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Palcoscenico

Lorenzo Acquaviva

Zona 17

 

Riccardo Visintin (RV): Siamo alla fine delle repliche di “Stalker”, anche se forse ci saranno degli sviluppi in futuro. E siamo con Lorenzo Acquaviva, che è uno dei protagonisti dello spettacolo…

Lorenzo Acquaviva (LA): …sì, esatto, e faccio parte de “La Cappella Underground”, ricordiamolo, co-produttrice dell’evento…

RV: Lo spettacolo è molto bello, e sfrutta senza dubbio al massimo questa cornice del “Porto Vecchio”, dal fascino quasi ancestrale. C’è un racconto di fantascienza importante alle spalle di questo progetto: però tutte queste cose ce le spiegherà meglio la persona che, insieme ai suoi colleghi Giovanni Boni, Lino Spadaro, e gli altri che ci menzionerà, lo ha creato.

LA: Io devo dire che ho visto questo posto e me ne sono innamorato. L’occasione era ghiotta, perché il fatto di aver previsto una sezione teatro al “Science Plus Fiction”, Festival della Fantascienza di Trieste, mi aveva in qualche modo pungolato a pensare a che tipo di progetto teatrale si potesse realizzare sulla fantascienza.

Tu dicevi che “Stalker” è un film di fantascienza. Non è un film di fantascienza: come diceva lo stesso Tarkosvskij la fantascienza è un pretesto, è un viaggio dentro di sé. Ed è anche un viaggio fisico: noi abbiamo impostato questo spettacolo con un treno, e con un percorso itinerante che prevede varie soste, con questo magazzino — il Magazzino 17, da cui il titolo “Zona 17” — come ultima stazione.

Tarkosvskij diceva una cosa: i posti, certi posti, manifestano l’essenza delle cose.

Ecco, penso che questo sia uno di quei posti: il film “Stalker” è un film molto secco, di atmosfere molto rarefatte, e ritengo che questo luogo in qualche modo le restituisca.

La grande sfida consisteva appunto nel ridurre un film in uno spettacolo di teatro. In questo sono stati molto bravi Giovanni Boni e Paola Pressi, che ne hanno prodotto un’ottima riduzione, mantenendone tuttavia le suggestioni ed il clima. Su questo vorrei porre l’accento: questo è uno spettacolo di elevata suggestione, e al tempo stesso una sfida che spero abbiamo vinto.

RV: Di sorprese in questo spettacolo ce ne sono tante. Come giustamente ci hai ricordato, con questa cornice, con quest’atmosfera, si ricrea una fascinazione anche senza l’ausilio di un palcoscenico chiuso, di una struttura teatrale tradizionale.

Quando voi avete pensato tutti assieme questo spettacolo, che avete provato molto, quali sono stati gli ostacoli nell’elaborare un’operazione teatrale che ha alle spalle una grossa operazione cinematografica?

LA: Una precisazione: lo spettacolo è comunque un’altra cosa, poiché non si voleva imitare, bensì restituire certe suggestioni ed un certo clima. Però poi il tutto è diventato una cosa “altra”, autonoma, perché lo spettacolo in qualche modo diventa a sé stante rispetto al film.

La difficoltà principale è stata ottenere fisicamente lo spazio: in questo l’Autorità Portuale ci ha cercato di favorire, però nonostante ciò abbiamo dovuto superare varie tappe di tipo burocratico per ottenere i permessi, perché, come avrete potuto vedere, questo posto non era il più adatto.

Io mi auguro che questa sia la prima di una serie di iniziative in cui si possa fare teatro nei luoghi e uscire un po’ dai palcoscenici tradizionali, cosa che fanno molto gli stranieri. Abbiamo qui la vicina Slovenia: i miei amici del Teatro Mladinsko fanno teatro in luoghi non teatrali. E quindi io auspico che questo sia un segnale insieme ad altri segnali: voglio ricordare “Palacinka” che sta facendo qui delle visite guidate — “Moving” appunto — promossa dalle autorità portuali.

Vorrei ricordare i compagni di viaggio che sono Stefano Crisafulli, Lino Spadaro e Giovanni Boni, che sono attori straordinari; Giovanni Boni è stato anche il regista dello spettacolo, e colui che ha ridotto il testo insieme a Paola Pressi.

E voglio inoltre ricordare che essi hanno anche realizzato la scenografia dello spettacolo: a loro vanno quindi moltissimi meriti. Una scenografia in qualche modo surreale, molto metafisica, che restituisce un po’ certi climi di Tarkovskij; l’acqua ad esempio, un elemento che in “Stalker” è molto forte.

