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Scrittura

Il Paese dei colori

Quando a undici anni sostenni l’esame di quinta elementare e come argomento di geografia presentai una ricerca sul Giappone, non sapevo ancora che quel paese fosse la patria di tutti i cartoni animati che seguivo in televisione e che stavano contribuendo alla mia formazione.

Tanto meno immaginavo che la cultura nipponica sarebbe in futuro diventata una delle mie passioni più radicate e che quindici anni dopo, nell’estate del 2000, sarei riuscito in fine a vedere coi miei occhi il paese del Sol Levante.

Luglio 2000

Il primo lembo di terra nipponica che scorgo dal finestrino dell’aereo è costituito da terreni coltivati a piantagioni di riso, intervallati e interrotti da piccoli agglomerati di case e da centri urbani che si fanno via via più grandi. Poi Narita. Il grande aeroporto internazionale di Tokyo, situato in una zona periferica, si presenta avvolto in un’umidità serale e immobile.

Luglio è il mese che vede terminare la stagione delle piogge per lasciare successivamente il posto all’estate soleggiata dal clima secco. Prima di immergermi nel caldo afoso dell’esterno, vengo sottoposto, insieme al mio bagaglio, a diversi controlli da parte del personale dell’aeroporto. Ciò che preme maggiormente è che non porti con me armi: in Giappone le armi da fuoco sono illegali.

E’ quasi buio quando raggiungo Rio, il mio amico giapponese che sarà la guida di questo mio viaggio. Lo rivedo dopo cinque anni e subito constato quanto i giovani giapponesi amino i colori: i suoi capelli sono tinti di un rosso squillante e sparati in aria, la camicia dalle mille tinte forti e non gli manca un grande tatuaggio. Sulla corriera che da Narita ci porta a nord di Tokyo, nella prefettura Tochigi dove vive la famiglia di Rio, ci raccontiamo le novità reciproche mentre mi stupisco per la moltitudine di insegne luminose e scritte lampeggianti che riempiono ogni area abitata, anche la più piccola.

Entrare in una casa giapponese è davvero un’emozione particolare. Il vestibolo dove lasciare le scarpe, i tatami che costituiscono il pavimento, le pareti scorrevoli in carta di riso e i futon preparati ogni sera per dormire convivono con un arredamento prettamente occidentale. In bagno c’è una zona doccia dove ci si insapona e una vasca in cui successivamente ci si immerge per rilassarsi, facendo una specie di sauna. A momenti mi sembra di essere entrato in uno dei fumetti di Rumiko Takahashi, in “Lamù”, o ancor più in “Maison Ikkoku”, tanto l’ambientazione della casa è simile a quella dei disegni.

Un appuntamento fondamentale di questo viaggio è il matrimonio di Sayaka, sorella di Rio. Per assistere alla cerimonia ci spostiamo a Karuizawa, una bella cittadina nella prefettura Nagano, famosa regione turistica ricca di paesaggi lussureggianti e di terme naturali. L’aspetto di questo posto è tipicamente vacanziero: stradine strette, piccolo centro, poche automobili, alberghi, verde, negozietti ovunque, tranquillità.

A Karuizawa visito un museo di Trick Art, genere molto popolare in Giappone. Come dice il nome, si tratta di arte del trucco: immagini dipinte e riproduzioni di quadri celebri da cui qualche dettaglio, una mano o una veste o un animale, sembra proprio venir fuori dal disegno. Una serie di giochi visivi per cui le superfici piatte appaiono invece in tre dimensioni.

Il matrimonio di Sayaka si svolge in una chiesetta cattolica dedicata a San Francesco. Si dice che i giapponesi nascono shintoisti, si sposano cristiani e muoiono buddhisti. Certamente è un’esagerazione ma descrive sinteticamente la tendenza di questo popolo a cogliere i caratteri più interessanti da diverse culture per armonizzarli secondo il proprio gusto. La cerimonia comunque ha alcune varianti della tradizione locale: c’è una formale presentazione delle reciproche famiglie degli sposi ( nella quale vengo presentato anch’io come amico italiano! ) e prima di entrare in chiesa gli sposi sostano nel giardino, con alle spalle gli invitati, e assistono al rituale della scacciata degli spiriti negativi da parte del sacerdote che suona una campana.

