// stai leggendo...

Fumetto

Monkey Punch

Il Maestro gentiluomo

Immagine articolo Fucine MuteCarmine Amoroso (CA): Siamo qui a Roma, a Romics, con Monkey Punch, un mito per tutti i ragazzi e anche le persone adulte, cresciute nel mito di Lupin in tutti questi ultimi anni.

Una domanda per iniziare: da cosa è nata l’idea di Lupin e come mai secondo il creatore a distanza di anni Lupin è diventato un fenomeno di culto per tante generazioni?

Monkey Punch (MP): Il primo spunto è naturalmente l’Arsenio Lupin originario, ma lo spunto principale è 007, e in più un vecchio film italiano, Sette uomini d’oro (di Mario Vicario, 1965, ndr).

CA: Perciò anche l’Italia ha contribuito alla creazione di questo personaggio. Secondo il Maestro qual è la percezione nel Giappone del successo all’estero di Lupin? Perché piace tanto questo personaggio all’estero?

MP: La prima traduzione dell’opera originale è stata quella italiana, seguita dal Sud-Asia e dal Medio Oriente. Ultimamente c’è stata un offerta anche dall’America e sono molto contento per questo apprezzamento verso l’opera originaria, ma non capisco il perché.

CA: Allora proviamo ad azzardare qualche ipotesi. A me sembra ci sia negli episodi di Lupin, anche col crescere del personaggio che si è costantemente evoluto, ci sia la tendenza a mettere in risalto alcune contraddizioni della società, alcuni problemi, un fare delle critiche velate con un certo umorismo.

MP: Questa può essere una delle ragioni. Nel caso dei cartoni animati non lavoro da solo, ma ci sono molte persone che collaborano, propongono idee e le mettono insieme. Ad esempio, Il Castello di Cagliostro (Lupin sensei: Caligostro no Shiro, 1979) è un lavoro di Hayao Miyazaki. Allo stesso modo altri sceneggiatori danno vita a varie tipi di Lupin e da questo credo che derivi la sua capacità di rinnovarsi.

CA: è molto probabile perché non si limita ad affrontare contraddizioni solo del mondo giapponese, ma che si ritrovano dappertutto al giorno d’oggi.

MP: Come autore non penso molto ad inserire le contraddizioni di cui parla. Io penso a creare un’opera il più possibile divertente ed interessante. Forse da un certo punto di vista si può leggere in questo senso, ma io non vi ho pensato in profondità.

CA: Questo dimostra che di solito chi legge interpreta un’opera secondo quello che pensa, quello che fa parte del suo essere, e trova spunti che l’autore magari non aveva nemmeno intenzione di mettere all’interno.

MP: Quando per la prima volta ho scritto Lupin, non c’era la creazione dettagliata dei cinque personaggi: la loro gioventù e l’ambiente in cui sono nati non erano stati descritti. Così ogni sceneggiatore di cartoni animati ha potuto dipingerli liberamente, e questo ha fatto sì che l’opera potesse piacere ad un vasto pubblico.

CA: Di Monkey Punch in occidente è Lupin che si conosce, però presumo che abbia una carriera lunga alle spalle ed altri personaggi. Lei non si sente stretto dall’essere collegato solo a Lupin?

MP: Non mi sento stretto. Ho notato che anche volendo creare storie di altro tipo, come un poliziesco alla Sherlock Holmes, il personaggio risulta simile a Lupin, quindi penso che dovrò condividere tutta la vita con questo personaggio. Ma questo non mi angustia.

CA: Il suo alter ego per tutta la vita…

MP: Quando scrivo un racconto mi immedesimo negli stati d’animo del personaggio. Quando racconto di Lupin lo faccio dal suo punto di vista, e ugualmente con Gigen. Solo con Fujiko mi è difficile immedesimarmi in una donna, per cui scrivo di lei dal punto di vista di un uomo.

CA: Decisamente lei ha qualcosa in più e qualcosa in meno rispetto a Fujiko.

MP: Certo la posso vedere solo in terza persona.

CA: A proposito di Fujiko, una domanda un po’ indiscreta. Ci sono allusioni più o meno esplicite o velate al sesso in Lupin. Come vive come autore questo tema nella sua produzione artistica?