RV: Io ho visto tre attori “diversi” per provenienza, per differenza anagrafica, per formazione, e tuttavia è bello vedervi insieme. Io non amo l’espressione “scuole di teatro”, però si vedono tre filosofie del teatro unite insieme: come si compie un cammino teatrale non solo interpretativo, ma anche creativo, con simili presupposti?

LA: Non nascondo che ho avuto delle difficoltà iniziali, non tanto ad integrarmi, perché non è il termine giusto, quanto a calibrare, a trovare una giusta misura. Questo è uno spettacolo che deve essere recitato ma anche molto vissuto, come tutti gli spettacoli in realtà dovrebbero essere.

Giovanni e Lino sono stati degli ottimi compagni di viaggio, che mi hanno insegnato molte cose. Penso che man mano che si provava, man mano che si facevano le repliche, io trovavo qualche tassello in più per trovare questa misura, perché Stalker è un personaggio molto difficile.

RV: Un po’ stilizzato…

LA: I tre personaggi sono tre facce della stessa medaglia, sono tre parti umane. Non a caso la fine, sul piano spaziale e figurativo, è composta da queste tre persone disposte a triangolo, come del resto accadeva anche nel film. Perché sono in qualche modo tre aspetti della stessa persona, anche di Tarkovskij stesso, probabilmente.

Ci sono degli aspetti che potremmo definire “cinematografici”, ideati da Giovanni Boni: quando gli spettatori seguono lo Stalker che cammina con il faro nel porto, c’è una volontà quasi cinematografica, un omaggio in qualche modo a quest’opera che è Cinema.

RV: Ho scoperto che proprio in queste zone portuali sono stati girati nei tanto mitizzati Anni Sessanta dei film Western.

LA: A maggior ragione spero che questo sia un segno della la possibilità di fare teatro “nei luoghi”.

RV: Ho visto un pubblico partecipe di tutte le età, per tornare a parlare di dati anagrafici, e penso che sia un buon segno, a monte di tante visioni e tanti stravolgimenti.

LA: Si dice sempre che un certo tipo di teatro non ha pubblico, la qual cosa mi fa molto arrabbiare…

Riccardo Visintin (RV): A Giovanni Boni e Lino Spadaro chiedo: gioie e dolori di un’operazione teatrale come questa, con un attore di età e provenienza diverse dalla vostra, e realizzata non in un teatro, in un ambiente chiuso.

Giovanni Boni (GB): La proposta è arrivata da Lorenzo e mi ha entusiasmato subito. Però mi ha anche spaventato, perché da un film come quello, con un notevole contenuto, tuttavia sviluppato attraverso il mezzo specifico del cinema — quindi delle immagini — una trasposizione teatrale rappresentava una grossa sfida.

L’abbiamo raccolta, io ho trasposto il film in linguaggio teatrale, cercando di “tradire fedelmente” Tarkovskij: rimanendo cioè fedele ai suoi contenuti, ma utilizzando il nostro linguaggio.

Già durante la riduzione era in atto la regìa: essa è infatti strettamente legata alla fase di realizzazione e alla riduzione dal film. Le difficoltà non sono state moltissime, conoscendo Tarkovskij e studiandolo bene. Certo si trattava sempre un’impresa sconosciuta, e quindi il rischio rimaneva, ma noi lavoriamo così, con il rischio.

Lino Spadaro (LS): Io, io oltre ad aver interpretato la parte dello Scienziato, mi sono occupato anche della scenografia e dell’allestimento di questi spazi.

La difficoltà maggiore è stata quella di muoversi all’interno di un Porto che ha delle leggi ferree, perché naturalmente non è un teatro. Però poi tutto si è risolto molto piacevolmente, anche perché abbiamo utilizzato tutti i materiali del Porto, dalle corde da rimorchiatore alle bobine per cavi elettrici, che qui hanno assunto un’altra funzione: non tanto quella di arredare lo spazio, quanto di colmare degli spazi psicologici, perché “Stalker” è un viaggio mentale e psicologico.

RV: Tre personaggi, quindi tre psicologie, anche se poi fondamentalmente sono forse l’una l’immagine speculare della seconda e della terza. Senza dubbio, comunque, tre personaggi non facili da rendere in scena. Come vi siete rispettivamente avvicinati ad essi?

GB: Io mi sono avvicinato a tutto l’insieme attraverso “il mio”. Ho avuto una difficoltà a staccarmi dal progetto generale e a badare al mio personaggio in particolare. Mi piace molto il mio personaggio, mi piace per il suo aspetto nichilista e nello stesso tempo curioso, nonostante sia uno che beve e che scherza su tutto. Ad un certo punto però “passa attraverso” le cose, e in questo viaggio molto spesso va avanti per primo. Un viaggio appunto, perché si parte da lontano, quasi come in una gita per andare a visitare questo posto sconosciuto, all’inizio poco più che curioso.

