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Omnia

Biljana Srbljanovic

Al supermarket della guerra

Una cascata di applusi e risate, nonostante gli argomenti trattati e i tempi di guerra non fossero proprio i più adatti a lasciarsdi andare all’ilarità, una messe di complimenti. Grande simpatia per una giovane autrice, Biljana Srbljanovic, nota per il suo diario da Belgrado apparso sulle pagine de “la Repubblica” durante il conflitto nel Kossovo, ma che rifiuta l’etichetta di giornalista, in quanto è prima di tutto una scrittrice di teatro, il cui motivo dominante è la perdita di identità e lo spaesamento. Costretta suo malgrado a rispondere sempre e comunque di guerra (vedi la biografia) ma ricca di speranza.

L’abbiamo intervistata al termine dell’incontro con la drammaturga — presenti il critico letterario ed editore Franco Quadri e la slavista Maria Mitrovic (dell’Università di Trieste) — organizzato al Teatro Stabile Sloveno, dove va in scena fino al 15 novembre il suo spettacolo Supermarket (con sopratitoli in italiano) nell’ambito di S/paesati 2001/2002, eventi sul tema delle migrazioni a cura di Bonawentura — Teatro Miela, Teatro Stabile Sloveno e Dipartimento di Storia e Storia dell’Arte dell’Università degli Studi di Trieste. Una rassegna che desidera riflettere su questa condizione umana e trovare dei nessi fra gli eventi storici e quelli contemporanei; distinguere il particolare e riconoscere l’universale; stabilire le differenze e individuare le analogie; narrare le vicende individuali ed evocare le epopee collettive.

E ci ha sorpreso regalandoci un buon italiano, frutto dei suoi studi nel nostro paese.

FM: Come condiziona la propria creatività, la propria produzione letteraria il fatto di vivere in uno stato in guerra, o comunque in un tempo di guerra?

BS: Adesso io posso chiederti la stessa cosa, perché lo stato della guerra, il momento della guerra adesso è in tutto il mondo. E allora neanche qui, stasera, al Teatro Sloveno, a Trieste, in Italia, che è libera, senza guerra, non possiamo dire che la guerra non esiste e che noi non ci siamo dentro. Sì, tutti noi siamo dentro in quella che è probabilmente la più grande guerra del mondo mai scatenata. Come te. Ride.

FM: Internet, un mezzo utile per diffondere notizie da paesi altrimenti isolati, come succedeva durante la guerra a Sarajevo, o Belgrado, ma anche un modo per far conoscere nuovi scrittori, nuovi talenti…

BS: Sì, sì non posso immaginare la mia vita senza Internet perché non è solo un aiuto per il mio lavoro, ma anche perché quasi tutti i miei amici abitano in varie parti del mondo e questa è l’unica possibilità di avere un contatto con loro; e poi anche per leggere i nuovi testi, per sapere le nuove cose, per muoverti senza muoverti. è questa la cosa più importante credo.

FM: Mah, l’arte, il teatro, cosa possono fare contro la guerra o comunque per cercare di costruire un mondo migliore, per ricostruire quell’”altrove” che non esiste più dall’11 settembre, ma forse anche da molto prima.

BS: Allora, l’arte cosa può fare: niente e tutto. Perché io davvero credo che l’arte abbia la possibilità di cambiare il mondo. Comunque stasera forse tu sarai cambiato, un pochino pochino, e questo è sufficiente per me, oppure anch’io quando vedo o quando parlo con te sono cambiata un pochino e questo è sufficiente. E in questo modo con tutti questi piccoli movimenti si può cambiare il mondo, perché non viviamo più nel tempo della rivoluzione, io non credo che la rivoluzione sia possibile più, ma con piccole cose si può diciamo muovere tutto il mondo.

FM: Qual è la forza del teatro rispetto a un articolo giornalistico, anche se alla fine i tuoi non erano veri articoli giornalistici.

BS: I giornali li leggono un milione di persone, in teatro vengono 200 persone: allora la differenza è grandissima, ma comunque non so come si scrive normalmente per i giornali, non vedo la differenza tra la mia scrittura per il teatro e per il giornale; per me è la stessa cosa solo perché tu devi sempre immaginare solo una persona che è il tuo pubblico. Nel teatro e anche nei giornali. Se tu parli, ti rivolgi direttamente a questa persona, tutto va bene.

FM: Ma, forse, nel teatro si possono esprime dei concetti magari con delle allegorie nascondendoli in qualche maniera, mentre nel resoconto della realtà questo non è possibile… Questa potrebbe essere forse una chiave di lettura.

BS: Sì, sì assolutamente anche questa.

FM: Tu hai voluto comunque sottolineare un fatto di cui la stampa si è dimenticata, dedicandosi più ai bollettini di guerra, e cioè la voglia di vivere, una grande volontà di rinascere di uno stato, di una nazione, della gente di Belgrado…

Nei tuoi lavori, nei tuoi articoli c’era questa voglia di mostrare un lato diverso della guerra, la reazione della gente e non solo bollettini di guerra. Come la esprimeresti?

BS: Io volevo esprimere, spiegare a tutto il mondo che anche noi siamo delle persone normali, uguali come tutti voi, non siamo animali, non siamo le bestie, siamo delle persone che vogliono solo sopravvivere e basta. E nel tempo della guerra due parti diverse vogliono sempre diciamo dare un’immagine dell’altra parte mostrando che non sono persone umane, che non sono delle persone. L’unica cosa che è importante anche adesso, in questa guerra è pensare sempre che anche gli abitanti dell’Afghanistan sono persone come noi e la bomba è bomba per tutti: tutti siamo uguali quando la bomba cade.

FM: Un’ultima domanda. Hai parlato della migrazione come di un fatto positivo, c’è il dramma di chi deve scappare dalla guerra, è costretto ad andarsene per motivi politici, il dramma degli esuli molto sentito nelle nostre terre, però c’è anche un lato positivo nella migrazione e questo è un concetto che ho trovato molto interessante. Potresti esprimerlo meglio?

BS: Io credo che questo desiderio che ti muove sia il più importante nella storia del mondo perché se la gente non fosse stata mossa, forse il mondo non sarebbe cambiato. Sì davvero, questo desiderio, quest’idea è importante: l’idea di muovere. Anche di avere una conoscenza diversa, un sapere su tutto il mondo che è diverso da te e questa è una cosa molto positiva.

FM: Una cosa che è contraria alla globalizzazione che invece è…

BS: …senza muoversi avere il potere di tutto il mondo.

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