Dopo le nozze, nella sala dell’albergo prenotato per l’occasione, ha luogo un sontuoso e interminabile pranzo che prosegue tutto il pomeriggio fino a sera. è uno spettacolo guardare le tavole preparate con ogni sorta di specialità giapponesi: il colpo d’occhio è entusiasmante dal momento che dominano i colori. E i sapori, gustosi e molto vari, non sono da meno. A movimentare la festa ci pensano gli amici degli sposi che si esibiscono in balli, canti e racconti divertenti. Le compagne di università di Sayaka si trasformano nelle Morning Musume, sorta di Spice Girls nipponiche, e creano il momento più coinvolgente in assoluto.

Tornato a Utsunomiya, la città di Rio, comincio ad avvicinarmi alla tipica vita giapponese. M’insegnano a usare il pennello per scrivere gli ideogrammi e mi cimento nei tre tipi di scrittura locale: hiagana, katekana e kanji. Quest’ultima, la più difficile e la più pittorica, si riproduce su fogli spessi e porosi, simili, per forma e consistenza, a pergamene. Osservando un vocabolario giapponese e pensando alle migliaia di ideogrammi esistenti, non mi stupisce che la scuola qui sia particolarmente dura.

Visito un negozio di kimono e acquisto uno yukata, il tipo di kimono che si usa in questa stagione in occasione della Festa dell’estate. Imparo ad indossare questi indumenti e scopro che la fascia che funge da cintura va legata alta sopra la vita per le donne e all’altezza dei fianchi per gli uomini. Ai piedi gli immancabili sandali di legno infradito: comodissimi.

Assisto alla cerimonia del tè, un vero e proprio rituale, in cui il tè in polvere viene sciolto nell’acqua con una specie di pennello. Ci sono diversi tipi di tè, tanto che una famosa bibita giapponese si chiama 16 Tè, perché composta da altrettante qualità di tè. Ma il più diffuso e amato è il tè verde.

Questi aspetti tradizionali della cultura nipponica mi riportano alla mente i romanzi dei grandi narratori locali del Novecento, come Tanizaki e Mishima. La lentezza e la cura con cui si esegue la cerimonia del tè, o la ritualità nell’indossare un kimomo o nel suonare la chitarra giapponese o il koto ( altro strumento a corde ) sono particolari importanti che fanno apprezzare non solo il contenuto ma anche la forma. E la cultura nipponica predilige i piccoli particolari e cura molto la forma.

Mi cimento pure nei passatempi più popolari. All’interno di un parco naturale provo a pescare come un novello Sanpei. La quiete del laghetto e del bosco è incredibile, le cicale urlano senza sosta ricordando a tutti che siamo in estate. Con Rio e sua mamma partecipo a una gara di ping-pong nel club sportivo che settimanalmente frequentano. Passo qualche ora in un Manga & Internet Cafè, ambiente giovanile in cui navigare in rete e leggere fumetti, bevendo Calpis, una bibita non gassata a base di latte. La sera, dopo cena, nel giardino della casa di Rio, ci divertiamo con i fuochi d’artificio come si fa sempre in Giappone durante l’estate, in attesa della grande Festa.

La cucina giapponese merita una menzione particolare. Devo dire che prima di venire qui avevo assaggiato solo il sushi, piatto a base di pesce crudo, riso e salse aromatiche, e gli o-nigiri, spuntini di riso ripieno di carne, pesce o verdure avvolti in una foglia di alghe pressate. Scopro con piacere che i gusti e gli ingredienti di questa cucina sono numerosissimi, i piatti tutti molto accurati e comunque salutari: abbondano il pesce, la verdura e la frutta, pochi i grassi di carne e dolci, riso al posto del pane. Su tutto, le mie preferenze vanno a ramen, tagliatelle di farina di frumento in brodo, tenpura, piatto misto di pesce, verdure e alghe passati in una pastella e fritti, sukiyaki, diversi tipi di carne e verdure cucinati al momento in una pentola contenente brodo, zucchero, sakè e salsa di soia e intinti poi nell’uovo sbattuto e nel riso, e gyoza, sorta di ravioli di farina di riso ripieni di un impasto di pesce e verdure che preparo personalmente insieme ai miei amici.