Un viaggio che però precipita attraverso momenti drammaticamente forti, come quello della salita dei protagonisti sul treno, e che scaglia lo spettatore — che a quel punto diventa attore egli stesso — nella dimensione psicologica: lo spettatore viene cioè coinvolto in un viaggio simile a quello compiuto dai protagonisti.

In questo senso credo che ci sentiamo, nella terza e nella quarta “installazione”, molto vicini al pubblico con domande che sorgono davanti a questa famosa “stanza dei desideri” più o meno compiuti.

LS: Io ho vissuto il mio personaggio anche con un po’ di inquietudine: è uno che porta nello zaino una bomba, e vuol far saltare tutto… di questi tempi non si può che vivere con inquietudine, sebbene nella finzione teatrale, un fatto del genere, che porta alle estreme conseguenze questo nichilismo di cui si parlava.

In fondo lo spettacolo è sulla crisi della nostra civiltà occidentale, attraverso tre archetipi.

GB: Speriamo che sia l’inizio di un viaggio tra noi, tra voi spettatori, tra voi “interessati” al teatro.

RV: Il senso dello spettacolo sta anche in questa soglia, vagamente illuminata, e quindi in quello che c’è dietro questa soglia. Una soglia che prevede tutta una serie di significati altri, magari anche non pensati da Tarkovskij: forse anche pensati da voi?

GB: Sicuramente gli spunti partono da quello che ha pensato Tarkovskij, togliamo il cappello. Però questa soglia è il pretesto per altri viaggi.

Fino ad adesso abbiamo compiuto questo, siamo arrivati davanti alla soglia, e abbiamo mandato fuori voi a “specchiarvi” davanti a voi stessi; noi siamo rimasti dentro perché ripartiremo con altri viaggi, ne sono sicuro. Mi piacerebbe “indagare” spazi diversi in Trieste, con temi di questo genere, certamente inconsueti ma che, come vedo, sollecitano una risposta una volta proposti.

Talvolta si dice che non c’è pubblico per questo tipo di iniziative: bisognerebbe provarci, poi magari si scopre che il pubblico c’era ma tu pensavi che non ci fosse.

RV: Sei d’accordo, Lino?

LS: Anche io sono d’accordo su quello che ha detto Giovanni, confidiamo in un prossimo viaggio.

RV: A proposito di viaggio la metafora viene scontata, e forse non è del tutto originale: per dove si metteranno in viaggio prossimamente Giovanni Boni e Lino Spadaro? Verso quali soglie?

GB: Io ho il mio solito spettacolo “amato” che è “Ultima notte di Giordano Bruno”: spettacolo che ho messo in scena in miniera, e che prossimamente porterò a Lione e, spero, più tardi anche a Parigi.

Poi abbiamo, insieme con Lino — con il quale ho collaborato da molto tempo, dal “Gruppo della Rocca” ma anche dopo in altre esperienze —, “L’uomo, la bestia e la virtù” di Pirandello, che verrà distribuito in febbraio; in seguito mi occuperò di una regia per una Compagnia a Fabriano. Infine, il direttore artistico del Festival mi ha detto che molto presto si vorrà parlare di altri progetti, quindi rimango anche a Trieste.

LS: I miei prossimi impegni sono appunto la ripresa del “Giordano Bruno” di cui ho curato la regia, così come questo “L’uomo, la bestia e la virtù” di Pirandello. Ho poi debuttato quest’estate nello spettacolo “Arlecchino servitore di due padroni”, uno strano allestimento che rivoluziona quello canonico.

RV: Mi candido al meno originale del “terzetto”: grazie e buon viaggio.

GB e LS: Buon Viaggio…

Galleria-Immagini

Zona 17 è lo spettacolo teatrale prodotto da “La Cappella Undergorund”, in collaborazione con Assemblea Teatro di Torino, liberamente ispirato al film Stalker di Andrej Tarkovskij. Da un’idea di Lorenzo Acquaviva, per l’adattamento di Paola Pressi e Giovanni Boni, che ne ha curato anche la regia. Con Giovanni Boni, Lino Spadaro, Lorenzo Acquaviva, Barbara Callari. L’evento ha avuto luogo presso il Porto Vecchio di Trieste in occasione di Science+Fiction, Festival Internazionale della Fantascienza (Trieste, 21-28 settembre 2001).

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