than 3-D”, come dice il flano pubblicitario, aggiungendo lo slogan della sua ossessione numerica: “The 13 greatest shocks of all time”. Il progetto viene esposto in questi termini: “Costruiamo un contenitore nero da installare accanto allo schermo. Il pubblico non lo vede perché si confonde con il buio circostante. Costruiamo poi uno scheletro di plastica alto 12 piedi e lo mettiamo su un filo teso sulle teste degli spettatori che va fino alla cabina di proiezione. Quando Vincent Price sullo schermo prende in mano lo scheletro il proiezionista preme un bottone, la scatola nera si apre, lo scheletro si illumina e percorre elettricamente il filo sorvolando il pubblico fino alla galleria”. Un meccanismo abbastanza semplice ma certamente inconsueto per una sala cinematografica: Castle ammette che il primo giorno il marchingegno cominciò a funzionare solo al terzo spettacolo. Ma poi — assicura — andò benissimo ovunque.

Per il successivo The Tingler, che analizza in termini “medici” l’origine della paura e i modi di vincerla, la trovata si chiamerà invece “Percepto” ed è un’anticipazione dell’effetto reinventato più di dieci anni dopo come “Sensurround”. Si tratta di un dispositivo per far tremare, ma letteralmente (“buzz the ass”), il pubblico seduto in poltrona: “Installerò piccoli motori sotto le sedie di ogni cinema del paese. Quando appare sullo schermo il “tingler” [una piccola creatura generata dalla paura che uccide le sue vittime provocando in loro uno strano formicolio] il proiezionista preme un bottone… il pubblico riceverà una scossa nel didietro e penserà che il tingler è in sala”. Insomma, ci vorrà del “fegato per sedersi su quella sedia”, come proclama uno dei suoi slogan sfidando gli spettatori a dimostrare quanto ne hanno.

E anche per Homicidal del 1961, basato su un personaggio dalla doppia identità e spesso messo in relazione con il quasi contemporaneo Psyco, lo slogan è una sfida allo spettatore: “reggerà il vostro cuore quando l’orologio comincerà il suo conto alla rovescia?” Il film si avvale infatti di un nuovo espediente, questa volta non di natura tecnica ma commerciale, il “Fright Break”: due minuti prima della fine la proiezione si arresta e una voce, quella di William Castle, informa che chi non se la sente di assistere al finale può uscire e recarsi alla cassa dove verrà immediatamente rimborsato. è un modo per promettere un epilogo tanto terrorizzante quanto attraente ma gli spettatori più astuti mantengono la lucidità: restano a vedere tutto il film e si fermano poi anche allo spettacolo successivo, uscendo questa volta prima della fine per chiedere il rimborso. Castle accusa il colpo ma trova subito la contromossa: biglietti di diversi colori per i diversi spettacoli. In ogni caso, sostiene, meno dell’uno per cento degli spettatori approfittò della possibilità di abbandonare il film. Anche perché in alcune sale chi usciva prima della fine si ritrovava nell’ignominioso “Cowards Corner”, l’angolo dei fifoni, in cui una voce pre-registrata lo scherniva come meritava.

10. Tecniche dell’illusione

Il gimmick para-tecnologico ritorna, assieme al numero cabalistico, in 13 Ghosts. L’idea nasce dai disturbi alla vista che il regista aveva avuto durante le riprese: perché non trasformare quegli occhiali che gli avevano protetto gli occhi in strumenti di visione fantastica? Ed ecco, facendo il verso al brevetto per wide screen chiamato “Todd-a-O”, che il film si dichiara “girato in “Illusion-O”: ad ogni spettatore viene consegnato, free, un “ghost viewer”, cioè degli occhialini vedi-fantasmi simili a quelli usati per il 3-D. Quando l’attore sullo schermo mette certi particolari occhiali che gli fanno vedere gli spettri, il pubblico deve fare altrettanto e li vedrà anche lui. Ma questa volta il gimmick è doppio perché gli si affianca anche una trovata commerciale, per la verità un po’ truffaldina: ogni spettatore riceve una chiave che potrebbe essere quella che apre la casa dei fantasmi, una vera casa, che trova però in Francia. Chi vuole provare se è quella buona non ha che andare fin là a vedere .

Una promozione analoga sarà poco dopo quella di Zotz, che si limita tuttavia a distribuire al pubblico delle monete di plastica simili a quella che sta al centro della storia del film. Ma in esso lo “zotz” possiede magici e macabri poteri mentre ai suoi spettatori Castle non può più promettere nulla.

11. Il Circo Massimo

“Ero stato incoronato re del gimmick, ma sentivo che era ora di abdicare”, ammette Castle che ritiene che ogni genere e ogni strategia abbiano un loro tempo e che bisogna saper smettere al momento giusto. Ma per il suo abbandono del cinema-circo inventa, sempre in forme meccaniche e artigianali, la più originale delle sue strategie comunicative, il cinema interattivo. Mr. Sardonicus si avvale di un “Punishment Poll”, un sondaggio di punibilità: arrivando nel cinema gli spettatori ricevono un cartoncino con stampata una mano chiusa a pugno, con pollice in fuori. Se esso è rivolto verso l’alto vi si legge “pietà”, se la carta viene capovolta al pollice verso si sovrappone la scritta “nessuna pietà”. Esponendo la carta ad un “Activator Booth”, un banco attivatore collocato all’ingresso dei cinema, il pollice diventa luminoso e visibile al buio. Prima della fine del film la storia si interrompe e appare sullo schermo il regista che chiede al pubblico cosa vuole che si faccia dell’odioso barone Sardonicus. Poi fa mostra di contare i voti e a seconda del risultato viene proiettato un diverso finale. Almeno in teoria perché tutti vorranno sempre il finale con il colpevole che viene impietosamente punito e probabilmente, anche se Castle sosteneva il contrario, quello col perdono non è mai nemmeno stato girato. Del resto ciò che importa è il rituale, lo spettatore deve sentirsi come al Colosseo o al Circo Massimo, arbitro della vita e della morte dei personaggi suoi schiavi.