Spesso presenti nei pasti giapponesi sono poi il tofu, i funghi, il miso, cioè pasta di fagioli di soia bolliti e fermentati con sale e lievito, e grandi ravanelli. Ciò che più mi affascina della cucina locale è un particolare modo di preparare le pietanze in una pentola di terracotta o metallo, posta al centro della tavola su un fornelletto. I commensali introducono gli ingredienti crudi nella pentola e appena cotti li tirano fuori per mangiarli.

Percorrendo in auto la lunga e antica strada di Nikko, che da Tokyo porta a nord dell’isola Honshu, si arriva nella cittadina di Nikko, proclamata dall’Unesco patrimonio dell’umanità per le sue ricchezze artistiche. Arrampicato su un grande colle c’è infatti un complesso di templi buddhisti e santuari shintoisti inseriti in una natura imponente, fatta di alberi enormi, fiumi e colline. Si può visitare il santuario con il drago che fischia, affresco sul soffitto e suono riprodotto da un addetto. Si può vedere la stalla di legno decorata con le tre scimmiette, una non vede, una non sente, una non parla, che nella tradizione custodiscono il cavallo bianco all’interno. Quello che sembra un bonzo suona il gong con un tronco lunghissimo. I turisti sono tanti e l’atmosfera emozionante.

Pesco da un’ampolla un omikuji, il biglietto della fortuna: dato che il responso è buono lo terrò con me un anno esatto e poi lo brucerò, fosse stato negativo l’avrei legato al ramo di un albero qui vicino. Col biglietto conservo la piccola daruma allegata, riproduzione della bambola dalla base rotonda che ritorna sempre in piedi.

Tutto il paesaggio attorno, armonioso e silenzioso, e allo stesso tempo maestoso nelle sue forme e nei colori, è quello filmato spesso nelle pellicole di Kurosawa. Nella vicina prefettura Kinogawa sperimento le famose terme giapponesi. Grandi strutture ben attrezzate ospitano le rocce e le acque raccolte in diverse vasche e piscine. Il pudore occidentale nel mostrare il corpo nudo si perde in questo riassorbimento totale nella natura che è un principio fondamentale della religione shintoista.

Cosa c’è d’italiano in Giappone? Molti ristoranti, come il “Visconti” dedicato al nostro regista e pieno di immagini dei suoi film, dove gusto diversi piatti italiani preparati in maniera impeccabile. C’è un divo della televisione nipponica, tale Girolamo Panzetta, che conduce un programma in cui parla di calcio e cucina italiani. Ci sono gelaterie, tra cui, con mia grande sorpresa, anche la “Gelateria Panciera”, succursale di quelle di Grado e Trieste. C’è una marca locale di vestiti, sedicente italiana, dal nome inquietante “Cosa nostra”. E poi italiani sono i nomi di bar, negozi e di quasi tutti i modelli automobilistici della Toyota.

Un fine settimana a Yokohama. Il porto immenso e la moltitudine di persone, di giovani. Con un ascensore ultra veloce si raggiunge in meno di un minuto il Giardino del cielo, spettacolare vedetta panoramica in cima alla torre di Yokohama, tra le più alte al mondo. Da qui si scruta l’orizzonte, l’oceano che si apre improvvisamente, i lunghi ponti per collegare le isolette, i milioni di edifici che si perdono a vista d’occhio sembrano modellini e congiungono ormai le periferie di Yokohama e di Tokyo. Guardando in basso, ai piedi della torre, un coloratissimo parco giochi dalle luci d’ogni genere accompagna il serpeggiante tratto di terra che lambisce il mare.

Tornato in basso assisto a un memorabile tramonto sul mare, sui grattacieli e sul porto della città. Contemporaneamente si accendono le luci e le insegne colorate e Yokohama offre una serata divertente e movimentata. Le strade, che pullulano di gente, sono animate da musicisti e artisti a volte giovanissimi, che richiamano un gran numero di spettatori. Dopo un’ottima cena in un ristorante esclusivo, con tanto di capo cameriera in kimono molto cerimoniosa, io e Rio raggiungiamo Jimy, Yumiko e Panjy in un grande locale del centro. “Gaspanic” è un bar alla moda dove si possono trovare anche parecchi clienti occidentali.

