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Fumetto

Mario Rossi

Trent’anni di fumetto italiano

Carmine Amoroso (CA): Non ci vediamo da tre mesi. Tre mesi in cui si è vissuta una bellissima esperienza a Falconara con uno dei più grandi talenti del fumetto italiano, Mario Rossi, che ha accompagnato per trent’anni i ragazzi italiani che sono cresciuti sui fumetti, con personaggi propri e lavorando per varie testate. Come nasce Mario Rossi artista?

Mario Rossi (MR): Come disegnatore di fumetti trent’anni fa, forse qualcosa di più perché c’è il periodo del tirocinio, da un annuncio sul giornale. Un mio carissimo amico, un pittore che sapeva della mia passione per i fumetti, ha letto su “Il Messaggero” la richiesta di uno studio di Roma per dei disegnatori che volevano fare fumetti. Era lo Studio Rosi, appunto, dove si producevano fumetti cosiddetti per adulti: Messalina, Lucrezia.. e io ho iniziato lì facendo gli sfondi, nemmeno i personaggi. Quello è stato il primo ingresso nel mondo del fumetto.

CA: E poi?

MR: L’ambizione era diversa da quella di fare sfondi. Ho proposto dei miei lavori agli stessi editori, sono piaciuti, mi hanno fatto iniziare una collaborazione, mi hanno dato una testata — non dico il nome perché non voglio essere rintracciato — per circa dieci numeri, poi ho fatto degli speciali, fino a quando non sono riuscito a contattare Il Corriere dei ragazzi, che all’epoca era un po’ chiuso come settore per quando riguarda le collaborazioni nuove. Sono riuscito ad entrare realizzando delle storie brevi, dopodiché mi è arrivata la proposta di fare un personaggio per Il Giornalino, e lì si parlava di venticinque anni fa.

CA: Lo diciamo ai lettori il nome del personaggio?

MR: La prima storia era un cosiddetto “finalino”, In cerca di fortuna. Il primo personaggio che ho fatto era Max Mado. Poi ne sono venuti altri.

CA: Tu hai detto una cosa interessante di questo tuo ingresso nel mondo dei fumetti. Non credi che questa — lo studio — sia stata una fucina importante per molti autori?

MR: Certo, era una delle poche possibilità per un giovane di entrare nel mondo dei fumetti. Il genere che facevano loro era poco importante, ma l’importante era entrare. Certo che poi con il tempo uno non pensa di rimanere a lungo in quel settore. Succede anche adesso: molti giovani si rivolgono ad un settore che è l’unico a dar loro la possibilità di iniziare. Non sono cambiate tanto le cose.

CA: Lo so, te lo posso dire per esperienza, sebbene non diretta.

Mario Rossi non è solo un grande artista ma presenta vari aspetti che meritano di essere approfonditi. Eravamo arrivati a Il Corriere dei Ragazzi, e ci sono state ulteriori tappe evolutive, perché tu hai creato moltissimi personaggi per varie riviste tra cui Il Giornalino, una delle più importanti e formative per i lettori di fumetto italiani.

MR: Il Giornalino forse è l’unica pubblicazione che cura l’infanzia e arriva fino alla pubertà. È importante avere dei lettori di quella fascia d’età, che sono quelli che poi ritrovi in queste manifestazioni sposati con figli e ti chiedono la faccia dell’Agente Allen, che tu non disegni più da quindici anni. Lì t’accorgi che il feeling si è mantenuto.

CA: Anche perché i tuoi disegni hanno una capacità comunicativa fuori dal comune, e lo posso dire con cognizione di causa: per chi non è potuto venire a Falconara, c’era una personale sull’ultimo progetto di Mario che riguarda un personaggio Bonelli “emergente”. Impressiona la semplicità del tratto ma al tempo stesso la ricchezza del dettaglio. Una sintesi evocativa, un impatto visivo molto efficace, ma senza il bisogno di altro che la semplice scansione della tavola.

MR: Come lettore leggevo solo i fumetti che riuscire a capire subito. Quelli che erano un po’ sofisticati — parlo di alcuni generi d’élite — non mi piacevano molto; ad esempio quelli che apparivano su Alter Alter, che secondo me non erano molto comunicativi. Tenevano conto più della proposta dell’autore che non della richiesta del lettore. Avendo avuto come lettore questa filosofia, penso che anche chi legge i miei fumetti abbia le stesse esigenze.

CA: Mario Rossi non è solo un grande artista, ma anche un insegnante.

MR: Insegno fumetto nella scuola (la Scuola Internazionale di Comics di Roma, ndr), e mi sono specializzato nell’inchiostrazione, che è una “bestia” un po’ per tutti. Cerco di dettare quelle che sono le mie regole, ovvero fare di tutto per poi scegliere uno stile personale. Il giovane non deve ricalcare quello che c’è già, ma proporre qualcosa di suo.

CA: Da come parli non sembri il tipo di insegnante che plasma l’allievo su se stesso.

MR: Assolutamente. Io non ho mai portato me stesso come esempio, e raramente faccio lavorare su cose che ho fatto io, se non sulle atmosfere, come la pioggia, la nebbia… in questo caso, poiché conosco bene il mio lavoro, porto il mio e faccio prima.