MP: Si tratta di un tema affrontato con leggerezza, in cui Lupin tenta sempre l’approccio che non va come previsto.

CA: Anche se si è affermato lei è una persona molto curiosa di sperimentare. Ha parlato di Photoshop, di colorazione al computer. Dal punto di vista tecnicamente artistico, cosa nota in se stesso di diverso rispetto al suo esordio?

MP: La più grande differenza è la forza fisica. Quando ero giovane potevo passare intere nottate per finire il lavoro. Parlando del computer, sono vent’anni che lo uso nel mio lavoro; avendo frequentato una scuola specializzata in elettronica, sono entrato subito nell’ottica.

CA: Come vive il rapporto tra fumetto orientale e fumetto occidentale? Punti di differenza e punti di contatto, visto che lei mi sembra una persona molto stimolata dall’altra cultura.

MP: Fin da quando ero piccolo mi piacevano molto i film europei e americani e probabilmente i racconti. E, mentre scrivevo, le illustrazioni di allora sono diventate quelle di oggi. Più che imitare gli sceneggiatori di manga giapponesi ho sostanzialmente imitato quelli occidentali e la loro influenza è considerevole nella mia opera.

CA: Un aneddoto: all’inizio Lupin guidava una Mercedes, poi una Cinquecento. Cosa c’è dietro?

MP: La questione è semplice. Il creatore dei cartoni animati, Otsuka, aveva una Cinquecento all’epoca, e gli era più facile disegnarla!

Luigi Mancini (LM): Come moltissime persone sono stato influenzato dal fumetto giapponese, e in particolare dall’opera del Maestro. Prima si accennava ai punti di contatto tra fumetto orientale ed occidentale, e lei diceva di avere studiato sul fumetto occidentale. Oggi la cosa è invertita: infatti ci sono persone in Italia e in occidente talmente appassionate al fumetto giapponese da volerlo studiare e portare avanti per tutta la vita facendone un mestiere. Vorrei chiederle un semplice commento su questo fatto.

MP: è difficile. Tra i colleghi della mia generazione non sono stato l’unico ad essere influenzato dai fumetti occidentali e ci sono molti autori che tuttora continuano a disegnare sotto questa influenza subita da giovani. Se i ragazzi italiani di oggi vengono influenzati dai manga giapponesi e ne colgono i lati positivi credo sia una buona cosa; l’influenza reciproca è sempre molto positiva ed anche le traduzioni.

Commenti

Non ci sono ancora commenti

Lascia un commento

Fucine Mute newsletter

Resta aggiornato! Inserisci la tua e-mail:


Leggi la rubrica: Viator in fabula

Articoli recenti

José Muñoz: Miraggi di memoria

C.B. Cebulski: Il globetrotter della Marvel

Trieste Film Festival 2019

Umberto Pignatelli: La rinascita del librogame?

Dave McKean: L’illusione del significato

Tito Faraci: Feltrinelli Comics: una scommessa vinta

James O'Barr e Chiara Bautista: Oltre Il Corvo

Marco Steiner: Corto come un romanzo, anzi due

Cinemassacro di Boris Vian: Il cinema parodiato...

Chesil Beach: Si può tradire Shakespeare, non...

Trieste Science+Fiction Festival 2018

Frankenstein a teatro (II)

Frankenstein a teatro (I)

L’etimologia dei nomi e il loro significato...

La domatrice e Il Natale di Poirot

Poirot sul Nilo e Due mesi dopo

Tonya di Craig Gillespie

Enrique Jardiel Poncela e la censura franchista

Somewhere Over the Rainbow

Cujo di Stephen King

Tutti quanti voglion fare jazz

La parola ai giurati di Sidney Lumet

Aristotele e Eugène Labiche (II)

Jason Aaron: Gli eroi di Jason Aaron

Aristotele e Eugène Labiche (I)

Casomai un’immagine

sir-31 mar-33 viv-17 pck_19_cervi_big th-28 th-74 10 16 28_pm ruz-11 petkovsek_08 petkovsek_14 001 piccini_10 piccini_13 f acau-gal-18 13 15 cas-01 vascello 01-garcia holy_wood_25 holy_wood_30 pm-00 pm-29 37 32 36 Robot 3