Più tardi si passa al karaoke, la forma d’intrattenimento più famosa tra i giovani e la più esportata. I gruppi di amici occupano una delle salette a disposizione, munita di televisione e microfoni, e da un citofono interno si fanno le ordinazioni per le bibite.

Ma la sorpresa più inaspettata arriva nella notte. Salutati gli amici andiamo a dormire in una sorta di albergo a ore dove posso constatare ancora una volta l’ordine, la pulizia e il rispetto per gli altri che sembrano essere i pilastri della cultura nipponica. Dopo il bagno e la sauna abituali vado a riposare in una grande stanza condividendo il tatami pavimentale con molti sconosciuti: esperienza che nella vecchia Europa mi guarderei bene dal fare, qui risulta davvero un aspetto naturale di questa società che non segue la logica individualistica e dà ancora fiducia all’idea di collettività.

Trovandomi in Giappone durante l’estate posso assistere al matsuri, un festival popolare a base di processioni religiose e spettacoli vari, tra cui spicca il kabuki, un genere di teatro tradizionale dove musicisti e cantanti accompagnano le gesta dei due attori che impersonano la figlia di un signore che sfida l’imperatore e l’ispettore inviato da quest’ultimo, protagonisti di una passione irrazionale e destinata a un finale tragico. Assisto a questa rappresentazione nella cittadina di Karasuyama in una domenica di caldo torrido che sfiora i quaranta gradi.

La giornata giusta per visitare una casa del sakè! Tra la calura e il tasso alcolico delle decine di tipi di sakè che la padrona del negozio mi fa assaggiare, la mia lucidità è messa a dura prova. Le case del sakè sono riconoscibili per le tendine esterne e per un cespuglio di foglie a forma di palla che viene appeso sulla porta d’entrata. Per trovare finalmente un refrigerio alle temperature estive ci spostiamo alle cascate del dragone, nella bassa valle che riceve l’acqua del fiume che precipita giù, zona ombreggiata dalle fila di bambù e impreziosita da un monumentale mosaico rappresentante due draghi.

Avventure diverse mi aspettano a Tokyo. La megalopoli dell’Estremo Oriente appare come l’ennesima fondamentale sfaccettatura della società nipponica e devo ammettere che la mia curiosità è enorme. Il primo quartiere che visito è quello che ospita il palazzo dell’imperatore con annesso giardino chilometrico. I giardini giapponesi sono uno spettacolo: curati e armoniosi, presentano una vasta gamma di verdi, si possono ammirare alcune piante bonsai e l’immancabile laghetto con le ninfee e le carpe, considerate animali sacri. Il parco del palazzo imperiale è visitabile gratuitamente e ciò che mi colpisce di più sono i resti delle antiche costruzioni di Edo, il nucleo originario di Tokyo, allora città fortificata. Di quell’epoca restano le mura e il fossato circostante pieno d’acqua, in cui nuotano cigni e un uccello tipico di qui chiamato u. Per i viali del parco s’incontrano palestre dove gli atleti si allenano a diverse discipline, tra cui il sumo, lo sport tradizionale giapponese. Si può osservare anche una ricca collezione di stampe risalenti a epoche diverse e una rassegna delle bomboniere usate in occasioni speciali dalla corte di Tokyo o ricevute in dono da corti straniere.

Il viaggio per la capitale prosegue nell’antico quartiere di Asakasa, il primo centro popolare di Edo, dove si trova il più lungo e storico mercato della città. Vicino c’è il fiume Sumida, da sempre luogo di ritrovo di scrittori e poeti e spesso evocato nella letteratura locale. Alcune vecchie imbarcazioni di pescatori sostano nell’acqua, all’ombra degli imponenti grattacieli che sponsorizzano la Asahi, notissima marca di birra.

Da un posto all’altro. Le rivendite della Sony pullulano di acquirenti: ogni piano è riempito da un’innovazione tecnologica. Ovunque è presente l’effige di Hello Kitty, sugli autobus rosa a lei dedicati, nei negozi di regali interamente decorati con il suo marchio, nei dolcetti con la sua forma. Ho visto Hello Kitty in kimono e ritratta davanti a templi e chiesette, più mito di quanto sia Topolino negli USA, la vera imperatrice del Giappone. Distanzia di gran lunga i prodotti che rappresentano i Pokémon, la moda del momento, o Doraemon, altro storico personaggio. Tra gli altri innumerevoli cartoni animati e pupazzi, anche importati, scorgo una vecchia conoscenza nostrana, nientemeno che Topo Gigio!

