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Scrittura

A chi dà voce la poesia

A pochi mesi di distanza da Genova, dalle bastonate, dalle incursioni armate della polizia e dalla morte di Carlo Giuliani; a poche settimane dal massacro di New York, siamo ancora in guerra. Si sentiva la mancanza di qualche buona ragione per continuare a credere che il nostro è davvero il sistema migliore nel quale la gente può vivere, un sistema con dei problemi, forse, ma non un sistema barbaro, integralista, fanatico.

Da un po’ di tempo, bisogna ammetterlo, il mondo appariva diretto verso il più grande periodo di koinè culturale della storia. Iniziava a farsi concreta la possibilità che nell’occidente stesso si fosse in grado di percepire la necessità di conoscere e vivere a fianco di persone diverse per colore, religione, lingua e tradizioni. Ma ecco che qualcuno ha pensato di rovinare la festa.

E mentre rovinava la festa, compiva un gesto rituale: il sacrificio di migliaia di vite.

Ora, si sa, i sacrifici umani appartengono alle culture barbare, primitive, perché invece le culture evolute, moderne, preferiscono chiamarli errori, oppure, giustizia.

Coloro i quali compiono sacrifici umani sono fanatici assassini, ma chi paga dei bravi ragazzi in biglietti verdi sui quali c’é scritto “confidiamo in Dio” per ristabilire l’ordine a suon di bombe è un uomo sano, mentalmente e spiritualmente limpido, un benefattore.

Come i terroristi musulmani anche noi bravi ragazzi occidentali che amiamo tanto l’abbigliamento etnico, la musica etnica, il cibo etnico, avevamo iniziato a capire che la globalizzazione secondo le regole del WTO nascondeva una grossa fregatura, che ciò che veniva spacciato per interscambio culturale e economico era solo l’ennesimo piano di sfruttamento e colonizzazione dei paesi ricchi sui paesi poveri.

Noi bravi ragazzi occidentali abbiamo preso le bastonate a Genova (tutti, anche quelli che non avevano intenzione di aggredire fisicamente nessuno), gli afgani si stanno beccando le bombe adesso (tutti, anche quelli che non sono terroristi).

Uccidere gli infedeli , cioè quelli che non si votano totalmente a quel tipo di idea religiosa, non assomiglia in modo inquietante ad affermare che “chi non è con noi nella guerra al terrorismo è contro di noi ” e quindi è un terrorista e come tale va trattato? La guerra santa è combattuta solo dai Taleban? L’estremismo religioso che ha ridotto al silenzio il popolo afgano non ha davvero nulla in comune con l’esplicita volontà di tapparsi le orecchie di fronte alle reali responsabilità dell’occidente in tutta questa vicenda, tanto che nei dibattiti televisivi i conduttori si rifiutano di raccogliere le provocazioni in merito o addirittura troncano gli interventi dei testimoni oculari delle nefandezze subite da tanti popoli in nome della libertà occidentale?

Chi può dar voce ai ragazzi pestati dalla polizia a Genova, alle migliaia di donne costrette a portare il velo, ai popoli sterminati da forze costituite grazie ai nostri soldi? È lecito che l’unica voce, piccola o grande, sia quella delirante di chi alimenta la violenza?

Quand’ero a San Francisco, lo scorso anno, ho trovato un libretto di poesie di Jack Hirschman. The back of a spoon non è mai stato tradotto in Italia e contiene liriche scritte molti anni fa, quindi molto prima che succedessero tutte le cose degli ultimi mesi. Quello che mi ha impressionato, leggendole, è che esse danno voce in modo perfetto a tutte le vittime dei nostri giorni, perciò ho pensato di tradurne qualcuna. Non fermatevi al colore politico dell’autore, ascoltate piuttosto quello che ci dicono i protagonisti, gli uomini e le donne che finalmente, in queste come in altre poesie, possono parlare.

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