Questa forma di interattività era peraltro stata anticipata da The Tingler: anche qui, dopo aver spiegato al pubblico che il mostriciattolo generato dal terrore poteva essere bloccato e ucciso solo dalle urla delle sue vittime, a un certo punto il film si interrompeva e Vincent Price invitava gli spettatori in sala ad urlare, urlare con quanta voce avevano in gola, se volevano salvarsi.

12. Solo dei film

La stagione dei gimmick, che fa di Castle il regista più popolare degli Usa assieme a Hitchcock, intestatario di innumerevoli fan club, è dunque piuttosto breve poiché va dal 1958 al 1962. Nel 1964, dopo aver ancora reso omaggio al suo numero favorito con un 13 Frightned Girls, Castle realizza un nuovo film per il quale punta non più alle trovate extraschermiche ma, forse per la prima volta nella sua carriera, a dei veri “valori” cinematografici. Prende lo sceneggiatore di Psyco Robert Bloch e una star, anche se ormai vicina al ritiro, come Joan Crawford. La pubblicità di Strait-Jacket dirà dovete ripetervi che è solo un film” ma la frase è ambivalente: anche se vengono consegnate agli spettatori come gadgets delle asce insanguinate, di plastica, questo è nuovamente solo un film, un horror classico senza diavolerie, se per un regista come Castle si può usare questo termine. E da ora egli non sarà più l’imitatore di Barnum o di Caligari, sarà solo o soprattutto un cineasta, che cerca gli effetti del film nelle sue presenze professionali, attori, scrittori, registi. Ecco dunque Nightwalker con Barbara Stanwich, I Saw What You Did ancora con una partecipazione di Joan Crawford, due commedie mystery con Sid Caesar e, dopo l’exploit con Roman Polanski, un ultimo film, Shanks, interpretato nientemeno che dal grande Marcel Marceau. Forse il miglior gimmick è provare a fare un buon film. Ma forse è troppo tardi per riuscirci.

13. Ritorno al futuro

L’ultimo genere coltivato da William Castle, per un tempo che forse solo la sua prematura scomparsa ha reso troppo breve, è la fantascienza, che anche nei suoi horror e thriller è comunque spesso stata presente attraverso le sue favorite figure di medici e scienziati impegnati in strane ricerche bio-fantastiche. Negli anni che vanno da 2001 a Star Wars, Castle dirige dunque Project X e Shanks, entrambi seppur diversamente ispirati al tema della rianimazione dei corpi, poi scrive e produce Bug, un soggetto di “fantascienza truculenta” che lascia alla regia del francese Jeannot Szwarc. è il 1975 e lui forse è stanco. O forse, da vecchio imitatore e illusionista, preferisce passare gli ultimi anni della sua vita a recitare e imitare se stesso. Stende la bizzarra storia della sua vita, poi torna davanti alla macchina da presa in piccoli ruoli autobiografici: un regista in Il giorno della locusta di John Schlesinger, un produttore in Shampoo di Al Ashby.

Ma per Bug (Bug l’insetto di fuoco; da notare che il titolo italiano del Golem di Wegener era Bug l’uomo d’argilla) che va in produzione nel 1975, William Castle ritrova la voglia di immaginare ancora qualche trovata delle sue. Prima dichiara alla stampa che per questa storia di mostruosi insetti preistorici fuoriusciti dalle viscere della terra sta allevando migliaia di bacherozzoli di provenienza sudamericana. Poi cerca di convincere i suoi partner a realizzare un ultimo gimmick: “Faremo fabbricare migliaia di leggeri piumini da mettere sotto i sedili. Quando sarà il momento il proiezionista li azionerà e questi sfioreranno i piedi e le caviglie degli spettatori. Li farò morire dallo spavento”. E poiché gli esercenti non credono più a queste idee, Castle prova l’ultima risorsa, che è poi la prima di tutte: assicura la star del film, l’insetto gigante Hercules, per un milione di dollari in caso di morte durante le riprese.

Sono i tentativi un po’ patetici di far rivivere un cinema, e soprattutto una fiducia nel cinema come fiera della meraviglie, che non esiste più. William Castle muore il 31 maggio 1977. Per un attacco di cuore. Lui che per tutta la vita si era chiesto che cosa portava il pubblico a “farsela sotto” dalla paura.

13 bis

Il regista William Castle non deve essere confuso con il dott. William B. Castle, ematologo che nel 1968 pubblica uno studio dal titolo Disorders of the blood. O forse…?

Questo testo proviene da Science+Fiction zerouno, catalogo del Festival Internazionale della Fantascienza 2001. E’ possibile ordinarne una copia facendo click qui.

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