Provo a giocare a pachinko, sorta di flipper e slot-machine insieme che fa impazzire i giapponesi, anche perché il gioco d’azzardo qui è vietato e non ci sono casinò; scopro che qualcuno, molto abile in questo gioco, campa investendo sulle vittorie calcolate e riesce a mantenersi grazie alle palline metalliche più famose del paese. Tra i mercatini Rio mi indica un gruppo di uomini, dalle camicie bianche e rosse, che stanno in circolo e parlottano: sono un gruppo di yakuza, la mafia giapponese, la cui sede storica è Osaka.

Di sera ci spostiamo a Shibuya, il quartiere dei giovani, il più citato da Banana Yoshimoto e dove si muovono i protagonisti delle sue storie. La quantità di ragazzi, dai vestiti più diversi e dai capelli colorati, è impressionante. Il punto di ritrovo classico è la statua del cane Hachi, simbolo di fedeltà al padrone e di attesa devota, ed è proprio qui che abbiamo appuntamento con Daysuke, un amico di Rio. Insieme ci inoltriamo nel labirinto di strade, vicoli e slarghi, dominati da maxi schermi che trasmettono immagini, enormi cartelloni pubblicitari e insegne luminose senza fine. Tokyo non dorme mai: a qualsiasi ora del giorno e della notte il traffico di auto e persone è lo stesso. La cosa più sorprendente per una città tanto grande e popolata è la quasi totale mancanza di violenza per le strade: ci sono ragazze che dormono tranquillamente sul marciapiede perché stanche, alle quattro di mattina, da sole, e intorno neanche l’ombra di ladri, malviventi o spacciatori.

Alle prime luci dell’alba, poi, la metropolitana è già invasa, non da barboni o balordi, ma da gente comune e assonnata che ha passato la serata in città, va a dormire qualche ora e poi si recherà al lavoro come ogni giorno. Lo stacanovismo nipponico trova strani compromessi con il divertimento.

Mentre scorrono i giorni, imparo a giocare con gli scacchi giapponesi, provo a catturare le bellissime libellule nere ipnotizzandole con un movimento a spirale della mano, assaggio i diversi gusti della Fanta che qui esiste anche all’uva e alla pesca, imparo a suonare qualche nota di “Sakura”, un brano tradizionale, con la chitarra giapponese e ammiro la sagoma di Fujiko che lungo le strade sponsorizza una marca di pneumatici. Poi viene l’ora di ripartire.

Mi dispiace veramente lasciare queste persone così affettuose e disponibili. Il viaggio di ritorno non è molto allegro. Tornato a casa disfo le valigie e ritrovo tutti i colori della mia vacanza: gli origami che ho imparato a creare con la carta decorata, le conchiglie porta fortuna ricoperte da una stoffa come indossassero un kimono, un piccolo aquilone a forma di samurai. Sorrido pensando che per un soffio ho evitato i tremendi tifoni estivi, ce n’era stato uno due giorni prima che arrivassi in Giappone e ne era previsto un altro il giorno seguente alla mia partenza. Il terremoto invece me lo sono beccato! Per fortuna una scossa lieve, di notte.

Ascolto un disco dei Pizzicato Five, per restare in tema, e favoleggio su quello che vorrei vedere quando tornerò nel Sol Levante: Kyoto, il monte Fuji, Hiroshima, magari passare da Sapporo nel nord fino a Okinawa all’estremo sud…

Commenti

2 commenti a “Il Paese dei colori”

  1. ciao, hai altre notizie sulle conchiglie portafortuna? come si chiamano e dove si possono trovare?
    grazie
    lorena e terry

    Di lorena | 7 Marzo 2011, 11:13
    • Ciao Lorena e Terry,
      purtroppo non so molto di più delle conchiglie. Sono le donne a ricoprirle di stoffa tipo kimono, è una tradizione giapponese. Non so come si chiamino ma posso informarmi dai miei amici giapponesi. Io non le ho mai viste in Europa. Comunque sono bellissime: io ne ho alcune a casa.
      Grazie per aver letto l’articolo!
      Corrado Premuda

      Di Corrado Premuda | 8 Marzo 2011, 11:41

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