CA: Rapporto fra Mario Rossi e gli allievi. Gli allievi non vedono in te solo un modello, ma anche un modo di proporsi, visto che tu sei una delle persone più disponibili nell’ambiente. Cosa consigli a un ragazzo che vuole iniziare a disegnare?

MR: Cercate, quando andrete a proporvi all’editoria, di essere sicuri di voi stessi. Dopodiché, non montatevi la testa. È la più grossa fregatura per un giovane montarsi la testa, perché questa è la partenza per un lungo percorso.

CA: Per i lettori che non ti conoscono bene. Io ho un personaggio cui mi ero molto affezionato, che era Yelo. Facciamo un elenco anche di altri personaggi che hai creato, per chi conosce solo i tuoi ultimi lavori? Tra l’altro sei stato premiato a Falconara per i tuoi trent’anni di carriera.

MR: è stata una manifestazione che non mi aspettavo perché non ero stato nemmeno avvertito, ero semplicemente un ospite. È stata talmente improvvisata che quando mi hanno dato la targa sono rimasto “come un baccalà”, perché non sapevo cosa dire.

CA: è stata bella anche perché improvvisata.

MR: Senz’altro, se mi avessero avvertito non sarebbe stata la stessa cosa. I premi servono anche per far capire all’autore di esserci ancora, di essere seguito con affetto. I personaggi che ho fatto: prima de Il Giornalino ce n’era uno che doveva essere pubblicato in Francia — Rex — che, doveva essere destino, era un personaggio di fantascienza. Dopodiché ho fatto per Il Giornalino Max Mado — un aviatore —, l’Agente Allen — con Tiziano Sclavi ai testi —, la Pattuglia Ecologica… tutti personaggi che durano parecchio. Yelo esce da dieci anni.

CA: Infatti ne esistono varie versioni.

MR: Io volevo fare una figura che rimanesse impressa. E quindi mi sono avvicinato ad un’anatomia realistica del personaggio. Ho evitato la robotica giapponese, che era pure la più seguita. Il primo Yelo era comunque leggermente diverso.

CA: Hai lavorato anche su soggetti di altri. Vediamo una nota dolente nel lavoro del fumetto: il rapporto sceneggiatore-disegnatore.

MR: All’inizio della carriera non sapevo nemmeno chi fossero, perché la maggior parte non firmava i lavori, e non ci siamo mai conosciuti. Al Giornalino ho cominciato con Mario Vasari, che era già una delle colonne della testata. Ma quello con cui mi sembrava di avere iniziato insieme era Tiziano Sclavi, perché quando ho iniziato a lavorare a Il Giornalino lui usciva da Il Corriere dei Ragazzi dove curava due rubriche, ma non avevo visto nulla se non Altai e Johnson, con Cavazzano. E quindi era quasi un rapporto di prima conoscenza. Con altri, se c’è da discutere, è all’inizio; poi, quando ho capito cosa fare, il rapporto va avanti bene.

CA: Non ti è mai capitato — al di là del tuo caso personale — di sentire sceneggiatori che si lamentano perché il loro lavoro non risulta così come l’avevano immaginato, o disegnatori che non si sentono liberi di esprimersi?

MR: Al Giornalino è diverso, il personaggio è nuovo, nasce insieme, il rapporto viene preso dall’inizio. Il problema è quando disegni un personaggio già noto, e non hai possibilità di intervenire. Poi se allo sceneggiatore non va bene il lavoro del disegnatore, non lo dice direttamente, ne parla in altra sede.

CA: Parliamo delle tavole esposte a Falconara. Un grossissimo impatto visivo, semplicità e ricchezza di dettaglio, che nel genere fantascientifico si è perso, in Italia e all’estero. A cosa ti sei ispirato, e come sei arrivato a questa sintesi?

MR: Yelo ha una fascia di lettori piuttosto giovani, quindi mi sembrava ingiusto proporre una tecnologia troppo sofisticata ed incomprensibile. La tecnologia che si vede nella fantascienza è un bell’arredamento senza una funzione. A me piace che un macchinario che entra nella storia abbia una funzione. Ad ogni modo non uso una tecnologia esasperata, perché non penso piaccia ai lettori de Il Giornalino. Poi Yelo non è proprio il personaggio di un futuro remoto; è un personaggio del 2050… un giovane di oggi all’epoca di Yelo sarà all’età della pensione. E questo è Callaghan, il suo braccio destro, in una Londra con strutture tradizionale accanto a quelle più tecnologiche.

CA: Sei riuscito però a fare un lavoro eccezionale per la Bonelli con le tavole di Gregory Hunter. Hai dato una nuova linfa vitale al personaggio. Da appassionato di fantascienza, ritengo che tu abbia saputo rendere in bianco e nero una serie di fattori — la telecamera, il colore, il paesaggio — propri del genere. Da Yelo a Gregory, che sintesi ha operato Mario Rossi?

MR: All’inizio ho chiesto notizie su Gregory Hunter perché non lo conoscevo. Mi hanno detto che sarebbe dovuto essere il ritorno all’avventura, ma non avevo letto le storie precedenti, e su ciò mi sono basato. Un ritorno all’avventura, non tecnologica alla Nathan Never. Ho fatto un fumetto d’avventura escludendo i canoni classici del fumetto tecnologico. Dovrei finire la lavorazione per questo numero doppio in gennaio.

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